Un po’ di tempo fa mi ho ricevuto una segnalazione da Maurizio Morabito circa il lavoro di un team di ricercatori dell’Università di Washington il cui oggetto è lo studio della Linea di Convergenza Intertropicale (ITCZ) e delle sue dinamiche evolutive. L’ITCZ è una fascia di nuvolosità di origine convettiva che staziona più o meno sull’equatore termico oscillando circa tra 3° e 10° di latitudine nord a seconda del periodo stagionale. Prendendo a riferimento l’emisfero settentrionale, troviamo questa nuvolosità imponente alle latitudini più basse durante l’inverno e più a nord durante i mesi caldi. L’origine di questa convezione è duplice: l’abbondante soleggiamento delle zone equatoriali che fornisce una gran quantità di calore agli strati più bassi e l’incontro tra gli alisei da nord est dell’emisfero nord e quelli da sud ovest provenienti dall’emisfero sud ma deviati al passaggio dell’equatore per il cambio di segno della forza di coriolis, ossia della diretta conseguenza della rotazione della terra attorno al proprio asse che impone una deviazione verso destra a tutti i movimenti lungo la longitudine sul pianeta.
Questa fascia di convezione è particolarmente importante perché è proprio attraverso questi potenti moti verticali che avviene la gran parte della redistribuzione del calore a livello atmosferico. Ancora più decisivi sono gli effetti della maturazione di questa nuvolosità, che si traducono in precipitazioni molto forti capaci di regalare abbondanza di acqua dolce alle zone dell’area interessata. Ovvio dunque che nel medio e lungo periodo delle variazioni nell’ampiezza delle oscillazioni sud-nord di questa fascia di convezione o degli spostamenti di latitudine dell’intero meccanismo siano particolarmente importanti per le condizioni climatiche della zona e, considerata l’importanza del fenomeno, anche per le latitudini extratropicali, con particolare riferimento all’emisfero settentrionale.
Analizzando vari tipi di sedimentazione su alcune isole dell’oceano Pacifico direttamente interessate da questa nuvolosità e su altre che si trovano nelle vicinanze, i ricercatori hanno potuto ricostruire i pattern delle precipitazioni con una scansione temporale molto fine, arrivando a dedurre i movimenti lungo la longitudine dell’ITCZ. Il risultato più significativo è senz’altro quello che testimonia come questa fascia di convezione abbia raggiunto il suo limite massimo meridionale durante il periodo di accentuato raffreddamento della Piccola Era Glaciale, una fase climatica per la quale esiste un accordo pressoché totale sui fattori di forcing che l’avrebbero generata, ovvero sulla variazione dell’attività solare nel suo complesso, deducibile dalla frequenza di occorrenza delle macchie solari. Proprio in quella fase infatti si registrarono i minimi di Maunder e Dalton, dai nomi di coloro che li hanno osservati e documentati.
Successivamente, ed in concomitanza con un trend di aumento delle temperature iniziato più di trecento anni fa, la posizione dell’ITCZ avrebbe subito uno shift verso settentrione con una velocità media di spostamento pari a 1.4km all’anno. Zone una volta molto piovose, come le isole Galapagos, sono invece attualmente caratterizzate da un clima arido, proprio perché hanno smesso di subire gli effetti dell’intensa convezione della ITCZ. Parallelamente, aree con precipitazioni una volta decisamente ridotte, sono adesso tra le più piovose del pianeta.
Le cosiddette condizioni a contorno, ossia la distribuzione delle terre emerse e delle catene montuose più importanti che hanno un ruolo decisivo nelle dinamiche della circolazione atmosferica in troposfera, non sono certamente cambiate, per cui l’origine di questo spostamento deve essere ricercata in altri fattori di forcing. L’uso di modelli numerici di simulazione ha permesso di ipotizzare un movimento verso sud di tutta la fascia di convezione in occasione della riduzione del differenziale di temperatura di superficie degli oceani (SST) tra le latitudini immediatamente a sud ed a nord dell’equatore. Queste oscillazioni, sono ascrivibili al verificarsi degli eventi noti come El Niño e La Niña, entrambi riassumibili nelle dinamiche dell’indice ENSO (El Niño Southern Oscillation). Si tratta però di oscillazioni che hanno effetto sulla variabilità interannuale della ITCZ, piuttosto che su di un cambiamento di posizione tanto significativo e continuo quale quello che queste ricerca sembrerebbe confermare. E’ dunque presumibile che il fattore di forcing sia proprio quello astronomico, pur agente attraverso fenomeni di azione e retroazione ancora piuttosto oscuri.
Curiosamente, gli autori ipotizzano nella loro trattazione che un ulteriore riscaldamento indotto dall’incremento dei gas serra in atmosfera, potrebbe accentuare questo shift settentrionale della fascia di precipitazioni della zona di convergenza, innescando crisi di deficit idrico in zone dove adesso tale problema non esiste. Questa considerazione è con tutto il rispetto inutilmente pessimistica ed anche un po’ miope. Innanzi tutto se il movimento dell’ITCZ è iniziato secoli fa, vuol dire che non ha nulla a che vedere con il fattore antropico, semmai rappresenta la conferma che le dinamiche di riscaldamento del pianeta hanno cause che vengono da lontano, non già dalla pur grande quantità di emissioni di gas serra che ha caratterizzato i tempi più recenti. Le conseguenti mutazioni climatiche sono state assorbite dal sistema e non si ha notizia di situazioni drammatiche. Una delle zone esaminate, teatro degli studi di Darwin, è considerata il tempio della vita sul pianeta, pur essendo stata oggetto di profonde modifiche ambientali. Secondariamente, la scoperta è stata possibile proprio analizzando le mutate condizioni climatiche di queste zone, a dimostrazione del fatto che non esiste uno statu quo da preservare a prescindere, ovvero che non è affatto detto che le condizioni climatiche in cui la nostra società ha conosciuto il massimo sviluppo debbano essere considerate ottimali o irrinunciabili, soprattutto perché questo non é assolutamente possibile.
In conclusione, questa nuova ricerca offre degli spunti di riflessione estremamente interessanti e, per l’nnesima volta, non è chiaro perché l’apertura mentale che é indubbiamente necessaria per giungere a questo livello di conoscenza debba essere mortificata da considerazioni inutilmente allarmistiche, arrivando ad omettere anche l’evidenza delle proprie scoperte. Sarà, ma sono convinto che questo approccio non piace neanche a chi bene o male è costretto a praticarlo1.



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