State sereni, è arabo anche per chi scrive. Ci dà una mano, per la verità appena un dito, Science Daily, descrivendo il contenuto di questo nuovo paper sulla produzione dei metalli. Lo spunto viene dalla ricerca in corso per la produzione di ossigeno dal suolo lunare, cioè dagli studi per rendere possibile la permanenza degli esseri umani sul nostro satellite. Il procedimento sperimentato produce acciaio. Non chiedetemi come perché sono io a chiederlo a voi.
Naturalmente, anche questa “scoperta” assurge agli onori della cronaca perché ci sono di mezzo le emissioni di gas serra. Le acciaierie sono infatti tra le industrie che producono le emissioni di CO2 più elevate. Dal momento che questo procedimento è carbon free, dal punto di vista della relazione uomo-clima sarebbe una panacea.
In questa pagina Wiki sull’Ilva di Taranto ci sono le tabelle prodotte dalle perizie chimiche eseguite sull’impianto e le informazioni provenienti dalla stessa Ilva. C’è la CO2, ce n’è un sacco in effetti, ma ci sono anche parecchie altre cose che sono oggetto della problematica Ilva di questi mesi/anni.
Ora, la mia profonda ignoranza in materia mi impedisce di capire se questo procedimento oltre ad essere carbon free sia anche per esempio diossina free, arsenico free, cadmio free, ed altre-varie-simpatiche-sostanze free. Se così fosse sarebbe davvero fantastico. Ma, naturalmente, non è dato saperlo, perché il nostro problema è la CO2, più o meno come il traffico a Palermo.
Sono da tempo abituato ad utilizzare le “lenti” di Cryosphere today – sito dell’Università dell’Illinois - per verificare in tempo pressoché reale i dati di copertura glaciale marina artica e antartica. Sono altresì conscio dell’esistenza di dati Nasa riportati al sito NSIDC, che forniscono statistiche analoghe. Di recente tuttavia, la lettura del lavoro di Meier et al. (2013) mi ha spinto ad interrogarmi sulle ragioni della discrepanza fra le due fonti che si percepisce confrontando a occhio i rispettivi diagrammi. Ma procediamo con ordine.
Il lavoro di Meier et al. recupera i dati del satellite in orbita polare Nimbus I relativi alla copertura glaciale del 1964, aggiungendo così un dato importante ai dati da satellite fin qui disponibili e che avevano inizio nel 1979. Dall’articolo si evince in sostanza che, con riferimento alla copertura glaciale di settembre (mese che nell’emisfero nord corrisponde al minimo annuale di copertura glaciale marina) si può dire quanto segue:
Evidentemente tormentati dal dubbio sulla convenienza di impianti eolici in-shore o off-shore, nelle Isole Filippine hanno agito in modo alquanto pirandelliano, piazzando una interminabile fila di torri eoliche direttamente sulla spiaggia!
Un esempio di rara attenzione all’impatto ambientale, nel senso che più di così proprio non si poteva fare. Ma, naturalmente, trattasi di nergia pulita, perciò, anche se sporca la vista e un po’ di altre cose non c’è problema. Oppure sì?
Ferdinand de Lesseps fu il progettista del Canale di Suez, di fatto l’opera che ha aperto una porta di servizio nel Mediterraneo. Da molti anni ormai, il fenomeno della diffusione di specie aliene nelle acque del Mediterraneo è noto come migrazione lessepsiana. Animali in forma per lo più larvale e organismi vegetali trasportati letteralmente a bordo delle navi che attraversano avanti e indietro le rotte commerciali da e per il bacino del Mediterraneo con le acque di zavorra.
Un fenomeno naturalmente tutt’altro che limitato al nostro mare, ma piuttosto molto diffuso e quanto mai accresxiuto negli ultimi anni per effetto dell’incremento esponenziale della densità del traffico marittimo commerciale. In termini probabilistici, il singolo essere vivente è difficile che riesca a sopravvivere adattandosi all’ambiente nuovo in cui viene a trovarsi quando le acque vengono scaricate, ma il numero molto elevato di “tentativi” certamente alza le probabilità di sopravvivenza e adattamento delle specie, con elevati rischi di alterazione delle catene alimentari e di sopravvivenza per le specie indigene. Con una eccezione piuttosto ovvia, quella del Mare del Nord, dove l’habitat è certamente molto ostile per la maggior parte delle specie non indigene.
