Nel Dryas recente le radici dei miti del Diluvio e del Giardino dell’Eden? La rivoluzionaria scoperta di Göbekli Tepe.

La segnalazione apparsa su CM di un documentario dedicato alla scoperta archeologica dell’area religiosa di Göbekli Tepe mi ha molto incuriosito.

Ho così fatto una ricerca in rete ed ho facilmente trovato lo speciale della rivista NEO-LITHICS (pdf) dedicato a tale scoperta che è frutto di una campagna di scavo condotta dal Deutsches Archäologisches Institut di Berlino e coordinata da Klaus Schmidt.

Vi si riporta fra l’altro un’analisi paleobotanica di Reinder Neef, sempre del Deutsches Archäologisches Institut, eseguita sui materiale vegetali (semi carbonizzato, resti vari) ritrovato negli scavi. Da tale analisi si evidenzia che:

  1. I resti sono da datare intorno a 9500 anni prima di cristo (11500 anni fa, in pieno Dryas recente, ultima “fiammata” dell’era glaciale): “Two radiocarbon samples from mixed almond/pistachio charcoal samples from this layer yielded dates of 9559 ± 53 BP (Hd-20036) and 9452 ± 73 BP (Hd-20025) (Kromer and Schmidt 1998).
  2. Le specie ritrovate (es: Triticum beotium, un frumento selvatico) indicano che il popolo che edificò Göbekli Tepe era dedito alla caccia e alla raccolta di vegetali spontanei e non all’agricoltura. Per inciso in quella zona era a quei tempi attiva la cultura dei Natufiani, popolo di cacciatori-raccoglitori che ha dato un grande contributo alla nascita dell’agricoltura e a cui si deve la fondazione della città più antica fin qui nota, Catal Huyuk, non molto lontana da Göbekli Tepe e datata circa 8.500 anni BP. A Catal Huyuk, differentemente da Göbekli Tepe, sono stati rinvenuti resti di vegetali coltivati.
  3. Si era in un ambiente climaticamente assai diverso rispetto all’attuale ambiente steppico, in particolare molto più ricco d’acqua e di vegetazione, con salici frassini e pioppi: “Denser forest vegetation around Göbekli Tepe would only have been near wells and streams. Atotal of 14 positive identifications concern taxa from the hygrophilous vegetation near springs, such as ash (Fraxinus sp.) and from the riparian forests on the river banks, like poplar (Populus euphratica), willow (Salix sp.) and also ash.”)

Sottolineo la straordinaria bellezza dell’inconografia riportata nel documentario e in NEO-LITHICS (a mio avviso le immagini di animali rivelano un senso artistico eccezionale).

Nel documentario segnalato da CM si fa riferimento anche del mito del diluvio universale, che come sappiamo permea decine di culture umane sparse per il mondo nei diversi continenti, e qui riprendo l’ipotesi dell’amico professor Uberto Crescenti secondo cui il diluvio altro non sarebbe se non la memoria dell’improvviso ed enorme innalzamento del livello del mare (oltre 100 m in pochi decenni) che si ebbe con la fine dell’ultima glaciazione. Ad osservare un tale cataclisma non vi erano solo dei “rozzi selvaggi”. Ce lo dicono le raffinate cultura di Göbekli Tepe e Catal Huyuk, espressione di popoli a cui si deve forse la nascita in medio oriente del mito del diluvio (da cui hanno attinto opere come il poema di Gilgamesh e la Bibbia) e, chissà, del mito biblico dell’Eden.

PS: Corre l’obbligo di dire qualcosa sui nomi dei due siti archeologici citati: Göbekli sta per ombelico e Tepe per collina; Catal sta per “forcella” e Huyuk per “tumulo”.

