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Un po’ di tempo fa mi ho ricevuto una segnalazione da Maurizio Morabito circa il lavoro di un team di ricercatori dell’Università di Washington il cui oggetto è lo studio della Linea di Convergenza Intertropicale (ITCZ) e delle sue dinamiche evolutive. L’ITCZ è una fascia di nuvolosità di origine convettiva che staziona più o meno sull’equatore termico oscillando circa tra 3° e 10° di latitudine nord a seconda del periodo stagionale. Prendendo a riferimento l’emisfero settentrionale, troviamo questa nuvolosità imponente alle latitudini più basse durante l’inverno e più a nord durante i mesi caldi. L’origine di questa convezione è duplice: l’abbondante soleggiamento delle zone equatoriali che fornisce una gran quantità di calore agli strati più bassi e l’incontro tra gli alisei da nord est dell’emisfero nord e quelli da sud ovest provenienti dall’emisfero sud ma deviati al passaggio dell’equatore per il cambio di segno della forza di coriolis, ossia della diretta conseguenza della rotazione della terra attorno al proprio asse che impone una deviazione verso destra a tutti i movimenti lungo la longitudine sul pianeta.

earth_global_circulation

Questa fascia di convezione è particolarmente importante perché è proprio attraverso questi potenti moti verticali che avviene la gran parte della redistribuzione del calore a livello atmosferico. Ancora più decisivi sono gli effetti della maturazione di questa nuvolosità, che si traducono in precipitazioni molto forti capaci di regalare abbondanza di acqua dolce alle zone dell’area interessata. Ovvio dunque che nel medio e lungo periodo delle variazioni nell’ampiezza delle oscillazioni sud-nord di questa fascia di convezione o degli spostamenti di latitudine dell’intero meccanismo siano particolarmente importanti per le condizioni climatiche della zona e, considerata l’importanza del fenomeno, anche per le latitudini extratropicali, con particolare riferimento all’emisfero settentrionale.

itcz_1

Analizzando vari tipi di sedimentazione su alcune isole dell’oceano Pacifico direttamente interessate da questa nuvolosità e su altre che si trovano nelle vicinanze, i ricercatori hanno potuto ricostruire i pattern delle precipitazioni con una scansione temporale molto fine, arrivando a dedurre i movimenti lungo la longitudine dell’ITCZ. Il risultato più significativo è senz’altro quello che testimonia come questa fascia di convezione abbia raggiunto il suo limite massimo meridionale durante il periodo di accentuato raffreddamento della Piccola Era Glaciale, una fase climatica per la quale esiste un accordo pressoché totale sui fattori di forcing che l’avrebbero generata, ovvero sulla variazione dell’attività solare nel suo complesso, deducibile dalla frequenza di occorrenza delle macchie solari. Proprio in quella fase infatti si registrarono i minimi di Maunder e Dalton, dai nomi di coloro che li hanno osservati e documentati.

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Successivamente, ed in concomitanza con un trend di aumento delle temperature iniziato più di trecento anni fa, la posizione dell’ITCZ avrebbe subito uno shift verso settentrione con una velocità media di spostamento pari a 1.4km all’anno. Zone una volta molto piovose, come le isole Galapagos, sono invece attualmente caratterizzate da un clima arido, proprio perché hanno smesso di subire gli effetti dell’intensa convezione della ITCZ. Parallelamente, aree con precipitazioni una volta decisamente ridotte, sono adesso tra le più piovose del pianeta.

Le cosiddette condizioni a contorno, ossia la distribuzione delle terre emerse e delle catene montuose più importanti che hanno un ruolo decisivo nelle dinamiche della circolazione atmosferica in troposfera, non sono certamente cambiate, per cui l’origine di questo spostamento deve essere ricercata in altri fattori di forcing. L’uso di modelli numerici di simulazione ha permesso di ipotizzare un movimento verso sud di tutta la fascia di convezione in occasione della riduzione del differenziale di temperatura di superficie degli oceani (SST) tra le latitudini immediatamente a sud ed a nord dell’equatore. Queste oscillazioni, sono ascrivibili al verificarsi degli eventi noti come El Niño e La Niña, entrambi riassumibili nelle dinamiche dell’indice ENSO (El Niño Southern Oscillation). Si tratta però di oscillazioni che hanno effetto sulla variabilità interannuale della ITCZ, piuttosto che su di un cambiamento di posizione tanto significativo e continuo quale quello che queste ricerca sembrerebbe confermare. E’ dunque presumibile che il fattore di forcing sia proprio quello astronomico, pur agente attraverso fenomeni di azione e retroazione ancora piuttosto oscuri.

Curiosamente, gli autori ipotizzano nella loro trattazione che un ulteriore riscaldamento indotto dall’incremento dei gas serra in atmosfera, potrebbe accentuare questo shift settentrionale della fascia di precipitazioni della zona di convergenza, innescando crisi di deficit idrico in zone dove adesso tale problema non esiste. Questa considerazione è con tutto il rispetto inutilmente pessimistica ed anche un po’ miope. Innanzi tutto se il movimento dell’ITCZ è iniziato secoli fa, vuol dire che non ha nulla a che vedere con il fattore antropico, semmai rappresenta la conferma che le dinamiche di riscaldamento del pianeta hanno cause che vengono da lontano, non già dalla pur grande quantità  di emissioni di gas serra che ha caratterizzato i tempi più recenti. Le conseguenti mutazioni climatiche sono state assorbite dal sistema e non si ha notizia di situazioni drammatiche. Una delle zone esaminate, teatro degli studi di Darwin, è considerata il tempio della vita sul pianeta, pur essendo stata oggetto di profonde modifiche ambientali. Secondariamente, la scoperta è stata possibile proprio analizzando le mutate condizioni climatiche di queste zone, a dimostrazione del fatto che non esiste uno statu quo da preservare a prescindere, ovvero che non è affatto detto che le condizioni climatiche in cui la nostra società  ha conosciuto il massimo sviluppo debbano essere considerate ottimali o irrinunciabili, soprattutto perché questo non é assolutamente possibile.

In conclusione, questa nuova ricerca offre degli spunti di riflessione estremamente interessanti e, per l’nnesima volta, non è chiaro perché l’apertura mentale che é indubbiamente necessaria per giungere a questo livello di conoscenza debba essere mortificata da considerazioni inutilmente allarmistiche, arrivando ad omettere anche l’evidenza delle proprie scoperte. Sarà, ma sono convinto che questo approccio non piace neanche a chi bene o male è costretto a praticarlo1.

