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di Fabio Spina

Era l’estate scorsa gli USA sono stati colpiti da una siccità del livello di quella descritta nel famoso e bellissimo romanzo dal titolo “Furore” dello scrittore statunitense John Steinbeck, premio Nobel per la letteratura del 1962, pubblicato nel 1939 a New York. I titoli degli articoli su quanto stava accadendo erano del tipo:

Siccità 2012: è globale e ci saranno guerre per fame” o “Stati Uniti: per l’emergenza siccità prezzi agricoli alle stelle” o “La siccità negli Usa accende il rischio di crisi alimentare” (Il Sole 24 Ore) o “La siccità “brucia” frumento, mais e soia nel mondo torna l’allarme prezzi” (La Repubblica).

 

Ci si chiedeva di quanto sarebbero aumentati i prezzi delle commodities agricole, più di qualcuno prevedeva che Continue reading “Wall Street – Il grano non dorme mai” »

Da Wired Money:

Carbon credit come commodity

Il mercato dei certificati verdi è in espansione ed entro il 2020 potrebbe valere oltre 3.500 milardi di dollari

La stima è della World Bank, che aggiunge anche un’altra preziosa informazione: il valore totale di questo mercato potrebbe superare quello del petrolio. Con una differenza. Il petrolio genera energia, l’aria no, almeno fino a che qualcuno non avrà rispolverato il segreto di Tesla.

Al massimo la si può friggere, proprio come stanno facendo i professionisti della finanza creativa. Nel breve articolo leggiamo anche che si tratta di una commodity ad altissimo rischio, più di ogni altro genere di derivati, sostanzialmente perché mancano ancora delle solide basi legislative (leggi perché ancora non si sono messi d’accordo su come fare).

Un articolo che in fondo non dice nulla di nuovo ma che nella sua semplicità potrebbe aprire molte menti, se non si preoccupasse di offuscarle definitivamente all’ultima riga, definendo ‘etico’ questo genere di investimento. Ma, del resto, è proprio la mancanza di etica a pesare, molto più di quanto non pesi l’incolpevole l’ignoranza su questi argomenti della maggior parte di quanti leggono.

Qui, per la lettura integrale.

In queste settimane, l’argomento dei prezzi delle materie prime alimentari è tornato prepotentemente alla ribalta. Tutti noi sappiamo cosa stia accadendo sull’altra sponda del Mar Mediterraneo, e sicuramente abbiamo ancora vive nella mente le immagini delle rivolte del pane in Messico, pochi mesi orsono.

Un primo punto fermo lo possiamo mettere fin da subito: non ci deve stupire quanto sta accadendo. Era nell’aria, da anni ormai, e in un certo senso, non le cassandre, ma gli analisti veri, quelli seri, avevano previsto questo scenario geopolitico. E sapete perchè? E’ stato possibile poichè alcune delle cause scatenanti, sicuramente le principali, sono determinate da comportamenti umani (giusti o sbagliati lo lascio stabilire a voi).

Andamento del prezzo del grano - Fonte: barchart.com

Andamento del prezzo del grano - Fonte: barchart.com

Come accade per i prezzi dei beni di consumo, così anche per le materie prime vale la regola della domanda e dell’offerta. Chiaramente al calare dell’offerta, a domanda invariata o aumentata, il prezzo della commodity aumenterà. Fin qui nulla di particolare. Certo, gli eventi meteorologici del 2010 hanno influito in una certa misura sull’output totale, ad esempio, di grano: ricordiamo gli incendi devastanti in Russia e le alluvioni in Australia. Questi eventi drammatici hanno ridotto il raccolto, e i prezzi sono schizzati alle stelle (la domanda non è di certo diminuita). Questo scenario, tuttavia, ce l’hanno raccontato per il 2010, ma anche per il 2009, il 2008, il 2007 e così via. Possibile che da anni, in modo sistematico, una parte dei raccolti vada persa al punto da influire sulla offerta globale di grano? Ricordo che in questa occasione parliamo di grano ma, incidentalmente, quanto sta avvenendo per questa commodity sta avvenendo per tutte le altre.

