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Energia e shale gas la battaglia si sposta

I lettori mi scuseranno se invado un’altra volta un territorio che esula dalle mie competenze. Lo scopo è quello di sempre, stimolare la discussione e attrarre le opinioni di chi ne sa di più nel vasto panorama di chi segue queste pagine. Del resto l’invasione di campo non è poi così scandalosa, perché clima e energia sono legati a doppio filo, è infatti soprattutto energetico il problema che sorge dalla volontà – molti dicono esigenza imprescindibile- di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra in atmosfera.

Si sta aprendo un nuovo territorio di scontro che già mostra le caratteristiche tipiche delle altre tematiche che hanno visto e stanno vedendo in questa materia posizioni spesso diametralmente opposte sia dal punto di vista ideologico che scientifico. Il fuoco di fila di commenti che abbiamo visto passare su CM per gli ultimi post pubblicati è chiara testimonianza di questa accesa diatriba. Parliamo di shale gas, ovvero della possibilità di ricavare gas naturale dai giacimenti di scisti. Una tecnica estrattiva relativamente nuova che in passato non ha riscosso molto successo a causa di costi di estrazione piuttosto elevati, divenuti però decisamente più abbordabili perché è cresciuto molto il prezzo del greggio e perché c’è una spinta sempre maggiore ad utilizzare fonti energetiche con minor impatto ambientale. L’argomento è particolarmente sentito con riferimento alla mobilità, ovvero alla eventuale progressiva sostituzione del combustibile derivato dal petrolio con il gas naturale.

Gli scisti sono rocce che tendono a sfaldarsi facilmente in lastre sottili. Tali fratture possono avere origine naturale, ma possono anche essere indotte artificialmente con una tecnica che si chiama fratturazione idraulica, cui si affianca la perforazione orizzontale, la tecnica cui appunto si ricorre per aumentare la quantità di gas estraibile. Sembra che così facendo e tenendo conto della quantità di questa particolare sedimentazione che c’è sparsa per il mondo, la quantità di gas naturale disponibile a scopi energetici crescerebbe a dismisura.  Un’autentica manna dal…sottosuolo.

http://geology.com/energy/world-shale-gas/
Fonte Wikipedia commons

Lo Shale gas sta vivendo dunque una seconda giovinezza. Molti paesi, primi fra tutti gli Stati Uniti, si sono buttati anima e corpo in questo settore, desiderosi di ridurre le emissioni, ma soprattutto ansiosi di affrancarsi dalla dipendenza energetica dal Medio Oriente.

Minore impatto ambientale significa basse emissioni, ma è appunto questo il territorio di scontro. Già qualche tempo fa infatti hanno cominciato a sollevarsi le prime voci di protesta ambientale nei confronti di questa tecnica di estrazione, alimentate inizialmente dalla preoccupazione che la possibilità di sfruttare una fonte energetica più pulita ma comunque fossile, avrebbe distratto gli sforzi dall’implementazione delle risorse rinnovabili. Questo significa che almeno inizialmente il livello di “pulizia” di questa fonte energetica non era in discussione nonostante provenisse comunque da sottoterra.

Ora il discorso sta cambiando in modo piuttosto radicale (qui su greenreport.it). Uno studioso americano, Robert Howart, ha iniziato l’anno scorso la stesura di un report (qui il pdf) con il quale in sostanza afferma che l’impatto in termini di emissioni dell’estrazione di metano dai giacimenti di scisti sarebbe molto superiore a quello dell’estrazione di gas con tecniche tradizionali e anche – qui è la bomba- superiore all’impiego del carbone, la fonte fossile più sporca che c’è. Il problema, scrive Howart, non è tanto nei residui da combustione, quanto piuttosto nella gran quantità di gas che andrebbe dispersa e quindi liberata in atmosfera in seguito alla fratturazione idraulica. Una quantità che potrebbe arrivare anche al 10% di quanto estratto. Il Metano è un gas serra molto più efficiente dell’anidride carbonica. Di qui la preoccupazione di Howart e i malumori che stanno attraversando le fila delle organizzazioni ambientaliste, al punto che in Francia sembra sia allo studio una moratoria sulla frantumazione idraulica.

