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Nature Climate Change: Estate, se non piove farà caldo, ma anche no.

L’intento è chiaro, con la buona stagione alle porte almeno per metà del mondo, c’è qualcuno che si sta portando avanti col lavoro. Si parla di predicibilità climatica a scala stagionale, l’oggetto del desiderio del consumatore generico medio e dei cosiddetti policy makers, ma anche l’incubo di chi fa previsioni.

Che i modelli di previsione stagionale abbiano uno skill piuttosto basso non è un segreto. Che quella che si tira fuori – giusta o sbagliata che si riveli a posteriori – non è una previsione in senso stretto (ma neanche largo) è pure chiaro a tutti gli addetti ai lavori. Lo è invece molto meno per quanti continuano a chiedere candidamente: “Che estate sarà?”. Alla terza ora di premesse e spiegazioni prive di reale interesse per il richiedente, normalmente scatta il sorriso ironico e commiserante, poi, finalmente, il classico “Ah, non si può sapere”.

Non è esattamente così, almeno non sempre. Di questo si sono occupati alcuni ricercatori che hanno appena pubblicato i risultati del loro lavoro su Nature Climate Change.

Asymmetric European Summer heat predictability from wet and dry southern winters and springs.

Il focus non è sulle previsioni stagionali in generale, ma, come si comprende dal titolo, è sulla predicibilità delle ondate di calore o, per meglio dire, sul carattere di caldo estremo che le estati europee possono assumere. Circa le ragioni di questa specifica focalizzazione, spenderemo due parole a fine commento. Per adesso vediamo il lavoro, che presenta alcuni spunti di notevole interesse.

Come ci è capitato di dire anche in altre occasioni e per altri argomenti sempre inerenti l’evoluzione di medio periodo, alcuni eventi atmosferici e alcune caratteristiche di questi sono intrinsecamente impredicibili. O almeno, lo stato dell’arte delle tecniche di previsione numerica, è ancora in grossa difficoltà quando si deve confrontare con essi.

A livello di circolazione atmosferica, l’elemento di più difficile individuazione è l’insorgere delle situazioni di blocco, ossia di quel brusco rallentamento della circolazione che si verifica in ragione della presenza di onde planetarie molto sviluppate lungo i meridiani. Sono quelle situazioni quindi che massimizzano il movimento di masse d’aria sulle direttrici nord-sud e sud-nord e che possono fare la differenza nel medio e lungo periodo. Senza quelle, difficile che i parametri atmosferici raggiungano valori destinati a popolare gli estremi della loro distribuzione statistica. Per fare qualche esempio, sono state situazioni di blocco quelle delle estati del 2003 e del 2010, ma lo è stata anche quella dello scorso febbraio.

Ora, analizzando i dati di osservazione di una sessantina di stazioni europee, gli autori di questo lavoro hanno individuato un collegamento tra la piovosità dei mesi invernali e primaverili e la frequenza di occorrenza di ondate di calore estive. La relazione però appare di tipo asimmetrico, nel senso che in situazioni di scarsa piovosità, si alzano le probabilità di estati calde ma anche quelle di scarsa frequenza di ondate di calore, mentre con piovosità elevata il rischio di soffrire la calura durante la buona stagione sembra essere del tutto scongiurato.

Il segreto sarebbe nel feedback positivo che può innescarsi in condizioni di accentuata aridità dei suoli, cioè nella possibilità che una situazione potenzialmente già incline a persistere a lungo, veda accresciuto tale periodo di persistenza per scarsa evapotraspirazione dei suoli. In sostanza, le stagioni estive che seguono situazioni di aridità sembrano essere molto sensibili al tipo di circolazione media che si instaura nel futuro a breve, mentre situazioni pregresse di elevata piovosità tendono ad inibire il feedback positivo. Un altro aspetto interessante dell’analisi condotta in questo studio è il fatto che pare siano le condizioni di abbondante umidità/aridità dei suoli sull’Europa meridionale a segnare il destino delle stagioni anche nella parte più centrale del continente.

Quetada et al Fig_2d - Idealized schematic picture of the combined sensitivity of hot days to summer atmospheric circulation and soil-moisture conditions.

Sin qui, l’analisi dei dati. Ora vediamo perché lo studio si focalizza sugli eventi di caldo. Come leggiamo anche nell’abstract, le situazioni di caldo estremo del passato recente, sono viste nel ‘pianeta AGW‘ come l’anticipazione delle estati del futuro climatico. Tralasciando il fatto che tanto per l’evento in Europa centrale del 2003, quanto per quello sulla Russia del 2010, le analisi condotte ex-post hanno sostanzialmente ascritto l’evoluzione degli eventi alla variabilità naturale, si dovrebbe, secondo loro, tener conto del fatto che gli scenari climatici più à la page vedono un sostanziale inaridimento delle stagioni invernali e primaverili nel lungo periodo. Ciò significa che dovrebbe aumentare la frequenza di occorrenza di estati bollenti. Gli autori hanno preso in esame gli ouput di una serie di modelli climatici. Tra questi hanno selezionato quelli che meglio riproducevano i meccanismi di feedback sopra descritti e poi li hanno lanciati in avanti. Ad un generale inaridimento dei mesi invernali e primaverili, risultato comune alla gran parte di questi modelli, corrisponde quindi nel lontano futuro un generale aumento della frequenza di occorrenza di episodi di caldo estremo nella stagione estiva.