Insomma parrebbe essere di fronte ad una sindrome globale da riduzione sistematica dei raccolti (e così  non è)1 , amplificata da un aumento costante della domanda (qualcuno si spinge oltre e dice “delle bocche da sfamare”). Il circolo vizioso che ci prospettano, infatti, è il seguente: sempre più persone stanno avendo accesso alla carne, ovviamente per crescere questi animali destinati alla macellazione, vi è necessità di mangimi. Maggiori quantità di mais, ad esempio, per l’alimentazione animale significa minori quantità di cibo (di base) per gli essere umani. E questo da un lato impoverisce l’offerta e amplifica la domanda, facendo infuocare i prezzi.

Siamo proprio sicuri che sia così? O, come sempre, esistono altre cause, altre concause che rendono il problema di sicuro ancora più complesso, ma che di certo lo sottraggono a valutazioni del tutto sommarie e populiste?

Se ne avete voglia, ripercorreremo qui in dettaglio cosa sia accaduto (in modo facilmente prevedibile) ai prezzi delle materie prime alimentari.

I filoni principali che ripercorreremo qui sono due: da un lato il biofuel, dall’altro la speculazione finanziaria.

Fino agli inizi degli anni ’90, esisteva una legislazione del commercio internazionale che tutelava in modo rigoroso gli scambi e le contrattazioni sui futures legati alle materie prime alimentari. Nel breve volgere di qualche anno, tuttavia, queste regole hanno cominciato ad essere disattese se non del tutto ignorate. Sappiamo bene quanto sia difficile la regolamentazione dei mercati finanziari, a maggior ragione in un contesto di economie emergenti. E’ qui che si crea il primo strappo, fatale, per i prezzi delle materie prime alimentari: questi futures sulle commodities sono diventati veri e propri strumenti derivati che banchieri, hedge fund e investitori hanno cominciato a trattare al pari di altri derivati. Compro, rivendo, speculo. Compro, rivendo, speculo.

Una piccola nota storica. La “speculazione” sulle commodities è sempre esistita, ma fino a che il mercato fu protetto, si trattò di una “speculazione” sana e utile. In pochissime parole, l’agricoltore vendeva anticipatamente il proprio raccolto ad un investitore. Si “scommetteva” sul raccolto: in caso di raccolto superiore alla media, agricoltore e investitore registravano un profitto. In caso di raccolto al di sotto della media, l’agricoltore vedeva il proprio rischio ridotto (grazie all’intervento dell’investitore).

Come detto, dalla seconda metà degli anni ’90, la regolamentazione sui mercati delle commodities è venuta meno, quest’onda è partita soprattutto dagli ambienti economico-finanziari anglosassoni e nordamericani. Ed è qui che entrano in gioco i derivati che, quindi, consentono la contrattazione sugli strumenti sottostanti. E questo ha significato una ed una cosa soltanto: da un certo punto in poi, hanno cominciato a trattare di materie prime alimentari, persone e organizzazioni completamente avulse dal sistema produttivo agricolo.

All’atto pratico cosa significa? Significa che grano, granoturco, olio di semi ecc. vengono trattati similmente a petrolio, oro e altri metalli da lavorazione.

Ma la corsa verso il disastro non è ancora finita, anzi il treno è a piena velocità verso il punto di impatto, anche se questo non è ancora visibile.

Nel 2006 l’America comincia a notare la marea montante dei sub-prime: la crisi è dietro l’angolo ed ecco che i fondi di investimento decidono di investire miliardi di dollari in qualcosa di più sicuro: le commodities alimentari.

Sentiamolo dalle parole2 di Mike Master, manager della Masters Capital Management:

We first became aware of this [food speculation] in 2006. It didn’t seem like a big factor then. But in 2007/8 it really spiked up

In italiano: “Ci siamo accorti per la prima volta di questa speculazione alimentare nel 2006. Allora non sembrava avere molto peso. Tuttavia nel 2007-2008 è realmente schizzata verso l’alto”.

Ma il danno, a quel punto, era già stato fatto.

Mike Master nel 2008 testimoniò di fronte al Senato americano, proprio per lanciare l’allarme sulla speculazione sulle materie prime alimentari. Disse:

Most of the business is now speculation – I would say 70-80%

Il 70/80% degli scambi era ascrivibile alla speculazione.