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  1. http://www.atmos.washington.edu/~david/Sachs_etal_2009.pdf []

Il mondo ha un solo problema e non è il traffico, per dirla con Johnny Stecchino. Dobbiamo piuttosto capire se è vero o no che il clima stia cambiando a causa della ingombrante presenza del genere umano. Poi, se si riuscisse anche a sapere come questo accade sarebbe meglio. Tutto il resto, fame, guerre, oppressioni e ingiustizie varie sarà automaticamente risolto al raggiungimento di questa certezza. Dalla mitigazione del cambiamento climatico scaturiranno cibo, acqua, energia, lavoro e dopolavoro per tutti e dovremo ringraziare per l’eternità quelli che ci avranno condotto al di là del guado. Logico che molti aspirino ad avere questo ruolo, logico che questo ruolo lo vogliano recitare quelli che di fatto lo hanno da sempre.

Per giungere alla meta è necessario però avere degli strumenti idonei, che nella fattispecie possono essere solo delle verità scientifiche. Purtroppo queste tardano ad arrivare, perchè ad un nutrito gruppo di sostenitori della teoria del global warming antropico, si oppone un buon numero di scettici che ogni volta che la meta sembra prossima, esigono delle prove un pò più solide delle simulazioni al computer, visto che quello che il sistema clima ci sta mostrando da qualche anno non sembra proprio essere quanto previsto e visto che il mondo che va arrosto (immagine che appare spesso e volentieri sui media) è solo in queste simulazioni.

Che fare? Posto che le nostre certezze sono che la temperatura media del pianeta è aumentata di circa 0.7°C in più o meno un secolo e mezzo (come peraltro è successo moltissime volte nella sua lunga vita) e che è aumentata anche la concentrazione di gas serra in atmosfera (anche questo è già successo, ma stavolta è in buona parte colpa nostra), c’è una unica soluzione: trovare la relazione di causa effetto tra queste due grandezze, darle una dimensione, immaginarne dei limiti di sostenibilità e procedere alla bisogna.

Guardando alla storia del pianeta, sarebbe stato meglio che fossimo responsabili di quello che è ritenuto essere l’effetto e non la causa del problema, cioè dell’aumento della temperatura e non dell’immissione di gas serra in atmosfera, perchè in passato la variazione della concentrazione di CO2 ha sempre seguito e non anticipato il riscaldamento. Questo significa che la fonte del calore è da qualche altra parte, ed il sistema tende ad autoregolarsi variando le sue dinamiche interne, ivi compresa la composizione dell’atmosfera. Però, almeno nelle ultime centinaia di migliaglia di anni, questi livelli di concentrazione sembra non siano mai stati raggiunti, per cui può anche darsi che questo elemento di novità cambi le carte in tavola, almeno così sostiene quella parte della comunità scientifica in accordo con la teoria dell’origine antropica di questa fase di riscaldamento.

Il punto è che la relazione causa effetto tra l’aumento della concentrazione di CO2 e l’aumento della temperatura ha un’ampiezza nota solo se si tiene conto esclusivamente degli effetti diretti della radiazione infrarossa con la lunghezza d’onda sulla quale il pianeta la trasmette, sulle molecole di anidride carbonica. Sono modifiche ai legami molecolari che producono la riemissione del calore in tutte le direzioni anche, ovviamente, verso il basso. Si produce quindi un riscaldamento rappresentabile con una funzione logaritmica che risulta di ampiezza importante per basse concentrazioni di CO2, ma che tende a ridursi drasticamente man mano che aumenta la concentrazione. Tecnicamente in atmosfera c’è già quasi tutta l’anidride carbonica necessaria  ad assorbire e riemettere calore diffuso con la giusta lunghezza d’onda. Quindi le emissioni antropiche, facendo crescere la concentrazione non spiegano l’accentuarsi del riscaldamento, a meno che non si inneschino dei meccanismi di variazione delle dinamiche endogene del sistema che lo amplifichino. Tra questi i più importanti, come ci ricordava su queste pagine Luigi Mariani appena qualche giorno fa, sono la concentrazione del vapore acqueo in atmosfera (di gran lunga il gas serra più efficiente) e la quantità di copertura nuvolosa bassa o alta. Le simulazioni climatiche, pur essendo molto approssimative e lacunose nel rappresentare queste dinamiche,  prevedono un forte aumento della concentrazione del vapore, una diminuzione delle nubi basse, che hanno un potere raffreddante ed un aumento di quelle alte, che amplificano invece il riscaldamento.   I riscontri osservativi ad oggi non ci sono, cioè, da quando attraverso i sensori satellitari è possibile misurare queste grandezze, non sono state riscontrate le variazioni necessarie per la validazione di questa teoria.

Dunque abbiamo un problema di osservazione degli effetti ed uno di attribuzione delle cause. Però esistono le emissioni antropiche e sono anche abbondanti. Come poter continuare a sostenere la teoria dell’AGW1? Ci hanno provato presso la Concordia University in Canada, andando a cercare una relazione di tipo lineare tra la temperatura e le emissioni di origine antropica. Ciò ha consentito di definire un indice che esprime la variazione della temperatura in funzione della quantità di emissioni, indice che sembra essere pressochè costante nel tempo2.

Finalmente la soluzione del problema? Non proprio e per molte ragioni. In primo luogo la definizione di questo indice passa attraverso l’identificazione di due grandezze, la Carbon Sensitivity e la Climate Sensitivity, sulle quali esistono enormi margini di incertezza. La prima rappresenta l’aumento della concentrazione di CO2 in funzione delle emissioni antropiche -che sono misurabili- e delle dinamiche naturali di assorbimento ed emissione che invece sono in gran parte sconosciute sia in termini quantitativi che qualitativi, oltre ad essere funzione della stessa variabilità climatica che si vorrebbe andare ad indagare. La seconda è genericamente intesa come variazione della temperatura in funzione della concentrazione di CO2 e, come abbiamo visto, è dominata da meccanismi ancora non efficacemente rappresentati.

Per definire questo indice in pratica piuttosto che superare il problema lo si ignora, ricorrendo agli stessi imprecisi strumenti di simulazione ed alle stesse scelte di carattere soggettivo che hanno dominato la scena sin qui. L’aggregazione delle incertezze non le elimina di certo. In pratica se si accetta la teoria dell’origine antropica del riscaldamento globale così com’è stata definita, l’indice è valido e, quantificando di fatto un riscaldamento direttamente collegato alle emissioni può anche essere un efficace strumento per valutazioni di ordine pratico, volte al contenimento dell’ipotetico riscaldamento attraverso la riduzione delle emissioni. Se invece non la si accetta, perchè di fatto ad oggi non è ancora stata dimostrata, questo indice non aggiunge nulla di nuovo.

