Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

Blog
  • fiori

I prati, le foreste, le aree rurali, chissà quante volte vi sarà capitato di recepire delle sensazioni olfattive particolari girando lontano dagli insediamenti urbani. Bene, quel profumo, scrivono gli autori di una letter appena pubblicata su Nature Geoscience, è in grado di mitigare il riscaldamento globale.

 

Warming-induced increase in aerosol number concentration likely to moderate climate change

 

Si parla di feedback, cioè di quei meccanismi possibilmente innescati dall’aumento delle temperature che possono potenziare o limitare, come in questa fattispecie, l’ampiezza della stessa causa che li ha generati. Come molti sanno e come ci è capitato di scrivere più volte, la potenziale pericolosità del riscaldamento globale non è direttamente ascrivibile alla relazione esistente tra l’incremento dei gas serra e la temperatura, perché questa è tale da generare un aumento delle temperature non molto significativo. Il problema, piuttosto, verrebbe dall’innesco di feedback con prevalente segno positivo, cioè in grado di amplificare l’entità del riscaldamento. Questo almeno è quanto scaturisce dalle simulazioni climatiche, strumenti essenzialmente “istruiti” con una sensibilità climatica – leggi entità del risaldamento del sistema al raddoppio della CO2 – dominata da fattori di amplificazione e quindi piuttosto elevata.

 

Continue reading “Il fresco profumo della Natura” »

  • lewis as an outlier

Un paio di settimane fa abbiamo parlato del nuovo paper pubblicato sulla rivista dell’AMS a firma di Nick Lewis sulla sensibilità climatica. Uno studio che va a collocarsi tra quelli che, specie negli ultimi tempi, sono orientati a descrivere il sistema climatico come scarsamente sensibile al forcing antropico. Per sensibilità climatica, lo ripetiamo per quanti non dovessero essere addentro al problema, si intende il riscaldamento atteso in ragione di un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera rispetto ai valori pre-industriali e scaturisce dalla somma del contributo diretto della CO2 più quello, amplificante o mitigante, di tutti i meccanismi (noti e non) che si metterebbero in moto in ragione di questo contributo. E’, di fatto, il tema centrale del dibattito sulle origini del riscaldamento globale e, soprattutto, sulla sua evoluzione.

 

A dimostrazione del fatto che la questione sia tutt’altro che conclusa, anche questo paper ha suscitato un vibrante dibattito nell’ambiente scientifico. La discussione si è accesa molto rapidamente, come ormai accade spesso da quando la rete si è popolata di ambienti di discussione cui contribuiscono anche molti autorevoli scienziati, segnando una volta di più dei punti in favore del libero scambio delle informazioni anche al di fuori dei normali canali delle pubblicazioni scientifiche.

 

Continue reading “Un clima insensibile ma di gran moda” »

  • lewis_2013_fig1

Se a qualcuno fosse sfuggito, per quanto vi si voglia girare intorno, per quanto lo si possa arricchire con scenari catastrofici e risibili analogie con un clima attuale tutt’altro che disfatto, il tema del riscaldamento globale, mutato successivamente in cambiamenti climatici per latitanza del riscaldamento e poi in disfacimento climatico per comodità di comunicazione, è riassumibile in un unico problema: quanto si può scaldare il Pianeta in ragione dell’accresciuta concentrazione di gas serra (specie CO2) in atmosfera?

 

I più scaltri avranno già capito, anche oggi parliamo di sensibilità climatica, appunto il parametro che dovrebbe rappresentare quel “quanto”. Torniamo a farlo perché questo tema, in realtà molto tecnico, sta conoscendo una discreta diffusione anche sui sistemi di comunicazione generalisti specie nell’ultimo periodo, grazie all’eccellente pagina pubblicata sull’Economist un paio di settimane fa. In soldoni, più passa il tempo, più aumentano le conoscenze in questo settore. Questo potrà forse far sentire sollevati quanti pensano che si stia camminando sull’orlo del baratro climatico, perché questo miglioramento del livello di comprensione scientifica il baratro lo sta allontanando, nel senso che, man mano, l’aumento di temperatura “atteso” in ragione di un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto ai livelli pre-industriali, si sta riducendo. Infatti, ci si sta avvicinando sempre di più al limite inferiore delle stime comprese tra 1,5 e 4°C dell’ultimo report IPCC (con valore più probabile di 3°C).

