Una granita al giro di boa

Posted on 21 settembre 2012
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Finalmente dovremmo esserci: il ghiaccio artico dovrebbe aver raggiunto il minimo stagionale. Basta grattar via acqua ghiacciata per mescolarla con lo sciroppo, di qui in avanti dovrebbe iniziare la ripresa. Fin dove non è dato saperlo.

Quel che sappiamo è che quest’anno, al netto del ‘rumore’ generato dai diversi metodi di osservazione e classificazione, l’estensione del ghiaccio marino artico è scesa ancora più in basso del fatidico minimo del 2007. E non è solo un problema areale, perché allo stesso tempo si è stabilito un record anche per il volume e quindi per lo spessore medio di ciò che rimane e che ora faticosamente dovrebbe tornare a crescere. Con record, naturalmente, si intende il valore minimo mai osservato da quando il ghiaccio lo si misura dall’alto con i sensori satellitari, cioè dal 1979.

Le latitudini polari, è cosa nota, sono quelle che risentono maggiormente della tendenza del Pianeta a scaldarsi. Quale sia l’origine di questo riscaldamento, le dinamiche della redistribuzione del calore sono tali da concentrare l’aumento delle temperature alle alte latitudini. Un riscaldamento che invece si attenua alle medie latitudini e scompare quasi del tutto sulla fascia intertropicale.

Ma la temperatura, almeno per come la si può intendere più direttamente, probabilmente c’entra poco o nulla, dal momento che per quanto si possa sentir dire diversamente, al polo e dintorni in maglietta e bermuda decisamente non si può girare nemmeno a ferragosto, nel senso che il periodo in la temperatura di superficie sale sopra zero è normalmente molto breve. Qui sotto, ad esempio, quello che è accaduto per la temperatura superficiale fino al raggiungimento del minimo in questo 2012. Non ha fatto più caldo del solito, almeno non fino ai primi di agosto e anche in quel caso la temperatura è stata sotto zero. Si nota però un periodo prolungato di isotermia iniziato proprio con l’arrivo della tempesta, al 243° giorno dell’anno.

http://ocean.dmi.dk/arctic/meant80n.uk.php

Pur vero però che la temperatura media globale può essere all’origine di eventuali modifiche alla circolazione atmosferica o a quella oceanica – leggi posizionamento dei sistemi barici e circolazione termoalina – , tali da favorire lo scioglimento dei ghiacci nella stagione estiva.

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Prima di proseguire un breve disclaimer. I lettori più attenti avranno notato che nonostante il discorso sulla redistribuzione del calore riguardi entrambi i poli, quando siamo passati a parlare di scioglimento il riferimento è stato soltanto il polo nord, perché in effetti il ghiaccio antartico continua lentamente a crescere da quando lo si osserva oggettivamente, cioè sempre dal 1979. Con la sola eccezione della Penisola Antartica, che invece di ghiaccio ne ha perso un bel po’, ma che oggettivamente è di fatto un’appendice esterna (in senso geografico) al resto del continente. Fine disclaimer.

[/info]

Riprendiamo. Separare però il segnale esogeno da quello naturale nell’ambito di queste dinamiche è quanto mai difficile. L’equazione fa più caldo quindi il ghiaccio si scioglie non funziona, pirima di tutto perchè come detto non si scioglie dappertutto e poi perché, sempre come detto, è difficile, veramente difficile che a quelle latitudini si raggiungano anche d’estate e per lunghi periodi temperature che favoriscano lo scioglimento.

Judith Curry, cui bisogna dar atto che non se ne fa sfuggire una, ha recentemente scritto due post davvero interessanti su questo argomento, raccogliendo e organizzando tutte le informazioni e tutte le teorie disponibili che circolano nel panorama scientifico e sulla rete.