Forse l’aspetto più interessante è proprio questo e ne troviamo conferma anche sul documento pubblicato da Nature nelle conclusioni finali, dove gli autori fanno un richiamo alle politiche di mitigazione su cui si sta discutendo e sulle quali si dovrà decidere nella prossima conferenza di Copenhagen. Gli autori, e con loro la rivista scientifica forse più accreditata, vanno dritti alla meta, non fanno alcun accenno alla possibilità tutt’altro che remota che le cose stiano diversamente da come sostengono, considerando praticamente chiusi tanto i problemi di osservazione (detection) quanto quelli di attribuzione, arrivando anche a suggerire che i 2°C di aumento delle temperature rispetto al periodo pre-industriale, considerati il limite di sostenibilità del riscaldamento, sono probabilmente da rivedere al ribasso.

Tutto ciò, tanto per cambiare si traduce nell’ennesima esortazione alla drastica riduzione delle emissioni antropiche. Numeri, modelli, simulazione di numeri, suggerimento di numeri. Il tutto negli schermi LCD dei computer e nelle loro mirabolanti capacità di calcolo. Sarà il caso di dare un’occhiata anche alla realtà prima di prendere qualche decisione?

  1. Antropic Global Warming []
  2. A questo link trovate il pdf []

Ho tratto il titolo di questo post da un articolo pubblicato sul blog di Steve McIntyre, Climate Audit, lo statistico che nella vita ha deciso di rovinare le giornate all’IPCC ed ai professionisti del clima a tavolino.

L’oggetto è qualcosa che solo qualche settimana fa abbiamo sfiorato anche noi di CM, ovvero i dataset delle temperature di superficie degli oceani (SST) ed il loro impiego. Nel nostro precedente approfondimento ci siamo soffermati sull’esclusione delle osservazioni satellitari dall’ultima versione della serie storica delle SST messa a punto dalla NOAA1. Il dataset si chiama ERSST.v3 e ne trovate la spiegazione a questo link.

Già più volte abbiamo parlato delle operazioni di tuning cui sono soggetti i modelli di previsione per migliorarne la fedeltà alle serie osservate, in questo caso però è accaduto esattamente l’inverso. Nel cercare di migliorare la serie storica delle SST, si è fatto ricorso ai modelli per sopperire alla mancanza di dati2 . Con questa operazione si è giunti ad una serie storica che abbassa di 0.3°C le SST medie del periodo pre-industriale rispetto al dataset impiegato precedentemente.

Alla fine il giro è questo: 1) non dispongo di osservazioni sufficienti, perciò le genero con un modello che è stato testato con quello che ho, 2) con quello che ho generato decido di abbassare la temperatura di qualche decimo di grado, 3) questa serie storica la uso per miglirare i modelli di previsione e 4) con questi dati stabilisco che le SST sono salite rispetto al periodo pre-industriale di 0.7°C, con uno scarto di +/- 0.2°C.

Tutto ciò è considerato un miglioramento della qualità delle serie storiche, ovvero un aumento della rappresentatività rispetto a quanto realmente accaduto. Ma se quanto è realmente accaduto non lo so perchè non ho abbastanza dati ed ho dovuto stabilirlo io, più che una miglioria mi sembra una partita di giro. Ora questo dataset nuovo fiammante, da cui ricordiamo che sono state eliminate le informazioni più recenti ed attendibili provenienti dai satelliti, sarà impiegato -se non è già accaduto- sia per “migliorare” le serie storiche delle temperature medie globali, dato che 3/4 della superficie del pianeta sono liquidi, sia per insegnare ad altri modelli ancora che il periodo pre-industriale è stato più freddo, per cui cotanto realistico riscaldamento non può che avere una forte correlazione con quanto prodotto dagli uomini da allora ad oggi.

Non stupisce che sull’International Journal of Climate tale Ben Santer3 abbia avuto modo di affermare che non c’è più discrepanza tra le osservazioni e le simulazioni numeriche4. Sono diventate la stessa cosa, dalle seconde nascono le prime, con le prime si testano le seconde. Sorpresa: coincidono!

Anche quanto segue viene dal blog di McIntyre, ma da un commento al suo post: “chi controlla i dati controlla il passato, chi controlla il passato controlla il clima”. Se Orwell fosse stato un climatologo è probabile che avrebbe detto così.

NB: Grazie a Maurizio Morabito per la segnalazione.

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  1. Smith et al 2008 []
  2. Dal documento della NOAA che accompagna il nuovo dataset delle SST: [...] we improved the tuning procedures using simulated data [...] []
  3. A proposito di interessi, nel 1998 la McArthur Foundation gli ha riconosciuto un premio di 270.000 dollari per il suo contributo all’attribuzione del riscaldamento globale alle cause antropiche []
  4. In summary, considerable scientific progress has been made since the first report of the U.S. Climate Change Science Program (Karl et al., 2006). There is no longer a serious and fundamental discrepancy between modelled and observed trends in tropical lapse rates, despite DCPS07’s incorrect claim to the contrary. Progress has been achieved by the development of new TSST , TL+O, and T2LT datasets []

L’Istituto di Geofisica ed il Centro Internazionale di Ricerca sull’Artico dell’Università di Fairbanks in Alaska sono le due istituzioni che ha diretto per circa un ventennio complessivamente Syun-Ichi Akasofu, geologo sulla carta d’identità, scienziato di fama mondiale a tutti gli effetti. Potrà parlare? Forse no, perchè anche lui ha commesso il madornale errore di sottoscrivere la mozione di minoranza presentata al Senato degli Stati Uniti qualche mese fa. Un documento in cui veniva messa seriamente in dubbio la solidità della teoria sulla presunta futura evoluzione catastrofica del clima.

Non contento, alla terza edizione della conferenza sul clima tenutasi a New York e organizzata dall’Heart Land Institute, noto covo di scettici, ha presentato le conclusioni di un lungo lavoro di raccolta dati ed informazioni, con cui avanza l’ipotesi di una lettura ben diversa degli ultimi 150/200 anni di clima globale. Da questa lettura scaturisce ovviamente anche una diversa visione del futuro del clima, decisamente più rassicurante ma soprattutto più oggettiva, in quanto basata su quanto è accaduto e sta accadendo, piuttosto che su quanto si presume che possa accadere.

