L’Eretico del Clima

Il giorno 16 gennaio 2008, l’inserto scientifico Tuttoscienze de “La Stampa” ha pubblicato un articolo firmato dal prof. Freeman Dyson, fisico, dal titolo accattivante: “I miei pensieri eretici sul clima”, lo riportiamo sotto integralmente:

Il problema dell’anidride carbonica nell’atmosfera va visto in termini di gestione dei suoli e dei terreni non di semplice meteorologia. Circa un decimo dell’anidride carbonica viene convertito in biomassa ogni estate e poi restituito all’atmosfera ogni autunno.

I miei pensieri eretici sul clima

Il mio compito di scienziato è sfidare i dogmi sul riscaldamento globale: sono orgoglioso di essere eretico. I modelli computerizzati di previsione non sono affatto in grado di prevedere il caos del mondo nel quale viviamo.

I dogmi del riscaldamento globale devono essere sfidati: perché non contemplare l’ipotesi che l’anidride carbonica ci sia utile?

Per prima cosa devo ammettere che, come scienziato, non ho fiducia nelle previsioni. La scienza è l’imprevedibilità organizzata: nei loro esperimenti, gli scienziati non fanno altro che mettere le cose insieme in modo che siano il più prevedibili possibile, e procedono per vedere cosa succede veramente. Si potrebbe arrivare a dire che, se qualcosa è prevedibile, allora non è scienza. Dunque, nel fare le mie previsioni, non parlerò come scienziato ma come narratore: le mie previsioni saranno fantascienza, più che scienza.

È noto che i racconti fantascientifici non sono accurati: il loro scopo non è descrivere ciò che accadrà, ma immaginare cosa potrebbe accadere. Il mio scopo è raccontare storie che possano sfidare i dogmi che oggi sono dominanti: dogmi che potrebbero risultare corretti, ma che hanno bisogno di essere sfidati. Sono orgoglioso di essere un eretico.

Il trambusto che circonda il riscaldamento globale è esagerato. Mi oppongo alla fratellanza degli esperti dei modelli climatici e alle folle che hanno illuso con i loro numeri. Certo, come fanno notare, non ho una laurea in meteorologia e quindi non avrei le qualifiche per parlare. Ma ho studiato i modelli climatici e so cosa possono fare.

I modelli risolvono le equazioni della fluidodinamica e descrivono bene i moti fluidi dell’atmosfera e degli oceani. Descrivono piuttosto male le nuvole, la chimica e la biologia dei campi, delle fattorie e delle foreste. Non riescono a descrivere il mondo reale in cui viviamo, che è fatto di fango e disordine, pieno di cose che non comprendiamo ancora. È molto più semplice, per un ricercatore, restare in ufficio a far girare i modelli sul computer che non indossare indumenti pesanti per misurare cosa sta davvero succedendo nelle paludi e tra le nuvole. Non c’è dubbio che alcune parti del mondo si stiano scaldando e non sto assolutamente dicendo che il riscaldamento non causi problemi: è ovvio che lo fa. Ma è altrettanto ovvio che dovremmo cercare di capirne di più. Quel che sto dicendo è che questi problemi sono grossolanamente esagerati: privano di attenzioni e di denaro altri problemi più urgenti, come la povertà e le malattie, l’istruzione e la sanità pubbliche e la conservazione delle creature viventi, per non dire del problema più grave di tutti: quello della guerra.

Il riscaldamento globale è un problema interessante, sebbene la sua importanza sia eccessivamente amplificata. Per capire come si muove il carbonio attraverso l’atmosfera e la biosfera occorre misurare una gran quantità di variabili. Non voglio confondervi e vi chiederò di ricordare un solo numero: un terzo di millimetro all’anno.