 

Continue reading “Insensibilità climatica” »

  • tempesta-di-vento

Alcuni giorni fa abbiamo rilanciato un articolo uscito sull’Economist che con molto equilibrio ha messo in chiaro quale sia lo stato dell’arte della conoscenza in materia di sensibilità climatica, cioè di quell’aspetto cruciale della scienza del clima con cui si dovrebbe quantificare la resilienza del sistema al forcing delle attività umane. La sensibilità climatica è infatti definita come il riscaldamento atteso in ragione di un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto al periodo pre-industriale.

 

Come forse noto, le stime dell’IPCC coprono un range che va da 1,5 a 4°C, con il valore più probabile attorno a 3°C. Già l’ampiezza della forchetta la dice lunga su quanto sia ancora elevata l’incertezza su questo aspetto fondamentale, ma questo non ha impedito al circo clima-catastrofista di fissare in base al famoso quanto assai poco scientifico principio di precauzione il limite massimo del riscaldamento sostenibile dal sistema in 2°C, promuovendo tutta una serie di ancora meno scientificamente solide azioni di mitigazione per limitare eventuali danni indotti da un problema che, evidentemente, si conosce molto poco.

 

Ora sta per uscire il 5° report dell’IPCC e ci sono elevate probabilità che vi siano inseriti i risultati di una serie di studi recenti e scientificamente robusti che puntano decisamente verso una sensibilità climatica più bassa, ovvero molto prossima al valore più basso della forchetta che abbiamo indicato poche righe fa.

 

Accade così che qualcuno stia rivedendo gradualmente le sue posizioni, nel tentativo di riconfigurarsi nei confronti di una discussione che sta prendendo una piega diversa da quella della catastrofe prossima ventura che soltanto pochi anni fa, appunto con l’uscita del 4° report IPCC, molti davano per scontata.

 

L’ultimo della serie è Geoffrey Lean, giornalista ambientale britannico di lunghissima militanza catastrofica. Il suo ultimo post si intitola così:

 

Global warming: time to rein back on doom and gloom?

Climate change scientists acknowledge that the decline in rapid temperature increases is a positive sign

 

Nel testo, che potete leggere interamente qui, tutte le perplessità di cui anche sulle nostre pagine discutiamo da anni e per le quali più di qualche pennuto catastrofista nostrano continua ad assegnarci epiteti di vario genere. Pur con il cronico ritardo che endemicamente caratterizza la nostra stampa – che magari però potrà ridursi grazie alle nuove tecnologie ed al traduttore automatico di google – attendiamo fiduciosi che la questione sia compresa anche dalle nostre parti. Non c’è fretta, facciano pure con comodo.

  • Economist

Un articolo, uno fra tanti, ma con una caratteristica particolare. E’ obbiettivo, rispecchia lo stato dell’arte della conoscenza delle cose, non trascura le preoccupazioni in ordine alla presunto peso delle attività umane sul clima, mette in luce le debolezze che la teoria delle origini antropiche dei cambiamenti climatici sta mostrando e, insomma, parla chiaro. E lo fa ponendo l’accento sulla sensibilità climatica, sul fatto che nonostante il presunto forcing antropico continui a ruggire il Pianeta ha smesso da un pezzo di scaldarsi, costringendo anche molti dei duri e puri del movimento-salva-pianeta ad ammettere che in effetti c’è qualcosa che non torna.

 

Vale la pena fare una riflessione, anzi due. La prima, ovvero il problema che tutti dovremmo porci: ma se le tanto osannate premonizioni climatiche (perché questo sono, fatevene una ragione!) si dovessero dimostrare sbagliate, che diavolo ce ne faremo di tutti gli “accessori” che ci siamo inventati? Di che utilità sarà aver contribuito a mettere in ginocchio l’economia del nostro sistema sociale? La seconda, ma perché diavolo non è possibile leggere qualcosa di simile sui nostri media?

