Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

Blog

E’ autunno, cadono le foglie, ma arrivano anche le piogge. Acqua che a quanto pare e per quanto prospettato dagli scenari climatici, dovrebbe essere sempre più irregolare, nello spazio e nel tempo.

Wet gets wetter dry gets drier, riassumono climatologi del calibro di Chou, Trenberth, Held e Soden, ripresi poi anche da Susan Solomon della NOAA, in dichiarazioni che abbiamo anche commentato.

Aumento dunque della variabilità spaziale e temporale delle piogge: siccità, alluvioni, temporali forti et similia. Un’affermazione forte quella riportata sopra, che ha già comunque vacillato anche di recente, in un paper che ha individuato l’inattesa ‘capacità’ delle terre più inaridite nel breve periodo ad attirare le piogge più che ad allontanarla.

Eppure questo mantra, mediaticamente molto efficace, rispunta fuori ad ogni evento piovoso appena più intenso. Studiosi, opinionisti, politici e imbonitori di ogni genere lo sostengono convinti, manifestando quel particolare consenso che si riassume nella frase di Abba Eban: “Consenso significa che tutti sono d’accordo nel dire insieme quello che nessuno individualmente crede”.

Continue reading “Il Mantra (sbagliato) dell’AGW” »

Qualcuno penserà che nel titolo ci sia un’errore, perché una tempesta tropicale è una cosa e un’uragano un’altra. La prima è un gradino sotto nella scala Saffir Simpson. Vero, ma il titolo è corretto, perché Sandy quando ha toccato la costa orientale USA era una tempesta tropicale, cioè con vento sotto la soglia dei 63 nodi, più precisamente in media 50 nodi.

Questo non significa che non abbia fatto danni, come è sotto gli occhi di tutti, né che non detenga un record. E’ stata infatti la tempesta con il maggior diametro registrato da quando le misurazioni sono oggettive. Tuttavia la differenza non è banale, perché, ad esempio nel 1938 (faceva caldo ma non c’era l’AGW), l’uragano di categoria 3 che ‘atterrò’ sulla costa del New England fece 600 vittime. Da allora è sicuramente migliorata la resilienza, ma sono anche clamorosamente aumentate le infrastrutture esposte al danneggiamento. Di qui, per fortuna, la diminuzione delle vittime e l’aumento dei danni.

Continue reading “Tempesta tropicale Sandy e microfoni facili” »

L’importanza di un media si misura con tre parametri, l’autorevolezza di chi ci lavora o collabora, la diffusione che ha e l’equilibrio delle notizie. Queste cose spesso vanno insieme. Quando questo non accade in genere prima o poi quel veicolo di informazione cessa di essere importante. Non pare sia questo il caso.

Il Wall Street Journal non è esattamente Topolino. Certo anche il fumetto in questione ha la sua tiratura, ma se si vuole sapere cosa succede nel mondo non è lì che bisogna andare a cercare, quanto piuttosto sul media in questione, avendo cura magari di leggerne anche molti altri.

Continue reading “Legnate dal Wall Street Journal e la rivolta dei veterani della NASA.” »

Penso tutti, o comunque moltissimi, avranno ascoltato l’ultima delle tante versioni che gli studiosi affezionati all’ipotesi (sempre più tale) dell’Anthropogenic Global Warming (AGW) sono obbligati a confezionare per dimostrare la validità delle loro affermazioni.

Mi rendo conto che per molti c’è a rischio il posto di lavoro prima che della stessa “faccia” ma ora non si tratta più di difendere uno studio scientifico ma una evidente ideologia. Dalla metà degli anni ‘80 dello scorso secolo la tesi prevalente era quella per la quale avrebbe fatto sempre più caldo con una certa tropicalizzazione del clima nelle medie latitudini, introdotta da uno scivolamento verso nord delle note fasce climatiche. Quindi il caldo avrebbe portato sempre più caldo (chiara logica da retroazione positiva). Dalla fine degli anni novanta l’aumento delle temperature globali (sottolineo “desunte globali” per via di grosse approssimazioni) si è interrotto, e mostra negli ultimi anni, quindi già XXI secolo, una certa controtendenza.