Secondo quanto esposto da Akasofu, il riscaldamento cui è soggetto il pianeta sarebbe una fase di recupero dal raffreddamento del periodo freddo occorso tra il 1400 ed il 1800 circa, cui si sono sovrapposte delle oscillazioni multidecadali a più bassa frequenza, di probabile origine endogena. Tutto ciò non rappresenta una novità, su queste pagine lo avremo detto un migliaio di volte, come mille, anzi diecimila altre volte sono giunte le confutazioni in ordine sparso sulla reale consistenza globale della Piccola Era Glaciale (Little Ice Age) e sulle correlazioni tra queste oscillazioni più rapide e le temperature medie globali.

La novità -almeno per chi scrive, ma sono certo che molti lo sapranno già- è piuttosto nell’esame analitico che Akasofu fa delle informazioni. Una gran quantità di evidenze ricavate dai dati di prossimità sull’occorrenza a scala globale della LIA, il calcolo del trend di fondo di 0,5°C dalla fine di questa ai nostri giorni, e la classificazione dei periodi soggetti alle oscillazioni multidecadali, che si originano dalle acque di superficie degli oceani ma si propagano ovviamente nello strato più basso dell’atmosfera.

Tutto ciò usando i dati disponibili a tutti, anche al Panel delle Nazioni Unite, che li ha invece impiegati facendo un pò di cherry picking, ovvero scegliendo quelli che vanno nella direzione della conferma di un riscaldamento anomalo e dunque di origine antropica e tralasciando quelli che invece sarebbero testimoni di una forte componente naturale, pur in presenza di un fattore antropico residuale, giudicato dallo stesso Akasofu molto meno decisivo di quanto si creda.

Del resto, questo è già distinguibile dalla differenza di trend tra i rilevamenti satellitari della media e bassa atmosfera e le osservazioni convenzionali. Per i primi un trend di crescita attenuato, ben diverso da quello dei dati rilevati a terra che soffrono di molti problemi di disomogeneità dei dati, difetti di standardizzazione dei sistemi di misura e, soprattutto, a del noto problema delle riscaldamento aggiuntivo cui sono soggette le aree urbane, sede della maggior parte delle stazioni.

E’ un lavoro onesto e anche piuttosto rigoroso quello di Akasofu, possibile che debba essere ritenuto non valido solo perchè non aderente al main stream? A chi fa bene questo genere di preclusioni? Alla conoscenza non direi proprio. Alla corretta (?) sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle problematiche ambientali? Posto che abbiamo più volte sottolineato che queste con il clima globale hanno poco o nulla a che fare, anche qui non ci siamo. Nel dubbio, non riuscendo a dare una risposta a questa domanda, nel nostro piccolo, facciamo circolare le informazioni.

 

NB:

  • Il documento di Akasofu lo potete scaricare da qui.
  • L’unica fonte d’informazione a me nota che abbia parlato di questo lavoro è il blog di Piero Vietti su Il Foglio.
  • Altre informazioni le trovate qui e qui.

Chi l’avrebbe mai detto, ogni tanto una buona notizia. La leggiamo su Fox news:  il ghiaccio antartico sta aumentando nonostante quello che la maggior parte dell’incessante ma frettolosa informazione di cui disponiamo lascia normalmente intendere. Da un certo punto di vista questa solo apparente novità genera non pochi problemi. Innanzi tutto mette allo scoperto il fatto che sul clima e sulle sue dinamiche a scala planetaria non ci abbiamo capito un gran che. Parlare di aumento del ghiaccio in un contesto condannato inesorabilmente a scaldarsi, quale è quello descritto da alcuni, è in effetti piuttosto difficile.

Qualche tempo fa qualcuno abbozzò anche una risposta apparentemente plausibile: siccome a causa dell’aumento di temperatura sta aumentando anche il vapore acqueo disponibile, aumentano le nubi e le precipitazioni nevose, cioè il volume del ghiaccio. Sbagliato. Infatti, nonostante gli sforzi di alcuni intraprendenti ricercatori di dimostrare il contrario a suon di elaborazioni statistiche, l’unica parte del continente antartico che sta subendo un processo di riscaldamento è la penisola occidentale, mentre tutto il resto sembra stia raffreddandosi.

Il vapore acqueo disponibile non sta aumentando, questo lo capiamo dalle misurazioni satellitari1 ma, se quelle non dovessero bastare, è sufficiente capire che da una decina d’anni le temperature medie globali hanno smesso di crescere, per cui forse il vapore acqueo dovrà invece diminuire. In ultima analisi poi, le precipitazioni (anche se solide) hanno bisogno di una superficie altrettanto solida per posarsi, cioè cadono dove di ghiaccio ce n’è già in abbondanza, altrimenti finendo in mare difficilmente potrebbero accrescere il volume della superficie solida.

Del resto diversamente non potrebbe essere, visto che l’estensione del ghiaccio antartico è di 1,2 mln di Km2 sopra la media del periodo 1979-2000. Avete letto bene. Se qualcuno avesse voglia di fare un paragone, il ghiaccio artico, cioè quello del Polo Nord, ha oggi un’estensione di 0,3mln di Km2 inferiore rispetto allo stesso periodo. Cioè, il primo è aumentato di una superficie quattro volte maggiore di quella di cui è diminuito il secondo. Ciò nonostante, del primo se ne parla solo quando in piena estate si stacca qualche iceberg, con il secondo ci hanno fracassato le orecchie ma non solo, prospettandoci la fine del mondo per il prossimo week-end. A breve sul GRL2 dovrebbe essere pubblicato un rapporto della British Antarctic Survey che confermi questi dati. Noi nel frattempo dal sito the Cryosphere Today abbiamo recuperato i grafici relativi all’estensione dei ghiacci su entrambi i poli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per completezza d’informazione, va detto che in Antartide è conservato il 90% del ghiaccio del pianeta e l’80% dell’acqua dolce di cui disponiamo. A quanti dovessero essere preoccupati per le sorti delle città costiere, che qualcuno paventa possano essere sommerse dall’incessante aumento del livello dei mari sempre a causa dello scioglimento dei ghiacci, rammentiamo che il ghiaccio marino non contribuisce affatto a questo innalzamento, perchè semplicemente è già sull’acqua ed occupa già il volume che gli spetterebbe tornando allo stato liquido. Quelli incriminati sarebbero i ghiacci presenti sulla terraferma però, tanto in Groenlandia (5% del totale), quanto in Antartide (90%), questi stanno aumentando, rifiutando ostinatamente di cedere all’incessante calura del riscaldamento globale. Sarà forse per questo che il livello dei mari è salito al ritmo medio di 0,3-0,4 metri per secolo, contro un valore medio di 1,20 metri per secolo registrato negli ultimi diecimila anni. Ad oggi, non c’è alcun segnale che questa velocità di salita stia aumentando, piaccia o no ai professionisti della catastrofe.

