Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

Blog

Il Talkshop di Tallbloke ha pubblicato la revisitazione di un articolo del 2008 di Richard Lindzen, un saggio che non ha affatto perso le sue caratteristiche di attualità, anzi, con tutto quello che è successo da allora ad oggi – climategate, varie conferenze delle parti fallite miseramente, crollo dell’attenzione politica, sempre maggiore isolamento delle torri d’avorio del clima rispetto alla realtà di quello che accade e, ultimo ma non meno importante, il 28gate di questi giorni – le ha ulteriormente accresciute.

Si parla di deriva della scienza, di passaggio dall’opposizione dialettica tra la teoria e le osservazioni all’enfasi sui programmi di simulazione e osservazione. Si parla di un sistema che da decenni persegue una politica autoreferenziale attraverso la penetrazione di attivisti nelle istituzioni scientifiche, attraverso il lobbysmo e attraverso l’accapparramento di tutte le risorse disponibili e la ‘scientifica’ politicizzazione del dibattito scientifico, con tanto di organi politici creati appositamente ai massimi livelli istituzionali. Risorse che sono cresciute a dismisura con gli scienziati che sono passati – o magari scesi nel mondo reale come dice Lindzen – dalla ricerca della gratitudine della società all’utilizzo della paura per ottenere consensi e quindi sostegno.

Il risultato? Una potenziale inadeguatezza dello strumento scientifico a contribuire fattivamente al progresso ed alla soluzione di problemi reali.

Questo che segue è l’abstract: Continue reading “Richard Lindzen: La scienza è oggi in grado di rispondere alle domande?” »

[blockquote cite="The End - The Doors"]This is the end, beautiful friend / This is the end, my only friend, the end / Of our elaborate plans, the end / Of everything that stands, the end / No safety or surprise, the end / I’ll never look into your eyes Again[/blockquote]

Beh, almeno il Climategate era vero.

Volano gli stracci nel dibattito sul clima. E vola anche la carta bollata. Mail, messaggi, documenti confidenziali e quant’altro poi, volavano già da un pezzo. Da anni si dice che il dibattito sia concluso, pare invece che un dibattito non ci sia proprio mai stato.  E non perché non ce ne sia la sostanza, quanto piuttosto perché si è passati direttamente allo scontro esacerbato. Ne abbiamo avuto prova anche su queste pagine, anche molto recentemente. Una occasione in cui la pubblicazione di un nostro post ha suscitato reazioni a dir poco smisurate degli ambienti mainstream. Accuse, delazioni, derisione, tutto, ma proprio tutto, tranne la discussione sul merito. Cosa che per fortuna è invece avvenuta proprio in calce al post per l’intervento di due delle firme dell’articolo scientifico che si discuteva. E meno male.

Continue reading “This is the end” »

La materia del climate change non manca mai di presentare aspetti interessanti e sorprendenti. Con un po’ di rammarico dobbiamo dire che quasi tutto arriva da fuori, poco o nulla, infatti è di produzione nostrana. Volendo rubare un’espressione cara a una certa parte dei partecipanti al dibattito scientifico sulle origini del cambiamento climatico nel nostro paese, tutto o quasi avviene a rimorchio, come abbiamo cercato di spiegare sia pur brevemente in questo post.

Considerata l’asprezza con cui si sta dipanando questo dibattito ultimamente, c’è da sperare che l’ultimo rimorchiatore di cui sto per parlarvi arrivi in fretta, se non altro per pulire le dissertazioni dagli attacchi personali e dagli insulti ultimamente di gran moda, che poco o nulla hanno a che fare con il dibattito scientifico. Del resto non c’è da stupirsi, rispetto ad un recente passato in cui l’adesione al mainstream garantiva onori e gloria, la situazione attuale, con le policy di mitigazione in stallo e l’economia verde ingiallita ancora prima di fiorire, può oggettivamente essere fonte di nervosismo tra chi su queste policy e su questa economia aveva puntato tutte le sue carte di sostenitore. Se infatti gli scettici delle origini completamente antropiche del cambiamento climatico erano prima considerati solo dei minus habens, ora per taluni sono a tutti gli effetti dei nemici. Piaccia o no, questo è un riconoscimento, che alza di sicuro i toni dello scontro ma palesa anche una certa debolezza degli argomenti dei non minus habens.

Non che altrove non si continui a litigare, come ha dimostrato ampiamente la recente polemica sull’intervento di Kevin Trenberth all’AMS di Seattle (qui e qui per avere un’idea del bianco e nero – interventi entrambi ispirati a dibattiti oltreoceano), però, tra una rissa e l’altra, si cerca anche di porre fine alla questione, come sembra possa accadere in un altro simposio svoltosi la settimana scorsa a Lisbona.

Ne abbiamo notizia da Judith Curry, climatologa, non scettica, un po’ eretica, ma per me semplicemente obiettiva, invitata a prendervi parte presumibilmente solo per l’ultima qualifica, non certo per le altre che si è guadagnata da quando ha scelto di scendere dalla torre d’avorio e confrontarsi con quanti esprimono opinioni diverse dal mainstream. Il tema del workshop è “Riconciliazione nella scienza del clima” e credo che nulla possa chiarire gli obiettivi di chi lo ha organizzato meglio delle loro stesse parole.

