Una vita da insetti. Per quanto la si sia voluta romanzare nel celebre cartoon di qualche anno fa, non deve essere proprio il massimo. E pare che in futuro sia anche destinata a peggiorare. Colpa del global warming? No, per una volta, colpa del fatto che formiche, bruchi, lombrichi, cavallette et similia, saranno allevati in batteria a scopo alimentare. In buona parte del mondo succede già e, sinceramente, non ci trovo niente di strano. E’ solo questione di cultura.
Questi, ma anche tanti altri, i concetti espressi dal Direttore Generale della FAO qualche giorno fa a Roma. L’articolo è di Greenreport, lo trovate qui. Cercate di arrivare in fondo perché è interessante, anche se vi scapperà un sorriso quando leggerete che oltre ad essere molto nutrienti e a consumare molto meno degli animali normalmente allevati nel mondo occidentale, hanno anche un pregio enorme: non fanno le puzzette, quindi non producono metano. Anzi, i gas da decomposizione tendono ad abbatterli.
Veramente Harvey Keitel, alias il signor Wolf di Pulp Fiction, i problemi li risolveva piuttosto che inventarseli ma, tant’è, ad ognuno il suo Wolf. Noialtri affamati di news climatiche, anche delle più insapori, ci becchiamo Martin Wolf, che pubblica una pagina nella rubrica commenti e inchieste de IlSole24Ore.
Mettiamoci comodi perché questa è la volta buona. La spiegazione è semplice: il caos climatico è in arrivo perché l’anidride carbonica è un gas serra. Questo il periodo illuminante:
[...] resta il fatto che l’effetto serra da un punto di vista scientifico è qualcosa di ovvio: è il motivo per cui la Terra ha un clima più gradevole della Luna. L’anidride carbonica è notoriamente un gas a effetto serra [...]
Bingo! E ci voleva tanto? Infatti, prosegue, “l’aumento delle temperature produce effetti di retroazione positiva”. Quelli di retroazione negativa, tra l’altro attualmente largamente predominanti, il nostro Wolf se li è dimenticati. Peccato. ma non dimentica di strizzare l’occhio al consenso e questo è un buon segno, perché fino a che continueranno ad aggrapparsi al “perché lo dicono tutti” vorrà dire che l’equazione del clima non l’avranno trovata.
Al nostro, sfugge anche il fatto che ci sia in effetti un inizio della fine, ma questo riguarda il catastrofismo generico medio, non già l’arrosto climatico. Infatti ora che la CO2 si avvia al raddoppio e non siamo tutti morti, pare che la tragedia arriverà quando quadruplicherà. Forse è per questo che la Reuters dedica spazio ad un nuovo studio che “prevede” un innalzamento dellivello dei mari tra 16,5 e 69 centimetri: roba da stivali di gomma e passa la paura praticamente…
Ma la chiosa dell’ottimo Wolf, dedicata allo scarso entusiasmo recentemente mostrato dai decisori nel farsi abbindolare dallo zaratustra di turno, è veramente uno spettacolo, non so commentarla, ve la propongo così com’è (grassetto mio):
L’inazione a cui assistiamo è tanto più sorprendente se si pensa a tutta l’isteria che si sente in giro sulle conseguenze drammatiche dell’accumulo di debito pubblico per i nostri figli e nipoti. Ma in questo caso lasceremmo in eredità semplicemente crediti di qualcuno nei confronti di qualcun altro. Nella peggiore delle ipotesi potrà esserci un default: qualcuno soffrirà, ma la vita andrà avanti [...]. Lasciare un pianeta in preda al caos climatico è un problema molto più grande: non c’è un altro posto dove andare e non esiste un modo per «resettare» il sistema climatico del pianeta. Se adottiamo un atteggiamento prudente sulla gestione delle finanze pubbliche, tanto più dovremmo farlo riguardo a un problema irreversibile e dai costi molto maggiori.
Innanzi tutto un bel respiro profondo. Già, perché qualche giorno fa mi sono imbattutto in un bell’articolo di tale Annalee Newitz su Wired. Un pezzo in cui si parla molto di previsioni, comprese quelle relative ad eventi climatici, ma, per una volta, senza nominare il disastro climatico prossimo venturo.
