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Mantenere alti gli standard della ricerca scientifica nell’era della comunicazione globale

Lo scorso 4 gennaio è stato pubblicato on-line su Nature un interessante commento a firma di Jerome Ravetz1 dal titolo:

Sociology of science: Keep standards high

Il commento riguarda un argomento che ho già affrontato su queste pagine e testimonia il grosso interesse per l’evoluzione delle metodiche di gestione dei risultati scientifici. J. Curry, nel suo sito, ha giudicato il commento di Ravetz con queste parole: “Io sono una fan del concetto di ‘comunità estesa tra pari’ portata avanti da Funtowicz e Ravetz. Inoltre, la frase di Ravetz “le implicazioni radicali della blogosfera” si è definitivamente radicata nella mia testa. …. Sono lieta che i sociologi stiano studiando questo problema.”

Illustrazione di David Parkins

J. Ravetz, nel suo lavoro, affronta gli spinosi problemi della proprietà di un lavoro scientifico, della collaborazione tra scienziati e della reciproca fiducia nell’era digitale.

Scrive Ravetz: “La scienza è l’unica attività umana organizzata che ha sviluppato un sistema formale di garanzia: peer review, pubblicazione, replica. Il sistema ha funzionato bene sin dal suo inizio nel XVII secolo, quando la rivista scientifica è nata. Esso, però, è ora messo in discussione dai cambiamenti tecnologici e sociali della scienza. Come potrebbe evolvere?”

Secondo l’autore lo sviluppo dei media digitali “ha rivoluzionato la gestione delle informazioni e creato opportunità per una maggiore partecipazione nella produzione scientifica”.

Le collaborazioni, sempre più mastodontiche, e le discussioni in pre-pubblicazione sui blog, in particolare, stanno coinvolgendo sempre di più il pubblico e tendono a sfocare la figura dell’autore principale della scoperta. In altre parole la scienza è sempre più un’impresa collettiva. Secondo Ravetz sul palcoscenico della ricerca stanno tornando, dopo diverse generazioni di assenza, figure che non sono ricercatori professionisti. A titolo di esempio, cita gli astrofili che on-line aiutano gli astronomi nella classificazione delle galassie, oppure gli appassionati che utilizzano il loro tempo libero studiando i complessi modi che ha una proteina di ripiegarsi. In poche parole chiunque ha la possibilità di compartecipare alla scoperta scientifica. Questo fatto, secondo J. Ravetz, se da un lato è molto interessate e coinvolgente, dall’altro rischia di abbassare gli standard qualitativi della ricerca scientifica: non tutti, infatti, hanno a cuore il progresso della scienza, quanto piuttosto i loro interessi personali.

Continua J. Ravetz: “La rivista sta perdendo il suo status di gatekeeper unica. Garante, contemporaneamente, di: qualità, certificazione di beni, mezzo di comunicazione e anche archivio.”

Al suo posto stanno emergendo altri modelli di condivisione dei risultati scientifici che, però, non danno uguali garanzie di qualità nella valutazione dei risultati in quanto possono essere caratterizzati da incompetenza o, peggio, malafede. Nonostante questi rischi, però, il monopolio sulla certificazione della qualità della ricerca scientifica è destinato ad essere modificato.

A titolo ancora esemplificativo J. Ravetz cita il caso del climategate. In quella circostanza il mondo della climatologia ha eretto una barriera a difesa di un affidabile collega il cui operato era stato messo in discussione su un blog, da una figura professionale estranea al mondo della climatologia: l’ingegnere minerario Steve McIntyre. McIntyre aveva semplicemente suggerito di applicare metodi di analisi statistica mutuati dal mondo della finanza all’analisi dei dati climatici. Considerando gli sviluppi della faccenda, aggiungo io, il suo contributo è stato fondamentale.

J. Ravetz, però, si spinge ancora oltre e sostiene che non necessariamente bisogna essere specialisti in qualche disciplina per contribuire al progresso scientifico. In particolare cita il caso della Cochrane Collaboration “che utilizza migliaia di ‘pazienti esperti’ in tutto il mondo per rivedere la qualità dei lavori di ricerca sui trattamenti.”