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Author: Luigi Mariani

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18 Comments

  1. Le riflessioni fin qui condotte sull’argomento mi portano a formulare quest’ultimo commento.
    Secondo una delle teorie più accreditate la fine del Dryas recente coincide con la rivoluzione neolitica e cioè con la nascita della’agricoltura, evento rivoluzionano per eccellenza perché senza di esso non avrebbero potuto nascere le società complesse e fondate sulla specializzazione.
    Questo angolo di visuale mi pare essenziale per cogliere in pieno l’importanza della scoperta di Göbekli Tepe.
    Infatti fra il santuario di Göbekli Tepe (databile a 9500 anni BP ed in cui sono stati ritrovati unicamente resti di piante alimentari selvatiche) e la città di Catal Uyuk (databile a 8500 anni BP ed in cui sono stati ritrovati resti di vegetali selvatici e domestici) si potrebbe forse collocare per la regione in esame (la Turchia orientale) la transizione fra un mondo dominato dalle attività di caccia e raccolta ad uno dominato dall’attività agricola.
    Occorre peraltro ricordare che l’agricoltura delle origini era soprattutto ignicoltura (in quanto nelle foreste che allora dominavano nella zona in questione si apriva lo spazio per i campi coltivati con l’uso del fuoco) e la produttività era bassissima in quanto legata a strumenti in pietra e legno assai rudimentali (il falcetto neolitico, la zappetta neolitica). Per un sostanziale passo in avanti nei livelli produttivi dell’agricoltura occorrerà attendere la scoperta dell’aratro che avverrà 5000 anni dopo in Mesopotamia.
    Per finire ricordo che all’uso e abuso del fuoco per disboscare, alla successiva attività di pastorizia ovi-caprina ed all’eccessivo sfruttamento del bosco può essere forse attribuita la genesi remota degli estesi fenomeni erosivi che oggi interessano la Turchia orientale, ove ben poco rimane della copertura forestale di un tempo.

    Luigi Mariani

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    • Mi interesserebbe avere, se possibile, una stima della capacità produttiva (e della popolazione) ai tempi di Göbekli Tepe, e poi ai tempi dell’aratro, e magari seguirne l’evoluzione (per sommi capi) nel tempo.
      Credo che sarebbe una cosa altamente formativa ed istruttiva.

    • Caro Guido,

      Le stime quantitative delle produzoni cerealicole presenti nella bibliografia archeologica (e riportate in Araus et al, 2003. Productivity in prehistoric agriculture: physiological models for the quantification of cereal yields as an alternative to traditional approaches, Journal of Archaeology, vol 30, issue 6, 681-693) indicano i dati seguenti:
      – Produttività agricoltura neolitica (8000 anni BP): da 5 a 15 q per ettaro
      – Produttività agricoltura mesopotamica (4400 anni BP): 15 q per ettaro
      – Produttività agricoltura egizia periodo dinastico (4700 anni BP): 10-20 q per ettaro
      A me francamente queste stime non convincono, perchè troppo elevate. In proposito tieni conto che la resa del frumento tenero nel 1910 in Italia era di 11 q/ha, e ciò i verificava con l’ausilio di una serie di tecnologie non disponibili nell’antichità che oggi sono state ottimizzate portandoci a produzioni medie nazionali di frumento tenero intorno ai 60 q/ha.
      Peraltro se nell’antichità le rese fossero state così elevate la popolazione mondiale non sarebbe rimasta ai bassi livelli indicati dai demografi (1 milione a fine era glaciale, 14 milioni nel 3000 aC, 100 milioni nel 500 aC).

      In base alla mia esperienza proporrei pertanto le seguenti stime alternative per l’agricoltura in area europea e medio-orientale riferite al frumento tenero:
      – Produttività media agricoltura neolitica (8000 anni BP): da 2 a 5 q per ettaro, con enorme variabilità da un anno all’altro, in relazione al fatto che si trattava di ignicoltura, per cui gli agricoltori incendiavano una parte di bosco (era questo l’unico modo per disboscare, poiché gli attrezzi erano molto rudimentali) e poi seminavano e raccoglievano. Quando dopo 1-3 anni di coltura la fertilità si riduceva sensibilmente abbandonavano il campo si spostavano in un altro territorio

      – Produttività media agricoltura mesopotamica, egizia, romana (dopo l’introduzione dell’aratro a chiodo e di alcune agrotecniche innovative di cui ci parla ad esempio Columella): 4-10 q per ettaro.