Metà della terraferma sostiene una vegetazione di qualche tipo. Ogni anno assorbe e converte in biomassa una certa frazione dell’anidride carbonica che emettiamo nell’atmosfera. Non sappiamo quanto sia grande la frazione che assorbe, perché non abbiamo misurato l’incremento o il decremento di biomassa. Il numero che vi ho chiesto di ricordare è l’aumento di spessore della biomassa che si avrebbe mediamente, su oltre metà della terraferma presente sul pianeta, se venisse assorbito tutto il carbonio che stiamo emettendo bruciando carburanti fossili: solo un terzo di millimetro all’ anno. Il punto cruciale è il tasso di scambio molto favorevole che sussiste tra carbonio nell’atmosfera e carbonio nel terreno. Per bloccare l’aumento di carbonio nell’atmosfera, è sufficiente che facciamo crescere la biomassa nel terreno di un terzo di millimetro l’anno.

Deduco che il problema dell’anidride carbonica nell’ atmosfera va visto in termini di gestione del terreno, non di meteorologia. Nessun modello computerizzato dell’atmosfera o dell’oceano può sperare di predire come dovremmo gestire la Terra.

Ecco un altro pensiero eretico. Invece di calcolare una media mondiale di crescita della biomassa, sarebbe meglio mantenerci su scala locale. Considerate uno dei possibili scenari futuri: la Cina continua a sviluppare la propria economia, basandola sul carbone, e gli Usa decidono di assorbire l’anidride carbonica che ne risulta aumentando la biomassa dei loro suoli. A differenza delle piante e degli alberi, non c’è limite alla quantità di biomassa che si può immagazzinare.

Circa un decimo di tutta l’anidride carbonica viene convertita in biomassa ogni estate e restituita all’atmosfera ogni autunno: è per questo che gli effetti dei combustibili fossili non si possono separare dagli effetti della crescita e della decomposizione delle piante. Ci sono, in particolare, cinque serbatoi di carbone che sono accessibili biologicamente nel breve periodo, senza contare le rocce ricche di carbonati e le profondità degli oceani. Sono l’atmosfera, le piante sulla terraferma, il suolo su cui crescono le piante, lo strato superficiale dell’ oceano dove crescono le piante marine e le riserve di combustibili fossili. L’atmosfera è il serbatoio più piccolo, mentre i combustibili fossili sono il maggiore, ma tutti e cinque sono abbastanza simili. Tra loro c’è una fitta interazione e per capirne uno è necessario capirli tutti.

Non sappiamo se una gestione intelligente del terreno potrebbe far aumentare il serbatoio del suolo di quattro miliardi di tonnellate di carbonio l’anno – la quantità necessaria a fermare l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera. L’unica cosa che possiamo affermare con certezza è che si tratta di un’ipotesi teorica possibile, che dovrebbe essere considerata seriamente.

La mia terza eresia riguarda un mistero che mi ha sempre affascinato. In molti punti del deserto del Sahara si trovano graffiti rupestri che rappresentano persone e branchi di animali: si tratta di tracce numerose e di qualità artistica sorprendente e furono probabilmente dipinte nell’arco di qualche migliaio di anni. Le ultime tradiscono l’influenza degli Egizi e sembrano essere contemporanee delle prime forme di arte tombale di questo popolo. I migliori graffiti dei branchi risalgono a circa 6 mila anni fa e ci sono prove schiaccianti che a quell’epoca il Sahara fosse umido: c’era abbastanza pioggia da consentire a vacche e giraffe di pascolare tra erba e alberi e c’erano ippopotami ed elefanti. Il Sahara di ieri dev’essere stato simile al Serengeti di oggi.

Sempre 6 mila anni fa c’erano foreste decidue nel Nord Europa dove oggi si trovano solo conifere, a dimostrazione del fatto che il clima di queste zone settentrionali era più mite. C’erano alberi anche nelle valli svizzere che oggi ospitano famosi ghiacciai e i ghiacciai che adesso si stanno ritirando erano molto più piccoli. Seimila anni fa sembra essersi verificato il periodo più caldo e umido dell’era interglaciale, iniziata 12 mila anni fa con la fine dell’ultima era glaciale. Ora avrei due domande da porvi.

