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Nubi e raggi cosmici: luci stroboscopiche

Come nelle discoteche (forse di qualche anno fa, ahimè si vede che non frequento…) le luci attorno all’ipotesi di Svensmark sull’influenza che i raggi cosmici provenienti dallo spazio avrebbero sulle nubi, specie quelle basse, si accendono e si spengono.

Appena qualche giorno fa abbiamo commentato l’uscita di un lavoro che toglieva parecchia terra sotto ai piedi dell’ipotesi. Il succo è il seguente. Dal datset dell’ISCCP (programma internazionale di monitoraggio delle nubi attraverso sensori satellitari), si nota che la nuvolosità bassa ha recentemente subito una fase di declino. In un periodo di scarsa attività solare e alta attività cosmica, sarebbe dovuto accadere esattamente il contrario perché i fatti sostenessero l’ipotesi di Svensmark. Per cui, luce spenta.

Qualche giorno fa è uscito un articolo di Nigel Calder che invece la riaccende, o quanto meno fa capire la situazione è tutt’altro che chiara.

In effetti, nell’abstract del paper che ha preso in esame il datset ISCCP, si legge una frase un po’ sibillina circa la relazione nubi-raggi cosmici in discussione: “This represents a possible observational disconnect“, cioè un possibile rigetto dell’ipotesi grazie alle osservazioni. Possible.

Quello che a quanto pare gli autori di questo lavoro non hanno riportato, è che esistono lavori precedenti che hanno documentato i problemi cui è andato incontro il programma ISCCP con la graduale implementazione di nuovi sensori (Campbell 2004). Di fatto il segnale è migliorato, nel senso che quello che si ottiene adesso è più attendibile, ma con la graduale modifica dell’angolo di osservazione, divenuto ormai quasi ottimale, ovvero perpendicolare, le osservazioni precedenti ottenute con angolo più basso contengono probabilmente una sovrastima delle nubi. Questo risulta nel tempo in un trend di diminuzione che potrebbe non essere tale, a meno di opportune correzioni di cui però non si ha notizia nel paper in questione.

In effetti, dai lavori che hanno affrontato questo problema si capisce che la differenza è importante. Le aree in blu sono quelle che presentano una diminuzione della nuvolosità nel periodo 1983-2001:

Prima della correzione - Campbell 2004
Dopo la correzione - Campbell 2004

Questo dovrebbe suggerire prudenza prima di rigettare l’ipotesi di Svensmark. Infatti da altri dataset sulla nuvolosità attualmente disponibili si capisce più che altro che non si hanno le idee molto chiare sul comportamento della nuvolosità negli ultimi anni, quelli cioè in cui la si è osservata con questi sistemi.

Come sottolinea Calder, volendo scrivere a supporto dell’ipotesi di Svensmark, si possono prendere in esame quei dataset sulla nuvolosità che la confermano. Volendo scriverne un rigetto, si può (e si è fatto) ricorrere ad altro materiale. Nulla osta comunque che gli altri dataset soffrano di altro genere di problemi altrettanto significativi. Del resto, esplorando le pagine dell’ISCCP non mi è stato possibile capire se siano stati introdotti dei correttivi per questo specifico problema. A prima vista si direbbe di no, dato il trend è lo stesso di quando Campbell affermava che la maggior parte del trend negativo nella nuvolosità è ascrivibile al cambiamento del punto di osservazione.

Morale: l’ipotesi di Svensmark sta pian piano ricevendo delle conferme sperimentali. Non è attraverso queste osservazioni che potrà essere falsificata, almeno fino a quando non si disporrà di dataset stabili ed affidabili.

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Published inAttualitàNews

Un commento

  1. donato

    Analizzando il grafico, mi sembra, che anche i dati ISCCP, dopo il 2005, si sono avicinati molto a quelli degli altri dataset pur restando inferiori ad essi. Dei quattro dataset analizzati, inoltre, solo quello dell’ISCCP evidanzia una diminuzione della copertura nuvolosa nell’ultimo periodo: tutti gli altri dataset sono in controtendenza, registrano, cioè, un aumento della copertura nuvolosa. Al di là della conferma o meno dell’ipotesi di Svensmark, ciò che noto è una grossa differenza tra i quattro dataset utilizzati. Il dubbio sorge spontaneo: quale di essi è maggiormente degno di fede? Volendo utilizzare una metodologia “democratica” dovremmo dire che il dataset ISCCP è affetto da errori in quanto i dati differiscono da quelli di altri dataset (che rappresentano la maggioranza). La scienza, però, non è democratica perciò un tale ragionamento non va bene. Quando studiavo la teoria degli errori il mio insegnante mi diceva: le misurazioni devono essere ripetute più volte per individuare eventuali errori grossolani, con strumenti diversi per individuare eventuali errori sistematici e con perizia per ridurre al minimo quelli accidentali. Applicando questo principio mi sembra che dubbi non dovrebbero essercene: è il dataset ISCCP ad avere qualche problema. La cosa, però, è piuttosto opinabile e, quindi, è opportuno attendere per vedere come evolve la situazione. Come si suol dire, se son rose fioriranno.
    Ciao, Donato.

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