Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Non importa quanto forte sarà il vostro servizio, quanto profonda la vostra volèe. Il pallettaro doc continuerà imperterrito a fare il metronomo da fondocampo rimandando oltre la rete tutti i vostri tentativi, fino a prendervi per stanchezza. Nel Tennis moderno ci sono stati dei pallettari storici. Quando si incontravano tra loro gli incontri sulla terra rossa potevano durare intere giornate, in qualche caso è stato necessario sospendere e riprendere il gioco il giorno successivo.

La tecnica è semplice, sebbene richieda impegno e grandi qualità fisiche, si deve solo rimandare tutte le palle dall’altra parte.

Oggi parliamo di sport? No, parliamo sempre di clima, anzi, rispolveriamo un argomento a noi molto caro, quello della relazione tra cambiamenti climatici reali o presunti, antropici o naturali che siano e eventi estremi.

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Da GWPF, era ora. Non sapremo mai se sia dovuto al climategate, alla tenacia di gente come Steve McIntyre o al semplice buon senso, che notoriamente è piuttosto lento ad affermarsi. Ma il fatto che su Science sia apparso un articolo che chiede che il codice utilizzato per la ricerca nel settore climatico sia reso disponibile come condizione necessaria per aspirare alla pubblicazione su riviste peer review è un enorme passo avanti.

Soltano pochi giorni fa abbiamo parlato di valutazione della qualità dei codici dei GCM, perché è uscito un paper, per la verità non molto robusto scientificamente, che assicura che il livello di qualità sia nella fattispecie generalmente accettabile. Speriamo di tornarci su quanto prima grazie al contributo di lettori che ‘masticano’ questi argomenti.

E’ evidente che la partita non si gioca più da tempo sui dati, quanto piuttosto su come vengono trattati, dal momento che l’impiego di sistemi di calcolo, elaborazione statistica e quant’altro può fare decisamente la differenza in termini di risultati. Perciò, nel rispetto dell’obbligo assoluto di mettere non solo chi è chiamato a valutare un lavoro per permetterne la pubblicazione ma anche e soprattutto chi volesse replicare quel lavoro per valutarne i risultati in condizione di poterlo fare, si spera ardentemente che questo non rimanga un appello isolato, ma che sia raccolto da tutto il mondo dell’editoria scientifica in materia di clima.

L’articolo è qui.

Lo scorso 4 gennaio è stato pubblicato on-line su Nature un interessante commento a firma di Jerome Ravetz1 dal titolo:

Sociology of science: Keep standards high

Il commento riguarda un argomento che ho già affrontato su queste pagine e testimonia il grosso interesse per l’evoluzione delle metodiche di gestione dei risultati scientifici. J. Curry, nel suo sito, ha giudicato il commento di Ravetz con queste parole: “Io sono una fan del concetto di ‘comunità estesa tra pari’ portata avanti da Funtowicz e Ravetz. Inoltre, la frase di Ravetz “le implicazioni radicali della blogosfera” si è definitivamente radicata nella mia testa. …. Sono lieta che i sociologi stiano studiando questo problema.” Continue reading “Mantenere alti gli standard della ricerca scientifica nell’era della comunicazione globale” »

  1. Jerome Ravetz – Istituto per la Scienza, Innovazione e Società dell’Università di Oxford, Oxford OX1 1HP, Regno Unito. Egli è l’autore di Scientific Knowledge e Social Problems (1971, 1996). []

C’è una cosa su cui la comunità scientifica – tutta- è concorde. Il fatto che la pubblicazione di articoli scientifici debba accadere sempre in sub-ordine al referaggio o sistema di revisione paritaria, è generalmente garanzia di qualità del lavoro e di rispetto del metodo scientifico. Il sistema non è affatto perfetto, come molti sanno, in quanto aperto alla possibilità che si inneschino dei conflitti di interesse tra gli autori e i revisori, perché questi ultimi sono sempre anonimi ma per poter valutare il lavoro devono appartenere alla stessa disciplina scientifica, quindi rischiano di essere in competizione.