Primo: se permettessimo all’anidride carbonica nell’atmosfera di aumentare ancora, arriveremmo ad avere un clima simile a quello di 6 mila anni fa, quando il Sahara era umido? Secondo: se potessimo scegliere tra il clima di oggi con il Sahara arido o quello di 6 mila anni fa con il Sahara umido, preferiremmo la situazione odierna?

La mia terza eresia risponde “sì” alla prima domanda e “no” alla seconda. Il clima caldo di 6 mila anni fa sarebbe preferibile e l’aumento dell’anidride carbonica potrebbe aiutarci a ricrearlo. Non dico che questa eresia sia vera, ma solo che non ci farebbe male pensarci. La biosfera è la cosa più complicata con cui l’uomo abbia a che fare. L’ecologia planetaria è ancora una scienza giovane e poco sviluppata: non mi stupisce che esperti onesti e bene informati non si trovino d’accordo sui fatti.

Ma al di là del disaccordo sui fatti c’è un disaccordo più profondo ed è sui valori. Si può descrivere in modo iper-semplificato come disaccordo tra naturalisti e umanisti. I primi credono che la natura abbia sempre ragione: per loro il valore più alto è il rispetto dell’ ordine delle cose e qualsiasi goffa interferenza degli uomini nell’ambiente naturale è un male. È un male bruciare i combustibili fossili e sarebbe un male anche trasformare il deserto – che sia il Sahara o un oceano – in un ecosistema dove le giraffe o i tonni prosperano. La natura ha sempre ragione e qualsiasi cosa facciamo per migliorarla non porterà che guai: questa etica naturalista è la forza propulsiva del Protocollo di Kyoto.

L’etica umanista parte invece dall’idea che gli uomini sono una parte essenziale della natura. È grazie alle nostre menti che la biosfera ha acquisito la capacità di guidare la propria evoluzione e ora comandiamo noi. Noi umani abbiamo il diritto e il dovere di ricostruire la natura in modo che la nostra specie e la biosfera possano sopravvivere e prosperare. Secondo gli umanisti, il valore più alto è la coesistenza armoniosa tra esseri umani e natura, mentre i mali più grandi sono la povertà, la disoccupazione, la malattia e la fame, perché sono condizioni che limitano le opportunità e la libertà delle persone. L’etica umanista accetta l’aumento di anidride carbonica come un piccolo prezzo da pagare per lo sviluppo e l’industrializzazione globale, se questi possono alleviare le miserie di cui soffre metà dell’umanità. L’etica umanista accetta la responsabilità di guidare l’evoluzione del pianeta. È per questo che sono un umanista.

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Author: Fabio Spina

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9 Comments

  1. Caro Giovanni,
    conosco bene, ormai, la differenza tra meteorologia e climatologia, ma se devo attenermi a quanto mi viene detto, che un fenomeno sarebbe climatico quando dura almeno 30 anni, allora sono portato a pensare che 4 milioni di pale non agiscono sul vento per un giorno e poi le smontano, magari. Immagino che intendano utilizzarle per molti anni.
    Non so quanto duri la vita media di un parco eolico, ma non mi stupirebbe che abbia tempi comparabili con la definizione di “fenomeno climatico”.
    Inoltre il vento non è che l’esito di una variazione di pressione. Alcuni venti sono causati dalla rotazione della Terra, e in pratica sono il contrario di quello che sembrano, come il treno accanto, in stazione che sembra muoversi, quando invece è il nostro treno che sta partendo.
    Ma non vorrei muovermi in un campo in cui avete tanta più competenza di me, e potrei dire delle cavolate.
    Volevo solo dire che secondo me il vento fa parte di quelle azioni che assicurano e hanno assicurato al pianeta di reagire a stimoli termici.
    Penso alle celle di Hadley, e via dicendo. Catturare quell’energia impedirebbe (parzialmente, fino a che punto non saprei) quella distribuzione del calore che in questi miliardi di anni ha consentito al pianeta di distribuire il calore.
    Ora, sarà pure un fattore non pericoloso, almeno lo spero,
    ma
    dal punto di vista climatico, e non solo meteorologico,
    mi sembra che abbia un effetto molto più sensibile della povera CO2, che alimenta la nostra vita.
    Secondo me.

