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L’aumento delle temperature globali in coincidenza con il calo dell’albedo planetario

Evidenze, dubbi sulle cause e strategie gestionali

Di Simone Parisi e Luigi Mariani

Questo commento prende in esame tre recenti articoli dedicati alle variazioni del bilancio energetico terrestre e al ruolo dell’albedo planetario nel riscaldamento osservato negli ultimi decenni: Loeb et al. (2024), Nikolov e Zeller (2024) e Bellocchi et al., (2026).

Il calo dell’albedo planetario secondo Loeb et al. (2024)
Loeb et al. documentano, sulla base delle osservazioni satellitari del sistema CERES, un significativo aumento dello squilibrio energetico della Terra al TOA (Top of the Atmosphere) nel periodo successivo al 2000. Gli autori mostrano che tale aumento è associato soprattutto a un incremento della radiazione solare assorbita (ASR, Absorbed Shortwave Radiation), a sua volta connesso a modificazioni della copertura e della riflettività delle nubi, mentre l’aumento della radiazione infrarossa uscente (OLR, Outgoing Longwave Radiation) compensa solo parzialmente tale incremento. Più nello specifico, Loeb et al. evidenziano che lo squilibrio energetico terrestre è passato da 0,5 ± 0,2 W m⁻² nel primo decennio delle osservazioni CERES (marzo 2000-febbraio 2010) a 1,0 ± 0,2 W m⁻² nel decennio più recente considerato (gennaio 2013-dicembre 2022). L’aumento dello squilibrio è il risultato di un incremento di 0,9 ± 0,3 W m⁻² dell’ASR, parzialmente compensato da un incremento di 0,4 ± 0,25 W m⁻² dell’OLR. La variazione della radiazione solare incidente al TOA è invece risultata trascurabile (0,02 ± 0,09 W m⁻²).
L’aumento dell’ASR nell’emisfero settentrionale è associato principalmente a una diminuzione della frazione e della riflettività delle nubi stratocumuliformi e medie nelle regioni subtropicali, nonché delle nubi basse e medie alle medie latitudini. Le variazioni risultano particolarmente marcate sull’Oceano Pacifico orientale e settentrionale, dove coincidono con significativi aumenti della temperatura superficiale del mare (SST). La diminuzione della frazione nuvolosa e l’aumento delle SST nelle regioni subtropicali dell’emisfero settentrionale determinano inoltre un aumento dell’OLR proveniente dalle regioni prive di nuvole, che compensa parzialmente l’aumento dell’ASR.
Nell’emisfero meridionale, l’aumento dell’ASR è invece associato soprattutto alla diminuzione della riflettività delle nubi medie e, in misura minore, alla riduzione della riflettività delle nubi basse. Le variazioni dell’OLR risultano in questo caso deboli e tendono in larga parte a compensarsi.
È importante sottolineare che Loeb et al. non attribuiscono la variazione osservata dell’ASR esclusivamente alla diminuzione della nuvolosità. La loro analisi mostra infatti che le variazioni del bilancio radiativo al TOA riflettono la combinazione di modificazioni delle nubi, del vapore acqueo, dei gas in traccia, dell’albedo della superficie e degli aerosol, insieme agli effetti di forzanti radiative, feedback climatici e variabilità interna. Gli autori sottolineano inoltre che, sulla base delle sole osservazioni, è difficile isolare completamente i singoli processi responsabili delle variazioni osservate.
Nel corso del periodo osservativo si distinguono tre fasi: il cosiddetto hiatus (2000-2010), la fase di transizione verso l’El Niño (2010-2016) e il periodo post-El Niño (2016-2022). Le variazioni dell’ASR e dell’OLR sono risultate molto diverse nelle tre fasi, mentre il trend del flusso netto al TOA è rimasto sorprendentemente stabile, entro circa 0,1 W m⁻² per decennio. Gli autori interpretano tale risultato come indicativo di un’accelerazione relativamente persistente del riscaldamento climatico, pur sottolineando che il record CERES è ancora troppo breve per stabilire quanto questa caratteristica sia robusta nel lungo periodo.

Figura 1 – Anomalia dell’albedo globale della Terra ricavata dal dataset CERES EBAF 4.2, calcolata dividendo l’anomalia della radiazione solare riflessa all-sky per il flusso solare incidente medio globale al TOA (ovvero l’insolazione globale) e moltiplicando la frazione risultante per 100 per convertirla in percentuale. Questa è la procedura descritta da Nikolov e Zeller per il calcolo dell’albedo riportato nella loro Figura 1.

