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Eventi estremi o estreme valutazioni?

Poco prima della COP 22 e’ stato pubblicato dalla WMO il report “The global climate in 2011-2015” con lo scopo di “strengthen the scientific foundation for implementing the Paris Agreement and adjusting national policies as needed to reflect changing climate conditions.

La maggior parte del documento è dedicata alla descrizione degli eventi estremi negli anni 2011-2015: sebbene questi siano indice di drammatiche devastazioni e numerosi decessi, il punto e’ quanto/se questi stiano aumentando in intensità o frequenza e quanto siano attribuibili al riscaldamento globale.

A tal fine credo sia utile sottolineare la differenza tra evidenza statistica di eccesso di eventi estremi e calcolo probabilistico di attribuzione antropica di evento estremo: i due aspetti hanno consistenze ben differenti.

Riguardo al primo punto devo dire che le evidenze statistiche sono alquanto deboli se non nulle, come anche sostenuto dal documento dell’IPCC “Managing the risks of extreme events and disasters to advance climate change adaptation. Summary for policymakers“. Di ciò sembrano rendersi conto anche gli autori stessi del report del WMO, tanto che gia’ nell’introduzione sembrano mettere le “mani avanti” scrivendo “many individual extreme weather and climate events recorded during 2011–2015 had their likelihood of occurring substantially enhanced by human-induced climate change” senza far riferimento ad alcuna evidenza statistica.

Ma andiamo con ordine.

Le uniche “evidenze” nel report del WMO riguardano le ondate di calore: “The most consistent influence of anthropogenic climate change has been on the probability of extreme heat, at various timescales from a few days through to a full year, with some studies finding that the probability of the observed event has increased by 10 times or more as a result of anthropogenic climate change.

Osservo che si parla di “probability of extreme heat“, non di evidenza statistica di eventi al di fuori della media. Riguardo le evidenze statistiche, e’ illuminante l’articolo di Screen&Simmonds del 2014 “Amplified mid-latitude planetary waves favour particular regional weather extremes“, che analizza gli eventi estremi alle medie latitudini dell’emisfero boreale nel periodo 1979-2012, ove si legge:

A series of weather extremes have hit the Northern Hemisphere mid-latitudes in recent years, such as the European heat wave in summer 2003, cold and snowy winters in 2009/10, 2010/11 and 2013/14 in the northeast United States, the Russian heat wave in summer 2010, the Texas drought of 2011, and the summer 2012 and winter 2013/14 floods in the United Kingdom;

The months of extreme temperature and the months of extreme precipitation lie relatively evenly through the 34-year period, and there is no long-term trend.

Nessun trend di lungo periodo. Direi che il messaggio e’ molto chiaro.

Per quanto riguarda le precipitazioni estreme, il report del WMO è molto più cauto: “The contribution of anthropogenic climate change to precipitation extremes (both high and low) was found to be less consistent.

Ciò è coerente con quanto affermato dall’IPCC: “There is limited to medium evidence available to assess climate-driven observed changes in the magnitude and frequency of floods at regional scales because the available instrumental records of floods at gauge stations are limited in space and time, and because of confounding effects of changes in land use and engineering. Furthermore, there is low agreement in this evidence, and thus overall low confidence at the global scale regarding even the sign of these changes

Anche qui pero’ il WMO cerca la responsabilità umana:

One example of a precipitation extreme for which a discernibly anthropogenic influence could be identified was the extreme rainfall in the United Kingdom in December 2015, where it was found that climate change had made an event on the scale measured approximately 40% more likely.

Maximum flow rate of The Thames at Kingston. The red line marks the peak flow of December 2013 that was matched or exceeded on 14 occasions since 1880. Chart from The Met Office.

Sarà anche così, ma il grafico sopra riportato non mostra alcun andamento delle piene del Tamigi dal 1880.

Se ciò non bastasse, si consideri anche “The variability of European floods since AD 1500” di Glaser et al. nelle cui conclusioni si legge “Even for the last years from 1950 onward, when flood information is based on instrumental records, no consistent patterns of the flood development can be found…. Most significantly, recent changes in the variability of flood frequencies are not exceptional if compared to the flood frequency of the past 500 years and show no overall trend similar to the widely-cited “hockey-stick” trend for temperatures”.