Alla radice dell’idea, non solo la necessità di superare atteggiamenti preconcetti circa la preparazione e quindi il diritto alla parola dei propri interlocutori, problematiche espressamente escluse dal dibattito, ma anche la consapevolezza che un problema ci sia e debba necessariamente essere affrontato, accogliendo esclusivamente le opinioni e focalizzando l’attenzione sulle divergenze, allo scopo di individuare degli ambiti che necessitino approfondimento. Non ultimo, forse con grande sorpresa di chi è convinto che ormai si debba discutere dei dettagli in un contesto di forcing antropico acquisito ed accertato, anche il livello di incertezza e la comunicazione dello stesso, settori cui chi mena le danze della scienza del clima -IPCC in primis – si è rivelato decisamente deficitario nel corso degli ultimi anni.

Attenzione, questa incertezza, spesso opportunamente esplicitata nelle pubblicazioni scientifiche, è altrettanto spesso omessa in sede di divulgazione e fornitura di informazioni di supporto alle policy. Ci sono alcuni aspetti cruciali che sono dati per acquisiti in quanto questo ha deciso di fare chi ha ricevuto l’incarico di fare da interfaccia tra la comunità scientifica e i policy makers. Tra questi, ad esempio, la sensibilità climatica nel suo complesso – leggi previsto aumento delle temperature al raddoppio della CO2- o solo una parte di essa, come il feedback delle nubi, oppure ancora il ruolo della forzante solare. Beh, non lo sono, e ne è testimone l’allargamento della forchetta tra gli scenari proposti dalle simulazioni climatiche e quanto sta realmente accadendo. E la discussione non è meramente scientifica, perché quanto definito (o presunto tale), si traduce poi nelle azioni di mitigazione in punti di PIL, cioè condizionando nel bene e nel male lo sviluppo, il wellfare, l’accesso alle risorse etc etc.

Accade inoltre, che gli organizzatori del dibattito siano anche stati in passato al centro essi stessi di aspre polemiche, per aver immaginato un nuovo tipo di approccio alla scienza, definito post-normale, in cui la pratica scientifica è necessariamente condizionata dal suo interagire con gli altri ambiti della realtà e dunque di questi debba tener conto, ponendosi come unico obbiettivo la soluzione dei problemi. Molti hanno interpretato questa teorizzazione come un tentativo di trovare delle scorciatoie al metodo scientifico, derogandone la necessaria rigidità in assenza di elementi chiari di evidenza scientifica. Una critica che calza a pennello con la scienza del clima, fondata su molte più incertezze che certezze e, specie con riferimento alla modellistica, difficilmente sottoponibile alle necessarie azioni di verifica e ripetizione sperimentale.

Una volta di più, si deve convenire che l’atteggiamento pragmatico ed allo stesso tempo disponibile della Curry, sovrasta di parecchie grandezze la manifesta indisponibilità di molta altra parte della comunità scientifica a dibattere su questi argomenti. Onde evitare il terreno scivoloso della deroga al procedimento scientifico, la Curry preferisce infatti parlare di scienza in ambiente post-normale, ovvero profondamente mutato, piuttosto che di scienza post-normale tout court. Che il settore della scienza del clima sia altamente politicizzato e sostenuto da ingiustificati atteggiamenti ideologici è un fatto, che questo problema debba necessariamente essere superato, non senza tener conto delle implicazioni in termini di policy, deve esserlo altrettanto.

Attendiamo di saperne un po’ di più su cosa si saranno detti, sperando, come dicono nel loro comunicato gli organizzatori del workshop, che questo possa essere un primo passo verso una riconciliazione della scienza del clima.

Addendum

La Curry ha pubblicato le sue prima impressioni sul workshop. Qui per leggerle, ma non mi pare siano andati molto lontano.

Il giorno 16 gennaio 2008, l’inserto scientifico Tuttoscienze de “La Stampa” ha pubblicato un articolo firmato dal prof. Freeman Dyson, fisico, dal titolo accattivante: “I miei pensieri eretici sul clima”, lo riportiamo sotto integralmente:

Il problema dell’anidride carbonica nell’atmosfera va visto in termini di gestione dei suoli e dei terreni non di semplice meteorologia. Circa un decimo dell’anidride carbonica viene convertito in biomassa ogni estate e poi restituito all’atmosfera ogni autunno.

I miei pensieri eretici sul clima

Il mio compito di scienziato è sfidare i dogmi sul riscaldamento globale: sono orgoglioso di essere eretico. I modelli computerizzati di previsione non sono affatto in grado di prevedere il caos del mondo nel quale viviamo.

I dogmi del riscaldamento globale devono essere sfidati: perché non contemplare l’ipotesi che l’anidride carbonica ci sia utile?

