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Ma questi qui hanno mai sentito parlare di bisogni primari?

Un paio di settimane fa abbiamo pubblicato in rapida successione una serie di articoli riguardanti delle opinioni più o meno estemporanee sulle vicende climatiche e ambientali. Tra quei post, quello più articolato riprendeva un pezzo di Bjorn Lomborg.

Si parlava di problemi reali, di povertà, di accesso alle risorse energetiche, di qualità della vita insomma, non certo per come la intendiamo noi, quanto piuttosto come è appena necessario per sopravvivere. Senza voler assolutamente ripetere quanto già scritto, riprendiamo soltanto un breve passaggio del pezzo di Lomborg:

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[…] Invece, uno dei più grandi assassini ambientali nei paesi in via di sviluppo è un problema sconosciuto alla maggior parte delle persone nei paesi ricchi: l’inquinamento dell’aria interna. Noi diamo per scontato il nostro accesso a fonti di calore, luce e comodità con la semplice pressione di un interruttore. Ma 3 miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo non hanno altra scelta che utilizzare combustibili come il cartone o letame per cucinare il loro cibo e cercare di riscaldare le loro case. Il tributo di morte annuale del respirare il fumo di queste combustioni è di almeno 1,4 milioni, probabilmente più vicino a 2 milioni e la maggior parte delle vittime sono donne e bambini. Quando si alimentano i fuochi con residui colturali e legno, la qualità dell’aria interna può essere 10 volte peggio dell’aria esterna, anche nelle città più inquinate del Terzo Mondo. Non è che sei al sicuro quando esci di casa: l’inquinamento dell’aria esterna è stimato che uccida un altro milione di persone l’anno nelle nazioni in via di sviluppo. Quasi il 7% di tutte le morti nel mondo in via di sviluppo provengono da inquinamento atmosferico. Il dato è superiore 100 volte al pedaggio pagato a inondazioni, siccità, ondate di calore e tempeste. […]

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Ieri nella newsletter di Science Daily arriva questo:

Bangladeshi Women Prefer Pollution-Causing Cookstoves

L’articolo discende da uno studio pubblicato sui PNAS con questo titolo:

Low demand for nontraditional cookstove technologies

Insomma, pare che in Bangladesh, ma non ci sono ragioni per credere che altrove non succeda lo stesso, si continuino a preferire le stufe tradizionali, quelle cioè che bruciano residui colturali, cartone e sterco di animali, a stufe più moderne e meno dannose per la salute.

Perché? Molto semplice, quando il problema è mangiare qualcosa ogni tanto, come cuocerla diventa secondario.

Alcuni estratti dall’articolo di SD (il grassetto è mio):

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Le stufe non tradizionali, potrebbero avere maggior successo se fossero disegnate in modo da valorizzare aspetti ritenuti più importanti dagli utilizzatori, come ad esempio la riduzione dei costi, anche se non dovessero ridurre l’impatto ambientale. Infatti, alcune stufe potrebbero ridurre il consumo di combustibile migliorando l’efficienza del trasporto di calore rispetto alle stufe tradizionali, ma a spese dell’eficienza di combustione, causando ancora maggiori emissioni di inquinanti pericolosi e gas serra.

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Di fronte all’ipotetica possibilità di scegliere tra un sussidio e una stufa non tradizionale, gli intervistati hanno in larga maggioranza risposto che avrebbero preferito spenderlo per cure mediche, istruzione, elettricità, acqua pulita, gabinetti,semenze e infrastrutture per proteggere la loro terra dalle inondazioni.

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Abbiamo scoperto prove consistenti in entrambe le analisi che le donne del Bangladesh rurale non percepiscono l’inquinamento dell’aria interna come una significativa minaccia per la salute.

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Sicché, c’è sicuramente un problema di informazione. Ma per quanto lo si voglia (e possa) spiegare, non c’è molto da fare se chi ne avrebbe bisogno non possiede le risorse per cogliere i suggerimenti. E quelle risorse arrivano solo se si ha accesso all’energia in grandi quantità e a buon mercato, proprio come è stato per l’occidente, prima, molto prima di mettersi in testa di provare a scoprire come potrebbe essere il Monsone del 2100.

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Published inAttualità

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