L’ipotesi di Nikolov e Zeller
Nel contesto appena descritto merita attenzione l’interpretazione proposta da Nikolov e Zeller (2024). Gli autori analizzano le variazioni dell’albedo planetario e della radiazione solare assorbita utilizzando i dati CERES e le confrontano con le variazioni della temperatura media globale dell’aria superficiale (GSAT).
Secondo la loro analisi, la diminuzione dell’albedo planetario osservata dal 2000, insieme alle variazioni della Total Solar Irradiance (TSI), sarebbe sufficiente a spiegare il 100% del trend di riscaldamento globale osservato nel periodo 2000-2023 e circa l’83% della variabilità interannuale della GSAT dopo avere tenuto conto, almeno parzialmente, del ritardo temporale tra variazioni dell’assorbimento solare e temperatura. Gli autori individuano inoltre nella variazione dell’albedo il fattore dominante, mentre le variazioni della TSI avrebbero un ruolo secondario e prevalentemente modulatorio.
Nikolov e Zeller riportano, sulla base del dataset CERES EBAF 4.2, una diminuzione dell’albedo planetario di circa 0,79% dal 2000, associata, secondo i loro calcoli, a un aumento dell’assorbimento della radiazione solare di circa 2,7 W m⁻². Essi sottolineano inoltre che la TSI mostra nel periodo considerato un trend pressoché nullo e variazioni molto più contenute rispetto a quelle osservate nell’assorbimento della radiazione solare.
Per quantificare la risposta della temperatura alle variazioni della radiazione solare e dell’albedo, Nikolov e Zeller utilizzano un modello matematico semi-empirico sviluppato a partire da dati planetari NASA relativi a corpi rocciosi e lune del Sistema Solare. Il modello descrive la temperatura media globale superficiale in funzione della TSI e della pressione atmosferica media superficiale; attraverso la sua differenziazione gli autori ricavano quindi le variazioni della temperatura associate ai cambiamenti della TSI e dell’albedo.
Applicando il modello ai dati CERES, gli autori sostengono che la temperatura globale osservata segue strettamente quella simulata sulla base delle variazioni di TSI e albedo e che, nel periodo 2000-2023, non sarebbe necessario introdurre un ulteriore contributo al riscaldamento per riprodurre il trend osservato. Da ciò Nikolov e Zeller traggono una conclusione molto più forte rispetto a quella di Loeb et al.: secondo la loro interpretazione, il riscaldamento globale osservato dal 2000 sarebbe riconducibile all’aumento dell’assorbimento solare determinato principalmente dalla diminuzione dell’albedo planetario, mentre il forcing radiativo attribuito ai gas serra non risulterebbe necessario per spiegare il trend osservato.
Gli autori estendono tale interpretazione anche all’Earth Energy Imbalance (EEI). Essi sostengono infatti che l’EEI, definito come differenza fra radiazione solare assorbita e radiazione infrarossa uscente al TOA, non rappresenterebbe un accumulo di energia dovuto all’intrappolamento radiativo operato dai gas serra, ma sarebbe riconducibile a processi di dissipazione adiabatica dell’energia termica associati al moto ascensionale dell’aria in un’atmosfera caratterizzata da pressione decrescente con la quota. Si tratta di una delle conclusioni teoriche centrali e più controverse del lavoro di Nikolov e Zeller e va pertanto attribuita esplicitamente ai due autori, senza presentarla come una conclusione condivisa dall’articolo di Loeb et al.
Un ulteriore elemento discusso da Nikolov e Zeller riguarda l’anomalia termica del 2023. Gli autori interpretano il forte aumento della temperatura di quell’anno come conseguenza di una marcata diminuzione dell’albedo, accompagnata da un modesto aumento della TSI, e considerano l’episodio caldo del 2023 una manifestazione particolarmente intensa dello stesso meccanismo che, secondo la loro analisi, avrebbe determinato il trend di riscaldamento degli ultimi 24 anni.
Nel loro articolo viene inoltre richiamata la posizione di Gavin Schmidt, direttore del NASA Goddard Institute for Space Studies, che ha sottolineato la difficoltà dei modelli climatici nel riprodurre l’anomalia termica del 2023. La citazione riportata da Nikolov e Zeller è quella dell’articolo di Schmidt pubblicato su Nature nel 2024.