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    • Caro Guido i tuoi timori espressi rispetto alle pale eoliche ed alla loro influenza sul vento penso che siano completamente infondati per il semplice motivo che le forze in gioco e i motori che generano questi fenomeni non sono commensurabili con l’uomo e le sue attività.
      Il timore che tu mostri mi ricorda altri casi, di chi dice che l’estrazione di troppo petrolio e/o acqua dal sottosuolo era all’origine di terremoti o di nuovi vulcani o chi dice che un terremoto in una parte del globo abbia ripercussioni o scateni terremoti dalla parte opposta, o anche chi dice ( calcoli alla mano!) che se tutti saltassimo contemporaneamente riusciremmo a spostare l’asse terrestre.
      Poi diciamo che a livello teorico si potrà pure calcolare l’influenza di tutto ciò e determinare che le pale eoliche rallentano il moto di rotazione della Terra di 1 milionesimo di grado ogni milione di anni… gli americani direbbero “peanuts”….io direi “particelle subatomiche”. Mi ricordo di qualche studio da parte di un fisico che calcolava l’apporto dell’uomo nell’anticipare la fine dell’universo, tipo 10 secondi su 13 miliardi di anni….. Come dire..tutto si può fare e tutto si può calcolare, poi bisogna anche capirne il senso.
      Rispetto alle pale eoliche comunque dal mio punto di vista penso che il problema sia più che altro legato all’impatto visivo e acustico sul territorio e sulla popolazione. Devo anche sottolineare che per quel che ho visto in germania e svizzera è stato fatto un inserimento territoriale relativamente poco impattante, scegleindo anche colori per le pale che si amalgamassero con il territorio circostante, costruendo zone parco intorno alle pale e creando addirittura dei percorsi didattici e delle visite guidate all’interno di alcune pale… Per quel che ho visto invece in Spagna e in Italia (essensialmente puglia) devo dire che non si è badato ad altro che a costruire. Vedere intere distese di campi coltivati con pale sparse in maniera casuale, pale a ridosso di cascine, con colori impattanti, beh non è sicuramente un bel vedere…. Senza contare lo scempio del territorio anche per costruire strade per trasportare raggiungere e collegare le varie pale…..
      insomma come sempre ci sono molti aspetti da valuatare e considerare. In ogni caso credo che l’eolico come il solare e il geotarmico nel futuro non potranno che svilupparsi e per questo bisognerà trovare il modo per inserirli nel contesto paesaggistico riducendo al minimo il loro impatto. Un po come i treni, gli aerei, le macchine, le strade, le autostrade….sicuramente avversate da molti al momento della loro nascita e sviluppo (e non solo) ma alla fine entrate a far parte della nostra società moderna.

    • Caro Giovanni,
      quello che ho esposto non è una “mia” preoccupazione, quanto la preoccupazione che, a maggior ragione, dovrebbe avere chi paventa che le emissioni di CO2 possano instabilizzare definitivamente e irreparabilmente il sistema climatico.
      Se pensano che lo possa fare la CO2, dico io, a maggior ragione dovrebbero temere di metter mano su un fenomeno che è senz’altro più incisivo della CO2.
      Sai che personalmente non credo alla storia della CO2. Non ho difficoltà a credere quindi quello che affermi, ma mi scombussola che chi invece lancia anatemi e profezie fatali per la CO2, poi con grande disinvoltura proponga di costruire 4 milioni di pale eoliche nella sola Italia !
      Non ci vedi una contraddizione megagalattica ?
      Da una parte dicono di temere ogni minimo mutamento, “può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”, ma poi si buttano come pazzi, e senza riserve in giganteschi progetti su come modificare il sacro ecosistema per rimediare ai presunti effetti della CO2 !
      E’ la mancanza di coerenza dei catastrofisti, che voglio mettere in evidenza, NON sostenere una mia personale paura. E per questo ho seguito la loro logica, per dimostrare che non funziona.
      Secondo me.

  2. Semplicemente GRAZIE a CM per avermi fatto leggere una delle riflessioni più aperte, più straordinarie su questo tema.