In caso di mancato raccolto, per via di incendi o alluvioni, l’oscillazione storica del prezzo per bushel si aggirava intorno ad un dollaro. Ovviamente, a questo punto, per ogni singola notizia negativa sui raccolti futuri, il prezzo può variare fino ad aggiuntivi 2 o 3$ a copertura di eventuali minori introiti. Il prezzo schizza alle stelle e il mercato diventa immensamente volatile.

A complicare ulteriormente la situazione ci si è messo anche il divieto per USA e UE di accumulare grano e mais oltre una certa soglia. E sapete perchè? Per i biofuel. Gli Stati Uniti, in particolare, sostengono economicamente la produzione di biofuel, tramite un notevole flusso di sussidi. Proprio per questo motivo, il WTO ha imposto un limite massimo ai sussidi erogabili e una quantità massima di granoturco accantonabile come scorta. E il pasticcio è doppiamente servito. Alla volatilità dei prezzi, derivante dalla speculazione così come ve l’abbiamo spiegata sopra, si aggiunge la volatilità data dall’assenza di scorte alimentari sufficienti, creando improvvisi shortage che non fanno altro che amplificare ulteriormente la corsa al rialzo dei prezzi.

A ciò si aggiunga che per produrre biofuel si sottrae terreno coltivabile per gli esseri umani. Ovviamente questo aspetto agisce dal lato dell’offerta, comprimendola e contribuendo all’aumento dei prezzi.

Ricapitolando3 ,4 ,5 ,6 ,7 . La speculazione, da metà degli anni ’90 ha accumulato tutte le variabili possibili ed immaginabili affinchè si preparasse, alla prima occasione disponibile, una bella bolla speculativa sulle materie prime alimentari. Quindi maggiore volatilità dei prezzi e formazione del prezzo per più di tre quarti dovuta a fattori finanziari, anzichè produttivi. A quanto detto poc’anzi, si aggiunga la crescente produzione di biofuel che, da un lato, impoverisce l’offerta di materie prime alimentari, dall’altro lato contribuisce ad aumentarne ulteriormente la volatilità.

Per dirlo con le parole chiarissime di Deborah Doane, direttore del World Development Movement:

People die from hunger while the banks make a killing from betting on food

Ovvero, la gente muore di fame, mentre le banche commettono un omicidio scomettendo sul cibo.

Ironia della sorte, l’organo preposto a far sentire la propria voce su scala globale, l’ONU, rimane piuttosto neutro e formale di fronte a questi accadimenti. Qualche mese fa, un comunicato recitava:

Apart from actual changes in supply and demand of some commodities, the upward swing might also have been amplified by speculation in organised future markets

In italiano: “A parte gli effettivi cambiamenti nella domanda e nell’offerta di alcune commodities, il trend al rialzo potrebbe essere stato amplificato anche dalla speculazione all’interno di mercati organizzati dei futures”.

Potrebbe, potrebbe. Ma come abbiamo visto, e come ci hanno spiegato analisti, economisti e traders, invece è proprio così che è andata questa vicenda. E che andrà avanti. Il risvolto negativo di questa speculazione è che al momento non si vede proprio come potrebbe essere fermata. A fronte di questa mancanza di regolamentazione, i prezzi delle materie prime alimentari potrebbero aumentare ancora, qualcuno dice di un ulteriore 40% entro il 2020.

Concludendo, con una duplice manovra potremmo far fronte all’attuale ondata speculativa sulle commodities alimentari. Da un lato aumentando l’offerta, ovvero incrementando la superficie coltivabile (e gli esperti ci dicono che sia possibile). Dall’altro lato riducendo la domanda. Ma attenzione, non riducendo le bocche da sfamare come cinicamente sostiene qualcuno, bensì riducendo la quantità di alimenti che vengono convertiti in biofuel. Parallelamente bisognerebbe porre fine alla speculazione finanziaria, ad esempio introducendo nuovamente limiti massimi alla quantità di futures contrattabili.

In tutto questo il global warming antropico ha qualche ruolo? Mi sento di dire che chi utilizza gli attuali moti insurrezionali in nord Africa per dimostrare l’esistenza dell’AGW, si sbaglia di grosso. Il ragionamento è: la gente scende in piazza perchè non può comprare il pane, noi vi avevamo detto che l’AGW avrebbe ridotto la quantità di cibo, ecco che l’AGW è vero e concreto. Al contrario, è vero che le condizioni meteorologiche possano influire negativamente (ma anche positivamente, è il rischio di impresa) sui prezzi delle materie prime. Fino agli anni ’90, questi fenomeni contribuivano relativamente alla volatilità dei prezzi, oggi per colpa della speculazione ne sono la causa pressoché unica.