L’articolo di Bellocchi et al. – dal calo dell’albedo da corpi nuvolosi alla gestione dell’albedo di superficie del nostro pianeta
Una recente analisi di Bellocchi et al. (2026) prende in esame la riduzione dell’albedo planetario, per la quale le evidenze disponibili a partire dall’inizio dell’era satellitare (1979) si sono sensibilmente irrobustite a partire dal 2000 grazie alle osservazioni CERES . Gli autori sottolineano il ruolo della progressiva contrazione di alcuni regimi nuvolosi riflettenti nell’aumento della radiazione solare assorbita dal sistema terrestre. Parallelamente, ricostruzioni paleoclimatiche della nuvolosità mediterranea relative agli ultimi secoli suggeriscono una progressiva riduzione della copertura nuvolosa dopo il massimo raggiunto intorno al 1600, durante la Piccola Era Glaciale (Diodato et al., 2025). Si tratta tuttavia di una ricostruzione caratterizzata da una significativa variabilità naturale e regionale, che non consente di ricondurre la variazione a un singolo fattore causale.
Bellocchi et al. (2026) evidenziano che, in condizioni di minore copertura nuvolosa, una maggiore quantità di radiazione solare raggiunge la superficie, accrescendo l’importanza radiativa dell’albedo superficiale. A differenza di molti fattori atmosferici, alcune caratteristiche radiative delle superfici terrestri sono modificabili attraverso le pratiche di gestione del territorio e le scelte progettuali, per cui gli autori propongono di integrare la considerazione dell’albedo superficiale nelle politiche e negli strumenti di valutazione climatica, affiancandola alla gestione del carbonio.
Tra gli interventi potenzialmente rilevanti rientrano alcune pratiche agricole, quali le colture di copertura e il mantenimento dei residui colturali, nonché l’impiego di materiali urbani ad alta riflettività e di coperture edilizie ad alto albedo. Tali interventi non presentano tuttavia effetti climatici necessariamente univoci: la modifica dell’albedo può produrre effetti di segno opposto rispetto a quelli derivanti dal sequestro o dalle emissioni di carbonio. Un esempio è rappresentato dalla riforestazione, che può determinare un rafforzamento del sequestro di CO₂ ma, in determinate condizioni, anche una riduzione dell’albedo e quindi un aumento dell’assorbimento della radiazione solare.
Ne deriva l’opportunità di un approccio integrato, nel quale gli effetti bio-geochimici e bio-geofisici delle trasformazioni del territorio siano valutati congiuntamente. Più che considerare l’albedo come una variabile direttamente “governabile” a scala planetaria, si tratta quindi di incorporare gli effetti radiativi delle modificazioni delle superfici terrestri nelle valutazioni climatiche e nelle decisioni di gestione del territorio.

Conclusioni
Gli articoli esaminati concordano nell’evidenziare il ruolo importante delle variazioni dell’assorbimento della radiazione solare e delle nubi nel cambiamento osservato del bilancio energetico terrestre nel periodo successivo al 2000, ma arrivano a interpretazioni differenti circa il significato fisico di tali variazioni.
Loeb et al. documentano osservativamente il raddoppio dell’EEI e mostra che l’aumento è associato soprattutto alla crescita dell’ASR, mentre l’OLR aumenta in misura tale da compensarne solo parzialmente l’effetto. Gli autori evidenziano in particolare il ruolo delle variazioni della copertura e della riflettività delle nubi, ma sottolineano che le osservazioni non consentono di separare completamente gli effetti di forzanti radiative, feedback e variabilità interna.
Nikolov e Zeller, utilizzando un modello semi-empirico alternativo, arrivano invece alla conclusione che le variazioni dell’albedo planetario e della TSI siano sufficienti a spiegare il trend di riscaldamento osservato dal 2000 e attribuiscono alla diminuzione dell’albedo un ruolo largamente dominante.
Il calo dell’albedo osservato negli ultimi decenni rinvia, a nostro avviso, alla necessità di una ricerca interdisciplinare volta a chiarire i meccanismi fisici che controllano l’albedo terrestre e, in particolare, la formazione e l’evoluzione delle nubi. Lo stesso articolo di Loeb et al. sottolinea la necessità di ulteriori osservazioni e di nuove simulazioni climatiche per comprendere perché il bilancio energetico terrestre stia cambiando a un ritmo così elevato.
Un punto particolarmente rilevante riguarda quindi l’origine delle variazioni della nuvolosità e dell’albedo. Loeb et al. osservano che i cambiamenti della copertura nuvolosa associati all’aumento delle SST possono rappresentare un feedback al cambiamento climatico, ma precisano che non è possibile escludere contributi derivanti da forzanti radiative o dalla variabilità interna.
Nikolov e Zeller, dal canto loro, ritengono che la comprensione delle dinamiche dell’albedo, e soprattutto delle nubi, costituisca un problema scientifico prioritario e avanzano l’ipotesi che possano intervenire anche forzanti cosmiche e solari attraverso meccanismi di interazione con la formazione delle nubi.
Da questo punto di vista, la questione centrale che emerge dai due lavori è dunque se la diminuzione dell’albedo osservata negli ultimi decenni debba essere interpretata prevalentemente come feedback del sistema climatico, come effetto di forzanti radiative antropiche, come espressione della variabilità interna, oppure come risultato di una combinazione di questi fattori. Le osservazioni disponibili documentano con chiarezza il cambiamento radiativo, ma la sua attribuzione causale rimane un problema più complesso e che richiederebbe ricerche interdisciplinari specifiche.
Bellocchi et al. (2026) infine propongono pratiche agricole, forestali e di gestione delle aree urbane finalizzate a regolare l’albedo planetario, introducendo pertanto una nuova categoria di pratiche di mitigazione dell’AGW che spesso si rivelano anche interessanti pratiche di adattamento (es: un maggior albedo urbano si traduce in un contenimento dell’isola di calore).