Continue reading “Dalla teoria ai fatti” »

Alcuni giorni fa i blog meteo-climatici si sono animati attorno ad una annosa discussione circa il contenuto di calore degli oceani. A suscitare questo ritorno di attenzione è stata la pubblicazione di un paper su Nature Geoscience:

Observed changes in top-of-the-atmosphere radiation and upper-ocean heating consistent within uncertainty - Loeb et al., 2012 (qui il commento su Science Daily)

Continue reading “Climate change e oceani, niente ‘calore scomparso’ o niente calore?” »

Alzi la mano destra e dica ‘lo giuro’. Alla sbarra si, ma dalla parte dei consulenti, dei testimoni e non, almeno non ancora, da quella degli imputati. A quello, con un pizzico di spirito di parte e un certo brivido alla schiena, spero davvero che non ci si arrivi mai.

Per adesso, ma in realtà la pratica e’ consolidata da tempo, gli esperti del tempo che fa e del tempo che fu, sono spesso interpellati nei procedimenti civili – e talvolta anche penali- per avvalersi della loro consulenza. Piogge molto abbondanti e senza precedenti o incuria di questa o quella amministrazione nella manutenzione stradale, ad esempio possono essere oggetto di un contenzioso. Ecco che arrivano gli annali pluviometrici e le misurazioni relative agli eventi a dirimere la questione.

Un articolo del New York Times ripreso dal blog 2050 di Valerio Gualerzi? Un argomento un po’ estivo che andava condito.

E così, visto che sul NYT si legge che questo particolare aspetto della professione potrebbe essere via via più importante, perché non collegare questo interesse in crescita alla ormai accertata (?) crescita della variabilità atmosferica, alla sua quantomeno parziale imputabilità (?) alle attività umane e alla sua prevista continua crescita?

Tre domande una risposta. Perché non e’ così. Ma la notizia, benché pubblicata dal NYT non sarebbe stata interessante.

Forse non si potrà dire “se tutto va bene moriremo congelati”, come abbiamo scherzato tanto volte sulle pagine di CM. Ma una cosa è certa, se lo studio di attribuzione del contributo antropico alle dinamiche del clima appena pubblicato da Loehle e Scafetta reggerà al confronto scientifico, ci sono buone probabilità che si rendano vacanti parecchi posti di lavoro di “Esperti di clima specializzati in catastrofi prossime venture”.

Qui il PDF: Climate Change Attribution Using Empirical Decomposition of Climatic Data, qui il materiale informativo, qui il testo pubblicato sull’Open Atmospheric Science Journal.

E di seguito l’abstract:

Il problema dell’attribuzione del cambiamento climatico è affrontato impiegando la scomposizione empirica. I cicli del moto e dell’attività solare di 60 e 20 anni sono stati utilizzati per sviluppare un modello empirico delle variazioni di temperatura della Terra. Il modello è stato tarato con i dati di temperatura globale dell’Hadley Centre fino al 1950 (periodo di tempo prima che le emissioni antropogeniche diventassero il meccanismo di forcing dominante), e poi estrapolato per il 1951-2010. I risultati hanno mostrato un andamento verso l’alto approssimativamente lineare di circa 0,66°C/secolo per il 1942-2010. Si assume che questo riscaldamento sia stato indotto principalmente dalle emissioni di origine antropica, dall’urbanizzazione e dall’utilizzo dei terreni. Il riscaldamento osservato prima del 1942 è relativamente piccolo e si presume sia stato per lo più indotto naturalmente. Il modello completo, forcing naturale più antropico, riproduce molto bene l’intero record di 160 anni. L’analisi dei risultati non fornisce alcuna prova di un effetto di raffreddamento sostanziale a causa di aerosol solfati per il 1940-1970. Il raffreddamento osservato durante questo periodo può essere dovuto a un naturale ciclo di 60 anni, che è visibile nelle serie di temperatura globale dal 1850 ed è stato osservato anche in numerosi record climatici plurisecolari. Sono stati sviluppati nuovi modelli di prossimità dell’attività solare che suggeriscono un meccanismo sia per il ciclo di 60 anni che per una parte della tendenza al riscaldamento nel lungo termine. I nostri risultati suggeriscono che, poiché gli attuali modelli sottovalutano il peso dei cicli naturali multidecadali nelle serie di temperatura, il contributo antropogenico al cambiamento climatico dal 1850 dovrebbe essere meno della metà di quanto precedentemente affermato dall’IPCC. Circa il 60% del riscaldamento osservato 1970-2000 è stato molto probabilmente causato da questo ciclo naturale di 60 anni climatiche durante la fase ascendente. Una previsione per il 21° secolo suggerisce che il clima potrebbe rimanere stabile fino a circa il 2030-2040, e può al più subire un riscaldamento di 0,5-1,0°C entro il 2100, allo stimato tasso di riscaldamento di origine antropica di circa 0,66°C/secolo, che è circa 3,5 volte inferiore alla media di 2,3° C/secolo previsto dall’IPCC per le prima decadi del 21° secolo. Tuttavia, ulteriori cicli plurisecolari naturali potrebbero raffreddare ulteriormente il clima.

Sicché, come ormai si sente dire sempre più spesso, il peso reale del contributo antropico alle dinamiche del clima potrebbe essere largamente inferiore a quanto stimato. Tanto da far praticamente cessare ogni forma di allarme. E questo peso potrebbe essere ancora inferiore tenuto conto della probabile sovrastima del riscaldamento registrato dovuta ai bias dell’urbanizzazione e delle modifiche al territorio cui sono soggette le osservazioni.

Una spiegazione a firma di Loehle la trovate anche sia su WUWT che su Climate Etc.

Con questo sono due in una settimana (qui l’altro) gli studi di attribuzione che ridimensionano il problema restituendo alla variabilità naturale un ruolo più realistico rispetto al forcing antropico, senza impiegare terabyte di tempo macchina in termini di di modelli climatici. Quando se ne accorgeranno anche quelli bravi sarà sempre troppo tardi.

“Forse anche il riscaldamento globale dietro al terremoto in Giappone”.

Pensavate che nessuno sarebbe arrivato a scriverlo? Credevate che una tragedia immane non potesse non essere usata nelle beghe climatiche? Purtroppo siamo stati smentiti. Finora era lo spostamento delle placche tettoniche ad influire sul clima, ora invece è vero anche il contrario. Sotto riportiamo due comunicati del 13 aprile 2011, il corsivo sottolineato è stato aggiunto:

I cambiamenti climatici influiscono sul verificarsi dei terremoti

Lo hanno dimostrato alcuni ricercatori di Sidney. Forse anche il riscaldamento globale dietro al terremoto in Giappone

Roma, 13 apr. (TMNews) – Un gruppo di ricerca dell’università di Sidney ha ultimato uno studio che mostra uno stretto legame tra i fenomeni del cambiamento climatico e i movimenti delle placche tettoniche terrestri. Secondo quanto ha riferito il sito online del quotidiano “Enquirer” la ricerca è partita dall’ipotesi che il cambiamento di direzione e di velocità del movimento delle placche tettoniche rappresenti un fattore cruciale nello scatenamento di grandi eventi sismici come quello giapponese del mese scorso, che ha provocato anche uno spostamento dell’asse terreste. I ricercatori australiani, che lavorano in equipe con ricercatori francesi e tedeschi, sostengono che il rafforzamento dei monsoni in India, ad esempio, ha accelerato il movimento della placca tettonica indiana di circa il 20%. Il responsabile della ricerca, professor Giampiero Iaffaldano, ha spiegato la peculiarità del suo studio. Sinora, ha detto, molte ricerche hanno mostrato in che termini gli spostamenti delle placche terrestri influenzino il cambiamento climatico (creando nuovi rilievi montuosi, nuovi bracci di mare, ecc. Ecc.). Il suo studio, al contrario, è il primo a mostrare la relazione inversa tra i due fenomeni. Parlando all’afp, Iaffaldano ha anche precisato però che il suo studio non implica che l’aumento della temperatura globale porterà ad un aumento dei terremoti. Si tratta di fenomeni, ha detto, relativi a un orizzonte temporale vastissimo dell’ordine “di milioni di anni”. I risultati della ricerca saranno pubblicati sulla Earth and Planetary Science Letters journal. (Qui l’originale del comunicato)