      – Produttività media agricoltura medioevale e rinascimentale: 4-6 q per ettaro nel’alto medioevo (con aratro a chiodo), 5-10 q per ettaro nel basso medioevo (con aratro a vomere-versoio).

      – Produttività media agricoltura europea 18 e 19° secolo: 8-15 q per ettaro

      – Produttività media agricoltura europea 20° secolo: da 8-15 q a inizio secolo a 50-70 q a fine secolo.

      Ciao.
      Luigi

  2. Sempre a proposito di civiltà del passato, proprio oggi, mi è caduta sotto gli occhi un’immagine di una “parete” della grotta di Lascaux splendidamente affrescata con un magnifico esemplare di bisonte. Se non erro gli studiosi ritengono che le pitture rupestri risalgono a 13.000/15.000 anni fa. Esse, quindi, sono addirittura precedenti al complesso di Göbekli Tepe. La fattura degli affreschi è impressionante e, stando a descrizioni di chi ha avuto la fortuna di vederli dal vivo, l’artista che li dipinse sfruttò la conformazione della parete per dare “volume” all’immagine. Un esempio di civiltà di alto livello ancora precedente (e di molto) a quella di cui stiamo discutendo in queste pagine. Se poi consideriamo che, ultimamente, anche ai neanderthaliani vengono attribuite capacità di astrazione e di raffigurazioni simboliche (sembra fossero capaci di creare monili dipinti a partire da conchiglie) ci rendiamo conto che homo, nelle sue varie specie, ha attraversato indenne, anzi con successo, centinaia di migliaia di anni di evoluzione fisica, climatica ed ambientale (che certamente non può aver determinato).
    Ciao, Donato.

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    • Credo che quella di Lascaux sia fra le più alte espressioni artistiche dei nostri progenitori paleolitici pervenuteci. E a proposito di questi antenati ci tengo a segnalare:
      1. che erano ben lungi dall’essere popolazioni arretrate, trattandosi dei primi – e per inciso non saranno gli ultimi – esseri umani che hanno trascorso un’era glaciale sul Continente (se vogliamo immaginarceli dobbiamo pensarli come gli odierni Inuit)
      2. che a loro dobbiamo il 15% del patrimonio genetico femminile ed il 22% di quello maschile come risulta da studi recenti condotti su DNA mitocondriale e cromosomi Y (Richards_2003 The Neolithic invasion of Europe. Annual Rev. of Anthropol 32:135-162).

      Luigi

  3. Le civiltà poi si sono rafforzate quando hanno capito che era meglio sfruttare i vinti, magari sotto forma di schiavi, che ucciderli (magari sacrificandoli).
    Ma i grandi imperi sono nati solo quando qualcuno ha capito che il vinto andava integrato, in modo che si sentisse parte attiva dell’impero. Così fece Ciro il Grande, per esempio, e così facevano i Romani (Cicerone, per esempio, apparteneva al popolo dei Volsci, tradizionali nemici dei Romani).

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  4. propongo la visione di questi due ulteriori video
    http://www.youtube.com/watch?v=7XqfjWCUgfk
    http://www.youtube.com/watch?v=NK_hfylYH-w&feature=related
    almeno per quanto mi riguarda aspetto ulteriori informazioni prima di esprimere ipotesi, ma trovo l’argomento estremamente stuzzicante, e credo che ci farà rivedere le idee che avevamo sulla nascita della civiltà, che va molto anticipata rispetto a quando ho studiato io.
    Già precedentemente ero arrivato a immaginare che forse molto precedentemente ci potessero essere state civiltà di grande livello (senza esagerare nella modernizzazione di queste civiltà), magari distrutte da successive invasioni.
    Penso a possibili civiltà neanderthaliane, per esempio.
    Personalmente sono portato a pensare che una civiltà umana sia capace di sopravvivere a disastri climatici, magari spostandosi e abbandonando luoghi ritenuti, eventualmente, maledetti dagli dèi, ma quel che pone fine davvero ad una civiltà è la conquista e assoggettazione da parte di un’altra civiltà, magari più grezza.
    Si alza il livello del mare, molti muoiono, ma qualcuno si salva, e ricostruisce la civiltà in un altro luogo.
    Ma quando sei assoggettato da un’altro popolo, le cose possono andare differentemente. A quei tempi c’erano popoli che non facevano prigionieri. Lo schiavismo, e quindi il risparmiare la vita ai vinti, è un “progresso” della civiltà abbastanza recente, credo. Ancora ai tempi dei Romani c’erano tribù che non facevano prigionieri, perché non conoscevano la schiavitù, e quindi non “valorizzavano” la vita dei vinti.
    Abbiamo ancora tanto da studiare e da imparare, ed è stimolante scoprire sempre nuovi capitoli della Storia (e preistoria) umana.
    Secondo me.