Le attribuzioni antropiche del documento del WMO finiscono qui se si escludono lo scioglimento dei ghiacci del polo Nord (al polo Sud stanno aumentando) e l’aumento del livello degli oceani (gli scenari peggiori dell’IPCC prevedono un aumento di qualche decina di centimetri per la fine del secolo: ricordo che durante l’ultima era glaciale gli oceani erano oltre 100 metri più bassi e da allora continuano a crescere, mentre durante l’ultimo interglaciale, circa 100000 anni or sono, erano 6/7 metri più alti, e non certo per cause antropiche): queste sono conseguenze del riscaldamento globale, sulle cui cause non e’ qui il caso di dilungarsi, e non rappresentano certo eventi estremi.

Altri eventi estremi di solito collegati ai cambiamenti climatici sono gli uragani, o cicloni, ed i tornado.

Ci  viene detto nel documento del WMO: “Overall global tropical cyclone activity was above normal in 2013 and 2015, with 94 and 91 cyclones reported, respectively (compared with the 1981–2010 average of 85).

Con un minimo di conoscenza di base della distribuzione di Poisson, si capisce subito che detti valori sono in perfetto accordo con quanto atteso e non hanno nulla di “estremo”.

Per una visione piu’ estesa del fenomeno, si osservi il grafico seguente che, direi, non evidenzia alcun trend, sebbene si riferisca al periodo di massima crescita della T globale.

Discorso simile per i tornado ove ci viene detto :” The United States had one of its most active tornado seasons on record in 2011.”

Dal grafico seguente si può concludere che quanto detto dal WMO sia corretto; altro discorso e’ se tale anno rappresenti un caso eccezionale o rientri in un trend significativo. Direi che non siamo nel primo caso e, se proprio vogliamo trovare un trend, questo piuttosto appare essere decrescente….

In definitiva credo si possa concludere che il report della WMO non riporta statistiche che dimostrino aumenti di intensità o frequenza degli eventi estremi e inoltre ritengo che gli studi di attribuzione antropica di eventi che non mostrano alcun trend abbiano una limitata consistenza. Ciò non vuol dire che con gli aumenti di T previsti dall’IPCC per fine secolo si possa escludere una recrudescenza di eventi estremi, ma questo e’ tutto un altro discorso che, in assenza di evidenza scientifica, rientra meglio tra le speculazioni probabilistiche.

Se fosse necessaria altra evidenza, riporto i grafici seguenti, prodotti da chi osserva tali eventi da un altro punto di vista: gli assicuratori.

Convective events, i.e. flash floods, hail storms, tempest storms, tornados, and lightning, deserve closer attention since these are possibly affected by global warming (Trapp et al. 2007, 2009; Kuntz et al. 2009). Figure 5a shows that there is no significant trend in global insured losses for these peril types. Similarly, there is no significant trend in insured losses for storm events, tropical cyclones  or precipitation-related events. Source: A trend analysis of normalized insured damage from natural disasters The Munich Re Program: Evaluating the Economics of Climate Risks and Opportunities in the Insurance Sector
Indennizzi assicurativi per danni alle colture in Italia espressi in % rispetto al capitale assicurato. I dati dal 1981 al 1998 sono tratti da Borrello (2003), quelli dal 1999 al 2004 sono tratti da Capitanio e Cioffi (2010) e quelli dal 2005 al 2011 da Ismea (2012).

Purtroppo, nonostante queste evidenze, sembra che i media abbiano accesso ad altre informazioni e forse questo è il motivo principale per cui siamo tutti portati a “vedere” eventi estremi in ogni occasione….

Incidence of the phrase “extreme weather” on the pages of The New York Times, one of the leading US newspapers from 1965 to 2014. The use of the phrase skyrocketed over the recent decade, completely out of proportion with observed trends in weather events. Source: Catastrophes of the 21st Century  R.Pielke Jr.  University of Colorado

Mi sentirei quindi di concludere che le uniche “evidenze scientifiche” sugli eventi estremi riguardano calcoli probabilistici di attribuzione di responsabilità antropica di eventi che non  mostrano alcuna intensificazione o aumento di frequenza….tranne naturalmente le evidenze che ci riportano i media, che alle volte conducono veramente a valutazioni….estreme!