Dopo aver esaminato i vantaggi della possibilità di collaborazione gratuita offerta dalla blogosfera, Ravetz passa ad esaminare anche gli aspetti negativi di tale sistema. Il principale è la mancanza di garanzia di qualità formale. Questo deficit potrebbe consentire a persone prive di scrupoli di stravolgere i risultati di una ricerca scientifica. Ciò però non dovrebbe scoraggiare in quanto: “In alcuni ambienti, coloro che erano deputati alla salvaguardia della correttezza formale, sono stati eliminati. Molti settori ad alta tecnologia già operano secondo linee comunitarie. Per esempio, ‘open source’ e ‘creative commons’ sono dei modi utilizzati dalle imprese per gestire la proprietà intellettuale in modo collaborativo. Gli autori pubblicano le loro specifiche liberamente, permettendo ad altri di copiare e adattare il lavoro, finché è garantito il reciproco accesso alle idee ed alle innovazioni.”

Secondo Ravetz queste procedure innovative materializzano i capisaldi della gestione della comunicazione scientifica e del processo di avanzamento della conoscenza scientifica teorizzati dal sociologo americano Robert Merton: comunitarismo, universalismo, disinteresse, originalità e scetticismo. Se l’ambiente tecnologico, in cui impera la proprietà intellettuale dei brevetti, è stato in grado di implementare queste nuove metodiche di condivisione e sviluppo non si vede perché la scienza dovrebbe averne paura, conclude Ravetz.

Secondo J. Ravetz “Gli attuali sistemi di valutazione della qualità, basati sul numero dei documenti e delle citazioni, sono eccessivamente quantitativi. In un sistema più informale, essi potrebbero essere meno rigidi e resi più personali e condivisi. La garanzia della qualità potrebbe essere raggiunta tramite il consenso tra i revisori professionisti e i non professionisti. Perché ciò avvenga, però, le barriere alla condivisione delle informazioni scientifiche con il pubblico, come il paywall delle riviste, dovrebbero essere abbattute. Dovrebbero essere sviluppati migliori forme di discussione on-line così come dovrebbe essere migliorata la presentazione e archiviazione da parte dei blog e altre forme di comunicazione Internet, in modo che le idee possano essere discusse, modificate e aggiunte nel tempo.”

Come esempio di buona pratica di management scientifico J. Ravetz cita il caso di BEST: “E’ incoraggiante vedere che le discussioni ben condotte sui punti di dissenso tra la scienza ufficiale e la critica cominciano a farsi strada, come dimostra BEST (vedi Nature 478, 428, 2011).”

Secondo Ravetz, quindi, è nella fiducia reciproca che deve essere ricercata la garanzia della qualità della ricerca scientifica. Del resto già oggi è sulla fiducia che si fonda il progresso della scienza. Non vi può essere fiducia, però, senza il rispetto reciproco e la civiltà del discorso.

(Quanto ce ne sarebbe bisogno, aggiungo io, anche dalle nostre parti!)

La chiosa di Ravetz è degna di nota: “Gli scienziati hanno una responsabilità speciale, ma anche una difficoltà particolare. Se la loro formazione è stata limitata alla ricerca di una sola risposta giusta, essi possono trovare difficile comprendere un errore in buona fede e condannare coloro che persistono in credenze apparentemente sbagliate. Ma tra tutte le incertezze della scienza nell’era digitale, se può diventare garanzia di qualità, questa lezione di civiltà dovrà essere appresa da tutti noi.”

Mi sembra che non dica cose molto diverse da quelle che ci diciamo qui su CM.

Il dibattito si è subito acceso sia sul blog di J. Curry che nei commenti su Nature. Inutile dire che i toni non sempre sono ispirati alla civiltà ed al reciproco rispetto invocati dall’autore: forse avrebbe fatto meglio a evitare esempi di tipo climatologico!

Particolarmente emblematico, tanto per sentire anche l’altra campana, il commento (su Nature) di un lettore. In primis si meraviglia del fatto che il paper abbia superato la griglia dell’editor (sempre la stessa solfa, il dissenso deve essere messo a tacere e basta!), poi accusa J. Ravetz di essere un visionario in quanto delinea un mondo che non esiste. Successivamente se la prende con Ravetz per aver citato in toni “benevoli” McIntyre ed il climategate dimenticandosi di ricordare che un “onesto scienziato” era stato pubblicamente linciato a causa di un uso fraudolento della sua posta privata. Continua nel commento dicendo che Ravetz non si è reso conto che non esiste un “consenso sociale”, ma esistono gruppi di pressione e lobby il cui unico scopo è quello di screditare la scienza rea di minacciare le loro credenze ed i loro interessi. Chiude il suo intervento dicendo che questi gruppi travestiti da “critici” e/o “scettici” non aspettano altro che gli scienziati li degnino di una qualche attenzione per distruggerli definitivamente. L’unico modo per evitare di fare questa brutta fine è vigilare e definire “malafede, antiscienza e pregiudizio” il dissenso sociale.