11:35 – Cambiamenti climatici spostano placche tettoniche?

13.04.2011 (ANSA) – SYDNEY, 13 APR – Il cambiamento climatico nel lungo termine e’ responsabile del movimento delle placche tettoniche nella litosfera, la crosta esterna della Terra spessa 100 km, e quindi determina quali localita’ siano piu’ soggette a forti terremoti. Un gruppo di scienziati australiani, con la collaborazione di colleghi francesi e tedeschi, ha individuato un legame fra i monsoni in India e la rotazione della placca tettonica indiana: con l’intensificarsi dei monsoni nell’area, che hanno aumentato la piovosita’ nel nordest dell’India di quattro metri ogni anno, la piastra si e’ mossa di quasi un centimetro l’anno. E’ la prima volta che viene riconosciuto al cambiamento climatico il potenziale di influenzare il movimento delle placche tettoniche. ’’E’ noto che certi eventi geologici causati dal movimento delle placche hanno l’abilita’ di influenzare modelli climatici lungo un arco di un milione di anni. Ora sappiamo che e’ vero anche il contrario’’, scrive il principale autore della ricerca, il prof. Giampiero Iaffaldano dell’Universita’ nazionale australiana, sulla rivista Earth and Planetary Science Letters. ’’Il cambiamento climatico di lungo termine, o i cambiamenti naturali nei modelli climatici nell’arco di milioni di anni, possono modificare il movimento delle placche in un meccanismo di retroazione’’. I risultati dello studio aiuteranno a rivelare maggiori informazioni sulle cause dei terremoti. ’’In definitiva, miriamo a capire cio’ che causa il cambiamento nei movimenti delle placche e quali regioni siano attualmente piu’ soggette a forti terremoti. A questo fine, dovremmo anche considerare la storia del clima nell’ultimo milione di anni’’, osserva Iaffaldano.

Dopo queste notizie scientifiche aspettatevi di tutto perché l’AGW ormai è l’unico fenomeno onnipotente, non c’è evento che non lo veda come causa, non si muove foglia che la teoria del riscaldamento globale non voglia.

Una volta, tanto tempo fa, si narra che i confessori ricordassero ai ragazzi che troppe “manovelle” facevano diventare ciechi, ora invece la cecità è colpa del “riscaldamento globale”. Non scherzo, lo potete leggere in un articolo dal titolo “Il riscaldamento globale accelera presbiopia e cataratta” pubblicato il 7 marzo 2011 su “La Stampa”.

Razionalmente viene da osservare che se il riscaldamento globale causa la cecità figuriamoci i danni dovuti al riscaldamento nelle abitazioni. Invece ci tocca leggere che se pur trascorriamo gran parte del tempo al chiuso con la temperatura molto diversa dalla temperatura esterna dell’aria, è quest’ultima a determinare durante gli anni l’incidenza della malattia degli occhi. Leggendo meglio però tratta di UNA CORRELAZIONE, non di fatto sperimentale! Praticamente il numero di cataratte cresce e contemporaneamente cresce la temperatura globale. Ma fino a poco tempo fa l’aumento del numero di cataratte non era dovuto al “buco dell’ozono” e l’aumento della radiazione ultravioletta? Ora che mi ricordo, anche quella era una correlazione e, inoltre, è un po’ di tempo che il famigerato buco ha smesso di far paura. Forse siamo di fronte ad un altro esempio di quanto  descritto in: “Molti adulti credono a Babbo Natale tutto l’anno”.