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  3. se devo fornire un opinione sulle conclusioni del post a me personalmente verrebbe da dire che naturalisti e umanisti sono due dei tanti aspetti patologici dell’etica umana. Queste “categorie” spesso sono generate dal tentativo da parte degli uomini di comprendere l’etica e la psiche propria del suo genere e nel voler per forza spiegare in maniera quantitativa e pseudomatematica o scientifica un fattore che non risponde a leggi matematiche. Cosi si classifica l’inclasificabile, si cerca una formula per descriver e spiegare uno o più eventi casuali. dal mio punto di vista penso che la ragione stia nel mezzo , nella conoscenza e nel buon senso. Il che significa che la natura va rispettata ma l’uomo in quanto specie facentene parte deve comprenderla ed imparare a conviverci in maniera attiva, riducendo i richi e amplificando i benefici che puo ottenere da questa convivenza. Sbaglia chi tratta la natura come un pezzo da museo esattamente come chi la tratta come un oggetto da usare poi buttare via. la testimonianza reale della incosistenza di questi due pensieri sta nel fatto che da un lato volenti o nolenti la natura interagisce con noi con ogni sorta di fenomeno, da quelli atmosferici a quelli (idro)geologici infischiandosene se questi provocano morti e danni ( quindi la natura non sta immobile in una teca), dall’altro la storia dell’uomo dimostra come in svariati millenno esso con tutta la sua forza intellettuale e tecnologica, non sia riuscita a risolvere i problemi fondamentali dell’uomo ( fame, carestie, malattie, morte ecc.) ne i lo abbia liberato dei suoi bisogni primari ( mangiare, bere, espellere, dormire). Quando nel post si dice che l’umanista pensa di aver preso in mano le redini del comando sulla Tarra e sulla natura mi viene da pensare a quelle giostre per bambini dove con l’innocenza e la fantasia dell’infanzia pensiamo di poter di volta in volta guidare un auto, una moto, pilotare una nave o un astronave, anche se in realtà giriamo in tondo sempre sullo stesso posto……

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    • Concordo su tutto, anche se nel periodo in cui aveva preso il “sopravvento” la “climatologia dinamica” al vento si dava una maggiore attenzione della climatologia “statica” attuale. Credo comunque cheappena possibile approfondiremo. Saluti

  4. Caro Guido ti do il mio , spero fondato, punto di vista sulla questione. In breve penso che si debba innanzitutto distinguere tra tempo metereologico e clima. Nel senso che il primo è un effetto o una manifestazione del secondo. Il vento ha un ruolo importante nella circolazione atmosferica, ma in qualche modo il vento non è un’entità a se stante ma è a sua volta l’effetto delle differenze di pressione atmosferica presenti nelle diverse parti del globo che producono spostamenti di masse d’aria. LA domanda che ci si deve porre dunque è : é il vento a spostare le nubi o sono le nubi che spostandosi creano il vento?
    Per tornare al punto di partenza un clima scettico o meglio un clima realista ritiene, sulla base dei dat e delle conoscenze a nostra disposizione ch eil clima dipenda da due serie dii fattori, una serie “extraplanetaria” ed una serie “interna “al pianeta Terra.
    La prima serie si caratterizza generalmente da eventi e fenomeni che agiscono sul pianeta con modalità “globali” e scale temporali geologiche. Tra i vari fattori abbiamo gli elementi legati alla variazione dell’orbita terrestre (orbita ellittica, precessione equinozi, variazione angolo asse terrestre ecc.) quelli legati alla variazione dell’attività solare (macchie solari, emissioni di differnti onde elettromagnetiche, vento solare, raggi cosmici ecc.) e infine, anchra da comprendere e dimostrare esaustivamente le variazioni e interqazioni tra i vari pianeti del sistema solare e del sistema solare stesso con la via lattea e con l’universo.
    I fattori intrinsechi al pianeta Terra sono essenzialmente i seguenti: correnti oceaniche, correnti atmosferiche (non nel senso di vento, ma circolazioni legate alla rotazione della terra), eruzioni vulcaniche, campo magnetico terrestre.
    L’insieme di questi fattori con veriazioni cicliche o con impulsti “aleatori” è alla base del clima ( o meglio dei climi) che si susseguono a livello spazio temporale sul nostro pianeta. Gli effetti del clima slla superficie terrestre si manifestano attraverso i fenomeni di evaporazione e precipitazione delle acque sotto forma liquida,solida e gassosa. Questi fenomeni di circolazione e variazione di stato dell’acqua soo alla base del tempo metereologico che quotidianamente viviamo ed osserviamo.ù
    La domande che mi pongo dopo queste considerazioni sono due
    1) Di fronte alla vastitaà e complessità degli elementi che influenzano il clima che ruolo può avere l’insignificante e naturale gas omeopatico che noi chiamiamo CO2?
    2)Visto che è assodato che le previsioni metereologiche ( che ci indicano gli effetti del clima) non sono attendibile a volte addirittura oltre le 24-48 ore come si può ritenere affidabile una previsione del clima ( cioè della causa delle condizioni metereologiche) fatta su arco di tempo decennale o secolare?