Il premio per una pubblicazione normalmente sono le citazioni, cioè quante volte quell’articolo è impiegato a supporto di altre pubblicazioni. Molte citazioni positive vogliono dire molta fama, cioè, senza andare tanto per il sottile, finanziamenti e incarichi, spesso in sede istituzionale. Così va il mondo, tutto è perfettibile.

Forse però, chi ha proposto questo sistema non aveva pensato che un giorno sarebbe arrivato il riscaldamento globale, cioè che si sarebbe aperto il dibattito sulle origini antropiche dello stesso, sulle strategie di mitigazione e, per fare un altro esempio, sugli eventi estremi, siano essi climatici o meteorologici. A quel punto il dibattito è uscito dai canoni scientifici ed è approdato in quelli politici e ideologici, perché va da sé che se si immagina che ci sia un problema di ‘respiro globale’, tali devono essere le azioni e l’impegno per risolverlo. Nulla che abbia un ‘respiro globale’ può essere visto a prescindere dalla politica e dall’ideologia, questo è inevitabile.

Tutto questo non avrebbe dato scandalo, ovviamente dal punto di vista scientifico, se le riviste scientifiche più prestigiose non avessero deciso di smettere di fare l’arbitro cominciando a fare la partita, sposando cioè senza se e senza ma la causa dell’AGW, ovvero considerando chiuso anzitempo il dibattito, ovvero ancora facendo del tutto perché lo si chiudesse. Come? Semplice, pubblicare ogni genere di studio favorevole all’ipotesi AGW e rifiutare la pubblicazione di tutto il resto. Non è un segreto ad esempio che il direttore di Nature ebbe a dichiarare anni fa che non avrebbe accettato più alcun lavoro che appunto ponesse dubbi sulle origini antropiche del riscaldamento globale. Non è un segreto, inoltre, che dalla lettura delle mail della Climatic Research Unit, cioè dal climategate, sia emerso un singolare impegno degli scienziati della predetta unità ad impedire che lavori ‘non graditi’ venissero pubblicati. Qualcuno scrisse anche che per impedire la pubblicazione di un lavoro si sarebbe tentato di tutto, anche di cambiare le regole del peer review se necessario.

Noooo, non è vero, è stato il coro unanime della parte dei buoni quando questo si è saputo. Ma che dite, se un lavoro è buono è buono, si tratterà solo di avere pazienza (magari qualche anno), ma prima o poi sarà pubblicato, commentavano sui blog climatici gli illuminati.

Bene. Non tutte le ciambelle riescono col buco. A furia di insistere con questo giochino, capita prima o poi di rifiutare un lavoro che ha tendenze scettiche, ma che è scritto da un non scettico dichiarato. Le conclusioni cui arriva cioè, sono il frutto del suo lavoro intellettuale, che correttamente lo ha portato ad un risultato diverso da quello che magari si aspettava. Questa, per uno scienziato, è una ottima ragione per pubblicare, non credete? Beh, la pensa così anche Roger Pielke jr, l’autore in questione appunto, che ha proposto un articolo al GRL. Il tema, decisamente scottante, è quello degli eventi estremi, più specificatamente dei Cicloni Tropicali che arrivano ad interessare le terre emerse, quelli in pratica che fanno i danni.

Dal momento che Pielke jr non è un climatologo, ha preferito restare nel suo campo di applicazione, gli studi ambientali, andando a costruire un dataset degli eventi (TC) di questo genere, allo scopo di valutarne il trend e metterlo in relazione con un trend positivo consolidato, quello dei costi da danneggiamento generati da questi eventi. E’ venuto fuori che, con riferimento ai Cicloni Tropicali che interessano la terraferma, non si riscontra alcun trend significativo. Per cui se i costi aumentano, come di fatto accade, la causa deve essere ricercata nella urbanizzazione delle coste e in tutte quelle modifiche al territorio che questa ha nel tempo generato. Sicché gli uragani non aumentano, brutte (si fa per dire) notizie, per chi va in giro raccontando che in un mondo più caldo e in un clima che cambia, si dovranno fare i conti con eventi sempre più distruttivi.