Per prima cosa devo ammettere che, come scienziato, non ho fiducia nelle previsioni. La scienza è l’imprevedibilità organizzata: nei loro esperimenti, gli scienziati non fanno altro che mettere le cose insieme in modo che siano il più prevedibili possibile, e procedono per vedere cosa succede veramente. Si potrebbe arrivare a dire che, se qualcosa è prevedibile, allora non è scienza. Dunque, nel fare le mie previsioni, non parlerò come scienziato ma come narratore: le mie previsioni saranno fantascienza, più che scienza.

È noto che i racconti fantascientifici non sono accurati: il loro scopo non è descrivere ciò che accadrà, ma immaginare cosa potrebbe accadere. Il mio scopo è raccontare storie che possano sfidare i dogmi che oggi sono dominanti: dogmi che potrebbero risultare corretti, ma che hanno bisogno di essere sfidati. Sono orgoglioso di essere un eretico.

Il trambusto che circonda il riscaldamento globale è esagerato. Mi oppongo alla fratellanza degli esperti dei modelli climatici e alle folle che hanno illuso con i loro numeri. Certo, come fanno notare, non ho una laurea in meteorologia e quindi non avrei le qualifiche per parlare. Ma ho studiato i modelli climatici e so cosa possono fare.

I modelli risolvono le equazioni della fluidodinamica e descrivono bene i moti fluidi dell’atmosfera e degli oceani. Descrivono piuttosto male le nuvole, la chimica e la biologia dei campi, delle fattorie e delle foreste. Non riescono a descrivere il mondo reale in cui viviamo, che è fatto di fango e disordine, pieno di cose che non comprendiamo ancora. È molto più semplice, per un ricercatore, restare in ufficio a far girare i modelli sul computer che non indossare indumenti pesanti per misurare cosa sta davvero succedendo nelle paludi e tra le nuvole. Non c’è dubbio che alcune parti del mondo si stiano scaldando e non sto assolutamente dicendo che il riscaldamento non causi problemi: è ovvio che lo fa. Ma è altrettanto ovvio che dovremmo cercare di capirne di più. Quel che sto dicendo è che questi problemi sono grossolanamente esagerati: privano di attenzioni e di denaro altri problemi più urgenti, come la povertà e le malattie, l’istruzione e la sanità pubbliche e la conservazione delle creature viventi, per non dire del problema più grave di tutti: quello della guerra.

Il riscaldamento globale è un problema interessante, sebbene la sua importanza sia eccessivamente amplificata. Per capire come si muove il carbonio attraverso l’atmosfera e la biosfera occorre misurare una gran quantità di variabili. Non voglio confondervi e vi chiederò di ricordare un solo numero: un terzo di millimetro all’anno.

Metà della terraferma sostiene una vegetazione di qualche tipo. Ogni anno assorbe e converte in biomassa una certa frazione dell’anidride carbonica che emettiamo nell’atmosfera. Non sappiamo quanto sia grande la frazione che assorbe, perché non abbiamo misurato l’incremento o il decremento di biomassa. Il numero che vi ho chiesto di ricordare è l’aumento di spessore della biomassa che si avrebbe mediamente, su oltre metà della terraferma presente sul pianeta, se venisse assorbito tutto il carbonio che stiamo emettendo bruciando carburanti fossili: solo un terzo di millimetro all’ anno. Il punto cruciale è il tasso di scambio molto favorevole che sussiste tra carbonio nell’atmosfera e carbonio nel terreno. Per bloccare l’aumento di carbonio nell’atmosfera, è sufficiente che facciamo crescere la biomassa nel terreno di un terzo di millimetro l’anno.

Deduco che il problema dell’anidride carbonica nell’ atmosfera va visto in termini di gestione del terreno, non di meteorologia. Nessun modello computerizzato dell’atmosfera o dell’oceano può sperare di predire come dovremmo gestire la Terra.

Ecco un altro pensiero eretico. Invece di calcolare una media mondiale di crescita della biomassa, sarebbe meglio mantenerci su scala locale. Considerate uno dei possibili scenari futuri: la Cina continua a sviluppare la propria economia, basandola sul carbone, e gli Usa decidono di assorbire l’anidride carbonica che ne risulta aumentando la biomassa dei loro suoli. A differenza delle piante e degli alberi, non c’è limite alla quantità di biomassa che si può immagazzinare.

Circa un decimo di tutta l’anidride carbonica viene convertita in biomassa ogni estate e restituita all’atmosfera ogni autunno: è per questo che gli effetti dei combustibili fossili non si possono separare dagli effetti della crescita e della decomposizione delle piante. Ci sono, in particolare, cinque serbatoi di carbone che sono accessibili biologicamente nel breve periodo, senza contare le rocce ricche di carbonati e le profondità degli oceani. Sono l’atmosfera, le piante sulla terraferma, il suolo su cui crescono le piante, lo strato superficiale dell’ oceano dove crescono le piante marine e le riserve di combustibili fossili. L’atmosfera è il serbatoio più piccolo, mentre i combustibili fossili sono il maggiore, ma tutti e cinque sono abbastanza simili. Tra loro c’è una fitta interazione e per capirne uno è necessario capirli tutti.