Alla faccia del bicarbonato di sodio, avrebbe detto il principe de Curtis dopo questa filippica.

Che dire? Io onestamente tendo a concordare con J. Curry e con J. Ravetz piuttosto che con il commentatore (chi vuole sincerarsi di tutto quello che ho riferito non deve far altro che leggersi gli originali su Nature). Volenti o nolenti, infatti, mi convinco ogni giorno che passa che il mondo sta cambiando e il futuro è già iniziato. Penso che abbiamo raggiunto già la fase due del processo. Gli studiosi, infatti, cominciano a interrogarsi su come regolare un sistema che si è avviato e che procede in modo piuttosto tumultuoso. Qualche giorno fa ne abbiamo discusso qui su CM a proposito di un articolo su di un algoritmo di omogeneizzazione delle serie di temperature. Ne abbiamo parlato a proposito di BEST, dei neutrini superluminali e del bosone di Higgs. Tutto in poche settimane. Mi sembra troppo per una semplice coincidenza.

Ciao, Donato.

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  1. Jerome Ravetz – Istituto per la Scienza, Innovazione e Società dell’Università di Oxford, Oxford OX1 1HP, Regno Unito. Egli è l’autore di Scientific Knowledge e Social Problems (1971, 1996). []
Published inAttualitàGuest blogger

7 Comments

  1. michele

    Donato, su scienza e scienziati mi attribuisci pensieri che non ho. Ti invito a non costruire interlocutori immaginari e più stupidi e disinformati di quanto siano in realtà.

    Il fatto è che le soluzioni di Ravetz coincidono spesso col problema.
    Per farla breve, nel caso dell’AGW e del “climate change” (o come vorranno chiamarlo nel momento in cui leggi), la strada di Ravetz sarebbe quella che forza un’azione preventiva determinata anche (o soprattutto) in condizioni di estrema incertezza (e controversia) scientifica e di vaghezza nella capacità di previsione delle conseguenze sociali ed economiche, solo perchè esistono un’alta percezione sociale del problema e una forte spinta politica ad affrontarlo.

    Se ti interessano Ravetz e i suoi, prova a dare un’occhiata a questo sito: http://www.nusap.net/

    • donato

      michele, in primo luogo ti chiedo scusa se il mio discorso ha dato l’impressione che evidenzi nel tuo commento: non è assolutamente mia abitudine sottovalutare le competenze e capacità dei miei interlocutori. Io parto sempre dal presupposto che non si può mai sapere chi c’è dall’altra parte della tastiera. Per meglio chiarire il mio pensiero, oglio precisare che ho preso spunto da alcune tue considerazioni e poi ho sviluppato un mio ragionamento che è andato oltre (molto oltre) ciò che avevi scritto (per dirla in altri termini nulla aveva a che fare con le tue considerazioni). Leggendo con più attenzione il tuo commento e la replica al mio commento mi sono reso conto che il senso del tuo discorso era diverso da quello che io ho restiuto decontestualizzando le tue considerazioni. Ne prendo atto e ne faccio ammenda. Spero, con questo, di aver chiuso “l’incidente”.
      Vorrei approfondire (se tu sei disponibile, ovviamente) il concetto che tu hai espresso quando hai scritto: “In questo modo, trasforma scienza e scienziato in qualcosa e qualcuno che hanno ruolo e responsabilità diversi da quelli che dovrebbero avere.” Io ho cercato di spiegare quello che dovrebbe essere, secondo me, il ruolo della scienza e dello scienziato. Vorrei conoscere il tuo pensiero in proposito. Dalla lettura del tuo secondo commento, infatti, ho avuto la prova del sospetto che mi era venuto leggendo il primo commento: credo che tu abbia una conoscenza profonda del tema che ho cercato di trattare (forse con risultati non del tutto soddisfacenti per un esperto). Poiché si può crescere solo sulla base di un confronto, sarei interessato a conoscere le tue posizioni in merito. Anche al di là del semplice commento del pensiero di Ravetz, ovviamente, che, da quello che ho capito, non ti convince molto. Ho, comunque, deciso di approfondire il pensiero della sua “scuola” al link da te indicato. Converrai con me, però, che ci vuole parecchio tempo per farsi un’idea del loro modo di vedere il problema della “comunicazione dell’incertezza” 🙂 .
      Altro aspetto del tuo pensiero che mi piacerebbe approfondire è quello che hai condensato nel periodo “… la strada di Ravetz sarebbe quella che forza un’azione preventiva determinata anche (o soprattutto) in condizioni di estrema incertezza (e controversia) scientifica e di vaghezza nella capacità di previsione delle conseguenze sociali ed economiche, solo perchè esistono un’alta percezione sociale del problema e una forte spinta politica ad affrontarlo.” con chiaro riferimento al problema dell’AGW. Da quello che mi è sembrato di capire (ti prego di correggermi se ho interpretato male) seguendo la strada intrapresa da Ravetz si corre il rischio di puntare su una soluzione non del tutto corretta dal punto di vista scientifico, sulla scorta del forte impatto emotivo ed evocativo che l’ipotesi dell’AGW ha sul mondo politico, sociale ed economico. In altre parole il “metodo Ravetz” propone soluzioni che potrebbero essere influenzate dal cosiddetto “furor di popolo” (forse ho banalizzato in modo eccessivo 🙂 ).
      Ciao, Donato.