Il lavoro è stato sottoposto a referaggio. I revisori erano due. Il primo ha raccomandato la pubblicazione del testo, sebbene chiedendo alcuni piccoli cambiamenti, e il secondo lo ha giudicato pubblicabile ma con riserva di modifiche sempre non significative, tra cui, ad esempio, l’aggiunta di una parola al titolo. L’editore di quella parte della rivista, cui spetta l’ultima parola, ha rifiutato la pubblicazione motivando la necessità di ‘major revisions’ non meglio specificate e rifiutando di chiarire. Il chiarimento è però giunto da parte dell’editore capo, che ha ammesso che la più importante di queste revisioni fosse proprio quella del titolo, e che, in accordo con la policy della rivista, questo e il poco altro necessario, avrebbero richiesto una nuova sottomissione, cioè un nuovo referaggio.

Questo il cambiamento ‘sostanziale’ richiesto: il titolo del lavoro è Un database omogeneo del totale dei cicloni tropicali sulla terraferma. Sarebbe dovuto diventare Verso un database…. Praticamente un’esegesi nevvero?

Sul blog di Pielke trovate tutto lo scambio epistolare tra l’autore e i solerti editori. Prima che andiate là però vorrei farvi notare che il GRL è la rivista che ha ricevuto e accettato (cioè referato) in forma di pre-print in un solo mese il rebuttal alla pubblicazione di Spencer (su altra rivista) a firma di Dessler, lavoro che per ammissione dello stesso Dessler, necessità di variazioni sostanziali. Poco male, del resto nella fattispecie c’era bisogno di sparare ad alzo zero sul lavoro di un scettico come Spencer, mentre in questo caso si doveva impedire ad un altro di dire la sua. Ah, com’è dura la vita degli editori consapevoli…

Mi è stata segnalata una interessante iniziativa, di cui leggo sulle pagine di Donna Laframboise1 . Da sempre l’IPCC si fa vanto di non fare ricerca ma di attingere ad un bacino di studi e ricerche, le più prestigiose del mondo. E oltre a questo ci hanno ripetutamente fatto notare che questo immenso bacino fatto di 18 mila e più citazioni bibliografiche è tutto saldamente all’interno del circuito della revisione paritaria.

Ottimo, cosa potremmo mai chiedere di più, in termini di serietà?

Peccato che questa garanzia di solidità abbia cominciato a scricchiolare a partire dall’anno scorso, quando sono emerse le prime “stranezze”. E’ stato così, quindi, che un gruppo di 40 persone, provenienti da 12 nazioni diverse si è messo al lavoro per controllare voce per voce, la provenienza di ciascuno studio all’interno del report dell’IPCC. L’attività volontaria è durata ben cinque settimane e ha demolito in breve la più famosa delle frasi di Pachauri (pronunciata nel 2008):

People can have confidence in the IPCC’s conclusions…Given that it is all on the basis of peer-reviewed literature

Certo fidiamoci tutti ciecamente. Meno male che ci hanno pensato queste 40 persone a far emergere l’ennesima imbarazzante verità.

Sempre Pachauri, infatti ha affermato quanto segue2 :

IPCC studies only peer-review science. Let someone publish the data in a decent credible publication. I am sure IPCC would then accept it, otherwise we can just throw it into the dustbin.

In italiano, in poche parole dice che l’IPCC attinge solo alla scienza peer review. Se la pubblicazione e i dati sono riportati in modo decente e credibile, dice Pachauri, è certo che l’IPCC la approverebbe, altrimenti la butterebbe nel cestino.