Non sappiamo se una gestione intelligente del terreno potrebbe far aumentare il serbatoio del suolo di quattro miliardi di tonnellate di carbonio l’anno – la quantità necessaria a fermare l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera. L’unica cosa che possiamo affermare con certezza è che si tratta di un’ipotesi teorica possibile, che dovrebbe essere considerata seriamente.

La mia terza eresia riguarda un mistero che mi ha sempre affascinato. In molti punti del deserto del Sahara si trovano graffiti rupestri che rappresentano persone e branchi di animali: si tratta di tracce numerose e di qualità artistica sorprendente e furono probabilmente dipinte nell’arco di qualche migliaio di anni. Le ultime tradiscono l’influenza degli Egizi e sembrano essere contemporanee delle prime forme di arte tombale di questo popolo. I migliori graffiti dei branchi risalgono a circa 6 mila anni fa e ci sono prove schiaccianti che a quell’epoca il Sahara fosse umido: c’era abbastanza pioggia da consentire a vacche e giraffe di pascolare tra erba e alberi e c’erano ippopotami ed elefanti. Il Sahara di ieri dev’essere stato simile al Serengeti di oggi.

Sempre 6 mila anni fa c’erano foreste decidue nel Nord Europa dove oggi si trovano solo conifere, a dimostrazione del fatto che il clima di queste zone settentrionali era più mite. C’erano alberi anche nelle valli svizzere che oggi ospitano famosi ghiacciai e i ghiacciai che adesso si stanno ritirando erano molto più piccoli. Seimila anni fa sembra essersi verificato il periodo più caldo e umido dell’era interglaciale, iniziata 12 mila anni fa con la fine dell’ultima era glaciale. Ora avrei due domande da porvi.

Primo: se permettessimo all’anidride carbonica nell’atmosfera di aumentare ancora, arriveremmo ad avere un clima simile a quello di 6 mila anni fa, quando il Sahara era umido? Secondo: se potessimo scegliere tra il clima di oggi con il Sahara arido o quello di 6 mila anni fa con il Sahara umido, preferiremmo la situazione odierna?

La mia terza eresia risponde “sì” alla prima domanda e “no” alla seconda. Il clima caldo di 6 mila anni fa sarebbe preferibile e l’aumento dell’anidride carbonica potrebbe aiutarci a ricrearlo. Non dico che questa eresia sia vera, ma solo che non ci farebbe male pensarci. La biosfera è la cosa più complicata con cui l’uomo abbia a che fare. L’ecologia planetaria è ancora una scienza giovane e poco sviluppata: non mi stupisce che esperti onesti e bene informati non si trovino d’accordo sui fatti.

Ma al di là del disaccordo sui fatti c’è un disaccordo più profondo ed è sui valori. Si può descrivere in modo iper-semplificato come disaccordo tra naturalisti e umanisti. I primi credono che la natura abbia sempre ragione: per loro il valore più alto è il rispetto dell’ ordine delle cose e qualsiasi goffa interferenza degli uomini nell’ambiente naturale è un male. È un male bruciare i combustibili fossili e sarebbe un male anche trasformare il deserto – che sia il Sahara o un oceano – in un ecosistema dove le giraffe o i tonni prosperano. La natura ha sempre ragione e qualsiasi cosa facciamo per migliorarla non porterà che guai: questa etica naturalista è la forza propulsiva del Protocollo di Kyoto.

L’etica umanista parte invece dall’idea che gli uomini sono una parte essenziale della natura. È grazie alle nostre menti che la biosfera ha acquisito la capacità di guidare la propria evoluzione e ora comandiamo noi. Noi umani abbiamo il diritto e il dovere di ricostruire la natura in modo che la nostra specie e la biosfera possano sopravvivere e prosperare. Secondo gli umanisti, il valore più alto è la coesistenza armoniosa tra esseri umani e natura, mentre i mali più grandi sono la povertà, la disoccupazione, la malattia e la fame, perché sono condizioni che limitano le opportunità e la libertà delle persone. L’etica umanista accetta l’aumento di anidride carbonica come un piccolo prezzo da pagare per lo sviluppo e l’industrializzazione globale, se questi possono alleviare le miserie di cui soffre metà dell’umanità. L’etica umanista accetta la responsabilità di guidare l’evoluzione del pianeta. È per questo che sono un umanista.

Nella rivista “LE SCIENZE” di gennaio 2011, n.5091, è stato pubblicato un interessante articolo dal titolo: “L’eretica del clima. Una climatologa si confronta con gli scettici del cambiamento del clima, scatenando ire dei colleghi”. Il breve riassunto sul sito è:

”È arrivato il momento di prendere provvedimenti concreti per ridurre le emissioni di anidride carbonica, visto che qualsiasi ritardo renderà sempre più difficile agire per prevenire gravi cambiamenti climatici. Sull’onda dello scandalo Climategate, cioè il tentativo di screditare alcuni autorevoli climatologi, e degli attacchi ai decisori politici, l’opinione pubblica è confusa, in particolare quando si parla di incertezza in climatologia. La politica climatica è in fase di stallo. È necessario che l’opinione pubblica capisca che incertezza scientifica non equivale a ignoranza, ma che si tratta di una disciplina per quantificare ciò che non è noto. I climatologi devono fare un lavoro migliore nel comunicare l’incertezza all’opinione pubblica e nel rispondere alle critiche provenienti da chi non fa parte della loro comunità scientifica”.