Nel primo di questi si parte dalla “spirale di morte” del direttore dell’NSIDC, che con un analisi definita trendologica presagisce un inevitabile proseguimento del regresso della quantità di ghiaccio presente alle latitudini artiche ad esclusiva responsbailità del forcing antropico; si passa per la spiegazione interamente naturale di Joe Bastardi, che vede le oscillazioni di lungo periodo (AMO e PDO) delle temperature di superficie degli oceani come principali responsabili del trend degli ultimi decenni; e si arriva infine agli shift climatici, ovvero cambiamenti di fase di modalità cicliche non necessariamente sincrone, che porrebbero le condizioni per il passaggio a condizioni di relativo nuovo equilibrio pur con quantità di ghiaccio inferiori. Senza escludere, in questo ultimo caso, che queste nuove condizioni di equilibrio possano essere modificate verso l’alto o verso il basso da particolari eventi salienti che caratterizzano le stagioni.

E questo sarebbe il caso, secondo la Curry, del record negativo raggiunto quest’anno, la cui origine, stante una situazione di variabilità interannuale comunque caratterizzata da estensioni minime stagionali inferiori alla media di riferimento, sarebbe nella tempesta d’inizio agosto, che avrebbe al contempo allontanato il ghiaccio dalle latitudini polari e provocato un rimescolamento con acque di profondità.

Dal momento che la fine della “spirale di morte” già la conosciamo essendo contenuta nella stessa espressione, e che la totale origine naturale sostenuta da Joe Bastardi è comunque ammantata di non poca incertezza, è lecito chiedersi se, stante una eventuale situazione di corresponsabilità tra regimi climatici naturali e forcing antropico, sussistano comunque le condizioni per immaginare un recupero nel prossimo futuro. Del resto, in assenza di una tempesta come quella dei primi di agosto o con una sua diversa evoluzione, avremmo probabilmente visto un film diverso, simile a quello degli ultimi anni ma certamente meno significativo.

Queste possibilità la Curry le esamina nel suo secondo post, ma la risposta ovviamente non arriva e non può arrivare. Se infatti la PDO continuerà probabilmente ad essere in fase negativa, cosa che in termini di circolazione oceanica non sembra deporre a favore del recupero, l’AMO dovrebbe cambiare di segno nel giro di qualche anno, realizzando uno scenario diverso da quello visto fin’ora. E poi ci sono i vulcani, gli eventi atmosferici estremi, le oscillazioni della copertura nuvolosa totale e quelle del manto nevoso, la riadiazione solare sia per la parte meglio conosciuta che per quella di cui si sa ancora molto poco e, infine, le diverse combinazioni di tutte queste cose, che di fatto cambiano ad ogni cambiamento di regime climatico.

A valle di tutto questo, sempre nel post della Curry, una serie di interessanti interrogativi circa gli effetti che un’estensione estiva ancora inferiore del ghiaccio artico – posto che difficilmente potrà mai scomparire del tutto dato che ci sono aree molto efficacemente protette dalla conformazione geografica – potrebbe avere sul sistema climatico. Il feedback positivo dell’albedo sarebbe importante, ma il minimo dell’estensione arriva quando la luce che disponibile lassù è veramente poca. E’ più probabile che sia il vapore acqueo a giocare un ruolo determinante, ma a questo punto potrebbe aumentare la copertura nevosa e quindi sia l’albedo del suolo che quello della nuvolosità finirebbero per forzare dei feedback negativi.

Insomma, più che una spirale sembra un labirinto, difficile però che la concentrazione di CO2, che si suppone agisca allo stesso modo su entrambi i poli – e questo evidentemente non è – possa dire molto circa il futuro dell’Artico.