E questo accade perché le previsioni di cui si parla hanno il terribile difetto di essere facilmente soggette a verifica, in alcuni casi a distanza di pochi minuti. Quindi, nessuna possibilità di inventarsi la fine del mondo ed uscirne indenni. L’argomento è stimolante, soprattutto per le recenti discussioni che abbiamo fatto sulle nostre pagine.
Basta confutare i dati scientifici con il conformismo del pensiero dominante o con il ricorso a bufale suggestive, per essere ripresi e “forwardati” senza essere sottoposti ad un filtro critico e oggettivamente contestabile.
Tra un po’ vi dirò da dove ho estratto questo periodo, prima però, proverei a ricordare una certa trasmissione di un certo noto conduttore molto impegnato dal punto di vista ambientale. Si mostrava Milano sommersa dalle acque di un mare inarrestabile nel 2050. Milano è 120 metri sul livello del mare, le proiezioni dell’IPCC sull’innalzamento del livello dei mari non vanno oltre il metro, anzi, meno. Quelle più catastrofiche credo parlino per fine secolo di sei metri, ma non mi sono mai preso la briga di approfondire perché vivo in collina. Però, per arrivare a 120 ci vuole un bel po’. Quel conduttore è incidentalmente anche ricercatore, nonché fermamente convinto che l’uomo abbia disfatto il clima, cioè è sicuramente aderente a quella ormai sputtanatissima forma di associazionismo che si maschera da consenso scientifico. Quel conduttore/ricercatore spesso, liberamente (e giustamente), compare anche sulle pagine da cui proviene il periodo con cui abbiamo iniziato. Ma, ad onor del vero, non in questo caso, nonostante le sue opinioni siano state spesso “forwardate”. Insomma, il link di oggi è quello qui sotto.
I milioni di possessori di smartphone che montano Android, tra cui ci sono parecchi cosiddetti weather addicted, hanno finalmente il giocattolo dei loro sogni. Fino a ieri, con i fantastici aggeggi con cui si fa tutto tranne che telefonare, si poteva accedere ad ogni genere di prodotto meteorologico. Tutto, davvero tutto, almeno del mondo meteo amatoriale o commerciale. Previsioni al millimetro, all’ora, al minuto, una goduria.
Da domani la festa diventa un rave party. Grazie ad una applicazione che consente di gestire i “sensori” (?) di pressione e temperatura installati sugli smartphone, potrete fare le rilevazioni da soli e metterle in rete, pr la gioia di quello che vi siede accanto sull’autobus. E, se non c’è il sensore poco male. Uno speciale algoritmo trasforma la temperatura della batteria dell’aggeggio in temperatura esterna.
Poca accuratezza? Telefoni sotto al sole o sotto le terga, cioè nelle tasche posteriori dei pantaloni? Anche qui poco male. Dal sito dello sviluppatore di questa simpatica, irrinunciabile, inutile boiata, assicurano che il numero fa la forza. Cioè, anche se i dati che mandate sono sbagliati, se il numero di chi li manda è alto l’errore si abbatte. Il meteorologo invece non, non si abbatte, si dispera. Anni e anni a predicare la precisione della misura ed ecco che in poche righe di codice ti fregano il lavoro.
Bah…, vabbè, grazie a Fabrizio Giudici per la segnalazione.
Per far camminare le auto ci vuole il carburante, normalmente fossile. Molto più raramente e, più specificatamente negli ultimi tempi, si vedono in giro auto che impiegano la propulsione elettrica. Se ibride, con l’ausilio – e molto minor consumo – sempre di combustibili fossili, se elettriche pure, con energia fossile più o meno pura anche in quel caso, perché l’elettricità deve comunque essere prodotta. Insomma, per avere a disposizione dell’energia di movimento, ci vogliono grandi quantità di energia termica. E, purtroppo, quella immessa nel sistema è sempre molto superiore di quella utilizzata con efficienza.
Il clima e il tempo atmosferico funzionano allo stesso modo. Il sistema riceve energia termica e si mette in moto, producendo gli eventi atmosferici. In atmosfera il vettore di questo calore è il vapore acqueo, che però, essendo anche il più potente dei gas serra, ha anche un ruolo determinante nel modulare la quantità di calore disponibile. In modo molto poco ortodosso, si potrebbe dire che il vapore acqueo decide “da solo” quanto calore avrà da trasportare e quanto ne renderà disponibile per far muovere gli eventi atmosferici. Ma, con le temperature che aumentano o, meglio, sono aumentate, in atmosfera c’è maggiore disponibilità di vapore acqueo, quindi più energia disponibile e più effetto serra, quindi anche temperature che dovrebbero aumentare ancora.