________________________

PS: Sebbene personalmente non condivida la divisione del mondo in negazionisti e credenti, e non ritengo che un’opinione  non supportata da evidenze, anche se di persona alquanto esperta, possa spostare l’ago della bilancia, riporto qui un link di R.Muller, scienziato americano citato da molti come “negazionista convertito”, che non lascia scampo ai catastrofisti. Riguardo poi al grado °C di crescita della T globale nei prossimi 40 anni….chi vivrà, vedrà!…adesso siamo più vicini ad una crescita media di 0,1 C per decade.

 

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Published inAttualità

11 Comments

  1. Rinaldo Sorgenti

    In merito alle tragedie che riguardano i luoghi del terremoti e delle intense nevicate, forse è opportuno cogliere l’occasione per ricordare e ringraziare il Dott. Bertolaso che al tempo del terremoto de L’Aquila, in soli 100 giorni, riuscì a far realizzare 5.653 nuove abitazioni (80% delle quali in muratura) e 1.204 in legno) e pensare a quanto ci hanno mostrato in questi giorni con la consegna dei 25 monoblocchi ad Amatrice!

    Se poi pensiamo che l’allerta di ingenti precipitazioni nevose è stata lanciata 2/3 giorni prima dell’evento sull’Hotel Rigopiano, logico domandarsi (per porvi rimedio nell’immediato futuro) perché i mezzi d’intervento e di soccorso non fossero stati tempestivamente mobilitati e dislocati in vicinanza di quella zona. Certo l’esperienza del periodo Bertolaso dimostra che la Protezione Civile deve avere un solo Capo che sia messo in condizione di decidere ed agire con immediatezza, non l’attuale situazione che è derivata dopo lo smembramento della struttura Bertolaso.

    • Fabrizio Giudici

      Donato,

      il mio riferimento “ai tempi” era effettivamente sbagliato nella forma (non doveva riferirsi all’intervista), ma corretto nella sostanza: si riferiva al fatto che si diceva che in montagna le cose sono sempre state difficili e che quindi lo sono anche oggi.

      Quanto allo sciacallaggio… in quanto tale è deprecabile. Tuttavia, gli italiani hanno la memoria corta e la prossima primavera si saranno già dimenticati di quello che sta succedendo in questi giorni (anche perché, chiamatemi gufo, ma ho la netta impressione che ne vedremo di cose, quest’anno). Se c’è da puntare il dito contro quello che non funziona, va fatto nel momento in cui le cose sono sotto gli occhi di tutti. Dura legge della politica.

