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Categoria: In breve

Una rappresentazione dei dati climatici

Franco Zavatti legge CM. Questo è l’unico suo difetto di cui sono a conoscenza. Laureato in Astronomia, già ricercatore universitario al Dipartimento di Astronomia Università di Bologna. Si è occupato di stelle variabili, struttura dei nuclei galattici, deconvoluzione di immagini, didattica dell’astronomia. Ha insegnato all’Università di Bologna, dal 1992 al 2010 Esperimentazioni di Fisica per Astronomia; dal 1996 al 2000 Calcolo delle Probabilità e Statistica per Scienze dell’informazione (Cesena). Dal 2001 a tutt’ora: Libera Università di Bolzano, Facoltà di Scienze della Formazione.

Dopo la nostra discussione circa il progressivo ‘riscaldamento’ delle serie storiche della NOAA, ha tirato giù un po’ di dati e li ha visualizzati. Una rappresentazione interessante.

Buona lettura.

gg

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Feed-back (complessivamente) positivi che regolano il sistema Terra? Uhm…

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Oggi pubblichiamo un guest post firmato da Agrimensore, uno dei nostri lettori. L’argomento è molto interessante e si colloca, con un approccio sia tecnico che divulgativo, nel contesto della discussione sui feed-back che abbiamo affrontato anche pochi giorni fa.

Buona lettura.

gg
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Sul blog di Anthony Watts, ho trovato un articolo molto interessante in merito alla valutazione del tipo di feed-back che regola il sistema climatico terrestre:

No new strange attractors: strong evidence against both positive feedback and catastrophe

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Mantenere alti gli standard della ricerca scientifica nell’era della comunicazione globale

Lo scorso 4 gennaio è stato pubblicato on-line su Nature un interessante commento a firma di Jerome Ravetz1 dal titolo:

Sociology of science: Keep standards high

Il commento riguarda un argomento che ho già affrontato su queste pagine e testimonia il grosso interesse per l’evoluzione delle metodiche di gestione dei risultati scientifici. J. Curry, nel suo sito, ha giudicato il commento di Ravetz con queste parole: “Io sono una fan del concetto di ‘comunità estesa tra pari’ portata avanti da Funtowicz e Ravetz. Inoltre, la frase di Ravetz “le implicazioni radicali della blogosfera” si è definitivamente radicata nella mia testa. …. Sono lieta che i sociologi stiano studiando questo problema.”

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  1. Jerome Ravetz – Istituto per la Scienza, Innovazione e Società dell’Università di Oxford, Oxford OX1 1HP, Regno Unito. Egli è l’autore di Scientific Knowledge e Social Problems (1971, 1996). []
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Dov’è l’Hockey Stick?

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Guido Travaglini è un ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma, Facoltà di Giurisprudenza, Istituto di Economia e Finanza. Ha pubblicato e postato sul web articoli di vario genere: macroeconomia, macrocriminologia, analisi delle componenti principali e climatologia. Ha un approccio econometrico dovuto agli insegnamenti di K.D. West (University of Wisconsin, Madison) e di M. Aoki (UCLA, Los Angeles). Il suo ultimo lavoro ha un titolo simile a quello di questo post:

Climate Change: Where is the Hockey Stick? Evidence from Millennial-Scale Reconstructed and Updated Temperature Time Series. (PDF)

Su mia richiesta ha accettato di riassumerne i contenuti per un guest post su CM. Buona lettura.

gg
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Ho di recente divulgato sul web un articolo intitolato “Climate Change: Where is the Hockey Stick? Evidence from Millennial-Scale Reconstructed and Updated Temperature Time Series”. Obiettivo dell’articolo è verificare se le temperature medie della Terra si siano significativamente modificate negli ultimi mille+ anni dando luogo ad un trend ascendente culminante nell’attuale “Global Warming” o “Recent Warming Period” (RWP), oppure abbiano manifestato fasi cicliche attorno ad un trend stazionario.

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E si continua a parlare di noi

Appena tre settimane fa abbiamo pubblicato un commento al rumore che sta facendo nel mondo scientifico il procedimento in corso nei confronti della Commissione Grandi Rischi per il terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009.