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    • In effetti l’inveterata abitudine dei nostri progenitori di far scomparire le tracce dei popoli assoggettati (penso ad esempio a lingua e cultura degli etruschi) non aiuta per nulla.
      Certo, come ci ha insegnato il grande genetista Cavalli Sforza il nostro DNA è uno scrigno che conserva tracce indelebili del passato (compresa l’ibridazione con in Neanderthal, recentemente appurata nel caso delle popolazioni di Eurasia). Tuttavia da qui a ricostruire una cultura (passando cioè dall’eredità genetica a quella culturale) ce ne passa.

    • Il problema, caro Luigi, e’ anche la prosopopea (hubris) che fa pensare che tutto lo scopribile sia gia’ stato scoperto, e spinge troppi a fare grandi sunti storici come se le sabbie e i fanghi ci avessero gia’ restituito tutto, e a disincoraggiare campagne di scavi che aprirebbero i piu’ classici nuovi orizzonti.

      Di civilta’ da scroprire o riscoprire, le terre (e i mari!!) ne sono sicuramente pieni. Estote curiosi!

    • caro Maurizio,
      Personalmente sono molto attento alla storia dell’agricoltura e a tale proposito quando studiavo alle scuole superiori, sui libri di testo stava scritto che l’agricoltura era nata lungo i fiumi (Tigri, Eufrate, Nilo) circa 6000 anni orsono.

      Le scoperte degli ultimi 30 anni invece:

      – consentono oggi di dire che l’agricoltura dell’Europa e del Medio oriente (civiltà del frumento) è con ogni probabiità nata grossomodo 10500 anni orsono nell’area montuosa della Turchia interna (zona di Karacadag) e che il Dryas recente vi avrebbe in qualche modo messo lo zampino (vedi ad esempio Salamini et al., 2002. Genetics and geography of wild cereal domestication in the near east – http://www.ndsu.edu/pubweb/~mcclean/plsc731/homework/papers/salamini%20et%20al%20-%20genetics%20and%20geography%20of%20wild%20cereal%20domestication%20in%20the%20near%20east.pdf).

      – hanno portato a farsi strada una’altra teoria che nega la rivoluzione neolitica come evento abrupto per sostenere che l’agricoltura avrebbe avuto una genesi molto più lunga, durata decine di migliaia di anni (vedi ad esempio Fuller D.Q., 2010. An Emerging Paradigm Shift in the Origins of Agriculture, General Anthropology, Bulletin of the General Anthropology Division, Volume 17, Number 2, Fall, 2010).

      Alla luce di ciò io mantengo (e consiglio a tutti di mantenere) un atteggiamento di costante curiosità per il semplice fatto che l’archeologia è un pò come la climatologia: ci sono molte più cose da scoprire di quante se ne siano fin qui scoperte.

      Luigi

    • Parole sante!
      Ciao, Donato.

    • Grazie per la segnalazione. Ho letto la rassegna stampa. Credo che me lo procurerò.
      Ciao, Donato.