  2. donato b

    Da circa 15 giorni tutti i media generalisti ci stanno ammannendo ad ogni ora del giorno e della notte “resoconti” degli “eventi atmosferici eccezionali” che hanno “sconvolto” il Paese.
    Raggiunto il limite dell’umana sopportazione, stanco del “cambiamento climatico antropico che fa aumentare gli eventi estremi”, del “disturbo climatico indotto dall’uomo”, del “clima impazzito”, dei cronisti, anchor-man ed anchor-women che si scandalizzano di fronte alla neve ed al freddo che isola e lascia al buio migliaia di persone, di sindaci e gestori di pubblici servizi che per coprire le loro inefficienze fanno appello “all’eccezionalità dell’evento legato al cambiamento climatico indotto dall’uomo” e degli esperti che ci invitano ad abituarci agli “eventi di freddo estremo e di caldo estremo” in quanto essi “sono destinati ad aumentare in frequenza ed intensità con il cambiamento climatico in atto” (parole di un fisico del CNR ospite di una delle tante trasmissioni televisive fotocopia che si incontrano ad ogni pié sospinto) , avevo deciso di scrivere un post, così tanto per sfogarmi.
    Poi ho letto il post di G. Alimonti ed ho tirato un sospiro di sollievo: ha scritto le stesse cose che avrei voluto scrivere io, giustificando ogni punto della sua disamina con tanto di citazioni dalla letteratura scientifica “pacificamente accettata”. Inutile dire che sottoscrivo parola per parola quanto egli ha scritto.
    .
    Guardando l’ultimo grafico del suo articolo vi ho visto rappresentata l’isteria che costringe decine di inviati speciali a rischiare il congelamento per fornirci servizi di una stucchevole inutilità. Da giorni radio, televisione e carta stampata stanno coprendo il maltempo invernale come se fosse una guerra. Ho ascoltato le domande più strampalate possibili ed immaginabili, ho assistito a polemiche di una stucchevolezza inaudita e descrizione di dettagli insignificanti che attestano un interesse che definire morboso è poco.
    .
    In tutto questo bailamme di insulse analisi e disarmanti resoconti giornalistici, mi è restata impressa l’intervista ad una coltivatrice diretta o imprenditrice agricola delle zone interessate dalle nevicate dei giorni scorsi, trasmessa durante un filo diretto del giornale radio RAI di stamattina.
    La signora ha detto in modo chiaro ed inequivocabile che chi decide di abitare in montagna sa che può nevicare anche intensamente, per cui è necessario essere attrezzati con generatori di emergenza, mezzi per potersi spostare nella neve e provviste per far fronte all’impossibilità di approvvigionarsi attraverso i canali tradizionali. Chi non vuole correre rischi è opportuno che si trasferisca altrove, in quanto non si può pretendere che un comune disponga di mezzi per soccorrere tutti e contemporaneamente.
    Un pragmatismo ed una saggezza che dovrebbero essere presi ad esempio da chi non ha mai visto mezzo metro di neve tutta insieme, che non sa che pesci prendere di fronte ad una strada coperta di neve e ghiaccio, ma che pontifica da uno studio televisivo circa i disagi del maltempo, casomai a giromaniche.
    .
    Io che vivo in una zona in cui nevica e nevica anche parecchio, che per uscire di casa devo montare le catene o le gomme da neve, che ogni tanto resto senza energia elettrica perché quando nevica questo è quasi normale, che riduco al minimo la mia attività per non correre il rischio di farmi male a causa del gelo e della neve, che sono abbastanza attrezzato per far fronte a questi disagi, condivido pienamente il pensiero della signora. E non dimentico che qualche anziano mi racconta ancora che ai suoi tempi la neve impediva per giorni e giorni ogni attività e, se in questi frangenti moriva qualcuno della famiglia, si metteva il cadavere del congiunto sotto la neve in attesa di poter fare i funerali.
    Ciao, Donato.

    • Fabrizio Giudici

      Donato, devo dire che questa volta sono d’accordo con te solo in parte. Per l’altra parte non sono necessariamente in disaccordo (anche se forse sì 😉 : dico intanto che il discorso va approfondito. Non si può concludere nulla dicendo che siccome una volta le cose andavano in un certo modo, allora devono andarci anche adesso. Uno potrebbe rispondere: una volta si moriva per una polmonite, poi hanno inventato gli antibiotici. Quindi oggi non è normale morire per una polmonite (statisticamente parlando).

    • donato b

      Fabrizio, neanche a me piacerebbe morire per una polmonite ed essere depositato sotto la neve in attesa che si possano celebrare i funerali (ho fatto i debiti scongiuri, ovviamente) 🙂 , ci mancherebbe, ma non possiamo fare una tragedia ogni volta che succede qualcosa, dobbiamo essere anche capaci di risolvere qualche problema da soli e non aspettare ogni volta che qualcuno venga a risolverci il problema.
      Ci sono casi e casi. Nel caso dell’albergo sepolto dalla valanga è necessario anche dannarsi l’anima per portare soccorso e far arrivare mezi e personale sul posto nel più breve tempo possibile ed è giusto capire se la tragedia poteva o meno essere evitata. Nel caso delle abitazioni o delle frazioni isolate ho l’impressione che un poco di pazienza non guasti. Oddio non che a me piaccia restare isolato e senza corrente elettrica o acqua corrente, ma se capita non esco con il fucile (che non ho, tra l’altro) in preda a insani istinti giustizialisti.
      Ciao, Donato.