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  1. The International Satellite Cloud Climatology Project via www.climate4you.com []
  2. Geophysical Research Letter []

Sono pochi gli sport in cui il gap tra vincitori e vinti può essere così pesante. In genere si interrompe la partita prima di arrivare a risultati tanto eloquenti. Di quale sport sto parlando? E’ nuovo, si chiama la Gara del Consenso. Temo che sin qui nessuno ne abbia sentito parlare, eppure rischia di diventare molto popolare nei prossimi mesi.

Già, perchè dalla pubblicazione del quarto Rapporto IPCC ad oggi, il dibattito sulla reale dimensione dell’effetto antropico sul clima è tutt’altro che concluso. Da dichiarazioni che annunciavano di aver raggiunto una specie di unanimità e che in realtà celavano più che altro il tentativo di non lasciar spazio ad opinioni diverse, si è passati ad un proliferare di associazioni, di eventi e di libere iniziative per portare a conoscenza dell’opinione pubblica che le cose stanno diversamente. Ci sono una parte del mondo scientifico ed una larghissima e decisamente sproporzionata parte delle componenti politiche ed informative che hanno sposato in toto la teoria dell’AGW1, su questo non c’è dubbio. Ma ci sono anche moltissime voci di parere difforme, tanto tra chi si occupa di clima quanto di chi ne parla, quanto di chi è deputato a prendere decisioni. Ognuno con le sue ragioni ovviamente.

Ma torniamo al gioco. Le regole sono semplici. La parte che riesce a raccogliere il maggior numero di esperti o presunti tali sotto la propria bandiera vince. Il premio è rappresentato dallo spazio sui giornali e dalla fiducia dei decisori. Non è poco. Fin qui non c’è stata storia, i predicatori del disastro climatico hanno fatto man bassa, almeno fino a qualche tempo fa. Poi è arrivata la crisi economica e qualcuno ha cominciato a farsi qualche domanda del tipo: sarà giusto continuare ad indagare la scienza del clima per trovare le ragioni di un presunto effetto antropico al solo scopo di ottenere visibilità? Sarà giusto continuare a concedere questa illimitata apertura di credito? Sarà giusto continuare ad investire per alimentare un circuito finanziario che porta beneficio a pochi e rischia di arrecare danno a molti, senza spostare di una virgola il problema del cambiamento climatico, vero o presunto, antropico o naturale che sia? Nell’ordine a porsi questi interrogativi sono stati molti studiosi, qualche soggetto del mondo dell’informazione ed un buon numero di uomini politici.

E così il fenomeno è cresciuto e la Gara è diventata più equilibrata. In genere quando manca poco alla fine del campionato di calcio gli allenatori sono soliti esortare i calciatori di questa o quella squadra a disputare ogni gara come fosse una finale. La prima c’è stata all’inizio di marzo a Copenhagen, Uno a zero per l’AGW. Il pareggio a New York appena pochi giorni fa con la conferenza dell’NIPCC ((Non Governamental Panel on Climate Change)). Appena ieri un altro gol: un’intera pagina del New York Times acquistata dal Cato Institute, un’organizzazione che si pone l’obiettivo di promuovere il liberismo e, con le firme di un cospicuo numero di scienziati, chiede al Presidente degli Stati Uniti di rivedere le sue convinzioni in materia di clima e di non dare ascolto solo a chi fa presagi di sventura. Finalità politiche? Forse, ma anche volontà di fare opinione. Non che ci sia molto da scandalizzarsi, giacchè l’altra squadra di iniaziative del genere ne ha messe in scena a dozzine, cucendosi anche sul petto l’emblema di numerose associazioni politiche, ambientaliste e culturali.

Eppure molti storceranno il naso. Si dirà che questa non è scienza, che le teorie presentate sono grossolane, che dietro ci sono i soldi dei petrolieri etc etc. Non è scienza nemmeno il premio Nobel per la pace assegnato in condominio ad Al Gore ed all’IPCC, mentre lo sono quelli di tredici dei centoquattordici firmatari dell’iniziativa. I dubbi sul fondamento scientifico della teoria AGW e sull’efficacia del sentiero che si è imboccato sono tutt’altro che grossolani. Infine quali soldi ci siano dietro non lo so, ma non è un segreto che più di qualche pesce grosso del mondo finanziario abbia da tempo scelto di star dalla parte dell’allarme climatico. Tra questi la fondazione Rockfeller, la Goldmann Sachs e la defunta Lheman Brothers.

Sembra che le squadre siano più equilibrate ora, ma temo che comunque non si assisterà ad un bello spettacolo. Tutto questo di sicuro non fa bene alla credibilità del mondo scientifico, nè porterà molto avanti la comprensione del complesso sistema clima. Come dire, quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, ma la scienza si fa col cervello, non con i muscoli. Però, quanti pensavano di aver vinto con largo anticipo ora non si lamentino, perchè le regole di questo gioco le hanno inventate loro. Ricordate? Duemilacinquecento scienziati (poi scesi a cinquantadue) gridano all’allarme clima. Chi la fa l’aspetti.

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  1. Riscaldamento Globale di origini antropiche []

Con un pò di ritardo, del quale mi scuso in prima persona con i lettori, dovuto alla necessità di dare un editing omogeneo alle relazioni presentate il 3 marzo scorso al convegno “Cambiamenti climatici ed ambiente politico” tenutosi a Palazzo Marini a Roma, pubblichiamo gli interventi dei cinque relatori.

Gli interventi, come avrete modo di leggere, si sono concentrati tutti sulla realtà osservata e sui segnali inequivocabili del clima passato, nella convinzione che lo stato dell’arte della prognosi climatica non fornisca elementi attendibili, ovvero utilizzabili ai fini del decision making.