Una domanda finale “scientifica” sorge spontanea: mentre la cecità cresce il numero di “manovelle” che fa?

Perché se anche questa variabile cresce, in futuro potremo leggere che, tramite correlazione, è stato dimostrato scientificamente che avevano ragione i confessori.

Nell’ambito del dibattito sul clima capita sovente di far riferimento al mainstream scientifico, ovvero alla porzione maggioritaria di ambienti di ricerca che si dicono concordi nell’attribuire quasi interamente la responsabilità delle recenti evoluzioni del clima alle attività antropiche.

Si parla perciò di flusso principale, come quello di un corso d’acqua in cui arrivano più affluenti ma che trasporta il grosso delle acque in una sola direzione. Appunto un flusso, come quello del denaro.

Una delle argomentazione più classiche – e anche più antipatiche- di coloro che aderiscono al mainstream contro chi invece se ne discosta è quella che vedrebbe idee difformi dall’ipotesi AGW sostanzialmente sostenute dai giochi di potere delle multinazionali del petrolio e dell’energia, che si darebbero da fare per sovvenzionare quanti sono disposti ad evitar loro di dover fronteggiare quanto sarebbe necessario per limitare l’impatto delle azioni umane. In una parola corruzione, o, quantomeno, malversazione, che non è meglio. L’argomento è già stato chiarito molte volte. Qualcosa del genere è accaduto, in effetti, ma poi le stesse multinazionali hanno preferito darsi una bella verniciata di verde e passare a sfruttare l’onda dell’AGW piuttosto che provare a contrastarne la percezione nel comune sentire. L’esempio più lampante è se volte il cambiamento di nome della British Petroleum in Beyond Petroleum, ma di esempi se ne potrebbero fare a dozzine, anche in casa nostra.

Chi non ha mai sentito parlare di questo? E’ capitato a tutti quelli che non sono proprio convinti della validità dell’ipotesi AGW di essere accusati di curare interessi diversi da quelli della conoscenza scientifica o della sola corretta divulgazione, dal grande scienziato al semplice blogger, passando per tutto quello che c’è in mezzo.

Ecco, a questo link, trovate un’accurata analisi della quantità enorme di fondi che l’amministrazione americana destina al mainstream scientifico, oltre 2 miliardi di dollari all’anno. Come si può leggere nell’articolo, non necessariamente si tratta di spese destinate alla sola ricerca sui cambiamenti climatici o sulla loro origine, ma è un fatto che molte assegnazioni sono decisamente esplicite, inclusa una somma se volete risibile rispetto al totale ma comunque interessante di 10mln di dollari per “Educare le future generazioni al clima che cambia”. Attenzione, nel computo non è assolutamente considerato tutto l’eventuale indotto, altro business colossale, rappresentato ad esempio dall’impiego di fondi per l’incentivazione delle risorse energetiche rinnovabili o da quella miriade di attività che hanno qualcosa a che fare con l’ambiente, e che dello stesso si sono letteralmente dimenticate in favore di un ben più redditizio impegno sulle questioni climatiche. Fatte le dovute proporzioni non c’è ragione di credere che in altri paesi, compreso il nostro, le cose possano funzionare diversamente. Magari, piuttosto, potrebbe essere difficile ottenere informazioni altrettanto esplicite.

Certamente, si parla di climate change research in senso generale, non è detto che sia tutto mainstream, ma data la schiacciante superiorità del numero di pubblicazioni che vanno ad investigare l’impatto delle attività antropiche sul clima rispetto a quelle che ne studiano la variabilità naturale, sorge il dubbio che possa esserci un po’ di condizionamento al momento di scegliere su cosa concentrare la propria attività di ricerca.

Fatevi due conti. Il prossimo che tira fuori la storia delle big oil deve diventare rosso dalla vergogna perché questi sono numeri. Ah già, non conta, quelli bravi coi numeri ci fanno quello che gli pare, che si tratti di temperature o moneta sonante non fa differenza.