Tuttavia ci chiediamo che strada abbiano preso ben 5587 studi (il 30% del totale!) che fanno parte del bagaglio bibliografico del report IPCC ma che non hanno affatto affrontato la trafila della revisione paritaria.

Stiamo parlando del 30% del totale e, scusate se è poco, questo significa che non abbiamo un report basato al 100% su scienza peer review. L’autrice dell’articolo ci fa sapere, inoltre, che la distribuzione di questi studi non revisionati è disomogenea: vi sono alcuni capitoli del rapprto che hanno una percentuale bassissima di studi peer review.

Un altro pezzo che viene giù.

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  1. http://nofrakkingconsensus.com/2011/04/17/citizen-audit-anniversary/ []
  2. http://www.webcitation.org/5xzgZj5T4 []

Qualche giorno fa leggevo su uno dei tanti blog che affollano la rete un discorso sui ragionamenti circolari. Questo tipo di fallacia logica è davvero sottile, spesso insidioso e difficile da risolvere. A volte invece è tanto semplice quanto triviale. Ora, se io dicessi “Salgo su”, “Scendo giù”, “Entro dentro”, sono sicuro che il 99% delle persone presenti mi correggerebbe. Lasciamo perdere per un momento che nel linguaggio colloquiale di tutti i giorni si tratti di una licenza assolutamente legittima.

I casi di cui sopra sono decisamente semplici, è facile comprendere immediatamente che il concetto viene espresso due volte, conferma se stesso. Il fatto che io salga “su” non mi dice nulla di più, nulla di meno. E’ una tautologia.

A dire il vero esistono tautologie estremamente più complesse (qui ne trovate un bell’elenco), la più famosa tra tutte è il principio di non contraddizione, ma penso anche al “Cogito ergo sum” di Cartesio. Chiuso il breve inciso sul significato di tautologia, veniamo allo studio che mi ha ispirato questo articolo. Lo studio1 condotto da Kirsten Zickfelda, M. Granger Morganb, David J. Framec, e David W. Keithd è peer-reviewed.

Se voi doveste interrogare qualcuno su un particolare fenomeno o una ipotesi, per dedurre quanto consenso ci sia intorno a questo fenomeno o a questa ipotesi, come procedereste?

La prima cosa che non fareste, ne sono certo, sarebbe dividere il vostro campione di intervistati in due gruppi: gli individui pro-fenomeno e quelli contro. Sono vieppiù certo che mai vi balenerebbe l’idea, a quel punto, di rivolgere l’intervista solo ad uno o all’altro gruppo.

Va bene, a questo punto avete colto l’essenza di quanto sto per dirvi. Che ci crediate o meno, un importante centro di ricerca, finanziato con soldi pubblici, impellicciato per bene di scienza e sacralità, ha chiamato 14 scienziati mainstream, ovvero scienziati appartenti al consenso scientifico, e li ha intervistati uno per uno, faccia a faccia.

Il succo, davvero succoso, di questa intervista? “Sei d’accordo con il consenso?”

In realtà questa è una mia semplificazione, sarebbe davvero sconcertante se fosse accaduto veramente. Andiamo comunque a vedere cosa è stato chiesto e, soprattutto, come.

Sono stati creati tre scenari, ciascuno per un livello di forcing radiativo ben preciso: uno estremo, uno medio e uno basso. Giusto per avere una idea, il primo scenario ci parla di un livello di forcing pari a 7Watt al metro quadrato, entro il 2200. Contrariamente a quanto riportato dalla stampa, ma ne parleremo più avanti, non è stato chiesto quanto gli scienziati ritenessero probabile ciascuno dei tre scenari. No, i tre scenari sono stati di volta in volta considerati certi e solamente dopo è stata posta la domanda: “Fatto salvo lo scenario (1,2 o 3), che probabilità ha il clima di raggiungere e superare il punto di non ritorno?”. La terminologia adottata nel testo è “basic state change”. Insomma è il tipping point, il punto di non ritorno.