 

 

Cambiamento climatico e produzione di cibo – Luigi Mariani Immagini Testo
La natura, non l’uomo, governa il clima – Franco Battaglia Immagini Testo
Sul riscaldamento globale del pianeta terra – Uberto Crescenti Relazione  
Variazioni climatiche storiche nell’area mediterranea – Franco Ortolani Relazione  
Fenomeni estremi e global warming – Guido Guidi Relazione  
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NB:

Non sono uscito di senno, ammesso che vi sia mai entrato, vi riporto nel titolo soltanto una felice intuizione di Brendan O’Neill, editore di Spiked On Line. Facebook, che passione! Il nostro editore ha aperto per gioco un gruppo sul social network più in voga del momento dal titolo “La negazione del cambiamento climatico è un disordine mentale” e, non ci crederete ma tra quelli che hanno aderito alcuni lo hanno fatto per gioco, altri perchè sono convinti che sia vero. Qualcuno è arrivato a proporre che vengano praticate delle ecolobotomie, per eliminare quella parte del cervello che si ostina a negare. Un altro scrive: Grazie a Dio ho trovato questo gruppo!

L’iniziativa di un burlone? Neanche per sogno, considerato il fatto che alla University of West England di Bristol è stata organizzata una conferenza che affronti non già i barbosi temi poco scientificamente probabili del catastrofismo climatico, quanto piuttosto le ragioni sociologiche del dissenso. Non a caso sarà il centro studi sociali dell’università a guidare le danze, riunendo fior di cervelli esperti di comportamento. Psicoterapia, ricerca sociale, attivisti del cambiamento climatico ed eco-psicologi. Queste le professionalità (?) che saranno espresse nel week end di discussione.

Ebbene sì, questa è l’ultima trovata dell’elite dell’ambientalismo più sfrenato, dei guru del sapere climatico, delle cassandre dei giorni nostri. Non c’è niente da fare, siamo sempre un passo indietro. Mentre in Italia si dibatte sulla leggittimità di un convegno sul clima organizzato da un gruppo parlamentare che casualmente è al governo del paese, in Inghilterra la pratica la lasciano sbrigare ad un centro di studi sociali. Obbiettivo dichiarato, indagare la manifesta anormalità di chi nega l’origine antropica del riscaldamento globale. Giuro che è tutto vero e non si tratta di una versione british dell’appendice ambrosiana del carnevale milanese, tantomeno trattasi di pesce d’aprile anticipato. Dissenzienti al microscopio (il prossimo che usa la parola negazionista su questo blog sarà escluso a vita dalle discussioni), come si fa per il ceppo dell’influenza Australiana.

Vi spiego la teoria. Nella nostra beata demenza di irresponsabili, avremmo compiuto un gran salto all’indietro nell’evoluzionismo, tornando ad usare solo quella parte del nostro cervello pienamente istintiva e godereccia (sesso, droga e rock and roll), propria addirittura dei nostri avi cavernicoli. Per questo gli illuminati eco-consapevoli, consci di controllare al meglio la fetta di materia grigia sede del raziocinio, si ergono una volta di più a paladini della ragione e di lassù guardano con distaccato sdegno alla demenza del popolo bue proponendo terapie di massa a colpi di certificati di credito delle emissioni.

Abbandonato ogni tentativo di far passare per assodato a suon di numeri ciò che invece dimostra che sono loro a dare i numeri, si passa ad identificare chi vorrebbe capirci qualcosa di più come affetto da patologia morale o addirittura mentale. Tutto ciò è rassicurante, -ripeto, non sono impazzito- e lo è almeno per due ragioni. La prima: la scienza dell’ambientalismo sfrenato e del catastrofismo climatico non è scienza, per cui meglio parlare d’altro. La seconda: l’elite o auto presunta tale di quanti pensano di aver sempre qualcosa da insegnare e mai nulla da imparare ha gettato la maschera. Ora i ruoli sono chiari e sappiamo che con un pò di sane regole e qualche seduta di psicoterapia la loro guida illuminata salverà il mondo dalla nostra sventatezza. Possiamo stare tranquilli, non ci sarà più neanche bisogno di vera informazione (ce n’è mai stata in argomento?), perchè i pazzi non possono essere dissuasi dalla loro follia, vanno curati con iniezioni di buon senso e tante, tante regole scritte e promulgate dai saggi color clorofilla.

Mi sento un pò come deve sentirsi quel tale che entrando contromano in autostrada continua a ripetersi: Un pazzo? Ma qui è pieno di pazzi!

NB: Grazie a Maurizio Morabito per la segnalazione, tra pazzi si sa, bisogna darsi una mano.

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La fase finale di questa stagione invernale è stata segnata in troposfera dal trasferimento di quanto accaduto nello strato immediatamente superiore – la stratosfera – quando la stagione era in effetti appena iniziata. Un imponente warming stratosferico del quale abbiamo parlato in più di una occasione su queste pagine, in conseguenza del quale abbiamo riscontrato un notevole interesse ed un rinnovato entusiasmo per lo studio, la comprensione e l’interpretazione di questo particolare e relativamente raro evento. Molto spesso nel passato, al verificarsi di questi eventi sono seguite delle significative irruzioni di aria di origine artica nelle medie latitudini dovute a flussi marcatamente meridiani sull’area continentale europea, sul Mediterraneo e quindi anche sull’Italia.

La storia di questi eventi è in effetti piuttosto breve, le prime misurazioni stratosferiche non sono più vecchie di mezzo secolo, infatti i dati disponibili coprono soltanto il periodo che va dal 1958 ai giorni nostri. In questi cinquant’anni sono stati osservati venticinque episodi di SSW (Stratospheric Sudden Warming). Individuare quali fattori ne possano costituire l’origine non è semplice e, sin qui, il livello di comprensione scientifica del fenomeno è ancora piuttosto basso.

Nel tentativo di esperire un indagine con approccio sperimentale, abbiamo provato a rivolgere la nostra attenzione verso fattori di forcing esogeni al sistema Terra , ma non certo al sistema clima nel suo complesso, provando la strada della correlazione dell’attività magnetica solare, espressa in numero di macchie solari SSC (Sun Spot Cycle) con il numero dei SSW. A tale scopo nella fase iniziale è stato necessario filtrare i vari dati attraverso l’uso delle medie mobili per cinque periodi per quanto concerne l’attività solare e per tre periodi per quanto concerne il numero degli SSW. In questo modo sono state soppresse tutte le piccole oscillazioni ed è stato messo in maggiore risalto l’andamento portante delle due variabili esaminate.