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Pubblicato inAttualitàClimatologia

26 commenti

  1. Nico

    Carl-Gustaf Rossby in un suo libro del 1959 (Atmosphere and Sea in Motion edited by Bert Bolin.“ nel capitolo Current problems in meteorology”):

    a) The assumption that our planet as a whole stands in firm radiation balance with outer space cannot be accepted without reservations, even if periods of several decades are taken into account.

    b) Anomalies in heat probably can be stored and temporarily isolated in the sea and after periods of the order of a few decades to a few centuries again influence the heat and water-vapour exchange with the atmosphere.

    • Luigi Mariani

      E’ senza dubbio un argomento molto interessante e che accredita l’idea degli oceani come grande volano termico.

  2. Brigante

    Grazie per il contributo illuminante su uno dei fattori tra i più determinanti, almeno nel breve periodo, di quelle che sono le oscillazioni del bilancio termico sole-terra.
    Nell’ambito delle assurde assurdità sugli effetti del cambiamento climatico, non potevo non postare quest’ultima “perla”: https://www.researchgate.net/post/NASA_suggests_magnetic_North_Pole_drift_is_caused_by_climate_change
    Chissà quanto hanno speso per arrivare a certe “conclusioni”.
    Grazie come sempre per il potente e pacato scambio di idee e concetti sulle discipline collegate al Clima e alla sua evoluzione.

  3. Andrea

    Per Luigi Mariani

    Grazie innanzitutto per avermi risposto circa i trend di raffreddamento e riscaldamento delle SST nord atlantiche visibili tramite i dati di prossimità delle alghe del Mar di Labrador.
    In allegato e in contro risposta, proprio osservando tale dato di prossimità viene naturale chiedersi quale sia stato il regime termico pre PEG e probabilmente considerando gli scritti di Le Roy Ladurie e Wolfgang Beringer oltre che da altri storici dl clima, c’è da considerare che i secoli XI e XII furono considerati i secoli caldi, quelli centrali dell’Optimum medievale e chissà, somiglianti a ciò che vale oggi in termini di regressione glaciale.
    Successivamente alla PEG si nota infatti un change point abrupto attorno alla metà del XIX secolo cui fa seguito un onda sinusoidale in crescita caratterizzata da fasi opposte.
    Lei considera come regime AMO post PEG l’onda sinusoidale in crescita o la vede maggiormente con una fase di transitoria da un regime più freddo, ovvero i secoli della PEG con le loro oscillazioni interne di riscaldamento e raffreddamento, ad un regime più caldo che forse oggi si inizia a vedere ?
    Io futuro nessuno lo conosce, ma se come il predecessore, questi stadi glaciali/secolari sono di durata secolare e plurisecolare, c’è si da aspettarsi nei prossimi anni o decenni una stabilizzazione delle T o una loro lieve flessione, ma pur sempre all’interno di un plateau di valori alti o del tutto similari a quelli odierni.

    • Luigi Mariani

      Estrapolando ai prossimi anni i trend degli ultimi decenni penso sia legittimo attendersi per le temperature globali dei prossimi 2-3 decenni:
      1. per quanto attiene alla componente lineare del trend: aumento
      2. per quanto attiene alla componente ciclica del trend: temporaneo calo associato al passaggio a fase negativa di AMO.
      Tutto ciò ovviamente nell’ipotesi che l’attività vulcanica non ci metta lo zampino con qualche eruzione fuori norma…

  4. Nico

    Spero che il mondo scientifico del clima di oggi non sia finito nella trappola del principio della causa necessaria e sufficiente, che Heinz von Foerster ha tanto criticato (come in PERCEPTION OF THE FUTURE AND THE FUTURE OF PERCEPTION, pag. 4, link: https://www.are.na/block/5463827).
    Comunque, aspettiamo il passaggio dell’evento El NINO 2026-2027 e vediamo cosa succede. Magari ci saranno delle sorprese.