Ricapitoliamo. Prendo 14 fortunati scienziati appartenenti al consenso e decido di intervistarli. Creo 3 scenari che prevedono in ogni caso un aumento delle temperature, da poco catastrofico a Armageddon. A quel punto chiedo quale sia la probabilità che il sistema Terra superi il punto di non ritorno, in ciascuno dei tre scenari. Facendo la media delle risposte, viene fornito il risultato, ovvero la probabilità finale che il pianeta vada incontro ad un cambiamento radicale del suo stato climatico di base.

Ebbene per 13 dei 14 scienziati di questo campione estremamente rappresentativo, nello scenario Armageddon abbiamo più del 50% di probabilità che la Terra raggiunga e superi il proprio punto di non ritorno. Tradotto nel linguaggio dei media, ed è esattamente ciò che sta circolando in questi giorni un po’ ovunque: per il 93% degli scienziati, la Terra ha più del 50% delle probabilità di superare il punto di non ritorno climatico. E’ stato anche chiesto se i 14 si aspettassero o meno un aumento di temperature e di quanto queste potranno aumentare, all’interno dei tre scenari elencati. E’ stato sottolineato con fervore: tutti i 14 scienziati, ma fa più effetto il 100% degli scienziati è d’accordo sul fatto che le temperature aumenteranno ecc ecc.

Corollario #1

Accidenti, sul primo scenario non c’è unanimità! Eppure appartengono tutti al consenso…

Corollario #2

Se in uno scenario in cui le temperature aumentano, io prevedo un aumento di temperature, allora vuol proprio dire che queste temperature aumenteranno.

Una lancia spezzata in favore del centro di ricerca. In sè e per sè, l’indagine non è dolosamente errata, è chiaro che l’indagine ha una sua linearità che però finisce con l’intrecciarsi su se stessa, dando vita ad un auto-rafforzamento circolare. L’errore principale è sicuramente aver scelto male il campione di intervistati e aver posto in modo piuttosto complicato le domande, andando a creare una mostruosa tautologia di difficile soluzione. Sicuramente sarebbe stato più semplice chiedere la probabilità che ciascuno dei tre scenari ha di avverarsi. Questi sono piccoli accorgimenti dicui bisogna sempre tenere conto, soprattutto sapendo che il proprio abstract andrà in mano a tutti, stampa compresa.

Corollario #3

Abbiamo la più classica dimostrazione di come il consenso sia perfettamente in grado di auto-sostenersi, senza il bisogno alcuno di un confronto odi una validazione delle ipotesi.

Ah, perdonatemi, un ultimo:

Corollario #4

Il procedimento del consenso non è scienza. Se quest’ultima si muovesse grazie al consenso, noi ci muoveremmo ancora su un pianeta piatto.

Crediti
L’immagine di apertura appartiene al sito circospetto.net

  1. http://www.pnas.org/content/early/2010/06/24/0908906107 []

Parte da oggi una piccola rubrica, che cercherò di tenere con cadenza settimanale, sui principali peer review in ambito economico ambientale. Devo ringraziare i numerosi lettori, principalmente studenti di economia, che mi scrivono quotidianamente, per avermi suggerito questa idea. E’ quindi a loro, ma non solo (!), che dedico questo piccolo spazio di CM.

Sicuramente la lettura di uno studio è un qualcosa che richiede conoscenze di un certo tipo, se poi parliamo di argomenti economici aggiungiamoci pure la noia (!). Tuttavia sono certo che anche al lettore più frettoloso, potrà tornare utile scoprire in quale direzione si stiano muovendo gli studi e le ricerche in ambito enviro-eco.

Di volta in volta vi proporrò gli abstract (in inglese, purtroppo il tempo è tiranno e non posso permettermi di tradurre tutto quanto), i link e in casi particolarmente interessanti, anche qualche commento di fondo.

Nella speranza che questo possa diventare per me, e per voi, un appuntamento abituale, vi lascio ai primi studi già revisionati in sede paritaria.

