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Un clima preso all’AMO

In quel di Durban si fanno le valige e si prendono accordi per la prossima kermesse climatica dopo aver trascorso due settimane a discettare di emissioni, target di temperatura e termostati del Pianeta. Per ripenderci dalla noia mortale di questi argomenti, non c’è niente di meglio che un bel tuffo nel mondo reale. Quello dei dati, delle teleconnessioni, del tempo e del clima nel breve periodo, quello che di fatto ci condiziona la vita.

E così, in questo ultimo scorcio di un autunno decisamente mite per il Mediterraneo, una stagione iniziata col botto ma il cui attuale placido scorrere è tutto da imputare alla persistenza di correnti atlantiche ben orientate ovest-est, giunge inattesa una interessante novità.

Prima di scoprirla occorre però fare una premessa. Chi si occupa di meteorologia e di clima nel breve periodo, che lo faccia per passione o per professione poco importa, sa benissimo che il volto delle stagioni invernali in area europea lo decide l’indice NAO (North Atlantic Oscillation). E’ un indice che esprime la differenza di pressione atmosferica tra le isole Azzorre e l’Islanda, sede le prime dell’anticlone atlantico e la seconda dell’omonima bassa pressione. La prima è una figura permamente, la seconda lo è solo un po’ meno.

Quando l’indice NAO è positivo, significa che tutte e due le figure sono in ottima salute. Molto alta la pressione in Atlantico, molto profonda la bassa d’Islanda. Questo significa che tra le due il gradiente barico e quello termico sono molto intensi, il vento soffia gagliardo da ovest a est a tutte le quote e le perturbazioni passano alte sul Mare del Nord. Per converso, un indice negativo favorisce il passaggio di sistemi perturbati a latitudini più basse, cioè verso il Mediterraneo. La prima di queste due possibilità rispecchia perfettamente il tipo di tempo che ha caratterizzato la seconda fase di questo autunno.

Gettando il cuore oltre l’ostacolo, potremmo dire (necessariamente a bassa voce) che questa situazione non può durare all’infinito e che prima o poi, anche in ragione di qualche segnale che arriva dall’alta atmosfera, le correnti dovranno tornare ad assumere una direttrice nord-sud, portando un po’ d’inverno anche alle nostre latitudini.

Questo nel breve. E nel medio-lungo periodo? Qui arriva la novità. L’indice NAO, non è ovviamente l’unico strumento che si cerca di usare per ‘razionalizzare’ il comportamento del sistema. Ce ne sono molti altri e, man mano che si proietta in avanti il desiderio di capire, si utilizzano indici in cui a farla da padrona non è più l’atmosfera, ma il mare. Non credo sia difficile comprendere il perché di questa scelta. La ‘pigrizia’ e lo spirito ‘conservativo’ dello stato termico dell’acqua, unitamente al fatto che essa governa i 3/4 del Pianeta, sono nel lungo periodo determinanti.

Accade così che nel mese di novembre appena trascorso, l’indice AMO (Atlantic Multidecadal Oscillation), che rappresenta l’andamento delle temperature di superficie dell’Atlantico nella sua porzione dell’emisfero nord, sia tornato a scendere sebbene di pochissimo in territorio negativo. Questo non accadeva dal 1996. Ora, l’indice AMO è soggetto a oscillazioni multidecadali. Quella che stiamo attraversando è senza dubbio una fase positiva, che però potrebbe avere iniziato la sua fase discendente.

Analogamente, qualche anno fa, è tornato in territorio negativo anche l’indice PDO (Pacific Decadal Oscillation), a sua volta relativo alle acque dell’Oceano Pacifico. Nel frattempo, l’attività solare di questo 24° ciclo continua ad essere piuttosto bassa. Metti insieme tutte queste cose e trovi, guarda caso, delle temperature medie superficiali che non aumentano più, anzi diminuiscono e un paio di inverni appena trascorsi in cui l’emisfero nord non si è divertito per niente.

Fonte: Wikipedia commons

Dato che si è parlato appunto di oscillazioni multi decadali, qualora si dovesse confermare la congiuntura AMO-, PDO- e ciclo solare basso, il global warming ce lo possiamo scordare, almeno per un paio di decadi.

AMO vs HadCRUT3 2005-2010

Non so, ma ho la netta sensazione che questa bizzarra ipotesi cominci a serpeggiare anche nelle alte sfere climatiche, che per esempio dicono di non attendersi variazioni significative in alcuni aspetti chiave della diatriba climatica per appunto una ventina d’anni.

Vedremo. Nel frattempo, con una faccia tosta che forse giudicherete insopportabile, vorrei ricordare che l’ultima volta che questo CO2-dipendente Pianeta ha avuto i brividi, cioè negli anni ’60 e ’70, l’AMO e la PDO erano….indovinate un po’?

🙂

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Published inAttualità

Un commento

  1. donato

    Mi sa che la lezione dei climatologi non è servita a nulla. Possibile che continuiamo a scommettere sui tempi medio-brevi? Bisogna fare le previsioni a lungo termine (minimo cinquant’anni). Se qualcuno sopravvive certamente le avrà dimenticate per sopraggiunta demenza senile o similari! Così nessuno fa brutta figura (anche se ha la faccia tosta e non gli importa più di tanto!)
    Ciao, Donato.

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