 

Non ho una risposta da darvi, spero solo che sia questione di tempo, che magari con il nostro cronico ritardo possiamo arrivarci anche noi. Per adesso, l’unico consiglio che ho da darvi è di leggerlo. Ecco qua:

 

The Economist – A sensitive matter

 

  • dettagli

Si dice, o meglio si sente dire, che i cambiamenti climatici siano scientificamente definiti, che le origini antropiche delle recenti dinamiche del clima siano ormai accertate. Quel che resta, dicono, è concentrarsi sui dettagli, cioè su come e dove il  global warm… no, cambiamento climat… no, disfacimento climatico colpirà. A meno che, dicono sempre, non si agisca ora e subito mettendo in pratica sostanziali azioni di mitigazione del nostro sciagurato contributo, prima tra tutte, ovviamente, la riduzione delle emissioni di gas serra.

 

I quali, invece, continuano ad aumentare, mentre le temperature, guarda un po’ non aumentano più. Sorge il dubbio che a qualcuno sia sfuggito qualcosa. Forse il sistema climatico è un po’ meno sensibile all’azione umana di quanto si ritiene. Questo non mi pare esattamente un dettaglio.

 

Continue reading “Per la gioia di chi pensa ai dettagli” »

  • stop-global-warming

I lettori più assidui di questo blog ricorderanno che qualche giorno fa abbiamo commentato l’apparizione nella blogosfera climatica della bozza di secondo ordine del futuro 5° Report IPCC. Un documento interessante, oltre che per il suo valore intrinseco, anche per quello che si potrebbe definire un accenno di cambiamento di rotta rispetto alle monolitiche convinzioni che hanno accompagnato nel recente passato il lavoro del Panel.

 

Ad oggi, tuttavia, non è dato sapere se questo cambiamento riguarderà anche uno degli argomenti più centrali in ordine al dibattito sul clima, ovvero la sensibilità climatica, cioè la stima dell’aumento delle temperature medie superficiali che sarebbe lecito attendersi per un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto all’era pre-industriale.

Continue reading “Uhm…due gradi in più sono comunque meglio di niente…” »

  • Satellite

Si chiama Cicero il Center for International Climate and Environmental Research di Oslo, ed è il posto da dove arriva il sasso nello stagno di oggi. Uno stagno, quello della catastrofe climatica, che sta diventando sempre più mosso. Pare infatti siano lontani anni luce i giorni in cui non passava giorno che qualcuno non tirasse fuori qualche nuova e mirabolante ricerca per dirci che nel breve volgere di qualche anno avremo fatto la fine del tacchino al forno.

 

Adesso succede esattamente il contrario e la spiegazione è semplice. Fino alla fine degli anni ’90, le temperature medie superficiali del Pianeta salivano senza tregua e tutti cercavano di spiegarci dottamente il perché. Adesso che hanno smesso di farlo, i dotti più irriducibili di allora ci dicono che tanto prima o poi ricominceranno a salire, mentre quelli di oggi cercano di capire cosa stia accadendo.

Continue reading “CICERO pro domo nostra” »

E’ uscito su Science un nuovo articolo firmato da John Fasullo e Kevin Trenberth:

A Less Cloudy Future: The Role of Subtropical Subsidence in Climate Sensitivity

Sui media lo troviamo come sempre in una forma un po’ diversa, con Science Daily che riprende pari pari il comunicato stampa dell’NCAR: Future Warming Likely to Be On High Side of Climate Projections, Analysis Finds

Come spesso accade, tanto nel comunicato stampa quanto nelle successive riproduzioni dei media, si cerca di mettere in risalto le parti più ad effetto dello studio in questione, anche se queste nello stesso sono piuttosto marginali. Questo è ovviamente fisiologico, anche se qualche volta ci piacerebbe che non accadesse. Vediamo di cosa si tratta.