    • Fabrizio Giudici

      Donato,

      sul fatto che chi abita in montagna debba mettere in conto riserve di viveri ed acqua, disponibilità di medicine, sistemi di riscaldamento indipendenti dall’energia elettrica e magari un piccolo gruppo elettrogeno siamo perfettamente d’accordo. Nel mio piccolo, vivendo in centro città a livello del mare, ma avendo a che fare con persone anziane che soffrono particolarmente il freddo, mi sto chiedendo in questi giorni se ha senso comprare una piccola stufa da campeggio, in caso di black-out prolungati (tengo d’occhio da un lato gli scenari che avete descritto qualche giorno fa, dall’altro le cronache francesi che riferiscono di misure di emergenza prese da alcune città per ridurre i consumi, visti i problemi di approvvigionamento di energia di cui si è già parlato qualche mese fa).

      Il mio punto è che ai tempi a cui si riferiva la signora intervistata la pressione fiscale era molto più bassa. Se pago di più, pretendo di più. Ovvio che non pretendo l’impossibile. Quello che però voglio sapere è se tutto quello che è possibile fare a livello di prevenzione viene fatto, e se c’è disponibilità di mezzi coerente con i soldi che vengono spesi. Per esempio: sento voci che parlano di spazzaneve fuori servizio e mi dico che non è così improbabile, se banalmente a Roma un sacco di mezzi della nettezza urbana sono fuori servizio e lo stesso accade per un rilevante numero di autobus in altre città italiane. Vale poi quello che ha scritto Rinaldo poco fa. Leggo anche le opinioni di Gianandrea Gaiani che fa presente che l’esercito ha mezzi che la Protezione Civile non ha e non avrà mai, e si chiede per quale motivo non sia stato fatto intervenire con più anticipo. Ecco, vorrei che qualcuno mi spiegasse bene queste cose.

      Ovvio che in questo momento non possiamo dire niente di sicuro, bisogna attendere che molte cose siano accertate perché è noto che non possiamo fidarci di quello che i giornali scrivono a caldo. Non commento neanche sulla questione dell’albergo, perché non è ancora chiaro quanto l’evento sia stato imprevedibile, inevitabile, eccetera.

    • donato b

      Fabrizio, l’imprenditrice di cui parlo nel commento, è stata intervistata ieri, quindi le sue considerazioni sono estremamente attuali, ma questo è solo un dettaglio che non cambia di molto il ragionamento generale.
      Per il resto io concordo con quanto hai scritto. Il mio ragionamento vale al netto delle conseguenze della disorganizzazione, della cattiva gestione delle risorse e dei “disguidi” burocratici di cui scrivi nel tuo commento.
      I blackout elettrici si verificano anche a causa di cattiva progettazione e gestione delle linee elettriche, quindi una certa responsabilità antropica esiste (in questo caso lo zampino dell’uomo c’è, eccome), ed il loro perdurare potrebbe essere imputabile anche a cattiva gestione delle emergenze, ma il beneficio del dubbio dobbiamo conservarlo.
      .
      Altra cosa che in queste circostanze mi dà fastidio, è l’azione di sciacallaggio di chi sfrutta il disastro per raccattare qualche misero consenso. Ed in questi giorni alcuni media (di destra, di sinistra e di altra non meglio definibile posizione) stanno dando “il meglio” di sé.
      Ciao, Donato.

  3. Rinaldo Sorgenti

    Grazie Gianluca per l’ottimo richiamo all’evidenza e concretezza.

    Potrà sembrare strano ma, … casualmente, … l’ultimo grafico sembra la fotocopia dell’ahinoi famoso “Hockey Stick” !

    Povero mondo!

  4. Fabrizio Giudici

    In tema di eventi estremi, sapete dare un riferimento sintetico – aggiornato ad oggi – di quanto è “estremo” l’evento nevoso in Italia Centrale? Si fanno riferimenti agli anni ’50, ma come al solito sui giornali mancano i riferimenti precisi.

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