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Ops, scusate, avevamo dimenticato di dirvelo!

Ormai va di moda, se un po’ di luce si è fatta sulle disinvolte abitudini degli scienziati della East Anglia, è stato possibile solo per effetto del climategate, cioè, le cose si sono venute e sapere soltanto dopo l’imbarazzante pubblicazione dei loro scambi epistolari. Più o meno la stessa cosa è valsa per quelle parti del 4° Rapporto dell’IPCC compilate -come dire- con poca attenzione.

Ora, più o meno con le stesse modalità, scopriamo che il pilastro fondante della politica dell’Unione Europea circa il contenimento e la riduzione delle emissioni di CO2, in parte già in essere, in parte ancora in fase progettuale, è più fragile di una canna di bambù. Il paragone non è casuale, perché il problema sono i biocombustibili, ovvero il surrogato di carburante derivato appunto dai vegetali.

Un pilastro su cui si è già attivato un business secondo solo a quello del carbon trading (di cui è comunque parte) tra quelli che possono vantare il suffisso eco. Con i vegetali da autotrazione si stanno sollevando economie nuove e se ne stanno sorreggendo di vecchie che pur vacillando, vi ripongono una buona parte delle loro speranze di raggiungere gli spericolati obbiettivi di decarbonizzazione che si sono date.

In Europa, ad esempio, gli obbiettivi del 20-20-20 saranno raggiunti soltanto con l’impiego massiccio di questa risorsa ove più, ove meno (da noi molto per la verità). Non a caso la UE finanzia il settore con 3 miliardi di Euro l’anno, non a caso, sempre la UE, progetta di varare una direttiva che mitighi -di fatto legalizzandolo- l’impatto ambientale di queste coltivazioni (ne abbiamo parlato qui). Il fatto che vi si voglia far ricorso proprio per ridurre un altro genere di impatto non suscita evidentemente perplessità.

Oppure sì? Dipende, basta che questi dubbi non saltino fuori evidentemente. Già, perché è ormai noto che non è tutt’oro ciò che è bio, infatti, tra variazione d’uso del suolo, dinamiche dei processi produttivi e deforestazione per far posto a sempre più vaste piantagioni, si finisce per emettere molto più di quanto si vorrebbe risparmiare.

Questo la UE lo sapeva da tempo, avendo commissionato uno studio che approfondisse la tematica. I risultati però, essendo tutt’altro che rassicuranti, sono stati “trattenuti” per un pò, ovvero elisi dal documento in cui lo studio compariva, sembra per necessità di ulteriori approfondimenti. Tanto si legge in questo articolo uscito su Terra, grazie al fatto che la Reuters è venuta in possesso delle informazioni.

Questo è un classico esempio di somministrazione della cura sbagliata, che fa più danno che guadagno. Nella fattispecie il danno è anzi doppio, perché sussistono più dubbi che certezze anche sulla malattia. E’ grave? No, tanto l’obbiettivo non è la salvaguardia del pianeta, concetto alto e nobile ma più inflazionato delle succitate economie, quanto piuttosto la circolazione del denaro.

Quanto ci piace l’eco-business!!

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Published inAttualitàNews

6 Comments

  1. Lucas

    Ciao Lorenzo,

    Grazie per queste delucidazioni.
    Devo essere sincero, per quanto riguarda la produzione di biocombustibili, ho un’approfondimento maggiore per quanto riguarda il biogas, di cui mi sto occupando nel mio lavoro di tesi.
    Non sapevo, ma avrei dovuto pensarci e arrivarci, delle implicazioni dovute alla maggior presenza di azoto nel biodiesel e quindi l’emizzione di NOx…ma per quanto riguarda il particolato, ho ancora dei dubbi. mi potresti dare dei riferimenti degli studi di cui accennavi? sono davvero curioso. i miei dubbi nascono dal fatto che, se è vero che è normale che dal biodiesel tal quale, quello di prima estrazione, si abbia una maggior contenuto di pm10 dopo la combustione, secondo me dovrebbe essere altrettanto vero che se il biodiesel venisse sottoposto agli stessi processi di purificazione del diesel “fossile”, le cose dovrebbero essere le stesse.
    Poi boh, sicuramente avrò detto una cavolata…ma sono davvero curioso di vederci chiaro!
    Poi per quanto riguarda gli scarti, nella mia mente penso sempre alla produzione di biogas…idrogeno e metano…ovviamente non puri, ma in miscela con la CO2.