Allo stato attuale della conoscenza, con riferimento alle proizioni climatiche, l’elemento di maggiore incertezza è rappresentato dall’impossibilità di quantificare con precisione la sensibilità climatica, che per definizione identifica la risposta del sistema climatico in termini di riscaldamento al raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto ai livelli pre-industriali. La difficoltà consiste nell’identificazione delle dinamiche e della magnitudo dei feedback radiativi, cioè di quei processi di potenziamento/mitigazione del riscaldamento che si suppone debbano realizzarsi nel sistema in risposta ad uno squilibrio positivo del bilancio radiativo del Pianeta. Il più significativo di questi feedback, ma anche il più incerto, è il feedback delle nubi. La nuvolosità, infatti, ha il duplice ruolo di riflettere la radiazione solare e di trattenere la radiazione uscente dalla superficie, con un effetto complessivamente raffreddante. Ma la nuvolosità è la manifestazione visiva della presenza di vapore acqueo in atmosfera, per cui una modifica del tipo e della quantità di nubi presenti su vasta scala può modificare l’ampiezza di questo effetto generalmente raffreddante, di fatto amplificando il riscaldamento.

Continue reading “Sarà, naturalmente, peggio del previsto” »

Dal blog di Roy Spencer:

[blockquote]

Dopotutto, se un modello climatico non riesce nemmeno a soddisfare il Primo Principio della Termodinamica, e il riscaldamento globale è sostanzialmente un processo di conservazione dell’energia (l’accumulo netto di energia genera riscaldamento), come possono i modelli 3D essere utilizzati per spiegare o prevedere i cambiamenti climatici? Non capisco come la comunità scientifica dell’IPCC possa continuare a dribblare questa dissonanza cognitiva di massa.

[/blockquote]

A questa significativa e piuttosto forte affermazione Spencer arriva esponendo i tratti salienti di una nuova pubblicazione che lui e il suo team hanno appena proposto al Journal o Geophisycal Research. Si tratta di uno studio che utilizza un modello monodimensionale (1D) di forcing-feedback- diffusione delle variazioni delle temperature oceaniche a 2000 metri di profondità per spiegare le variazioni delle temperature oceaniche registrate dal 1955.

Secondo quanto riportato da Spencer, questo modello ha il pregio di conservare l’energia, cosa che, come abbiamo letto (ma se volete sincerarvi potete andare a leggere qui) i modelli impiegati dall’IPCC pare non riescano a fare. La domanda a cui hanno cercato di rispondere nel loro lavoro è centrale: “Quale combinazione di (1) forcing, (2) feedback (sensibilità climatica) e (3) diffusione oceanica (rimescolamento verticale) spiega meglio le temperature di superficie globali di Levitus et al. dal 1955?”. Questi sono i tre processi che controllano le temperature medie superficiali globali alle scale temporali più lunghe.

Utilizzando gli stessi forcing del progetto di modellazione del clima CMIP5 Spencer dice di aver ‘trovato’ valori di sensibilità climatica (risposta delle temperature in relazione ad un raddoppio della CO2) simili a quelle dell’IPCC, ma con una differenza importante. Avendo introdotto le serie storiche dell’ENSO nel ruolo di pseudo-forcing ricavandone un risultato che definisce “non proprio consistente” con quello dell’IPCC. Nessun dettaglio in più almeno per ora, purtroppo, salvo una mera indicazione che l’introduzione di queste serie sembra riportare un segnale di disturbo alla comprensione della sensibilità climatica e delle origini del cambiamento climatico.

Ciò significa che per sapere di cosa si tratta in termini di risultati dovremo aspettare l’eventuale pubblicazione sul JGR. Per inciso Spencer riporta anche di un rifiuto da parte del GRL di una versione più breve del loro paper in quanto giudicato inadatto alla rivista, quindi non in relazione ad un processo di revisione ma per ragioni di linea editoriale.

Vedremo, può anche darsi che il paper appaia sul web, come pare andar di moda recentemente.