Soft and Hard Price Collars in a Cap-and-Trade System

Harrison Fell, Dallas Burtraw, Richard Morgenstern, Karen Palmer, and Louis Preonas

Abstract
We use a stochastic dynamic framework to compare price collars (price ceilings and floors) in a cap-and-trade system. Sources of  uncertainty include shocks to baseline emissions, affecting corresponding abatement costs, and shocks to the supply of offsets. We consider a continuum between soft collars, which have a limited volume of additional emission allowances (a reserve) available at the price ceiling, and hard collars, which provide an unlimited supply of additional allowances, thereby preventing allowance prices from exceeding the price ceiling. For all cases considered, we set the price floors and ceiling such that the expected cumulative emissions net of offsets are equal to the cumulative allowances. Consequently, increasing the size of the allowance reserve requires higher price ceilings and floors, and a lower probability of reaching the ceiling. Across most parameter values examined, we find that increasing the size of the allowance reserve leads to lower expected net present values of compliance costs, although the differences are not large. However, when offset supply shocks are highly persistent and exhibit strong (negative) correlation with baseline emission shocks, hard collars deliver noticeably lower expected costs, though with a wider range of emission outcomes than the soft collars.

[Link]

The effects of domestic climate change measures on international competitiveness

Hiau Looi Kee, Homg Ma, Muthukumara Mani

Summary
Under the Kyoto Protocol, industrialized countries (called Annex I countries) have to reduce their combined emissions to 5 percent below 1990 levels in the first commitment period of 2008-12. Efforts to reduce emissions to meet Kyoto targets and beyond have raised issues of competitiveness in countries that are implementing these policies, as well as fear of leakage of carbon-intensive industries to non-implementing countries. This has also led to proposals for tariff or border tax adjustments to offset any adverse impact of capping carbon dioxide emissions. This paper examines the implications of climate change policies such as carbon tax and energy efficiency standards on competitiveness across industries, as well as issues related to leakage, if any, of carbon-intensive industries to developing countries. Although competitiveness issues have been much debated in the context of carbon taxation policies, the study finds no evidence that the energy intensive industries? competitiveness is affected by carbon taxes. In fact, the analysis suggests that exports of most energy-intensive industries increase when a carbon tax is imposed by the exporting countries, or by both importing and exporting countries. This finding gives credence to the initial assumption that recycling the taxes back to the energy-intensive industries by means of subsidies and exemptions may be overcompensating for the disadvantage to those industries. There is, however, no conclusive evidence that supports relocation (leakage) of carbon-intensive industries to developing countries due to stringent climate change policies.

[Link]

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Sto leggendo le e-mail rubate. No, non proprio quelle: quelle non le ho volute mai leggere, una forma, forse infantile, di difesa di quella cosa che ognuno si rappresenta come vuole (io lo faccio con quei caratteri dorati sulla copertina rigida blu di un libro di Enrico Persico) che viene chiamata scienza. Non uso la maiuscola, ma un po’ di sacralità confesso di sentirla. Quindi leggere direttamente le e-mail non l’ho fatto.

Quello che sto leggendo è il libro di Mosher e Fuller “Climategate: the CRUtape letters”: è un libro interessante, nel quale si sviluppa una altrettanto interessante analisi di questo ‘caso’, che segnerà la storia della scienza del clima per sempre, e che andrà anche ad inficiare la credibilità stessa di tutta la scienza.

Non credo di appartenere alla schiera di chi considera alcuni modi di dire espressi tra colleghi dei reati perseguibili d’ufficio e senza possibilità di difesa. Non condivido, quindi, quello che fanno taluni nel fermarsi su delle singole espressioni gergali, per trarre la conclusione che tutto è marcio, che tutto è falso. Quelli che hanno scritto le e-mail rubate sono scienziati, professionisti, colleghi e, anche amici. Trovo naturale scoprire di leggere delle leggerezze, delle cattiverie, delle battute come si fa tra amici o buoni colleghi: se un pirata informatico si impadronisse delle mie mail, e alcune frasi di queste fossero utilizzate fuori contesto, probabilmente molti colleghi mi toglierebbero il saluto (ma non diciamoglielo). Non sono quindi i “trick” e gli “hide the decline” le cose che fanno paura.