La trasposizione grafica delle due matrici di dati ci permette di fare alcune riflessioni, tuttavia, come sottolineato in apertura è doveroso sottolineae che la serie dei dati è decisamente breve per fornire un’immagine completa ed affidabile.

ssc-vs-ssw

Le curve presenti in questa immagine rappresentano rispettivamente:

  • Il segnale dell’attività solare espressa in numero di macchie (giallo)
  • Il segnale di SSW rilevati dal 1958 ad oggi (viola)

 ssc-vs-ssw-poli

Le curve presenti in questa immagine rappresentano rispettivamente:

  • Andamento di tendenza dell’attività solare (rosso)
  • Andamento di tendenza dei Stratospheric Sudden Warmings (blu)
  • Il segnale dell’attività solare espressa in numero di macchie (giallo)
  • Il segnale di SSW rilevati dal 1958 ad oggi (viola)

medie-ssw

Le curve presenti in questa immagine rappresentano rispettivamente:

  • Il numero medio di SSW nell’intero periodo (celeste)
  • Il numero medio di SSW nei periodi compresi dal 1958 al 1984 e dal 1985 al 2009 (verde)

 

Dall’analisi dei dati e delle immagini è possibile trarre alcune conclusioni.

E’ visibile una correlazione positiva tra la curva dell’attività solare e del numero di SSW. In particolare si riscontra come tali eventi abbiano una frequenza di occorrenza maggiore attorno ai massimi dell’attività solare. Il picco di SSW è raggiunto con un certo anticipo rispetto al picco dell’attività solare e, analogamente, il picco negativo viene raggiunto qualche tempo prima del minimo solare. La frequenza di SSW si riduce vistosamente a partire dalla fine degli anni ’80.

Dalle matrici di dati è stato inoltre possibile ricavare il valore medio di eventi di SSW sull’intero periodo, una frequenza di occorrenza pari a 0,56 eventi/anno. Escludendo i dati iniziali e finali delle due matrici, perché troppo al contorno dati e quindi maggiormente sensibili ad errori di analisi, abbiamo meglio fissato la nostra attenzione al periodo compreso tra il 1961 e il 2006. Il dato che desta maggiore sorpresa è individuabile sulla netta discontinuità avvenuta dopo il 1984 e che ha praticamente contraddistinto quasi interamente gli anni ’90 e gli anni 2000 ad eccezione del breve periodo compreso tra 1998 e il 2002.

Il livello di comprensione scientifica piuttosto basso e la brevità delle serie di dati disponibili in ordine a questi eventi rendono quanto mai difficoltoso ipotizzare una spiegazione a questa evidente discontinuità. Tuttavia è possibile procedere ad alcune osservazioni.

Dall’analisi dei dati si evince che il picco del numero medio massimo - circa 1,15 eventi/anno – di SSW si realizza lungo la fase crescente dell’attività solare verso i massimi solari e con numero di macchie mediamente pari o inferiore a circa 90-100. Tale numero diminuisce portandosi ad una media di circa 0,85 eventi/anno quando l’attività solare supera le 100-120 macchie. Ovvero, un Sole troppo attivo sembra vada ad inficiare i meccanismi di formazione dei SSW. A questo punto non possiamo trascurare l’ipotesi per la quale i meccanismi sia fotochimici di formazione e distruzione dell’ozono che del suo trasferimento dalle zone tropicali a quelle polari, direttamente connesse alle emissioni ultraviolette, influenzino negativamente o addirittura inibiscano la genesi ed evoluzione degli SSW. Se ne deduce che probabilmente ad una componente intrinseca dell’atmosfera atta alla formazione di forcing troposferici, quali quelli evidenziatisi alla fine del dicembre 2008 e direttamente connessi con l’evoluzione meridiana delle onde planetarie, si modula una componente propria della stratosfera che la rende più o meno predisposta a generare più o meno intensi SSW. Ovviamente questa è una ipotesi che ha bisogno di ulteriori approfondimenti ma che può essere una buona base di partenza per cercare di comprendere questo importante fenomeno.

L’attività solare sembrerebbe quindi modulare in frequenza e in ampiezza i SSW. Infatti guardando le linee di tendenza del numero dei vari eventi e dell’attività solare notiamo proprio come gli eventi di warming stratosferici siano più frequenti e di numero medio maggiore nei periodi in cui l’attività solare presenta un numero di macchie inferiori a 100 e viceversa, minore, quando queste ultime superano tale soglia.

La correlazione tra l’attività solare e le dinamiche stratosferiche è stata del resto investigata autorevolmente in più occasioni. In uno studio portato a termine da alcuni ricercatori dell’Università di Berlino è stata individuata una forte correlazione positiva tra il segnale dell’attività solare e le diverse fasi della Quasi Biennal Oscillation. Con specifico riferimento alla stagione invernale dell’emisfero settentrionale il segnale solare sembra modulare le altezze del geopotenziale e le temperature della stratosfera, ma tale correlazione appare molto più evidente raggruppando le serie di dati nelle due fasi occidentale ed orientale della QBO. E’ noto che la fase occidentale della QBO è normalmente associata con un vortice polare particolarmente solido e stabile, tuttavia sembra che tali solidità e stabilità possano in qualche modo venir meno durante le fasi di massimo solare, mentre esattamente l’opposto sembra accadere nelle fasi di minimo solare (Labitzke, Naujocat, Kunze 2003)1. 

Queste considerazioni, se da un lato dimostrano quanto possa essere evidente l’influenza dell’attività solare nell’evoluzione delle dinamiche stratosferiche, dall’altro complicano ancora di più il quadro generale. Infatti, con specifico riferimento all’evento di SSW osservato all’inizio di quest’anno va ricordato che la situazione generale appare essere in controfase, ovvero, pur essendo in una fase occidentale della QBO, siamo anche in una fase prolungata di minima attività solare. E’ indubbio che molta strada debba ancora essere percorsa per giungere ad una piena comprensione di questi affascinanti fenomeni.

 

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  1. http://articles.adsabs.harvard.edu/full/2003ESASP.530…21L []

In questi ultimi mesi l’emisfero boreale ha conosciuto una stagione invernale piuttosto dinamica. In realtà, come scopriremo analizzando nel dettaglio i dati a stagione finita, non ha poi fatto così freddo. Tuttavia, complice la recente chiusura dell’anno polare internazionale, l’attenzione dei media e di una buona parte della comunità scientifica si è concentrata proprio sulle zone polari. L’estensione dei ghiacci artici in particolare, è stata ed è oggetto di ampio dibattimento, ora in questa ora in quella direzione, nella solita antipatica altalena tra opinioni a sostegno del riscaldamento globale di origine antropica e pareri diametralmente opposti, altrettanto antipaticamente definiti “negazionisti”.

