Clima tempeste e alluvioni

Di solito i titoli non li copiamo, ma quello che leggete è lo stesso titolo di un post pubblicato qualche giorno fa da Stefano Caserini su climalteranti.it. I lettori più attenti ricorderanno che dopo l’evento alluvionale di Roma, abbiamo pubblicato un post in cui chiedevamo ai vari esperti intervenuti di fornire delle spiegazioni, di motivare scientificamente le affermazioni con cui si ricollegava quel genere di eventi ai cambiamenti climatici, ovvero a quanto è stato previsto che debba accadere in ragione del riscaldamento del Pianeta.

Successivamente, è successa esattamente la stessa cosa per l’evento nelle Cinque Terre. Le stesse domande cui però sono giunte delle risposte da parte di due degli interessati. Nel primo caso siamo in attesa di ulteriori approfondimenti che speriamo di poter pubblicare direttamente su CM. Nel secondo caso gli approfondimenti già ci sono, e sono nel post linkato poche righe più su. Risposte tuttavia non dirette, perché si tratta più che altro di una opinione sull’argomento, proprio come annunciato nella segnalazione in questo commento sulle nostre pagine.

Ovviamente avrei preferito che si potessero leggere anche sulle nostre pagine, ma questo non è un problema. Per coerenza di atteggiamento quindi, quella che segue è la mia replica a quanto scritto in quella sede. Con una precisazione. Questo non vuole in nessun modo essere l’inizio di una saga e neanche il solito spocchioso dibattito tra blog. Il punto è che dal momento che il richiamo al temuto (per alcuni già in essere) aumento della violenza degli eventi estremi del tipo di quelli che ci hanno colpiti di recente è avvenuto proprio in sede di commento a quegli eventi, se si identifica un fondamento scientifico reale e robusto, si giustificano i commenti ed è giusto non solo preoccuparsi, ma anche e soprattutto agire nella direzione della mitigazione. Se così non è, se ne conferma il carattere speculativo e pseudoscientifico, utile a riempire le pagine di cronaca ex-post, ma assolutamente dannoso in termini di attenzione per ciò che sarebbe giusto fare in ragione di quanto non è frutto di proiezioni ma è già consolidato: il tempo atmosferico può essere decisamente pericoloso, lo è stato da sempre e agitare spauracchi sposta l’attenzione dal problema che abbiamo da sempre, l’adattamento.

Ma veniamo al post. La prima impressione è che l’argomento sia stato trattato in termini decisamente generici, con un approccio del tipo ‘massimi sistemi’, mentre il problema è chiaro: dove sono gli argomenti scientifici che giustificano fisicamente l’accostamento tra sistemi convettivi a mesoscala e riscaldamento globale? Un approccio generico comunque supportato da argomenti anche validi, indubbiamente, può anche essere interessante in sede di dibattito scientifico. Ma siccome la violenza degli eventi di cui parliamo rappresenterebbe la trasposizione nel mondo reale di un problema altrimenti intangibile quale quello dell’aumento della temperatura media superficiale, la scienza insegna che le ipotesi per articolate che possano essere non sono sufficienti. Ci vogliono le prove, ovvero i meccanismi fisici che spieghino come questo aumento possa modificare le dinamiche di sviluppo di questi eventi, dove e quando essi avvengono. C’è più gradiente? C’è più shear? C’è più forcing dinamico in quota? Ci sono moti verticali più intensi? E via dicendo.

Il discorso è simile all’attribuzione del riscaldamento globale ai gas serra piuttosto che alle dinamiche solari. Per carità, la metto giù semplice solo per non uscire fuori tema. Ma è un fatto che l’attribuzione ai gas serra sia sostenuta da meccanismi fisici ben delineati. Ci sono molti assunti che probabilmente esagerano di molto il riscaldamento che è lecito attendersi, ma la teoria è solida, sebbene il suo sviluppo successivo in termini di dinamiche di feedback lo sia molto meno. Con riferimento alle dinamiche solari non si può dire la stessa cosa. Il sostegno all’ipotesi è attualmente essenzialmente fenomenologico, mentre soltanto di recente si sta cercando di capire qualcosa di più in ordine a come – per esempio attraverso la nucleazione e la nuvolosità – le dinamiche solari possano fisicamente influenzare il clima. Di qui, giustamente, l’attuale rigetto del mainstream scientifico a prendere in considerazione questa ipotesi.