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13 Replies to "Una granita al giro di boa"

  • donato
    21 settembre 2012 (21:15)
    Reply

    Pochi giorni orsono, commentando un articolo di F. Giudici qui su CM

    http://www.climatemonitor.it/?p=27366

    esponevo alcune riflessioni circa lo stato dei ghiacci artici e mi chiedevo come mai si dovesse registrare un comportamento così diverso delle due calotte glaciali (artica ed antartica).
    Il post di J. Curry che è stato segnalato da G. Guidi ha chiarito molti dei miei dubbi relativi alla calotta artica nel senso che, ora, diversamente da quanto accadeva all’epoca del commento, ho individuato delle spiegazioni logiche che mi convincono. Ovviamente bisogna che queste spiegazioni, oltre che logiche, siano anche validate secondo i parametri del metodo scientifico sperimentale.
    J. Curry, nel suo post, ha indicato una serie di possibili meccanismi che spiegano la fusione dei ghiacci artici. Tra tutti, quello che più mi ha convinto, è il meccanismo basato sull’ipotesi della biforcazione, avanzata da Tsonis et al. e sostenuta anche da Livina e Lenton. Se non ricordo male anche L. Mariani in un suo intervento qui su CM, diverso tempo addietro, avanzò delle ipotesi similari.
    Il ghiaccio artico è un sistema complesso che non è possibile schematizzare in modo semplice. Le sue condizioni di equilibrio sono determinate da molti fattori che intuiamo in modo qualitativo, ma che non sappiamo quantificare e di cui non conosciamo le reciproche interdipendenze.

    J. Curry ne elenca diverse e io mi sento di condividere il suo elenco:
    – lo spessore e la compattezza del ghiaccio marino all’inizio della stagione di fusione;
    – il trasporto di ghiaccio attraverso lo stretto di Fram (tra la Groenlandia e l’Europa) influenzato dalla combinazione della circolazione atmosferica ed oceanica;
    – gli andamenti climatici che agiscono favorendo la fusione o il consolidamento del ghiaccio;
    – la forzante radiativa (che è fortemente condizionata dalla copertura nuvolosa)
    – le correnti oceaniche calde che determinano una fusione dal basso del ghiaccio;
    – le temperature atmosferiche elevate che provocano la fusione dall’alto del ghiaccio marino artico;
    – la distribuzione geografica del ghiaccio marino che dipende da una combinazione di tutte le cause appena elencate.

    Un sistema governato da tutti i fattori indicati (e forse da altri ancora da individuare) è quasi certamente un sistema caotico i cui stati di equilibrio sono regolati da attrattori fisico-matematici. Secondo Tsonis et al. tra il 1997 ed il 2007 si è verificata una biforcazione del sistema culminata in un nuovo stato di equilibrio caratterizzato da una estensione dei ghiacci artici minore, da ghiaccio più sottile e fragile e da minori volumi solidi. Se si analizza il grafico dell’estensione dei ghiacci artici negli ultimi trent’anni, infatti, è possibile individuare un andamento pressoché costante dal 1979 al 1997/1998.

    http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/IMAGES/seaice.anomaly.arctic.png

    Successivamente le condizioni locali ed emisferiche sono cambiate in modo tale da portare al minimo del 2007. Dopo la fase di transizione protrattasi dal 1997/98 fino al 2005/2006, infatti, si verificò il famigerato minimo del 2007 e, successivamente, l’andamento dell’estensione dei ghiacci artici è stato contraddistinto da un’oscillazione intorno ad un valore medio pressoché costante, ma inferiore a quello del ventennio 1979/1999.

    Appare chiaro, quindi, il passaggio da uno stato di equilibrio ad un altro. Tale nuovo stato di equilibrio potrebbe evolvere in modi diversi. Potremmo avere una evoluzione verso uno stato caratterizzato da una estensione della coltre glaciale ancora più ridotta ed instabile, una permanenza delle condizioni attuali ancora per molti anni o un ritorno alle condizioni ante-2007. Il ragionamento è estremamente lineare e, almeno per quel che mi riguarda, piuttosto convincente.
    Il problema, ora, consiste nell’individuare il modo in cui le cause che determinano la fusione o il consolidamento dei ghiacci interagiscono tra di loro per determinare lo stato di equilibrio. Altra cosa da appurare, infine, è se esse sono di origine naturale o di natura antropica. Secondo J. Curry la natura e l’uomo contribuiscono in parti uguali. Il margine di errore da lei stessa individuato, però, è molto alto: +/- 20%. Il che significa che in fatto di evoluzione dello stato dei ghiacci marini artici siamo ancora in …. alto mare.
    Ciao, Donato.