    Immagine allegata

    • Luciano

      Assolutamente d’accordo, sul clima ed in particolare sull’approccio alla teoria dei cambiamenti climatici la legge dominante vigente è quella del consenso. Ma la scienza non è consenso e se è necessario il consenso allora non è scienza.
      Invito a leggere lo speech di M. Crichton alla Caltech del 2003 “Aliens cause global warming”.

    • Luigi Mariani

      Il Manzoni, parlando di donna Prassede, scriveva che “Con le idee si regolava come dicono che si deve fare con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata” e noi dobbiamo fare di tutto per non cadere in questo gravissimo peccato (da cui nessuno è immune) e “non fare come donna Prassede”, per usare le parole con cui ci ammoniva la professoressa di filosofia del Liceo.
      E qui purtroppo rifulge il ruolo deteriore di quei media che, dandoti 15-20 secondi per rispondere a un’obiezione o esprimere un concetto, ti costringono a ridurre a miseri slogan un pensiero frutto di decenni di studio….

  5. Andrea

    Per Luigi Mariani.

    Annettendo il mio commento alla sua considerazione circa la forte influenza antropica attraverso gli aerosol solfatici nel periodo di raffreddamento 1945/1975, volevo sapere se la stessa influenza antropica è stata responsabile, a visionare i dati proxy circa le SST nord atlantiche e che sono determinanti circa le variazioni della T nel continente Europeo, attraverso la serie temporale delle alghe del mar di labrador, anche nel precedente raffreddamento occorso tra la fine del XIX secolo e i primi due decenni del XX secolo.
    E se sempre loro, son stati responsabili del raffreddamento delle SST occorso tra la fine del XIV secolo in ingresso alla PEG così come dei svariati periodi di raffreddamento occorsi durante la PEG nel continuo sali scendere delle T.
    Ora come ora, guardando ai dati proxy circa le SST nord atlantiche dala serie delle alghe del mar di labrador, si nota così come esistono dei periodi multi decennali di raffreddamento, esistono dei corrispettivi di riscaldamento.
    Se per il “solo ” raffreddamento occorso tra il 1945/1975 è stata tirata fuori la spiegazione degli aerosol solfatici, con cosa si spiega tutto il sali scendi nel resto della serie ?

    Mille grazie.

    https://www.nature.com/articles/srep40861

    Immagine allegata

    • Luigi Mariani

      E’ ovvio che i solfati sono solo un dei tanti fattori in gioco e per valutarne il peso sul periodo lungo da lei proposto (fatto che esula dai miei assai più modesti ambiti di ricerca) occorrerebbe penso disporre di serie storiche accurate e di modelli interpretativi del fenomeno.
      Osservo anche che l’analisi visuale del diagramma da lei riportato evidenzia un change point nelle ciclicità delle temperature marine del Nord Atlantico intorno al 1850. Tale cambio di fase corrisponde all’uscita dalla PEG. In base a ciò potremmo ipotizzare l’esistenza di un regime dell’AMO PEG e di uno post-PEG. Sarebbe interessante conoscere com’era il regime AMO pre-PEG….

  6. Luciano

    tutte opinioni, dalla teoria della CO2 di origine antropica all’albedo passando per i cicli planetari naturali ecc. Ecc.
    Nessuna di queste teorie sulle cause del riscaldamento globale è stata e potrà essere dimostrata con il metodo scientifico, il sistema Terra con il suo clima è troppo complesso per essere riprodotto sperimentalmente, l’errore introdotto dalle inevitabili approssimazioni è tale da non consentire conclusioni affidabili. Le attuali teorie hanno la stessa valenza dal punto di vista scientifico dell’affermare che il riscaldamento della Terra è causato dagli alieni. Mi piace pensare che non ci sia una causa dominante ma un insieme di ragioni ognuna non trascurabile e tra queste forse anche quelle ipotizzate fino ad oggi. Temo, come qualcuno affermava già più di 20 anni fa a proposito degli alieni quali responsabili del riscaldamento globale, che ad essere a rischio di estinzione non siano solo ghiacciai o ecosistemi naturali ma soprattutto la scienza.