  5. Caro Luigi,
    per quel che riguarda la datazione ho fatto riferimento all’articolo
    http://www.eurasianet.org/departments/insight/articles/eav041708a.shtml
    Nell’articolo (in buona sostanza un resoconto di una conversazione con Klaus Schmidt) si parla di una datazione pari a 9500 anni BC che corrispondono a circa 11500 anni BP. Le fonti da te citate, però, mi sembrano più affidabili. La frase: “La datazione dell’opera è stata fatta (vedi fonte citata) considerando frammenti del materiale posto, a mo’ di malta, tra le pietre dei muri.” deriva da una frettolosa traduzione della frase
    “For stable isotope analysis a succession of secondary
    carbonate lamina on the underside of a PPNA wall stone
    near the Pillar 8 in enclosure B in area L9-66…” relativa all’articolo a firma di Pustovoytov e al. da te citato. La frase, ovviamente, fa riferimento alle pietre, ma io ho improvvidamente riferito “underside” a “wall stone” traducendo “al di sotto della pietra del muro”. Cosa ci può essere sotto la pietra? La malta o qualcosa di simile, mi son detto. Interpretazione del tutto sbagliata, ovviamente, e di questo faccio ammenda.
    A parte gli errori di traduzione, però, il discorso che io facevo è il seguente. Una civiltà ha realizzato il cerchio di pietre a T in un periodo che non conosciamo. La stessa o altra civiltà, qualche tempo dopo, ha costruito il muro. Le datazioni effettuate mediante analisi degli isotopi 13C e 18O sulle pietre del muro parlano di circa 10000 anni BP (se non ho tradotto male la correzione si parla di più di 10000 anni BP). Questo significa che le pietre a T sono state messe in opera prima di 10000 anni BP. Questo ragionamento mi porta a considerare attendibile la data di 11500 anni BP di cui all’articolo di N. Birch cui ho fatto riferimento. A questa conclusione mi ha portato anche una frase attribuita da N. Birch a K. Schmidt: se il manufatto si presenta ancora oggi in ottime condizioni è perché esso fu coperto di terra subito dopo la sua costruzione. Quanto subito? Si dice che sia stato costruito in diversi secoli, quindi, quel subito deve essere molto relativo.
    Ovviamente le mie sono osservazioni di un semplice appassionato di archeologia e, pertanto, vanno prese con le molle. Già dicono che siamo tuttologi, figuriamoci che succede se mi metto a datare manufatti 🙂 .
    Ciao, Donato.

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    • Caro Donato,
      rispetto al settore archeologico in effetti ci muoviamo tutti da appassionati e curiosi.
      A quanto mi è dato di capire il santuario è stato:
      – edificato in un certo arco di tempo (l’omogeneità dei manufatti mi porterebbe a dire in poco tempo, ma sarà davvero così?)
      – fruito per un certo periodo (i residui di vegetali ed i resti di animali parlano se non erro di un periodo che va dal 9500 a 8500 BP)
      – abbandonato e seppellito intenzionalmente ovvero seppellito da tempeste di polvere (in proposito si tenga presente che alla fine del grande optimum post-glaciale – 5000 anni BP – ci fu una grade fase arida ed un’altra si ebbe nell’11° secolo bC).
      Per inciso una cosa che ho notato sulla mia pelle occupandomi di paleoclima è la facilità con cui si finisce per confondere BP con BC, dando luogo ad un errore da cui possono discendere problemi rilevanti.
      A ciò si dovrebbe anche aggiungere l’incertezza insita nei metodi di datazione basati su radioisotopi o altro, incertezza di cui di solito in non addetti ai lavori non si fanno mai carico considrando in modo apodittico i valori pubblicati.
      Ovviamente attendiamo tutti l’intervento di qualche vero esperto che ci ragguagli sul tema.
      Luigi