A differenza della sintesi sopra, il contenuto dell’articolo2 ha molti aspetti cui vale la pena porre attenzione e purtroppo non ha aperto discussioni e polemiche del tipo di quelle suscitate circa un anno fa, i cui riflessi sono ancora riportati su CM3.

Per chi ha poco tempo estraggo la parte più “eretica” di quanto detto dall’autorevole scienziata, Judith Curry4 ha scritto su “Time” per 21 anni di “climate change” e fino a poco tempo fa era benvista da tutti finché non si è macchiata della grave colpa di discutere con alcuni scienziati “scettici”. Questo grave peccato ha infastidito e in alcuni casi fatto infuriare, molti colleghi. Come accade troppo spesso in politica, il peggior nemico dell’estremista è il moderato del proprio schieramento, un comportamento che attualmente troppo spesso emerge anche in campo scientifico.

Riguardo le critiche per aver aperto la discussione con gli scettici dice: “Certo , ci sono un sacco di fanatici. Ma bisogna distinguere. Se anche solo l’1% o 10% delle affermazioni degli scettici è corretta, allora è tempo speso bene, perché siamo stati influenzati in modo eccessivo dal peso del pensiero di gruppo”. La scienziata riserva le sue critiche più aspre all’IPCC, che la Curry pensa che abbia bisogno di una riforma radicale, accusando addirittura il panel di “corruzione”. “Non farò così tanto rumore per poi appoggiare l’IPCC, perché non mi fido del processo con cui arriva alla relazioni finali”.

Queste denunce declamate pubblicamente sono state considerate un tradimento e sono valse a Curry le accuse dei colleghi di essere ingenua e odiosa, fino a molto peggio.

Curry spera di generare un incontro tra le menti e restiture un certo grado di civiltà al dibattito, riconoscendo gli errori in modo franco e trattando con rispetto gli scettici. Per molti colleghi proprio per questo suo intento è una credulona che ha gettato benzina sul fuoco portando l’attenzione dell’opinione pubblica proprio sugli argomenti dei “nemici”. La climatologia non è una scienza come la cosmologia, la paleontologia o qualche area senza impatto concreto sulla vita delle persone, in questo contesto capire come indirizzare il dibattito politico è una questione fondamentale e di sopravvivenza.

Tutto iniziò con un articolo pubblicato si “Science” nel 2005 da Curry ed altri, in esso si descriveva il collegamento tra l’incremento della potenza degli uragani e l’AGW. Quest’articolo è stato ferocemente criticato dai blog degli scettici. “Quando avevamo scritto l’articolo eravamo consapevoli di questi problemi – conferma Curry – ma per i critici erano molto più importanti di quanto avessimo riconosciuto”. Curry non condivideva le critiche, ma invece di limitarsi a respingerle ha iniziato a confrontarsi con gli scettici scoprendo molti dei loro blog. “Sono queste le persone che desidero raggiungere invece di predicare ai convertiti di RealClimate”. Così Curry ha iniziato a rispettare gli scettici, o almeno alcuni di essi, e questo le ha fatto riconsiderare la difesa acritica dell’IPCC. “Mi sono resa conto di essere vittima del pensiero di gruppo” sul fatto che i rapporti dell’IPCC rappresentino le migliori conoscenze possibili sul cambiamento del clima. Tempo fa “La mi fiducia nella relazione del gruppo di lavoro 1 dell’IPCC era del 90-95 per cento”, ma già allora nutriva qualche dubbio. Nelle aree in cui aveva esperienza – nuvole e ghiaccio marino, per esempio – aveva l’impressione che gli autori non avessero usato la dovuta cautela. “Sono stata uno dei revisori del terzo rapporto IPCC, sul tema degli aerosol atmosferici. Avevo detto agli autori che la loro prospettiva era troppo semplicistica e avevano ignorato l’impatto degli aerosol sulla enucleazione delle nubi ghiacciate. Non era tanto la scoperta di errori, quanto aver individuato una un’ignoranza non riconosciuta ed una sicurezza esagerata”. “Non mi meraviglierei se scienziati esperti in altri ambiti si trovassero nella stessa situazione”. Una volta che Curry ha iniziato a frequentare i blog scettici, le domande dei più preparati hanno acuito questi suoi dubbi. “Non pensavo che la scienza dell’IPCC fosse sbagliata, ma non mi sentivo più obbligata a sostituire il giudizio dell’IPCC con il mio personale”. Da quel momento Curry cominciò a trovare altri esempi di cattiva scienza dell’IPCC, “un dirigente di una grande istituzione che si occupa di modelli del clima mi disse che gli scienziati sembrerebbero dedicare l’80 per cento del loro tempo a far girare i modelli dell’IPCC e il 20 per cento a sviluppare modelli climatici migliori”. Inoltre afferma che l’IPCC ha violato le proprie regole accettando articoli non sottoposti a peer-review e assegnando posizioni di alto livello a scienziati relativamente inesperti. Curry crede che la comunità scientifica che si occupa di clima sia andata oltre la torre d’avorio, approdando a una mentalità da fortezza, in cui chi è dentro non può sbagliare mentre chi è fuori non può entrare.