Quello che mi ha sempre più preoccupato di quelle e-mail erano i numerosi e vistosi riferimenti al fatto che esistessero pressioni esercitate sul sistema di pubblicazione scientifica peer review, ovvero su quel sistema di revisione paritaria che dovrebbe garantire l’onestà stessa della scienza.

Quello che si evince dall’analisi è che un piccolo mondo composto da poche persone può esercitare un controllo sul prodotto della ricerca, e orientarlo su quali pubblicazioni possano apparire e quali no. Inoltre, questo stesso sistema si può ammantare di sacralità e quindi includere o espellere le persone stesse che fanno la ricerca, e questo tramite il meccanismo economico legato a -più si pubblica più si ricevono finanziamenti-, proprio attraverso il principio di revisione paritaria stesso facendo sì che certe riviste scientifiche vengano elevate al rango di Sacre Scritture.

Una volta pubblicato su una bibbia climatica il risultato scientifico diviene verità rivelata e i successivi progressi devono auto includersi nella verità.

Il sistema di revisione paritaria viene normalmente utilizzato quale discrimine da parte delle Istituzioni scientifiche preposte per chiedere credito per le proprie teorie e, soprattutto, alle proprie previsioni o scenari. La dirigenza dell’IPCC ha sempre fatto riferimento espressamente al sistema peer review dicendo che, per i propri lavori, solo documenti rivisti con questo sistema erano stati utilizzati.

Dopo l’iniziale Climategate, dopo il primo sbigottimento legato all’uso delle parole, è emerso un universo di contraddizioni nella scienza ufficiale, che ci ha portato in poco tempo a: scoprire che la fusione dei ghiacciai himalayani era esagerata, che l’Olanda non era a rischio totale, che gli orsi polari non sono a rischio estinzione, ed altro. Insomma, che tutto quello che ci veniva propinato come scienza ufficiale era sì ufficiale, ma non era scienza.

Ci sono state scuse, ma più che altro tonnellate di distinguo, più consone all’analisi marxista di fatti che non al registro della scienza. C’è stata anche una importante ammissione di non aver utilizzato lavori peer review da parte dell’IPCC. Ma come? Ma se questo è il perno del discrimine? Non puoi accusare una persona di fare una cosa abominevole e farlo anche tu uguale uguale! Questo significherebbe accettare l’Orwell di “ci sono persone più eguali di altre”.

Se andiamo a vedere le contraddizioni di questi tempi moderni, restiamo veramente impressionati.

A fronte di questo sistema scientifico presunto garantito, la verità è emersa proprio da quel mondo strano, anarchico, non conforme dei blogger.

Ricercatori, persone comuni, appassionati, con quel pizzico di fanatismo che è sempre riposto in una grande passione, hanno rivoltato come un calzino questa disciplina, facendo emergere tutti quei dubbi e quelle domande sulle quali i ben più titolati possessori della verità avevano, questa volta sì, svicolato abilmente. Le richieste di informazioni sui metodi, sui dati, sui siti, sugli strumenti sono diventati una costante nella rete. Alle persone non bastavano più le liturgie: volevano sapere come e perché certe informazioni venivano assemblate. Questo vasto movimento popolare ha anche costretto alcuni Servizi Meteorologici a chiedere che alcune elaborazioni delle proprie serie storiche, effettuate secondo metodologie diverse, portassero chiaramente scritto quale era il dato originale e quale no.