Quetada et al Fig_4 - Future projection differences between selected best models and all models. Difference between a, F(JFMAM) RR (future–present) for best models and for all models (%); b, F(JJA) T (future–present, not detrended) for best models and for all models (%); c, percentage of change in JFMAM precipitation amount (future–present) for best models and all models (%); and d, summer surface temperature (future–present) for best models and all models. Red contours indicate gridpoints where the calculated anomaly with each of the five best models exhibits the same sign as with all models.

Se l’andamento delle precipitazioni nei mesi invernali e primaverili potrà essere effettivamente un valido predittore dell’andamento delle temperature nella successiva stagione estiva ce lo diranno i futuri sviluppi delle tecniche di prognosi stagionale. Se il Mediterraneo, ovvero il sud Europa andrà nella direzione di un progressivo inaridimento e conseguente più probabile occorrenza di eventi di caldo ce lo dirà il futuro. Il punto di riferimento sulla terraferma per il Mediterraneo è l’Italia. Nella selezione dei modelli utilizzati il nostro Paese è rosso, cioè diventa più arido e più caldo, specie al centro-sud. Sappiamo che sul nostro meridione il pattrn delle precipitazioni nei primi anni di questo secolo si è decisamente invertito, nel senso che sta piovendo molto più di prima. Nel breve e medio periodo questo scenario non sembra essere molto calzante, vedremo.

Per quel che riguarda la stretta attualità, dobbiamo riconoscere agli autori di questo paper un tempismo eccezionale. La stagione in corso è la fotocopia di uno degli scenari prospettati. Fatta salva la prima metà di febbraio infatti, abbiamo vissuto un inverno e una prima parte della primavera decisamente aridi. Poi è arrivata la pioggia, sia in aprile che in maggio. Volendo (e dovendo) fare il match tra gli output numerici attualmente disponibili, che non danno indicazioni di eventi di caldo estremo molto probabili, e quanto sin qui teorizzato, lo stato dei suoli dovrebbe scongiurare un contributo positivo all’eventuale innesco di configurazioni di blocco particolarmente persistenti.

Queste sono le previsioni (in senso mooolto largo) che ci piacciono. Appena un paio di mesi e sapremo se dobbiamo tornare sui banchi oppure considerare superato l’esame. Ah, naturalmente, solo per questa volta eh?

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Published inAttualitàClimatologia

3 Comments

  1. […] giorno fa abbiamo commentato uno studio che mette in relazione la piovosità dei mesi invernali e primaverili con la frequenza […]

  2. Luciano B

    Vorrei avere una Vostra opinione sulle notizie sotto riportate. C’è del vero nella capacità di manipolare le temperature, spingere temporali, provocare terremoti standosene fermi in Alaska? Grazie.

    “Secondo Michael Chossudovsky, docente all’Università di Ottawa, «Il sistema H.A.A.R.P. è un potente mezzo per la modificazione delle condizioni atmosferiche e del clima». La letteratura scientifica parla chiaro: “Le antenne di H.A.A.R.P. bombardano e riscaldano la ionosfera, generando frequenze elettromagnetiche che rimbalzano sulla terra, penetrando ogni essere vivente ed ogni oggetto inorganico”.
    Ancora: “H.A.A.R.P. genera forti impulsi nella banda Ulf ed Elf”. Dodici anni fa, alcuni ricercatori indipendenti (tra cui Robert Fitrakis) verificarono che “le trasmissioni a 14 hertz, rilevando che quando i segnali erano emessi ad elevata potenza, la velocità del vento raggiungeva le 70 miglia orarie, spostando i fronti temporaleschi”.”

    http://img713.imageshack.us/img713/1347/httpwwweuroparleuropaeu.pdf

    Tratto da: IL GOVERNO USA E’ RESPONSABILE DEL TERREMOTO IN EMILIA ROMAGNA | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/05/23/il-governo-usa-e%e2%80%99-responsabile-del-terremoto-in-emilia-romagna/#ixzz1w4j2SnTZ

    • Luciano, ho difficoltà a risponderti perché sto cercando di risolvere un problema alla Batmobile, e Robin è a una festa su Marte. Ti secca se ne riparliamo quando sarà uscito Men in Black 14?
      gg
      PS: con l’aria che tira, ti pregeherei di non usare più il verbo ‘penetrare’. Qualcuno particolarmente abile alla trasposizione nella realtà di questa verbalizzazione potrebbe pensare che ci abbiamo fatto l’abitudine.
      rigg

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