    • Paolo

      concordo anch’io ed ho il sospetto che, alla fine, le teorie che sono state elaborate siano al più tutte “opinioni”, anche se ciascuna con un fondo di verità … la scienza è ancora ai primi passi nella conoscenza del clima della Terra, le cui infinite variabili restano per lo più ancora ignote. E’ follia e fa sorridere leggere che “bisogna fare qualcosa per il clima”, fermare il riscaldamento, contenere entro 1,5 o 2 gradi, come se avessimo in mano il termostato della Terra come quello del nostro ufficio. Ciò non toglie la necessità di una nuova politica energetica, del rispetto degli ecosistemi e dell’ambiente, non di discute certo di questo, ma senza l’illusione di influire su un meccanismo incredibilmente complesso come quello del clima e di far tornare le “primavere di una volta”. Sulle Alpi si manifesta per “salvare i ghiacciai” … ma tant’è … ha lo stesso valore dei riti sciamanici per chiedere la pioggia ….. in fondo rientra tutto nel nostro atteggiamento umano che da sempre vuole in ogni caso dare una spiegazione semplice ed immediata ai mutamenti del tempo e del clima (prima Zeus che scaglia i fulmini, poi Dio che scatena il Diluvio, poi le fasi della luna, poi gli aerei, gli alieni, le scie chimiche, l’inquinamento, il covid, la crisi climatica …. ci rendiamo conto dell’assurdità di questa “crisi climatica” di cui tutti parlano e a cui tutti attribuiscono responsabilità, anche per i mutamenti di umore del vicino di casa? pura follia ….. ahimè, non ci sono più le mezze stagioni …)

  7. baron litron

    sempre pensato (correggetemi se sbaglio) che il clima della Terra fosse determinato principalmente. diciamo per il 9%, da due fattori sui quali l’uomo non ha la minima speranza di controllo: sole ed acqua.
    è la combinazione dell’energia termica del sole con la distribuzione irregolare dell’acqua e del vapore acqueo a causare tutti i fenomeni atmosferici, a delimitare le varie zone climatiche, a mutare umidità e temperatura a livello locale e globale, e così via.
    dando per scontato che non è possibile intervenire su questo due attori, viste le dimensioni in gioco, l’unica cosa utile che rimane da fare è osservare i fenomeni, comprenderne le cause, cercare di prevedere gli effetti locali a breve termine e adattarsi comunque nel migliore dei modi, credere di poter intervenire direttamente sui processi atmosferici è un miscuglio di superbia e ottusità che non può portare altro che a delusioni cocenti

    • Andrea

      Esistono degli studi, che adesso ti posto, circa la correlazione tra l’indebolimento del campo magnetico terrestre, che ha genesi interna e dunque sconosciuta, variazioni nella redistribuzione di particelle cariche nel dipolo con spostamento dei poli magnetici e il livello del mare terrestre e dunque rappresentante della sua T e cessione di calore latente e sensibile all’atmosfera.
      Indebolimento del campo magnetico terrestre che ha massima rappresentanza nella sempre più grande zona di debolezza che fa capo a quella zona chiamata South atlantic anomaly.
      Probabilmente, chissà, l’intensità del campo magnetico terrestre influisce sulla chimica dell’ozono e delle nubi influendo sulla quantità di energia in arrivo dal sole e determinando di conseguenza mutamenti nell’albero e dunque sul clima terrestre.
      Cambiamento che partono dall’Interno del pianeta e non dall’esterno.

      https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1364682611002896

      Immagine allegata

  8. Andrea

    Certo Paolo, gli oceani sono il motore termodinamico e determinano i cambiamenti e trend nei parametri dello stato assoluto della troposfera col loro stato evaporativo.
    Superfici oceaniche in riscaldamento determinano un riscaldamento del clima mentre superfici oceaniche in raffreddamento determinano un raffreddamento climatico.

    • s.parisi

      Buongiorno Elio, la variazione dell’albedo da nubi è descritta bene dal Twomey effect che è il meccanismo per cui, a parità approssimativa di quantità di acqua liquida nella nube, un aumento del numero di goccioline porta a goccioline mediamente più piccole e quindi a una nube più riflettente. Di questo se ne parla anche nell’articolo http://dx.doi.org/10.1029/2017RG000593 Remote Sensing of Droplet Number Concentrationin Warm Clouds: A Review of the Current Stateof Knowledge and Perspective di Grosvenor et al. Inoltre nell’articolo Ceppi, P., Wilson Kemsley, S., Andersen, H., Andrews, T., Kramer, R. J., Nowack, P., Wall, C. J., and Zelinka, M. D.: Emerging low-cloud feedback and adjustment in global satellite observations, Atmos. Chem. Phys., 26, 4153–4171, https://doi.org/10.5194/acp-26-4153-2026, 2026. si parla del fatto che l’osservato aumento di energia assorbita è dovuta ad una diminuzione delle nubi basse. E’ comunque un settore su cui c’è molto fermento e dalle basi fisiche robuste.