Prima di invocare Malthus, o puntare il dito verso la CO2, forse, sarebbe meglio fare un po’ i conti in tasca alla nostra finanza.

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  1. http://faostat.fao.org/site/567/DesktopDefault.aspx?PageID=567#ancor []
  2. http://hsgac.senate.gov/public/_files/052008Masters.pdf []
  3. http://www.guardian.co.uk/global-development/2011/jan/23/food-speculation-banks-hunger-poverty []
  4. http://www.globalpolicyjournal.com/blog/18/02/2011/high-food-prices-cause-and-result []
  5. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704803604576077751817700340.html?KEYWORDS=food+prices []
  6. http://www.msnbc.msn.com/id/23632933/ns/politics-capitol_hill/ []
  7. http://futures.tradingcharts.com/chart/CW/M?anticache=1298206354 []

Già, perché a questo sembra sia ridotta la finanza internazionale, una rapa. Lo dico da assoluto inesperto, un pensiero che scaturisce semplicemente da quanto viene quotidianamente riportato dai media. L’ultima pessima notizia sembra essere l’imminente (per qualcuno sarebbe già accaduto) default della Grecia, travolta dal debito generato da una sconsiderata gestione della cosa pubblica e da investitori internazionali, i soliti noti, che non si sono certo fatti scrupolo di approfittare di tale atteggiamento. Non sono da meno le preoccupazioni per la bolla immobiliare cinese che sarebbe pronta a scoppiare e per i debiti sovrani di molti altri stati, tutti colpevoli, chi più chi meno, di aver allungato veramente troppo il passo rispetto a quello che le loro gambe consentivano, continuando ad immettere moneta in un sistema che ha da tempo esaurito la necessaria contropartita, ovvero la capacità di produrre ricchezza.

Ora, tra le onde di un mare in tempesta, sorge il problema di trovare un porto sicuro per quanti operano sui mercati finanziari, per poter trascorrere al riparo i prossimi mesi in attesa di tempi migliori. Sembrerà assurdo, ma questa sicurezza, qualcuno pensa che possa venire dalle previsioni meteorologiche, o meglio dalle previsioni stagionali, con specifico riferimento alla prossima stagione degli uragani. Mi spiego meglio. Due meteorologi americani da tempo avvezzi a tradurre i loro outlook in qualcosa di monetizzabile per i mercati, hanno previsto una stagione degli uragani più intensa di quelle degli anni recenti1. I danni che questi eventi dovrebbero causare nell’area del Golfo del Messico, potrebbero essere causa di una forte impennata dei prezzi delle commodities, petrolio in primis per la grande quantità di raffinerie presenti nell’area, poi a seguire le altre materie prime fossili che diverrebbero quindi più preziose, e infine anche i generi alimentari, in particolare le colture di arance della Florida. Tutto ciò, quando manca ancora un mese all’emissione delle previsioni ufficiali della NOAA sulla prossima stagione degli uragani2.

Nel 2005, ma non solo, andò così. La stagione fu particolarmente provvida -si fa per dire- di uragani e tempeste tropicali, e i mercati internazionali ne risentirono parecchio. A seguire però ci sono state, specie nel 2006, ma anche l’anno scorso, delle stagioni decisamente sotto media, a conferma della estrema e piuttosto impredicibile variabilità interannuale cui sono soggetti questi eventi. Uno degli strumenti di prognosi, forse l’unico, che è possibile valutare per fare qualche proiezione sulla stagione degli uragani è l’andamento dell’indice ENSO, cioè le oscillazioni della temperatura di superficie delle acque del Pacifico equatoriale. El Niño (oscillazione positiva o fase calda), il bambinello che sguazza nell’Oceano Pacifico ormai da mesi sta per salutarci, tutte le previsioni lo danno in esaurimento per la fine di questa primavera. Un po’ meno certo ciò che verrà dopo. Alcuni modelli optano per una fase di ENSO neutra, altri invece prevedono che arrivi la sua sorellina, la Niña (oscillazione negativa o fase fredda)3.