L’incertezza riguarda sia i dati relativi al clima passato sia i modelli che prevedono il clima futuro.”C’è una serie d’incognite che non sappiamo nemmeno come quantificare, ma che dovrebbero essere inserite nel nostro grado di fiducia”, un esempio che cita è il grafico “hockey stick”. Curry, insieme a molti scettici, ritiene che non ne sappiamo poi così tanto come invece pensa la comunità scientifica “non eretica”.

Naturalmente l’invito è di leggere la versione italiana integrale, non influenzata dal mio intervento di sintesi. BUONA LETTURA!

  1. http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Le_Scienze/1346030 []
  2. http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=climate-heretic  e http://judithcurry.com/2010/10/25/heresy-and-the-creation-of-monsters/  []
  3. http://www.climatemonitor.it/?p=8047 []
  4. http://en.wikipedia.org/wiki/Judith_Curry []

Questa storia ha dell’incredibile l’ho tratta dal dal post di Willis Eschenbach su WUWT che vi consiglio vivamente di leggere. Se gli interessi e i condizionamenti sociali che orbitano attorno alla questione delle presunte origini antropiche del global warming, climate change, climate disruption, climate challenge (finalmente!) non fossero così enormi, ci sarebbe solo da farsi delle gran risate.

Invece ci tocca parlarne, anzi, è necessario farlo e dargli massima diffusione, perché il livello di aggressività, tracotanza e presunzione che le vestali del clima stanno raggiungendo è insostenibile. C’è chi lo fa affrontando la questione politicamente, come abbiamo scritto solo ieri, e chi lo fa in modo più subdolo, dall’alto di una non meglio specificata autorità scientifica che vale in quanto rendita di posizione.

Siamo nel secondo caso, e questa volta tocca a Kevin Trenberth, noto climatologo, che ha scritto un discorso per l’American Meteorological Society. Due righe di spiegazione. Trenberth è quello che in una delle mail del climategate lamentava il fatto che l’attuale incapacità di spiegare l’assenza di riscaldamento negli oceani nonostante l’azione continua del forcing antropico, fosse una tragedia. Su questo abbiamo letto e scritto fior di pagine, per cui non ci torno su, ma è bene tenere a mente la sua costernazione, perché da essa deriva un corollario importante: se non sappiamo dove sia finito il calore che si dice manchi all’appello nel bilancio radiativo globale, vuol dire che siamo ben lontani dall’aver capito come funzioni il sistema, tutti, compreso Trenberth (aggiungerei anche che è ormai chiaro che questo calore in eccesso non c’è proprio, ma questa è un’altra storia).

Bene, nel discorso in questione, il nostro fa una dichiarazione volta a sparigliare le carte:

“Dal momento che il riscaldamento globale è “inequivocabile”, per citare il report IPCC del 2007, la null hypothesys dovrebbe essere invertita, per cui l’onere della prova dovrebbe essere spostato nel mostrare che non ci sia influenza umana [sul clima].

La null hipothesys è in termini scientifici ciò che dovrebbe accadere se quello che stai sostenendo dovesse non essere vero. Prese entrambe le condizioni, risulta vera quella che è supportata dalle evidenze. Ipotesi uno, il riscaldamento globale è causato dall’uomo. Ipotesi due, il riscaldamento globale non è causato dall’uomo, quindi ha origini naturali.

L’IPCC è nato ormai più di venti anni fa per raccogliere tutte le prove possibili che l’ipotesi uno sia vera. Hanno lavorato tanto, spesso in modo non condivisibile, ma si sono sempre attenuti alle regole, ovvero alla necessità, data un’ipotesi scientifica, di produrre l’onere della prova. Ora Trenberth queste regole le vuole cambiare, così, in mezzo al guado, in mezzo al dibattito, in mezzo a un’incertezza che nessun climatologo si sognerebbe mai di negare, chiedendo a quelli che non la pensano come lui di essere loro a provare che quanto sta accadendo sia da ascrivere alla normale variabilità del sistema, nonostante questa prova ci sia già, e consista nel fatto che lo stesso ha qualche miliardo di anni.

Una bella pensata, non c’è che dire, un’alzata d’ingegno che Trenberth ha prodotto con un mirabile artificio retorico, arrivando a manipolare quanto affermato dall’IPCC, completamente dimentico del fatto che quelle affermazioni egli ha contribuito a scriverle e si presume quindi che le condivida. Nel report del 2007 leggiamo infatti che il riscaldamento globale è inequivocabile, non che lo sono le sue origini. Ad esse (ma Trenberth non lo dice) è assegnata un’elevata probabilità di essere antropiche, ma non si parla certo di inequivocabilità. Se lo avessero fatto sarebbe stata in effetti una gran fortuna, perché così la gran messe di strafalcioni che sono poi stati scoperti nel report ne avrebbe definitivamente invalidato l’attendibilità ma, anche questa è un’altra storia. Partire dunque da questa affermazione dell’IPCC e proseguire come Trenberth ha fatto lasciando intendere che sia inequivocabile anche l’origine antropica del riscaldamento è un falso ideologico prima e un raggiro poi.