  2. donato

    Il commento di J. Ravetz suscita reazioni contrastanti. Anche nel blog di J. Curry e su Nature le reazioni sono state positive o negative, senza mezze misure.
    Secondo il mio modesto parere il pensiero di Ravetz presenta delle luci e delle ombre. In un commento su Nature venivano espressi dei concetti simili a quelli di michele. Tanto michele che il lettore di Nature esprimono dei giudizi tranchant su Ravetz: per michele Ravetz riduce tutto ad un gioco di società; per il lettore di Nature Ravetz è un visionario in quanto delinea un mondo che non esiste. Entrambi, inoltre, tratteggiano una figura di scienziato (per essere più precisi di mondo scientifico) romantica e piuttosto lontana dalla realtà. michele parla di “… vulnerabilità del mondo scientifico alle ingerenze del gioco politico, per il quale è largamente impreparato e al quale non dovrebbe nemmeno partecipare.” Il lettore di Nature pensa che Ravetz non si è reso conto che non esiste un “consenso sociale”, ma esistono gruppi di pressione e lobby il cui unico scopo è quello di screditare la scienza rea di minacciare le loro credenze ed i loro interessi. Chiude il suo intervento scrivendo che questi gruppi, travestiti da “critici” e/o “scettici” non aspettano altro che gli scienziati li degnino di una qualche attenzione per distruggerli definitivamente. L’unico modo per evitare di fare questa brutta fine è vigilare e definire “malafede, antiscienza e pregiudizio” il dissenso sociale.
    Sembra che da una parte vi sia il mondo scientifico lindo ed ordinato, proteso al raggiungimento della verità, formato da esseri puri ed eterei staccati dalle perversioni e sporcizie del mondo reale e dall’altra i brutti e cattivi che cercano di approfittare degli scienziati ingenui e sprovveduti. Non mi sembra che le cose stiano proprio così. Il mondo scientifico e quello reale sono le due facce di una stessa medaglia. Il mondo scientifico, in particolare, cesserebbe di esistere se i finanziamenti necessari alla sua esistenza venissero meno. Questi finanziamenti, però, vengono dal mondo reale e non scendono dall’empireo come la manna nel deserto. Gli scienziati, inoltre, sanno muoversi bene all’interno del mondo reale (e di quello politico, in particolare) allo scopo di poter raggiungere i loro obiettivi. In molti casi, inoltre, essi entrano prepotentemente nell’agone politico e cercano di condizionarlo. Tutte le politiche di mitigazione che noi tanto critichiamo su questo blog ne sono un esempio lampante.
    Altra considerazione riguarda il ruolo degli scienziati nel mondo di oggi (ma anche di ieri e sicuramente di domani). La loro funzione, si dice, è quella di rispondere alle domande fondamentali dell’uomo: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Noi abbiamo studiato, i nostri figli studiano, i nostri nipoti studieranno allo scopo di rispondere a queste domande. Il ruolo dello scienziato, pertanto, non è autoreferenziale, ma deve essere inteso come un servizio da rendere alla società che gli consente di vivere, di studiare e di scoprire. Quando si parla di comunità scientifica e con questa espressione si intende una cerchia di persone chiusa al mondo esterno alla stregua di una setta segreta di iniziati, esclusivi destinatari della conoscenza, secondo me, si sbaglia. E’ sacrosanto che gli scienziati si confrontino tra loro, discutano ed elaborino idee che possono essere vere o false, ma è altrettanto giusto che chi voglia essere partecipe di tale dibattito, anche come semplice spettatore, possa farlo. Le riviste di divulgazione scientifica e, perché no, i blogs sono degli strumenti molto utili in tal senso.
    Vorrei citare a questo punto il pensiero di un uomo che è stato scienziato e tecnologo e che ho avuto la fortuna di conoscere su questo blog e su altri blog che si interessano di climatologia e di divulgazione scientifica. Egli è da poco venuto a mancare, ma ha consegnato alla rete la sua idea di divulgazione scientifica che io condivido in pieno:

    http://daltonsminima.altervista.org/?page_id=10184
    “L’umanità vuole vivere, oggi e domani. Ha bisogno di risorse, deve conservarle o sostituirle. Ha bisogno che il pianeta sia pulito. Inquinamenti possono compromettere la qualità o l’esistenza della vita. L’umanità si sta muovendo per vivere anche domani. Chiede sacrifici e porta avanti grandi sviluppi. Questo coinvolge interessi economici. Le direzioni dove andare non sono chiare, ce ne sono diverse. Ciascuna si basa su “verità scientifica” in apparenza, ma sotto c’è l’interesse economico o simile. Il sostegno popolare è importante ed è manipolato. La via d’uscita? La manipolazione non deve funzionare. Si può ottenere questo con la cultura. Vuol dire creare la base negli individui a farsi un giudizio proprio a riconoscere le manipolazioni.

    Può la scienza essere rigorosa e popolare allo stesso tempo? In questo caso è necessario.

    – Rigorosa vuol dire seguire il metodo scientifico di Galileo Galilei. Senza altri condizionamenti.
    – Popolare vuol dire che gente interessata ma senza istruzione specifica può seguire e farsi una cultura e un giudizio.
    Il punto d’arrivo sarebbe una cultura scientifica diffusa idonea a opporsi alle manipolazioni”. Elmar Pfletschinger.
    Io la penso come Elmar.
    Ciao, Donato.

  3. michele

    Il problema di ogni trovata di Ravetz è sempre lo stesso: riduce la scienza a gioco di società. In questo modo, trasforma scienza e scienziato in qualcosa e qualcuno che hanno ruolo e responsabilità diversi da quelli che dovrebbero avere. E allora diventa vero che “Scientists have a special responsibility, but also a special difficulty”. Il che è precisamente uno dei problemi attuali e comporta la vulnerabilità del mondo scientifico alle ingerenze del gioco politico, per il quale è largamente impreparato e al quale non dovrebbe nemmeno partecipare.
    Per quanto sia vero che il mondo accademico e quello scientifico dovrebbero essere più aperti, il risultato dell’applicazione delle proposte che Ravetz porta in giro da decenni sarebbe una scienza ancora più inaffidabile.

  4. D’altronde il binomio idiozia-cambioclimatismo è ormai accertato in innumerevoli esempi. Consoliamoci, una volta il Conformismo era così potente da tenere al potere Benito, adesso al massimo si manifesta in quattro fesserie scritte per difendere Mann e soci.

  5. Guido Botteri

    dall’articolo:
    [ Secondo J. Ravetz “Gli attuali sistemi di valutazione della qualità, basati sul numero dei documenti e delle citazioni, sono eccessivamente quantitativi. ]
    è la stessa critica che feci io qui su CM.
    Quanto all’ “onesto scienziato”, io credo che il futuro dimostrerà una verità moolto diversa.
    Abbiamo visto anche qui su CM come sono state condotte le commissioni (di insabbiamento ?) sullo scienziato del grafico della mazza (da hockey, naturalmente), e personalmente penso che siano state scandalose.
    Parere assolutamente personale, naturalmente.

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