Con specifico riferimento all’area atlantica, una fase fredda delle acque del Pacifico equatoriale è normalmente associata a stagioni degli uragani piuttosto vivaci, che possono tradursi (ma non sempre è così) in un maggior numero di eventi che arrivano a toccare le coste degli Stati Uniti. Diverso e di segno opposto il discorso sulle teleconnessioni delle fasi calde, che questo aumento lo registrerebbero nell’area degli Oceani Indiano e Pacifico4.

Il National Hurricane Center della NOAA fissa ufficialmente l’inizio della stagione degli Uragani in Atlantico nel mese di giugno, per farla terminare alla fine di novembre, perciò, quella che sta per arrivare potrebbe essere una stagione con fase neutra o debolmente fredda delle acque del Pacifico equatoriale. Dico debolmente perché, nonostante quei modelli che optano per una transizione verso la Niña vedano un evento con fase apicale abbastanza intensa, difficilmente tale transizione potrà essere tanto rapida da poter propagare i suoi effetti con la stagione degli uragani ancora in corso. E’ più probabile, se queste proiezioni sono corrette, che con la bambinella dovremo farci i conti nella prossima stagione invernale.

Va inoltre detto che questi sistemi di prognosi, mostrano ottime capacità di “seguire” l’evoluzione degli eventi una volta iniziati, ma soffrono parecchio nell’intercettarne l’insorgenza, ovvero le fasi iniziali. Se l’ENSO entrerà quindi in fase neutra non sarà semplice capire quando e se a questa seguirà una fase fredda piuttosto che un magari debole nuovo riscaldamento. Dal punto di vista meramente statistico, con l’Oscillazione Decadale del Pacifico -altra ciclicità di lungo periodo di quelle acque- anch’essa in fase negativa, sarebbe più probabile l’insorgere di una fase fredda, perché con PDO negativa sono più frequenti le Niñas che i Niños.

A questo punto sarà forse chiaro quanta incertezza regni in questo settore. Traslare questa incertezza in campo finanziario, più che l’indicazione di un porto sicuro, sembra veramente un’avventatezza, un modo come un altro per fornire occasioni di speculazione dai risultati che definire incerti è un eufemismo. L’ennesimo coniglio dal cilindro di un mercato che non sa più a che santo votarsi per proporre possibilità di realizzazione che facciano dimenticare, almeno per qualche mese, che il sistema è prossimo al collasso, o forse, Grecia docet, già collassato. Per dirla in breve, sembra si tratti di finanza perché c’è la borsa di mezzo, ma in realtà è un sistema molto più vicino a quello delle scommesse on line.

Non credo, e sia chiaro che ora torno a rivestire i panni di colui che ci capisce molto poco, che la via per mettersi al sicuro da questa fase così difficile e turbolenta della finanza internazionale sia puntare su ciò che si presume di sapere di un settore complesso come quello delle dinamiche del clima nel medio periodo. Può darsi che i due meteorologi americani abbiano ragione, ma non si dovrebbe trascurare il fatto che se così non fosse, i prezzi delle commodities nel frattempo salirebbero comunque e non per loro penuria, quanto per l’inevitabile frenesia che sarebbe indotta dall’aumento della domanda. Questo avrebbe una ovvia ricaduta sui consumi, per di più in un periodo di crisi, provocando disagi forse ancora peggiori di quelli che potrebbero essere provocati da una stagione degli uragani veramente intensa.

Non so, ma non credo che la soluzione per ridurre il rischio sia applicarvi un coefficiente di moltiplicazione, a meno che, proprio come è accaduto in passato, non si agisca sapendo che comunque, alla fine, chi si assumerà questo rischio sarà qualcun altro, guarda caso, proprio come è accaduto per gli eventi che hanno dato il via alla crisi finanziaria.

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  1. http://typhoon.atmos.colostate.edu/forecasts/2010/april2010/apr2010.pdf []
  2. Anche qui sul Financial Times []
  3. http://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/analysis_monitoring/lanina/enso_evolution-status-fcsts-web.pdf []
  4. http://www.aoml.noaa.gov/hrd/Landsea/elnino/ []