Infatti sappiamo tutti molto bene che il mondo si è scaldato, lo sta facendo da circa trecento anni, cioè dalla fine della Piccola Età Glaciale, e a ben vedere lo sta facendo da ancora prima, cioè dall’inizio del periodo interglaciale. Quel che non sappiamo è perché, come e quanto. Certo, ci sono molte evidenze, i ghiacci si stanno ritirando in alcune zone del mondo, il livello dei mari sale e la temperatura aumenta. Ma sono tutte a supporto del riscaldamento, non delle sue origini, per cui non provano assolutamente nulla con riferimento all’ipotesi uno. Per questa invece ci sono dei modelli in cui sono state inserite alcune variabili opportunamente aggiustate in relazione alle osservazioni di cui disponiamo, e ne sono state trascurate molte altre che non siamo in grado di riprodurre. Tra quelle note ci sono naturalmente i gas serra, ovvero la loro quota antropica, e sottrarre dai modelli questa variabile non dimostra che senza di esse il sistema che vuoi riprodurre non funziona, dimostra solo che senza di essa non funziona il modello che hai generato. In poche parole, neanche questa è una prova.

Perché dunque si dovrebbero cambiare le regole? Perché si dovrebbe sovvertire quella che è stata da sempre la pratica scientifica? E perché si dovrebbe permettere ad uno scienziato di insultare pubblicamente i suoi simili chiamandoli “negazionisti” per ben sette volte nel corso di un solo articolo perché non si è d’accordo con loro?

Per una sola ragione, perché dopo decenni di sforzi e miliardi di dollari di sovvenzioni ricevuti ed impiegati, non sono ancora riusciti a produrre uno straccio di prova che l’ipotesi uno sia vera. Ergo, se si vuole che il circo stia in piedi, se si vuole che i miliardi continuino a piovere, se si vuole che il mondo seguiti a fregarsene di tutto il resto e concentri tutte le sue risorse su questa ipotesi bisogna cambiare registro, altrimenti non sarà fritto il mondo, saranno fritti loro.

==============================

Qui trovate il discorso di Trenberth, anche questo va letto, perché contiene anche molte altre cose che meriterebbero approfondimento. Pare infatti che contrastare i “climate change deniers” con argomenti scientifici non sia una buona pratica secondo lui, così come pare che i media, rei di aver dato voce anche ad altri oltre che alle vestali del clima, rappresentino al tempo stesso parte del problema, ma anche la soluzione. Interessante, aspettiamo di vedere come reagiranno a queste affermazioni i suoi colleghi all’AMS (ci sono scettici anche lì, sapete), poi magari ci torneremo su.

Caro Guido e cari amici di CM,

questa non vuol essere una lettera, ma neppure un articolo. Solo una serie di considerazioni in libertà.

Una domanda che mi sorge spesso spontanea è “ma perché debbo essere classificato necessariamente tra i cattivi per il solo fatto di applicare quello che mi hanno insegnato per anni come metodo scientifico e lo hanno fatto personaggi del calibro del Prof. Ottavio Vittori?”. Perché tutte le volte un Ministro (detto con il massimo rispetto espresso dal maiuscolo) qualunque (detto non proprio con il massimo rispetto per via dell’ignoranza evidente del Ministro nella materia oggetto del ministero) deve etichettarmi, etichettarci, come al soldo di qualche d’uno? Perché un Bardo qualunque deve offendermi per non aver capito che la giusta via passa dal raccontare al popolo una frescaccia così da educarlo piano piano, che troppo in fretta non capirebbe essendo popolo e quindi, immagino, popolo bue?!

Perché non pensare che proprio tra chi esprime il dissenso ed il legittimo dubbio non passi proprio quel concetto di servizio e di democrazia d’uso, ovvero di strumento per il bene comune, che è la scienza pubblica? Perché la scienza non è democrazia, lo abbiamo detto e scritto, ma il suo uso sì.

Mi domando come si possa così facilmente rigettare la possibilità che l’interpretazione delle cose che avvengono (dei ‘come’ ai quali risponde la scienza) possa avere altre motivazioni. Questa sarebbe la famosa democrazia dei lumi?

E dire che piano piano, ancora, vediamo che quelle certezze sbandierate in modo così veemente, tanto da farci pensare che fossero solo degli slogan, incominciano a dover includere anche i nostri dubbi di cattivi. E guarda caso la parola ‘inclusione’ sarebbe propria della filosofia dei buoni, che se ne riempiono la bocca (come di democrazia) ma troppo spesso non ne conoscono punto il significato.

Bene, vi dirò che in fondo, anche se faticoso, mi ha fatto piacere far parte della compagnia dei cattivi: e anche se abbiamo fatto starnazzare le Oche forse abbiamo fatto un minimo di buon servizio anche a questo Paese.