Non si possono fare due pesi e due misure. Nè mi pare probante il riferimento alle dichiarazioni rese ad un quotidiano nazionale dal prof. Maracchi, cui indirettamente sono state poste le stesse domande e da cui non è giunta mai alcuna spiegazione che non fosse, appunto e ancora una volta, in termini di ‘massimi sistemi’. Al riguardo, semmai, si potrà tener conto di questa opinione alla prossima migrazione delle rondini, di cui l’ottimo professore è senz’altro attento osservatore.

Ma torniamo al post. Gli eventi atmosferici, e più specificatamente quelli meteorologici, che nessuno osa mettere in relazione a quelli climatici sul piano spaziale e temporale (per fortuna), possiedono certamente una componente deterministica e una casuale, ma ricordiamo che qui non si sta parlando di circolazione atmosferica, ma di eventi che al massimo occupano alcune decine di chilometri quadrati. Certo, avocare l’effetto farfalla di Lorentz è affascinante, ma dato che si parla dunque di dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali, direi sia il caso di specificare se, come e quanto queste condizioni iniziali, ovvero riferite all’innesco di questi eventi, siano cambiate in ragione della causa ipotizzata. E questo ci riporta alla necessità, per sostenere qualunque genere di affermazione che attribuisca ad un clima più caldo l’estremizzazione di questi eventi, di individuare un solido legame di causa effetto, non delle semplici correlazioni fondate sulla contemporaneità di occorrenza.

Non che questo non sia stato fatto, come ricorda Caserini, ma c’è un problema. Anzi ce ne sono due.

Con riferimento alla prima domanda che Caserini pone sul suo post (“Gli scienziati individuano a livello fenomenologico un legame fra il riscaldamento dell’atmosfera e l’aumento delle precipitazioni intense?“), ed alla risposta affermativa fornita sulla base del consenso scientifico, occorre precisare che si tratta pressoché totalmente di lavori di stampo modellistico che si sono concentrati su eventi che accadono a scala spaziale e temporale da più ampia a enormemente più ampia, quali ad esempio i Cicloni Tropicali (TC) o le siccità prolungate. Ebbene, nonostante le proiezioni indichino una tendenza all’aumento di questi eventi, è noto invece che, per esempio con specifico riferimento ai TC, non sia attualmente stato possibile individuare alcun trend, né nel loro numero, né nella loro intensità. Nella Letter di Kerry Emmanuel pubblicata su Nature si dice qualcosa di diverso, è vero, ma è anche vero che nello stesso lavoro, che comunque ha natura di studio preliminare, si paragona anche l’indice di intensità dei TC analizzato all’indice ACE (Accumulated Cyclone Energy), il cui andamento è quello rappresentato nell’immagine qui sotto.

[image title=”Accumulated Cyclone Energy” width=”554″ height=”303″ align=”center”]http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2011/11/ACE.jpg[/image]