  9. Massimo Lupicino

    Grazie per il contributo interessantissimo.

    Sembra quasi paradossale che negli ultimi decenni ci si sia concentrati esclusivamente su quello che succede alla radiazione infrarossa in uscita, e al ruolo della CO2 nel trattenerla lasciando da parte la radiazione solare assorbita dal sistema, quasi che questa fosse irrilevante a prescindere. Magari dal punto di vista scientifico non è stato così (magari), ma per lo meno è quello che si è percepito dalla narrativa dominante.

    E a proposito di copertura nuvolosa nei bassi strati, ho letto studi che correlano l’assorbimento crescente di radiazione solare da parte degli oceani (Pacifico in particolare) con il crollo nell’utilizzo di nafte ad alto contenuto di zolfo nei trasporti marittimi e la conseguente diminuzione di nuclei di condensazione in grado di formare coperture nuvolose nei bassi strati sulle superfici oceaniche.

    L’argomento in sè è interessante perché in linea di principio conferma un “contributo antropico” potenzialmente molto importante. Il problema è che non si tratta del contributo “antropico” per il quale sono stati veicolati trilioni di dollari negli ultimi decenni.

    Eppure che il contributo della diminuzione dei nuclei di condensazione con la *transizione* a combustibili a minor tenore di zolfo è il classico convitato di pietra che tutti fingono di non vedere. Ridotto per ragioni filosofiche prima ancora che scientifiche a “irrilevante per principio”, rappresenta invece quel tipo di contributo antropico “puntiforme” che distribuito in grandissime quantità su una tela contribuisce a creare un quadro molto ben riconoscibile.

    Basti pensare all’effetto enorme che ha avuto sul clima della valle padana la (quasi) scomparsa delle nebbie, e con questa la rottura delle inversioni, i riscaldamenti solari per irraggiamento durante la stagione invernale, prima praticamente sconosciuti. E l’effetto indiretto sul clima alpino e specialmente prealpino, di cui potrebbe parlare con più cognizione di causa un vecchio contadino o un “frate meteorologo” dell’osservatorio di Oropa, giusto per citare esperienze personali.

    Mi scuso per la lunghezza della digressione, ma questo è un tema a cui ho sempre guardato con grandissimo interesse e con tristissima rassegnazione di fronte alla sistematica riduzione di questi argomenti a rumore di fondo al cospetto del tema CO2.

    • Andrea

      Per quanto riguarda le Inversioni termiche in Val padana nel periodo Invernale con formazione di gelate, galaverne, nebbie ghiacciate in associazione anche a giornate di ghiaccio, va inserito il discorso e di cui poco se ne parla, del mutamento circolatorio che insiste anche nella stagione Invernale.
      Parlo di quei sistemi di blocco alto pressorio che si costituivano più a occidente rispetto ad oggi e che proteggevano il continente dalle correnti atlantiche.
      Protezione che aumentava il raffreddamento radiativo delle aree sotto vento all’alta pressione e anche che faceva scaturire correnti di rientro da N/NE che assieme al raffreddamento radiativo andava a costituire il cuscinetto freddo padano Invernale, il noto Cold Dome.
      Da un decennio abbondante i blocchi alto pressori ad occidente non si formano più con regolarità prevalente e tutto il sistema si è spostato più a est e così le correnti oceaniche hanno libero accesso al continente europeo.
      Basta fare re analisi per scoprirlo.