Volevo scrivere queste considerazioni a valle di Cancun, e non perché l’inverno è stato gelido e quindi ha tappato la bocca ai profeti di sventura, perché lo sappiamo che un evento non ha alcun senso globale, ma l’ho fatto nella speranza che il big chill dell’informazione sia dovuto più ad una presa di coscienza che la realtà fisica è molto più complessa di quella che avevamo voluto credere.

A proposito di quello che si dice in questi giorni sulle strane stragi di volatili, ma le Oche…?

Ieri ho avuto la ventura di seguire al TG2 il resoconto di una delle tante indagini in cui i famosi RIS del carabinieri sono coinvolti per svolgere analisi chimico-fisico-biologiche su reperti provenienti dal luogo (pardon, “scena”) di un delitto.

Il servizio partiva dal laboratorio, mostrava quelli che il giornalista hanno indicato come “sofisticatissimi strumenti di analisi” per giungere alla conclusione secondo cui “ci vorranno mesi di analisi perché la verità scientifica finalmente emerga”, frase questa che rappresenta il classico “luogo comune” giornalistico quando si parla di attività di “polizia scientifica”.

Iniziamo allora a mettere i puntini sulle i: il parallelo fra l’indispensabile lavoro di “polizia scientifica” e l’attività scientifica non regge fino in fondo. Infatti la scienza, intesa come lavoro critico di valutazione di ipotesi e teorie si avvale sì di uno strumentario composto da apparecchi di misura più o meno sofisticati; tuttavia la scienza non si può ridurre allo strumentario o a chi lo gestisce in modo più o meno professionale. Il lavoro di polizia scientifica mi pare dunque un lavoro di supporto all’attività di valutazione di ipotesi accusatorie che sarà poi svolto dalla magistratura. In tal senso dunque a mio avviso mentre regge appieno il parallelo fra attività scientifica e attività della magistratura, lo stesso si attaglia un pò meno alle attività di “polizia scientifica”.

Vorrei però tornare alla frase “perché la verità scientifica finalmente emerga” per sottolineare che essa evidenzi il fatto che la nostra collettività ha da tempo assimilato l’idea che la scienza sia portatrice di una verità assoluta.

Vedete, molte delle nostre discussioni si incentrano oggi sulla teoria AGW1, che diversi di noi considerano una teoria che necessita di essere corroborata per svariati aspetti critici (ruolo del vapore acqueo, mancato riscaldamento della troposfera medio-alta in ambito tropicale, debolezza dell’approccio a GCM per previsioni a lunghissimo termine in un sistema turbolento, ecc.) su cui non starò qui a disquisire.

Ho l’impressione invece che di tutto questo dibattere la collettività (e con essa molti giornalisti) colga invece solo e unicamente il fatto che si sia di fronte a una sorta di “partita di calcio” fra vero e falso, con uno spirito manicheo che non si attaglia affatto alla scienza ma viceversa ad una religione. E’ da tale atmosfera “ideologicizzata” che deriva ad esempio il fatto che la pubblicazione di articoli scientifici da parte dei sostenitori di altre teorie risulti attività tutta in salita (come dimostrano alcune delle famose e_mail del Climategate) mentre viceversa iniziare un articolo scrivendo “Le temperature globali stanno salendo per effetto delle attività umane (IPCC, 2007)” si riveli un utilissimo viatico per una pubblicazione rapida e senza problemi.

Si noti comunque che, nonostante tali palesi mancanze in termini di fair play scientifico, dobbiamo a mio avviso augurare di cuore ai sostenitori della teoria AGW di riuscire a corroborarla risolvendo gli elementi critici che ancora la caratterizzano e che da parte nostra abbiamo il dovere di far rilevare; e lo stesso dobbiamo augurare ai sostenitori della teoria solare nelle sue diverse varianti che a tutt’oggi a mio avviso non è affatto “fuori gioco”. Infatti sia la teoria AGW sia quella solare si basano su forzanti relativamente piccole (il forcing radiativo da CO2, il forcing legato alla variabilità dell’attività solare) che possono tradursi in effetti macroscopici in termini di temperature globali solo a condizione di ipotizzare un amplificatore adeguato. E’ sulla ricerca di un tale amplificatore e sul suo reale sussistere che si incentra oggi la ricerca ed il dibattito scientifico ed il mio auguro è che tale ricerca vada a buon fine.

Dimenticavo: a valle della ricerca e del dibattito scientifico deve ovviamente esistere chi prende decisioni e questo è il compito che spetta alla politica.

Ricapitolando: abbiamo delineato un sistema composto da attività di misura, attività scientifica, collettività, media e politica. Tale sistema in una società democratica è chiamato:

  • a gestire i rapporti fra i sostenitori delle diverse teorie, evitando che la conflittualità degeneri
  • a gestire i risultati della ricerca scientifica, apprezzandone appieno potenzialità e limiti
  • ad indirizzare i fondi verso i settori di ricerca più interessanti in termini di ricadute per la collettività nel breve e nel medio-lungo termine.

Penso che quando riusciremo a trasferire queste considerazioni ai media, alla collettività e alla politica avremo fatto un passo enorme in termini di progresso scientifico e culturale.

  1. Global Warming di origine antropica []