Non mi pare ci sia alcun trend. Può darsi che l’indice PDI indicato da Emmanuel sia più rappresentativo, ma può anche darsi di no. Allora, visto che si parla di ‘potere distruttivo’ di questi eventi, credo sia opportuno dare un’occhiata alla distruzione che essi producono. E’ aumentata? La risposta è affermativa. Questo supporta la tesi di Emmanuel? No, perché tutti gli studi che sono stati fatti mettono in evidenza che se si sottrae dai danneggiamenti il segnale di antropizzazione del territorio, il trend dei danni e dei costi è assolutamente indistinguibile (qui un esempio). E ho fatto riferimento ai costi non a caso, perché un altro degli elementi a supporto di questa ipotesi citato da Caserini è stato prodotto dalla compagnia assicurativa Munich Re, che nel 2010 attribuiva per esclusione di altre cause proprio ai cambiamenti climatici l’impennata dei costi dei risarcimenti. La stessa Munich Re ha poi finanziato uno studio di prossima pubblicazione che segue ad un altro studio degli stessi autori, in cui l’ipotesi viene scartata, confermando il fatto che il trend dell’aumento dei costi non è attribuibile ad un presunto aumento della capacità distruttiva di questi eventi e di fatto smentendo se stessa.

E’ però il caso di tornare a ridurre la scala spazio-temporale della discussione, soprattutto per affrontare la seconda domanda che, sempre secondo Caserini, è giusto porsi: “questo legame [tra riscaldamento e eventi estremi] è già mostrato dai dati disponibili? Ossia, si registrano già aumenti nell’intensità delle precipitazioni?”

E qui entriamo in un mare di bibliografia di studi che analizzano i dati delle zone più disparate del Pianeta, per uscirne subito e passare alla goccia d’acqua della bibliografia sull’argomento che riguarda invece il nostro Paese. In particolare, lo studio citato anche nel 4AR, l’ultimo report IPCC. Lo stesso report da cui si estrae la frase: “è molto probabile che eventi di estremo caldo, ondate di calore e forti precipitazioni continueranno a diventare più frequenti”. Questa è una previsione, non un’analisi. Lo studio di cui si parla però lo è, e certamente si individua un trend di aumento dell’intensità e frequenza degli eventi estremi. Ma c’è anche dell’altra bibliografia, ad esempio quella ancora citata da Caserini relativa al libro del CMCC da cui si estrae: “tutto il territorio italiano è caratterizzato da una forte diminuzione del numero di giorni poco piovosi, mentre la frequenza di quelli con precipitazioni intense è in aumento in alcune regioni dell’Italia settentrionale“. Bene, da quest’altro studio del CESI (Analisi della variabilità degli estremi climatici – bastano poche righe per capire che non è un covo di scettici climatici, anzi) si può estrarre:

  1. La tendenza nel numero di giorni di piogge intense (> 10mm) non è ben definita sul territorio nazionale, e tende complessivamente a diminuire (leggermente) solo a nord e ad aumentare in Sicilia.
  2. La tendenza significativa all’aumento del numero di giorni di piogge molto intense (> 20mm) è ben definita solo per alcune regioni (Sicilia, Lazio) ed è quasi assente a nord.
  3. La tendenza significativa all’aumento del numero di eventi estremi (> 25 mm) è ben definita per alcune regioni (Sicilia, Lazio) ed assente a nord.

(interessante anche come nelle didascalie delle immagini di questo studio si riporti quanto estratto, facendo seguire poi le determinazioni dell’IPCC che indicano però comunque un aumento degli eventi precipitativi estremi, nonostante si producano elementi che contraddicono questa ipotesi)

Sempre per restare nell’ambito degli studi prodotti per analizzare i potenziali effetti dei cambiamenti climatici, direi sia interessante dare un’occhiata a questo lavoro, in cui si affronta il tema della desertificazione dell’area del Mediterraneo. Non è recente, anzi, i dati si fermano al 1995. Ebbene, nel documento si legge che a causa di un trend di aumento del geopotenziale alla media troposfera, si è osservata nel periodo 1951-1995 una più frequente incidenza di situazioni anticicloniche, cioè di stabilità atmosferica. Questo non impedirebbe certamente l’occorrenza di eventi estremi, ma di sicuro ne abbatterebbe le probabilità. E infatti da questo documento si può estrarre l’immagine che segue.

[image width=”554″ height=”448″ align=”left”]http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2011/11/Extreme-events.jpg[/image]

Poniamo anche il caso che successivamente gli eventi estremi siano aumentati, non mi pare che un tale andamento possa essere messo in relazione con un trend di temperature consolidato verso il riscaldamento e tantomeno con un presunto forcing antropico continuo e persistente.