    • Luigi Mariani

      Caro Massimo,
      concordo pienamente con quanto tu scrivi e aggiungo che alle emissioni da combustibili ad alto tenore di zolfo viene da alcuni attribuito il calo delle temperature globali che si verificò fra gli anni 50 e 70 (è in sostanza il fenomeno del global dimming – https://en.wikipedia.org/wiki/Global_dimming). Ricordo che questa ipotesi fu avanzata da un collega di Meteofrance in un convegno dopo che io avevo attribuito il calo delle temperature europee fra anni ‘50 e ’70 alla ciclicità delle temperature dell’Oceano Atlantico (AMO).
      In realtà penso che Il raffreddamento globale del periodo 1945-1975 sia stato il risultato della combinazione di una forte forzante negativa dovuta agli aerosol solfatici antropici e della concomitante presenza di una particolare fase della variabilità interna multidecadale oceanica e non (AMO in fase negativa e altre oscillazioni). Peraltro le evidenze paleoclimatiche indicano che AMO è un fenomeno naturale presente nell’intero Olocene per cui siamo come sempre si fronte a un connubio quasi inestricabile fra naturale e antropico…. Aggiungo che le emissioni di solfati sono avvenute soprattutto nel nostro emisfero ed è dunque qui che andrebbero studiati in modo sistematico gli effetti.
      Nel caso infine della nebbia in Valpadana vi sono due fenomeni entrambi di origine antropica da considerare e cioè da un lato le emissioni di solfati e dall’altro la minore umidità presente alla superficie dei suoli rurali che fino agli anni ’60 vedevano una grande presenza di colture a irrigazione iemale, le marcite, che cedevano grandi quantità di vapore acqueo all’atmosfera e che sono state quasi del tutto sostituite dal mais che è coltura irrigua estiva.

    • Franco Caracciolo

      Non è paradossale, è un fenomeno mediatico foraggiato dagli interessi di chi cavalca la “green economy”.
      Ma è un mio cavallo di battaglia che abbiamo spesso dibattuto, commentato, stigmatizzato ed intanto si continua a guardare il dito ( la decarbonizzazione) e tralasciare la luna ( la necessità di mitigare ed adattarci ad un clima che cambia, è già cambiato e presto o tardi cambierà ancora).
      Cordiali saluti da una torrida Lecce, in attesa di tornare nella appena meno torrida Pescara.

    • Mario Toti

      D’accordissimo con la tua risposta Massimo… anche io sono dell’idea che la riduzione delle emissioni di anidride solforosa praticamente quasi azzerate negli ultimi 30 anni abbia un ruolo importante nell’aumento della radiazione UV in arrivo non filtrata come avveniva quando la sua presenza era diffusa e spesso accentuata nella sua concentrazione da particolari condizioni orografiche quali sono quelle della pianura Padana. Si teorizza un aumento di energia che giunge al suolo di circa 15W per mq. quindi non si tratta proprio di poco anzi.. zone come la pianura padana potrebbero aver risentito di questo cambiamento radicale con un incremento delle temperature fino anche a 2°. Tra l’altro il problema si accentua ulteriormente durante la stazione estiva quando le ore di sole sono molte di più e durante la notte la terra non riesce più a smaltire la radiazione IR in eccesso contribuendo significativamente all’aumento delle minime notturne… fenomeno già noto in area urbana e che oggi inizia a coinvolgere anche zone più rurali… Saluti

  10. Guerrino Saviotti

    Articolo molto intetessante, per me troppo “tecnico” che però mi da spunto a cercare di chiarire alcuni concetti scientifici.
    Grazie

    • Luigi Mariani

      Caro Guerrino,
      in effetti è un po’ troppo tecnico e forse un po’ troppo prolisso e di questo mi scuso. Cercheremo di far meglio la prossima volta ma speriamo di aver comunque offerto qualche spunto di riflessione.

  11. Andrea

    È erroneo parlare di T globali come queste fossero un unicum.
    La T globale è una media della somma di rilevazioni di svariate stazioni in giro per il globo e il suo trend rileva chi ha il maggior peso specifico.
    Dunque, il globale non esiste come forma a se stante, ma solo come media della somma del locale.
    Anzi, ancora meglio, dato che l’acqua ricopre il 71 % della superficie planetaria ed ha una capacità termica 800 volte superiore all’aria e l’oceano Pacifico è lo specchio d’acqua più grande al mondo, vedrete che non sarà così difficile metter in parallelo le anomalie alle SST dell’oceano pacifico con quelle delle anomalie delle T basso troposferiche ed osservare che sono trend identici.
    A dire che la T globale altro non è che lo specchio di quel che rilascia l’oceano Pacifico in calore latente e sensibile.

    • Paolo

      grazie per questa puntualizzazione sulle T globali … lo stesso concetto va allora applicato anche per le ricostruzioni delle T globali nel passato (anche prossimo) … non sono altro, quindi, che stime ricavate sul trend di alcune T locali . Sostenere così che il pianeta si riscalda con precisione di 1,5 C° o di 1,7° o di 2,0° è un po’ una stima piuttosto azzardata …..
      I motori del clima terrestre sono quindi l’energia che ci arriva dal sole e l’enorme massa d’acqua degli oceani che funge da accumulatore … è dunque qui che dobbiamo ricercare le cause delle variazioni e delle fluttuazioni climatiche? Il ruolo degli oceani e delle correnti marine è preponderante?

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