Le acque, o dovremmo dire i ghiacci, si sono agitate già verso la fine della scorsa estate, perché dopo il clamore suscitato dalla presunta apertura del famoso passaggio a nord ovest al termine della fase di scioglimento, le zone artiche sono state teatro di un rapido recupero dei ghiacci, con rateo di aumento almeno inizialmente paragonabile alle medie di riferimento, risalenti al periodo 1979-2000.

Così, in appena tre mesi, il recupero è stato tale da riportare l’estensione dei ghiacci a valori simili a quelli dell’inizio del periodo di misura, cioè l’inizio dell’era satellitare. Almeno questo lasciavano intendere le dichiarazioni di uno dei più autorevoli esperti del settore, curatore del sito web The Cryosphere Today. In una chiacchierata con un giornalista del Daily Tech1 che segue da vicino le vicende climatiche Bill Chapman dell’Università dell’Illinois azzardava l’ipotesi che tale recupero potesse essere indotto dalla scarsa ventilazione registrata nei primi mesi freddi, quelli che in genere segnano il destino della stagione. Neanche il tempo di assimilare questa bella notizia, che di lì a pochi giorni giungeva la smentita, addirittuta in forma di nota ufficiale2 di colui che aveva rilasciato l’intervista. Non è dato sapere se queste fossero state male interpretate o se fossero semplicemente troppo poco allineate al pensiero diffuso, cioè che i ghiacci si sciolgono e continueranno inesorabilmente a diminuire tout court.

In tutto questo bailamme di informazioni cotraddittorie, si corre il rischio di capirci molto poco e di perdere di vista gli elemnti più significativi. La realtà dei fatti vede – un pò di chiarezza è necessaria – l’ammontare dell’estensione dei ghiacci artici ancora consistentemente sotto la media di riferimento, ma in fase di recupero. Un evento non casuale, visto che le temperature medie globali hanno smesso di aumentare da qualche anno. Non è dato sapere se se questa iniziale inversione di tendenza sarà duratura oppure no, ma è un fatto che le due cose insieme diano non poco da pensare a chi riteneva di aver già capito tutto e ci avvisava che praticamente eravamo giunti ad un punto di non ritorno.

Tra gli aspetti salienti passati del tutto inosservati, figurano anche le indicazioni di un team di ricercatori della NASA che hanno attribuito il minimo storico dell’estensione dei ghiacci artici del 2007 a cause del tutto naturali, ovvero alle anomalie del vento e della pressione atmosferica sull’area polare3. Pari indifferente trattamento è stato riservato anche agli studi che mettono in stretta correlazione le variazioni della temperatura di superficie degli oceani – legate a oscillazioni cicliche di lungo periodo – con la quantità di ghiaccio presente alle alte latitudini4.

Nel frattempo, con antipatica ostinazione, il ghiaccio presente in Antartide aumenta stabilmente da diversi anni, ma questo, ci dicono i modelli di simulazione climatica, sarebbe previsto anche in concomitanza di un generale aumento delle temperature. Che invece proprio lì invece hanno subito una diminuzione, almeno fino a quando un team di ricercatori americani, analizzando e rimescolando i pochissimi dati disponibili non ha individuato un trend di aumento partendo da valori osservati a terra e da satellite in generale diminuzione5. Potere della statistica, verrebbe da dire. Questo gruppo in effetti non è nuovo ad operazioni del genere. Alcuni anni fa si sono cimentati in altre alchimie statistiche per la ricostruzione delle media globali nel periodo pre-industriale, con il risultato di azzerare (sulla carta) le oscillazioni climatiche in positivo ed in negativo del periodo medioevale. Questa è l’arte del tuning o, se preferite, del bias scientifico: abbandonata la tecnica classica della ricerca sperimentale, si trattano i dati fino a che non incontrano le tesi che si vorrebbero dimostrare6.

Solo che ora abbiamo un problema: non avevamo detto che dai modelli si capiva benissimo che il raffreddamento dell’Antartide era previsto? Come si fa ora che abbiamo scoperto che invece si scalda? Nessun problema la prima fase, quella fredda, era solo temporanea, di qui in avanti solo caldo. E infatti, per tornare da dove siamo partiti, cioè da quest’inverno, i sostenitori del riscaldamento globale continuano a spiegare che l’inverno freddo anzi fresco, non fa clima e ancor meno lo fanno le piogge abbondanti e le nevicate. Per farlo ci portano emblematicamente ad esempio il caldo anomalo dell’estate australe. In pratica se fa freddo trattasi di normale variabilità, se fa caldo trattasi di global warming. Parola di Ministro per i cambiamenti climatici (esiste sul serio!) australiano.

La verità è che sin qui non ci abbiamo capito molto e siamo lontanissimi dal livello di comprensione scientifica che sarebbe necessario per computare con buoni risultati l’evoluzione delle complesse dinamiche del clima in un modello di simulazione. Nonostante ciò continuiamo a farlo ed a prendere per oro colato gli output di queste previsioni, portando ora questo ora quell’altro fenomeno atmosferico “anomalmente” naturale a supporto delle tesi di qualunque segno.

Quello che si cerca di comprendere è in definitiva se il bilancio energetico del pianeta abbia subito un’alterazione di origine non naturale, cioè se venga trattenuta più energia di quanta ne occorre perchè la macchina del clima continui a funzionare. Posto che, come detto, non ne conosciamo il funzionamento, forse sarebbe il caso di cercare forse sarebbe il caso di cercare di approfondire proprio quanto possa influire la dinamica della variazione dell’estensione dei ghiacci su entrambi i poli, e non su di uno solo perchè, tra l’altro, in termini di bilancio energetico forse il polo sud conta più del polo nord, in quanto più vasto e più esposto alla radiazione solare7. In poche parole, una variazione positiva dei ghiacci antartici potrebbe valere di più di una variazione negativa di quelli artici8.

Ma questo, ancora una volta, ai modelli non è stato detto9.

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  1. http://www.dailytech.com/Article.aspx?newsid=13834 []
  2. http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/global.sea.ice.area.pdf []
  3. http://www.nasa.gov/vision/earth/lookingatearth/quikscat-20071001.html []
  4. http://www.intellicast.com/Community/Content.aspx?a=128 []
  5. http://www.climatemonitor.it/?p=831 []
  6. http://www.nature.com/nature/journal/v457/n7228/ []
  7. http://www.climatemonitor.it/?p=767 []
  8. Steven Goddard su www.wattsupwiththat.com []
  9. Comics from: http://blog.getm.org/2006/08/11/you-know-the-globe-is-warming-when-inuit-buy-air-conditioners/ []