Mi pare piuttosto che il segnale si possa definire nel migliore dei casi incompleto e contraddittorio. Direi inadatto a trarre delle conclusioni. Per cui mettiamoci d’accordo, o il forcing antropico desertifica il Mediterraneo o lo tropicalizza, o diminuisce gli eventi estremi o li fa aumentare.

Ma stiamo parlando, credo, di un evento causale di ampiezza globale, per cui è utile, dal momento che la scala che ci interessa in questa discussione è molto ma molto più ridotta, leggere anche un’altra frase che proviene ancora dal report IPCC, stesso capitolo e stesso paragrafo: “Nonostante una diminuzione della precipitazione media annuale, si è inferito [che non vuol dire osservato ma desunto] per un’ampia porzione del Mediterraneo un aumento della componente ascrivibile agli eventi intensi (Alpert et al., 2002; Brunetti et al., 2004; Maheras et al., 2004). Inoltre, Kostopoulou and Jones (2005) hanno notato dei trend contrastanti nelle precipitazioni intense tra l’aumento nel mediterraneo centrale (Italia) e una diminuzione nei Balcani”.

Sicché, dal momento che le dichiarazioni che hanno dato origine a queste discussioni sono giunte a margine di commenti di eventi strettamente locali e si rivendica una cognizione di causa scientifica che le sostiene, dobbiamo dedurre che la causa di ampiezza globale ha sugli eventi locali effetti con segno opposto tra l’Italia e i Balcani, cioè un cluster di temporali può essere più intenso a causa del global warming sulle Marche, mentre può esserlo di meno, sempre a causa del global warming sulla Croazia. Non mi pare che questa strada ci possa portare molto lontano.

Né mi pare che fornisca la giustificazione a citare queste controverse analisi della ricerca scientifica nelle spiegazioni che i media richiedono e l’opinione pubblica riceve in ordine al verificarsi di eventi come quelli recenti, che hanno purtroppo fior di precedenti occorsi in tempi decisamente non sospetti e hanno, quella sì, una robusta bibliografia scientifica meteorologica che ne descrive le dinamiche di occorrenza e il potenziale distruttivo.

Allora, sperando di ricevere una risposta, proverei ad azzardare una ulteriore domanda: in relazione a quanto è stato discusso su queste pagine e sulle pagine di climalteranti.it negli ultimi giorni su questo argomento, un ‘esperto’ di vicende atmosferiche, avrebbe dovuto limitarsi a descrivere l’evento secondo la solida conoscenza che lo stato dell’arte della meteorologia consente attualmente, o avrebbe dovuto lanciarsi in ipotesi di attribuzioni a cause tutte da dimostrare inerenti alle dinamiche del clima?

Decida chi legge, risponda chi vuole.

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Author: Guido Guidi

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6 Comments

  1. Scusate l’ OT, ma guardando la foto in testa viene spontaneo chiedersi: “Ma non bastava una multa per divieto di sosta?”

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    • Credo che il proprietario della macchina sia completamente d’accordo con te!
      Ciao, Donato.

  2. Simao stati travolti dall’attualità delle inondazioni, ma anche dal catastrofismo climatico, ho sentito tutti i politici dell’arco parlamentare e non, parlare di cambiamenti climatici e dare la colpa alla CO2 ( il perfetto capro espiatorio)
    Possibile ch enessuno si ricordi di :

    Messina e Catania 1951
    Rovigo e Pò 1951
    Firenze Pisa 1966
    Genova 1970