State sereni, è arabo anche per chi scrive. Ci dà una mano, per la verità appena un dito, Science Daily, descrivendo il contenuto di questo nuovo paper sulla produzione dei metalli. Lo spunto viene dalla ricerca in corso per la produzione di ossigeno dal suolo lunare, cioè dagli studi per rendere possibile la permanenza degli esseri umani sul nostro satellite. Il procedimento sperimentato produce acciaio. Non chiedetemi come perché sono io a chiederlo a voi.
Naturalmente, anche questa “scoperta” assurge agli onori della cronaca perché ci sono di mezzo le emissioni di gas serra. Le acciaierie sono infatti tra le industrie che producono le emissioni di CO2 più elevate. Dal momento che questo procedimento è carbon free, dal punto di vista della relazione uomo-clima sarebbe una panacea.
In questa pagina Wiki sull’Ilva di Taranto ci sono le tabelle prodotte dalle perizie chimiche eseguite sull’impianto e le informazioni provenienti dalla stessa Ilva. C’è la CO2, ce n’è un sacco in effetti, ma ci sono anche parecchie altre cose che sono oggetto della problematica Ilva di questi mesi/anni.
Ora, la mia profonda ignoranza in materia mi impedisce di capire se questo procedimento oltre ad essere carbon free sia anche per esempio diossina free, arsenico free, cadmio free, ed altre-varie-simpatiche-sostanze free. Se così fosse sarebbe davvero fantastico. Ma, naturalmente, non è dato saperlo, perché il nostro problema è la CO2, più o meno come il traffico a Palermo.
Evidentemente tormentati dal dubbio sulla convenienza di impianti eolici in-shore o off-shore, nelle Isole Filippine hanno agito in modo alquanto pirandelliano, piazzando una interminabile fila di torri eoliche direttamente sulla spiaggia!
Un esempio di rara attenzione all’impatto ambientale, nel senso che più di così proprio non si poteva fare. Ma, naturalmente, trattasi di nergia pulita, perciò, anche se sporca la vista e un po’ di altre cose non c’è problema. Oppure sì?
Ferdinand de Lesseps fu il progettista del Canale di Suez, di fatto l’opera che ha aperto una porta di servizio nel Mediterraneo. Da molti anni ormai, il fenomeno della diffusione di specie aliene nelle acque del Mediterraneo è noto come migrazione lessepsiana. Animali in forma per lo più larvale e organismi vegetali trasportati letteralmente a bordo delle navi che attraversano avanti e indietro le rotte commerciali da e per il bacino del Mediterraneo con le acque di zavorra.
Un fenomeno naturalmente tutt’altro che limitato al nostro mare, ma piuttosto molto diffuso e quanto mai accresxiuto negli ultimi anni per effetto dell’incremento esponenziale della densità del traffico marittimo commerciale. In termini probabilistici, il singolo essere vivente è difficile che riesca a sopravvivere adattandosi all’ambiente nuovo in cui viene a trovarsi quando le acque vengono scaricate, ma il numero molto elevato di “tentativi” certamente alza le probabilità di sopravvivenza e adattamento delle specie, con elevati rischi di alterazione delle catene alimentari e di sopravvivenza per le specie indigene. Con una eccezione piuttosto ovvia, quella del Mare del Nord, dove l’habitat è certamente molto ostile per la maggior parte delle specie non indigene.
Credo per la prima volta, ma se così non fosse in modo comunque iteressante, alcuni ricercatori dell’Università di Bristol hanno “mappato” quelle che loro stessi definiscono le “autostrade globali delle specie marine invasive”, definendo quali di queste pongono i rischi più seri di bio-invasione. Più che il riscaldamento globale potè la globalizzazione a quanto pare. Tanto per capirci, i Barracuda nel Mar Tirreno ce li hanno portati le navi, non l’aumento della temperatura del mare.
Questa è simpatica. Certo, non è che mi senta proprio a mio agio nella parte del cane che dorme, ma a ripensarci potrebbe anche suonare come un avvertimento, visto che di recente sono ricominciati gli starnazzi.