In quella occasione abbiamo parlato di comunicazione del rischio spostando il problema sulle vicende climatiche. Roger Pielke jr qualche giorno fa ha fatto la stessa cosa, tirando identificando quelle che lui definisce – a prescindere dagli esiti del procedimento – le lesson learned di questa vicenda.

  1. Una efficace comunicazione delle sfumature e dell’incertezza è ne migliore dei casi difficile, e sussiste sempre un ampio spettro di vedute sullo stato della scienza.
  2. La faccenda diviene ancora più complessa quando c’è la comunicazione di un messaggio che può essere interpretato in un modo dagli esperti e in un altro dal pubblico.
  3. Il dibattito tra le previsioni e l’incertezza spesso finisce per offuscare realtà che sono ben più evidenti e cioè che la nostra ossessione per le previsioni nasconde verità che sono davanti ai nostri occhi.
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Scatta il merchandising e viene qualche dubbio

Continuano a fluire grandi quantità di informazioni dal Berkeley Group. L’ultima arriva dal sito web, è un video che ho intercettato anche su corriere.it e, naturalmente, su youtube. Mi ha particolarmente colpito un commento proprio sul media più frequentato: ‘Our World is coming to a point of NO-return 🙁 ‘.

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@climatemon

[image link=”http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2011/10/logo_twitter_withbird_1000_allblue.png” lightbox=”true” box=”content-one-half” align=”center” shadow=”thin”]http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2011/10/logo_twitter_withbird_1000_allblue.png[/image]Come avrete già notato sulla barra laterale destra e in calce a questa pagina, viene riportato il flusso di informazioni…

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Volere è potere

Sono passati sette mesi dal terribile terremoto del Giappone. Altrettanti ne sono passati dallo Tsunami che ha di fatto provocato le terribili devastazioni cui la costa orientale del paese del Sol Levante è stata sottoposta. Qualcosa come 20.000 persone hanno perso la vita o risultano disperse. Più di 800.000 abitazioni sono state parzialmente o totalmente distrutte. Il disastro ha compromesso affari, strade e infrastrutture. La Croce Rossa giapponese calcola che ci siano stati 400.000 rifugiati. Quando erano passati soltanto alcuni giorni dall’evento, ci siamo meravigliati di come avessero potuto rimettere in sesto ottocento chilometri di una strada praticamente distrutti in meno di due settimane.

[image width=”554″ height=”247″ align=”center”]http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2011/10/Giappone_1.jpg[/image]

Questa sopra è una delle serie di foto pubblicate dall’agenzia Kyodo news e rilanciate da The Sacramento Bee in cui si vedono le devastazioni iniziali, i progressi fatti nei primi tre mesi e la situazione attuale. La Natura è entrata nelle loro vite con prepotenza, non c’è dubbio, e molte le ha portate via. Ma gli uomini, quando vogliono sanno essere forti. Magari non vincono, ma di sicuro non abbandonano la partita.

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Pensieri e parole

Riscaldamento climatico, eventi estremi?

Cominciamo con alcuni punti molto semplici, ma spesso confusi:

  1. Non tutti gli estremi sono uguali. Discutere di ‘cambiamenti negli eventi estremi’, in generale, senza specificare esattamente di cosa si stia parlando, non ha alcun senso. Un tornado è un evento estremo, ma le cui cause, la cui sensibilità ai cambiamenti e le cui conseguenza non hanno niente a che vedere con quelli relativi a una tempesta di ghiaccio, o a un’ondata di caldo o di freddo o una siccità.
  2. Ogni tipo di estremo necessita di essere esaminato specificatamente – e spesso anche regionalmente. Non c’è nessuna teoria e nessuna indicazione che dica che il cambiamento climatico aumenti gli estremi in generale.
  3. L’attribuzione poi di eventi estremi alla variabilità naturale o all’effetto delle emissioni di origine umana è difficile. Ci sono tanto per cominciare pochi dati osservativi, poche verifiche delle simulazioni climatiche di eventi estremi, e (per il momento) valutazioni solo limitate delle proiezioni basate sui modelli.
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Alla fiera dell’est…

…Per due soldi, un topolino mio padre comprò. E venne il gatto che…fu mangiato dal topo. E’ stato necessario cambiare il testo della storica canzone di Angelo Branduardi, la scienza lo richiede.