Quelli che invece su questa risorsa stanno puntando si sono affrettati a dire che il lavoro di Howart è impreciso e essenzialmente ideologico, mentre lui ha ribattuto che il suo studio ha passato il normale processo di revisione paritaria, che si tratta di scienza e che l’ideologia c’entra poco o nulla. Vero è che dalle sue informazioni preliminari dell’anno scorso al pre-print definitivo attualmente disponibile, Howart ha già dovuto fare delle correzioni, per esempio per non aver tenuto conto inizialmente delle fughe di metano presenti nell’estrazione del carbone. La correzione avvicina il rapporto tra le due risorse, ma non cambia ovviamente l’impatto previsto per l’uso dello shale gas.

C’è da dire che nel frattempo anche il MIT si è cimentato in un’analisi comparativa degli impatti ambientali tra queste risorse, giungendo alla conclusione che lo shale gas ha un’impatto ambientale che si posiziona a metà tra quello dello del gasolio e quello della benzina.

Insomma, la guerra è aperta. Chi avrà ragione? Con gli interessi economici che questi argomenti vanno a toccare possiamo star certi che si vedranno piovere verità assolute da entrambe le parti e ognuno dirà che l’altro è cattivo e vuol difendere solo le proprie posizioni, ideologiche o economiche che siano. Fatto sta che il genere umano è ancora alla ricerca di una fonte energetica (o più fonti è più giusto dire) che possano sostituire le risorse fossili tradizionali nel compito che hanno svolto sin qui, ovvero garantire grande quantità di energia a prezzi abbordabili per sostenere l’attuale modello di sviluppo. Senza entrare nel merito dell’impatto reale o presunto dell’uso delle fonti fossili sul clima, queste sono comunque per definizione “finite”. Certo, questo modello potrà cambiare e c’è chi dice che questo sia necessario e inevitabile. Può darsi che nei paesi già sviluppati si riesca anche a fare qualcosa in questa direzione. Che lo possano fare quanti allo sviluppo ci si sono affacciati ora è parecchio più difficile.

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Published inAttualitàEnergiaNews

8 Comments

  1. max pagano

    un altro grosso problema ambientale riguardante l’estrazione di gas dagli scisti bituminosi è dato dall’iniezione nei pozzi di liquidi ad altra pressione per rompere le rocce, accompagnata dall’uso di composti chimici che vengono aggiunti per facilitare la rottura delle argilliti.
    Purtroppo, la contaminazione di queste acque iniettate, le rende alla fine del processo non bonificabili, e difficilmente recuperabili quindi costituiscono una grossa fonte di inquinamento chimico che mette a rischio terreni e acquiferi….

  2. Fabrizio Giudici

    Pare che per noi lo shale gas diventi importante in modo particolare (intendo l’acquisto, visto che non mi pare ne abbiamo nel nostro sottosuolo), perché il governo ha appena rinunciato al nucleare.

    • Possibile che tutte le volte che c’e’ un’energia del futuro, in Italia poco o niente?

    • Guido Botteri

      Noi siamo nel novero delle Nazioni fuori dello scope del report. Non che questo mi autorizzi a sperare…

    • antistrafalcione

      ossia se capisco cosa dice lei MM come pensa diciamo cosi’, essere un ecologo alla Cornell con decine di lavori pubblicati è una indicazione negativa? bello! se la diceva uno che non era ecologo e non era impegnato nel sociale andava bene , dato che chi la dice si occupa di queste cose ed è impegnato nella sua comunità allora quasi sicuramente ci sta fregando; come dire: il mondo alla rovescia!
      ma chi altri dovebbe dire che ci sono problemi? chi produce il gas? no ovviamente non lo direbbe mai; chi non conosce le cose? non sarebbe in grado; chi non si cura delle sua comunità?
      insomma per parafrasare: se non howarth chi altri?

    • Fabrizio Giudici

      Lascerei perdere gli attacchi personali, a Howarth o ad altri. Il punto è che il suo articolo è stato peer reviewed e, semmai, è importante seguire il dibattito che ne deriva. Ma se si attacca un Howarth, arriva subito il castigamatti a ricordare che i buoni sono solo quelli nel suo campo, “impegnati nel social”; e noi non possiamo manco rispondere che non è coerente, citando vari conflitti di interessi di Tizio, Caio e i suoi altri beniamini “impegnati nel sociale”, perché è contro la policy di questo blog. Insomma, ci diamo la zappa sui piedi. Rimaniamo sulle idee.

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