    Poi aspetto con ansia anche il tuo articolo, Claudio!

    a presto Gianluca

    PS: Lorenzo se vuoi mi potresti mandare una mail a falco2009@hotmail.it
    poi ti passerei quella seria!
    GRAZIE

  2. Lorenzo

    Caro Lucas,

    i biocombustibili non solo sono un controsenso energetico e insostenibili sul medio – lungo periodo, sono afflitti da un problema ben più grave. I biocombustibili inquinano. Ed inquinano molto più dei combustibili tradizionali. Ti invito a verificare i dati di emissione di pm10, CO, NOx di un’ auto alimentata a biodiesel o etanolo con una pari cilindrata diesel tradizionale e benzina. I risultati sono imbarazzanti. E perchè credi che i caminetti dove si brucia legna si anneriscano? Non pensi sia il particolato emesso durante la combustione, lo stesso particolato emesso bruciando pellet e cippato? E i pm10, NOx, CO e compagnia bella che respiriamo nelle nostre città e nelle nostre valli, non sono forse i principali imputati del dilagare di tumori e altre simpatiche malattie degli ultimi decenni?

    Dovremmo pagare di tasca nostra e utilizzare biocombustibili per diminuire un gas totalmente innocuo, la CO2 (obbiettivo tra l’altro fallito, considerando l’energia spesa durante la trasformazione se ne emette quasi la stessa quantità, se non di più in alcuni casi) e aumentare gas ed emissioni che invece sappiamo essere sicuramente dannosi e che aumentano malattie e decessi?

    No, l’utilizzo di tali combustibili non dovrebbe essere incentivato, neanche per quanto riguarda gli scarti e i residui delle varie filiere. E ogni cent speso in ricerca, sviluppo, incentivazione in tal senso è un cent tolto in ricerca, sviluppo, incentivazione di energie veramente rinnovabili e quasi zero inquinanti.

    • Lorenzo, innanzitutto grazie per l’approfondimento e visto che ci troviamo in argomento, vi invito a leggere un mio articolo, in uscita la settimana prossima, proprio sulle proprietà carcinogene dei biofuel (nuovo studio pubblicato pochi giorni fa).

      CG

    • Lorenzo

      Non mancherò ;-)…anzi, sono già curioso…

  3. Lucas

    Ciao Guido,

    è da tempo che non scrivo commenti, ma vi seguo sempre assiduamente.
    Sono d’accordissimo con te, e con quanti sostengono l’insostenibilità delle colture da energia dedicate; per tutta una serie di motivi che non stiamo qui a raccontare.
    Però una cosa positiva c’è: la ricerca affannosa di processi per l’estrazione di energia dai vegetali dedicati, sottoforma di bioetanolo, biodiesel, biogas, idrogeno, ecc., ha fatto si che attualmente abbiamo sviluppado buone conoscenze e competenze tecniche.
    Quindi il prossimo passo, sarebbe quello di applicare queste tecnologie, non più alle colture dedicate, ma ai residui di alcune filiere che normalmente non vengono valorizzati, energeticamente parlando. Questo sfocia in una grande incongruenza con le politiche aziendali, in quanto sicuramente le colture dedicate hanno una resa maggiore.
    Inoltre volevo sottolineare un’ultima cosa: non perdere mai di vista l’importanza di aumentare l’efficienza dei processi per ridurre (in realtà contenere gli aumenti) i consumi di energia!

    Buona giornata

    Gianluca

    • Bentornato Gianluca,
      hai certamente ragione. Il punto è che noi profani non possiamo sapere quali potranno essere gli effetti di queste policy. Chi le attua però, deve indagare prima, non si può andare per tentativi, perché questi processi non sono reversibili e se lo sono impiegano decenni a riorientarsi. Prova ne sia il fatto che il mercato dei biocarburanti è già molto florido.
      gg

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