Premessa. Qualche giorno fa abbiamo pubblicato il commento a una ricerca che ha messo in correlazione le oscillazioni della temperatura con il benessere sociale, individuando nei periodi freddi i rischi maggiori di instabilità e disagio. Nella trattazione, quasi in forma di postulato, anche l’evidenza rappresentata dalla correlazione tra la statura degli esseri umani e le temperature. Gli uomini crescono di più e meglio se fa più caldo.

Pare non sia così per gli animali. E’ di questi giorni infatti la pubblicazione di uno studio che ravvisa nel riscaldamento globale la causa di una generale tendenza degli animali a diventare più piccoli. Prima inevitabile riflessione: gli uomini (e naturalmente anche le donne) non sono animali. Questo ci rallegra.

Già alcuni anni fa avevamo avuto un assaggio di questa ipotesi miniaturistica. Le pecore di un’isoletta scozzese pare siano diminuite in volume a causa del global warming. Con una rapida occhiata alla realtà climatica della zone è stato semplice scoprire che nella fattispecie più che le temperature poterono le piogge. Di qui la certezza che i pur simpatici ovini non fossero di pura lana vergine. Ricordatevelo la prossima volta che acquistate un capo di abbigliamento di lana scozzese.

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Hum… se va così ci vorrà il cappotto…

Mentre si cominciano a vedere i primi timidi approcci alle prognosi per il prossimo inverno, per le quali la situazione è davvero troppo prematura, esce l’ensemble forecast della NOAA sull’evoluzione della porzione 3.4 di El Niño (la porzione centrale e più ampia del Pacifico equatoriale).

Questi sistemi di prognosi hanno parecchie difficoltà a cogliere le inversioni di tendenza e le fasi di innesco delle oscillazioni delle temperature di superficie, ma, in genere, quando la situazione è consolidata, funzionano piuttosto bene nel prevederne le dinamiche di medio periodo.

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Vuoi vedere che veramente ‘Tutto è relativo’?

Non so se i risultati dell’esperimento OPERA siano stati già inviati ad una rivista scientifica e se sia in corso il referaggio. Quel che è certo è che da quando i risultati preliminari dell’esperimento sono stati resi pubblici, dopo le prime reazioni di meraviglia mista a scetticismo più o meno universali, sembra che in parecchi si siano dati da fare per confermare/smontare quanto affermato da chi ha condotto l’esperimento.

Sembra che qualche giorno fa sia arrivata alle pagine di arXiv una spiegazione che potrebbe far correre qualche brivido lungo la schiena dei ricercatori di Opera.

Secondo quanto si può leggere in questo post su Tecnology review o se preferite farvi venire il mal di testa direttamente sulla Letter pubblicata da arXiv, il famoso neutrino superman non sarebbe affatto risultato più veloce della luce nel percorrere la distanza tra il CERN e il Gran Sasso (per carità non sottoterra…), se nel calcolare il tempo impiegato nella sua folle corsa si fosse tenuto conto della relatività speciale, ovvero del fatto che i due orologi perfettamente sincroni che hanno preso i tempi di partenza e arrivo, non sono sulla Terra ma a bordo dei satelliti GPS impiegati per il calcolo.

Se il sistema di riferimento ha una componente della velocità parallela a quella del moto della particella e si muove quindi verso la sorgente, quella componente deve essere sottratta al tempo impiegato per coprire l’intera distanza. Secondo i firmatari della Letter la correzione da applicare è di 32 ns. Siccome deve essere applicata due volte i nanosecondi diventano 64, ossia appena poco più di quanto si suppone sia stata la differenza tra il tempo che ha impiegato il neutrino superman e quella che avrebbe impiegato la luce per coprire la tratta (60 ns).

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Ambiente, suolo e foreste: facciamo pace col cervello

Alcuni giorni fa l’amico Fabio Spina ci ha ricordato che più che avere a che fare con un problema di desertificazione nel nostro Paese abbiamo…

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