    • Luigi, hai visto la segnalazione del libro in uno dei commenti?
      gg

  6. Bell’articolo! Soprattutto perchè spinge alla riflessione ed alla meditazione.
    L’insediamento sembrerebbe essere un luogo di culto o di riunione. Mi ricorda molto Stonehenge o i nuraghi sardi (anche se sia l’uno che gli altri sono di molto posteriori). La novità, almeno per me, riguarda il tipo di cultura da cui esso fu realizzato. Concordemente con molti studiosi di archeologia avevo sempre inteso queste strutture come il frutto di uno sforzo collettivo che solo le società agricolo-pastorali potevano permettersi. Pensare che una società di cacciatori-raccoglitori abbia potuto realizzare una cosa del genere, mi lascia molto stupito.
    Altra cosa che li ha sorpreso è stata la disposizione delle murature che si sviluppano tra i “pilastri” a T. Questa considerazione è sicuramente OT, ma è necessaria per una considerazione successiva. A me sembra che questa muratura sia stata realizzata dopo il cerchio di monoliti scolpiti. Guardando alcune delle foto (straordinarie) che corredano l’articolo pubblicato su Neolithics, mi ha sorpreso il fatto che questi muri coprono parte dei bassorilievi scolpiti sui monoliti. Che senso aveva scolpire un monolite e poi coprire la scultura con un muro? Non riesco a spiegarmelo. A meno che non consideriamo l’ipotesi che il muro sia stato costruito in un secondo tempo in vista di un riutilizzo della struttura originaria. La datazione dell’opera è stata fatta (vedi fonte citata) considerando frammenti del materiale posto, a mo’ di malta, tra le pietre dei muri. Se essi sono databili ad 11500 anni BP potremmo addirittura retrodatare l’opera originaria (e ben più importante) costituita dai circoli di pietre. Considerando che il Dryas recente sembra essersi sviluppato tra 12.800 e 11.500 anni BP, se il mio ragionamento fosse valido, dovremmo pensare che i circoli di pietre siano stati realizzati in pieno periodo glaciale (non oso neanche pensare al periodo caldo che ha preceduto il Dryas recente). Comunque a forza di meditare mi sa che sono andato un po’ fuori dal seminato 🙂 .
    Tornando con i piedi per terra non posso fare a meno di notare che l’uomo ha superato periodi caldi e freddi con successo. Tali periodi di transizione, anzi, sono sempre stati forieri di grossi passi in avanti per la civiltà umana. La nascita dell’agricoltura e dell’allevamento, infatti, furono una reazione di homo sapiens ai cambiamenti climatici successivi al Dryas recente. E da tali “salti” socio-economici si svilupparono la matematica, la geometria e via cantando. Si può dire che uno dei fattori che ha consentito la nascita della nostra civiltà è stato l’adattamento dei nostri progenitori alle mutate condizioni climatiche. Di questo, però, già si è discusso qui su CM.
    Ciao, Donato.

    Post a Reply
    • Caro Donato,
      le tue considerazioni non sono affatto OT ripetto al post perchè la datazione è cruciale per rafforzare il legame con l’ipotesi del professor Crescenti che associa il mito del diluvio all’innalzamento abrupto del livello del mare avvenuto alla fine dell’ultima era glaciale.

      Permettimi allora una domanda circa i tuoi ragionamenti sulle datazioni: quando scrivi “La datazione dell’opera è stata fatta (vedi fonte citata) considerando frammenti del materiale posto, a mo’ di malta, tra le pietre dei muri.” a quale delle fonti citate ti riferisci?

      Tu parli di una datazione a 11500 anni BP mentre da parte mia ho fin qui trovato:

      1. sul n° 2/2003 di NEO-LITHICS datazioni basate su materiali vegetali che indicano 9500 anni BP.

      2. sul n° 1/2003 della stessa rivista (scaricabile da http://www.exoriente.org/docs/00045.pdf) ho trovato un lavoro di Pustovoytov che in base alla degradazione da agenti atmosferici dei manufatti litici (weathering) dà un datazione al 10000 BP (che poi nel n° 2/2003 viene corretta con questa citazione: “Contribution Pustovoytov, Neo-Lithics 1/03, p. 25, Fig. 3 and p. 26: read correctly ≥ 10000 bp for falsely 10000 bp or = 10000 bp.”

      3. sulla pagina di Wikipedia dedicata al santuaio di Gobekli Tepe si parla di 10500-9000 BP.

      Luigi

      PS: Segnalo infine che ulteriore documentazione sulla campagna di scavo è presente nl n° 2/2002 di NEO-LITHICS scaricabile gratuitamente a http://www.exoriente.org/docs/00044.pdf.

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