E’ quindi diventato patrimonio comune sapere che le stazioni di monitoraggio sono povere, e così mal posizionate da rendere problematico capire cosa sta succedendo. sapere che i modelli usano quindi dati affetti da ‘grandi’ incertezze, che genereranno conseguentemente scenari con ‘enormi’ incertezze. E quando anche per il politico sarà patrimonio comune sapere che al primo numero bisogna associare anche un secondo numero che rappresenta l’incertezza, forse non potrà più nascondersi dietro alle cosiddette certezze di certi numeri privi della presenza di quel dato a seguire, fondamentale per capire le priorità da dare alle cose.

E’ anche bello scoprire, anche se dopo molti anni di attesa, che molti importanti colleghi hanno finalmente abbracciato l’idea che la questione climatica non sia una partita di calcio, dove c’e’ chi vince e chi perde. Importante è pensare che se si perde si perde tutti, e importante è anche pensarlo insieme.

Quello che era impensabile nel passato è che questa rivoluzione dei modi di vivere e concepire l’informazione scientifica nasca proprio dal WEB, con le sue frasette scritte in blu, che quando clikki ti portano nelle diverse dimensioni della vita, e che nasca quindi da quei blog che hanno avuto questa importante occasione scientifica e civile. E’ stato più importante il linguaggio di WIRED che quello di Science o di Nature.

Difficile pensare che sia tutta, ma proprio tutta, disinformazione, che tutti, ma proprio tutti, siano pagati dai petrolieri. In realtà quello che è successo è che dobbiamo incominciare a pensare che vi siano modi concorrenti per fare informazione scientifica e che sia sempre più possibile che capiti di sentirci dire dal bambinello di passaggio “Guardate! Guardate! Il Re è nudo!”

In molte occasioni ci è capitato di discutere delle falle potenziali o reali del processo di revisione paritaria, ovvero delle necessarie forche caudine attraverso le quali deve passare un lavoro scientifico prima di giungere alla pubblicazione. Il problema più grande sembra essere l’impossibilità di disporre di un sistema di referaggio impermeabile alle pressioni esercitate da interessi terzi o dagli stessi editori. Al riguardo, pur tra mille improbabili smentite, quanto emerso dalla lettura di una parte delle mail del Climategate, ha messo in luce proprio questo problema.

In questo articolo su Oggiscienza, c’è una proposta di due scienziati britannici che sembra piuttosto ragionevole. Non si tratta di una rivoluzione copernicana, l’unica cosa che i due ritengono sia necessario fare è mettere a disposizione della comunità scientifica tutto il carteggio che si sviluppa durante la revisione, nella semplice forma di materiale aggiuntivo a corredo della pubblicazione.

In questo modo sarebbero evidenti tanto le richieste di approfondimento non necessarie, che magari a volte arrivano solo per allungare i tempi di pubblicazione, quanto le inesattezze eventualmente presenti nei lavori in fase di preparazione, quanto eventuali rifiuti ingiustificati o accettazioni superficiali.

Quelli di Nature e Science non sono d’accordo, chissà perché, mentre altri già lo fanno autonomamente sembra anche con discreto successo. Sarà così difficile?

Lo so, in questi giorni con le magre figure che sta facendo il famoso mainstream (qui, qui e qui) parlare di queste cose sembra un po’ sparare sulla Croce Rossa, ma, in tema di dibattito scientifico sull’evoluzione del clima, vi dò la bella notizia che piuttosto che essere finito, chiuso, terminato, è vivo e vegeto, anzi, sembra non essere mai stato meglio.

L’amico Luigi Mariani mi ha segnalato un sito web dove sono raccolti “appena” 450 lavori di scienziati che dissentono dal mainstream, sottoposti a revisione paritaria e regolarmente pubblicati. Ciò significa che la comunità scientifica li ha accolti, perchè la revisione paritaria non si può fare autonomamente (nevvero Climategate?). Magicamente però, la stessa comunità scientifica, o forse dovremmo dire chi si illude di controllarla, si guardato bene dal tenerne conto, costruendo un “consensus scholarum” che non ha alcuna ragione di esistere.

Buona lettura, li trovate tutti qui.