Credo per la prima volta, ma se così non fosse in modo comunque iteressante, alcuni ricercatori dell’Università di Bristol hanno “mappato” quelle che loro stessi definiscono le “autostrade globali delle specie marine invasive”, definendo quali di queste pongono i rischi più seri di bio-invasione. Più che il riscaldamento globale potè la globalizzazione a quanto pare. Tanto per capirci, i Barracuda nel Mar Tirreno ce li hanno portati le navi, non l’aumento della temperatura del mare.
Questa è simpatica. Certo, non è che mi senta proprio a mio agio nella parte del cane che dorme, ma a ripensarci potrebbe anche suonare come un avvertimento, visto che di recente sono ricominciati gli starnazzi.
Ci sarà pure il sole alle Hawaii, sarà pure un posto da sogno, ma se state programmando di eleggerle come vostro buen retiro, sarà bene pensarci su un attimo. Diciamo anche più di un attimo, almeno fino alla fine di questo secolo, ponendo maggiore attenzione agli ultimi 25 anni del periodo.
I prati, le foreste, le aree rurali, chissà quante volte vi sarà capitato di recepire delle sensazioni olfattive particolari girando lontano dagli insediamenti urbani. Bene, quel profumo, scrivono gli autori di una letter appena pubblicata su Nature Geoscience, è in grado di mitigare il riscaldamento globale.
Si parla di feedback, cioè di quei meccanismi possibilmente innescati dall’aumento delle temperature che possono potenziare o limitare, come in questa fattispecie, l’ampiezza della stessa causa che li ha generati. Come molti sanno e come ci è capitato di scrivere più volte, la potenziale pericolosità del riscaldamento globale non è direttamente ascrivibile alla relazione esistente tra l’incremento dei gas serra e la temperatura, perché questa è tale da generare un aumento delle temperature non molto significativo. Il problema, piuttosto, verrebbe dall’innesco di feedback con prevalente segno positivo, cioè in grado di amplificare l’entità del riscaldamento. Questo almeno è quanto scaturisce dalle simulazioni climatiche, strumenti essenzialmente “istruiti” con una sensibilità climatica – leggi entità del risaldamento del sistema al raddoppio della CO2 – dominata da fattori di amplificazione e quindi piuttosto elevata.
Condizioni di tempo perturbato hanno prevalso nella prima e nella terza decade di aprile con un totale di 5 perturbazioni principali (grandi saccature atlantiche o grandi depressioni mediterranee o fasi a regime ondulato occidentale con variabilità perturbata). Nella seconda decade del mese si è invece assistito ad una sensibile stabilizzazione per effetto di un promontorio anticiclonico subtropicale da sudovest.
Andamento circolatorio
La tabella di sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa indica il prevalere di condizioni perturbate nella prima e terza decade intercalate da una rilevante fase di tempo stabile nella decade centrale del mese.
Nello specifico la topografia media del livello di pressione di 850 hPa per la prima decade di aprile mostra come principali centri d’azione un promontorio anticiclonico proteso dall’Islanda verso la Scandinavia e, scendendo verso Sud, una cintura di basse pressioni connessa ad un più profondo minimo depressionario atlantico ad interessare l’Europa Centrale ed il nord Italia ed infine il Mediterraneo anomalmente interessato da veloci correnti occidentali.
Forse qualcuno ricorderà che ormai più di un anno fa, precisamente nel febbraio 2012, abbiamo pubblicato un post di commento ad un lavoro di ricercatori italiani in cui veniva applicato il principio di causalità di Granger alle serie storiche della concentrazione di anidride carbonica e delle temperature medie superficiali globali.
Il nostro post, pur essendo di fatto un mirror, aveva suscitato una lunga discussione in cui sono intervenuti anche gli autori dello studio. I toni, dapprima piuttosto accesi e non propriamente costruttivi, si sono poi rilassati e hanno condotto ad un proficuo approfondimento. Il tema centrale della discussione, ha poi finito per essere quello dell’applicabilità della tecnica statistica del principio di Granger per tramutare la correlazione esistente tra le serie in un rapporto di causalità.