    In pieno raffreddamento globale

    Post a Reply
  3. E’ vero, e’ un problema di fede!
    Altri studi (satellite) non vedono quello che vedono gli studi dei gruppi di climatologia storica. Quindi si sceglie cio’ che piace.
    Tempo addietro chiesi: “ma il Kerry Emmanuel ha tenuto conto dell’urbanizzazione? Dove c’erano le mangrovie ora c’e’ un club vacanze, non pesa?”… apriti cielo! Figurati se il Kerry (che oltre ad essere un grande scienziato e’ pure un caro amico, mi chiosa l’interlocutore) non ne ha tenuto conto!?
    Grazie Guido per il lavoro di Pielke et al. perche’ mi piace e… non e’ bello cio’ che e’ bello ma…

    Post a Reply
  4. Certo che siamo al paradosso. A Genova a ottobre/novembre piove da sempre tanto. Quando succede l’alluvione per colpa di un’edilizia ignorante e criminale, lo si attribuisce a cambiamenti climatici dovuti ad emissioni di CO2 globali. Quindi se per un motivo o per l’altro smettesse per molti anni di piovere tanti a Genova a ottobre/novembre, non potremmo associare quel fenomeno (un vero e proprio cambiamento climatico) ai cambiamenti climatici.

    Post a Reply
  5. Caro Guido, a me sembra di trovarmi di fronte ad un dialogo tra sordi (che non conoscono il LIS, tra l’altro). Tu chiedi delle solide basi scientifiche a sostegno dell’affermazione che gli eventi di Genova sono dovuti al GW, ti si risponde che esse sono costituite dal consenso scientifico. In altre parole si dice che molti lavori hanno dimostrato che, MOLTO PROBABILMENTE, eventi estremi diventeranno più frequenti a causa del GW e ciò ha determinato il consenso di cui al famigerato 4AR dell’IPCC. Tu chiedi prove che il GW ha prodotto un maggior numero di eventi estremi e ti si risponde che:

    “Il fatto che in molte zone i nostri pluviometri non registrino una crescente intensità delle precipitazioni IMPORTA POCO (l’enfasi è mia, nda)perché la domanda importante è la prima. Il riscaldamento avuto sino ad oggi (circa 0,8 °C) è solo una parte di quello che potrebbe esserci in futuro (da 2 a 4°C).
    Le tempeste di oggi sono solo un anticipo delle tempeste dei nostri nipoti.”

    Della serie: non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.
    Tornando con i piedi per terra e riacquistando la serietà che il problema merita, ho potuto notare che lo stesso prof. Caserini giudica mal posta la domanda: “è colpa dei cambiamenti climatici quanto successo a Monterosso o Genova?”
    Egli riconosce, inoltre, che un singolo fenomeno non può essere imputabile al riscaldamento globale. Egli, infatti, sostiene che non al singolo episodio si deve guardare ma alla correlazione statistica tra numero di eventi estremi e incremento di temperature globali. Del resto, come diceva il Principe, è la somma che fa il totale! In quanto a prove concrete ed a solidi principi fisici è inutile cercarli. Sostiene il prof. Caserini che non possono essere trovati: avremmo bisogno di un’altra Terra su cui eseguire gli esperimenti (noto che il mantra è sempre lo stesso: in campo climatologico NON si possono avere evidenze sperimentali perché non abbiamo un’altra Terra su cui effettuare le verifiche sperimentali).
    L’unico strumento per effettuare “verifiche sperimentali” è costituito dai modelli.
    Ecco perché all’inizio parlavo di dialogo tra sordi: noi rifiutiamo di accettare le conclusioni cui pervengono i modelli, loro le considerano vangelo. Inutile pensare di trovare una soluzione al problema: non abbiamo basi comuni di discussione. Ho impiegato qualche anno a rendermene conto, ma ormai ne sono convinto.
    In merito alla domanda con cui hai chiuso il post, pur non essendo un’esperto di meteorologia, mi sono fatta un’idea molto precisa: quelli verificatisi nelle scorse settimane sono fenomeni meteorologici che rispettano i canoni classici della meteorologia e non hanno niente a che vedere con il GW. Ciò anche alla luce di quanto ha scritto M. Pasqui qui su CM.
    Ciao, Donato.

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