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  5. Vorrei discutere questo brano:
    [ Ma al di là del disaccordo sui fatti c’è un disaccordo più profondo ed è sui valori. Si può descrivere in modo iper-semplificato come disaccordo tra naturalisti e umanisti. I primi credono che la natura abbia sempre ragione: per loro il valore più alto è il rispetto dell’ ordine delle cose e qualsiasi goffa interferenza degli uomini nell’ambiente naturale è un male. È un male bruciare i combustibili fossili e sarebbe un male anche trasformare il deserto – che sia il Sahara o un oceano – in un ecosistema dove le giraffe o i tonni prosperano. La natura ha sempre ragione e qualsiasi cosa facciamo per migliorarla non porterà che guai: questa etica naturalista è la forza propulsiva del Protocollo di Kyoto. ]
    Premesso che quest’articolo mi piace molto, vorrei far notare come questa pretesa di non toccare nulla, perché qualsiasi cosa si tocchi sarebbe male è per lo meno in contraddizione (i serristi, non l’autore), nel momento che si propone poi di dipingere le Ande, di inviare specchi nello spazio per deviare il calore del Sole, nel momento che si utilizza l’energia del vento, e via dicendo.
    Ma l’energia del vento è sempre stata sfruttata. Vero. Non sono io quello che lancia allarmi, ma mi stupisce come gente che sembra così sensibile alle minime variazioni (come se non ce ne fossero state anche di maggiori, come dimostra proprio il post) poi per opporsi ad una causa, la CO2, che di per sé ha poco impatto (secondo una crescita logaritmica) ne sollecita un’altra, che definisce “rinnovabile” e “sostenibile”, il vento, che, correggetemi se sbaglio, ha un ruolo molto ma molto più importante della CO2 nel clima !
    Non è il vento uno dei fattori notoriamente importanti del clima ?
    O che ci tengo a fare nella mia stazione meteorologica anemometro e anemoscopio, e non ho invece un bel misuratore di anidride carbonica !
    Mica l’ho progettata io la stazione meteorologica. L’hanno progettata gente profondamente convinta dell’ipotesi AGW.
    Ma mi hanno messo anemometro e anemoscopio, e non il misuratore di CO2 !
    E allora…?
    Possibile che la CO2 sia il male dei mali, e si debba invece catturare l’energia del vento, e sottrarla a quell’equilibrio che loro (non io) reputano così delicato e sensibile ?

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    • per rispondere sinteticamente alla tua domanda io direi ceh il vento è un fattore fondamentale del tempo metereologico ma non del clima e rappresenta un effetto dele differenze di pressione, e temperatura dell’atmosfera. L’importanza di questo elemento sta nel fatto che può avere ripercussioni e conseguenze importanti sulle attività umane (crolli, danni, navigazione ecc) per questo è considerato e monitorato dall’uomo fin da tempi remoti ( storia e clima…?!)

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