Alcuni mesi fa, su input del magazine divulgativo Science Daily, abbiamo parlato degli Sting Jet, cioè di quegli eventi di ventilazione molto intensa, anzi spesso distruttiva, che a volte si generano nei cicloni extratropicali, ossia nelle perturbazioni delle medie e alte latitudini.
Oggi, grazie ad un articolo appena pubblicato sulla rivista Weather and Forecasting dell’AMS, si può aggiungere qualche tassello al complicato puzzle della identificazione sia diagnostica che prognostica di questi eventi.
L’università di Manchester, da cui provengono gli autori di questo studio, ha a sua volta pubblicato un comunicato stampa che spiega i contenuti del lavoro, insieme ad un video piuttosto interessante in cui parla la prima firma dell’articolo. In particolare, rispetto a quanto avevamo visto con il nostro primo post, questo lavoro identifica nell’area frontolitica (di decadimento dell’estremità inferiore o di parte del fronte) dell’impulso freddo che si stacca dall’occlusione di ritorno, la zona di più elevata probabilità di generazione dello Sting Jet.
Nel confermare quanto già precedentemente acquisito, e cioè che l’area di possibile sviluppo si trova nei bassi strati a sud-ovest dell’epicentro della depressione e che questi eventi sono propri delle depressioni esplosive, gli autori hanno introdotto anche alcuni elementi di novità. Il primo consiste nel fatto che gli Sting Jet pare siano propri delle depressioni descritte dal modello Shapiro-Keysel, diverso dal classico modello norvegese, depressioni in cui il fronte freddo e quello caldo non si incontrano mai, perché il primo si muove perpendicolarmente al secondo finendo per avvitarsi intorno al minimo decadendo nella sua parte superiore e dando luogo ad una seclusione calda da cui scaturisce poi l’impulso freddo delle correnti di ritorno. La seconda invece riguarda la dinamica stessa che sembra essere all’origine dello sting jet, ovvero certamente l’approfondimento esplosivo della depressione, ma anche l’altrettanto veloce fase di attenuazione del gradiente nella zona soggetta a frontolisi. In sostanza lo sting jet arriva quando paradossalmente quel settore della depressione si avvierebbe ad una sostanziale attenuazione della baroclinicità e dell’origine dei fenomeni atmosferici propri della perturbazione.
Qui sotto, trovate il video pubblicato nel comunicato stampa.
Infine, pur in un contesto in cui regna ancora parecchia incertezza, registriamo che già nel 2011, ossia due anni fa, c’era qualcuno che si poneva il problema del possibile inasprimento di questi eventi già di per sé molto intensi in conseguenza del riscaldamento globale. Al riguardo, potrà essere utile andare a dare un’occhiata allo Special Report sugli eventi estremi dell’IPCC, nel quale si legge che (SPM pag.10, Main Report 3.3.2, 3.3.3,3.4.5):
There is medium confidence that there will be areduction in the number of extratropical cyclones averaged over each hemisphere. While there is low confidence in the detailed geographical projections of extratropical cyclone activity, there is medium confidence in a projected poleward shift of extratropical storm tracks.
E cioè, c’è un livello di confidenza medio sulla possibilità che il numero dei cicloni tropicali sia soggetto a riduzione e, pur in un contesto di incertezza circa le traiettorie mediamente seguite da queste depressioni, c’è ancora un livello di confidenza ancora una volta medio che questi siano soggetti ad uno shift verso nord in termini di area mediamente interessata. Considerato il fatto che non sembra ci sia alcun trend distinguibile per il numero e l’intensità di questi eventi nelle osservazioni, se si vuol dare ascolto alle simulaizioni, da cui scaturiscono queste determinazioni dell’IPCC, non c’è ragione di immaginare eventi più frequenti o più intensi come conseguenza del riscaldamento globale. Se invece si vuol dare ascolto alle osservazioni (pratica consigliata) il discorso, tanto per cambiare, proprio non sta in piedi.