  • donato
    22 settembre 2012 (19:16)
    Reply

    Mi collego a questo post per segnalare la pubblicazione di un articolo firmato da alcuni ricercatori dell’Università del Nuovo Galles del Sud (Australia). Le conclusioni dell’articolo, pubblicato su PNAS, sono state anticipate in un comunicato stampa a cura di A. Stone e ripreso da WUWT.

    http://wattsupwiththat.com/2012/09/20/there-could-be-more-antarctic-melt-worries/#more-71349

    Nel comunicato stampa si riferisce che in un prossimo futuro si teme la fusione della calotta polare antartica (si avete letto bene ANTARTICA). Sulla scorta degli output di un modello ad “alta definizione”, infatti, sembrerebbe che a causa del riscaldamento delle acque degli oceani meridionali, si potrebbe avere una rapida fusione dei ghiacci marini che circondano il Continente antartico. Dopo di che le calotte antartiche, private del contrasto costituito dalla banchisa, comincerebbero a scorrere velocemente verso il mare seguendo percorsi privilegiati lunghi e stretti (una specie di “fiumi di ghiaccio”) che drenerebbero grandi quantità di ghiaccio dall’interno del continente verso il mare. La notizia ha fatto saltare sulla sedia Bob Tisdale ed altri commentatori di WUWT in quanto gli oceani meridionali, da diversi decenni, tendono a raffreddarsi e non a riscaldarsi.

    http://bobtisdale.files.wordpress.com/2012/09/13-southern.png

    Su WUWT è in corso un acceso dibattito circa le cause che spingono a pubblicare simili articoli in un momento in cui l’estensione dei ghiacci antartici è di oltre un milione di chilometri quadrati sopra media.

    Da parte mia non posso evitare di notare che nel comunicato stampa la forma verbale più utilizzata è “potere”. Si parla, infatti, di ghiacci che possono fondersi, di ghiaccio che può scorrere, di scorrimento che può accelerare, di spessore del ghiaccio che può diminuire. Tutte cose ipotetiche, insomma, che appaiono tanto più incredibili se si considera che, oltre all’estensione, anche lo spessore dei ghiacci antartici (marini e non) è in aumento. Altro aspetto che mi lascia piuttosto perplesso è che nella simulazione si è utilizzata la conformazione della calotta polare antartica di 20000 anni fa (in piena era glaciale). Visto che la tendenza attuale è verso il riscaldamento mi è sembrato strano far ricorso ad una situazione fredda. Successivamente ho pensato che 20000 anni fa iniziò l’attuale interglaciale per cui ci si trovava di fronte ad un riscaldamento (come la fase attuale). All’epoca, però, si veniva da una fase fredda per cui lo spessore e la massa dello strato di ghiaccio coinvolto erano molto più grandi di quelli attuali. Poichè il ghiaccio scorre per effetto della gravità, a masse maggiori corrispondono maggiori velocità di scorrimento. Basare, perciò, i risultati attuali su quelli registrati 20000 anni addietro è quanto meno azzardato. Questo senza contare i problemi legati alla ricostruzione di una situazione risalente a ben 20000 anni fa e, quindi, molto aleatoria.

    Altro aspetto che mi lascia perplesso riguarda il modello utilizzato. Il coordinatore del gruppo di ricerca fa parte dell’Università di Wellington in Nuova Zelanda e in tale università ha utilizzato, per simulare il comportamento dei ghiacciai neozelandesi, un modello sviluppato per simulare lo scorrimento dei ghiacci in Alaska. Le caratteristiche del modello utilizzato per simulare il comportamento dei ghiacci antartici sembra avere le stesse caratteristiche di quello elaborato in Alaska. Il territorio dell’Alaska, caratterizzato da catene montuose parallele, però, sembra piuttosto diverso da quello antartico. In Alaska le montagne delimitano e guidano lo scorrimento dei ghiacciai. In Antartide questi “letti” in cui far scorrere il ghiaccio sembra che non esistono.
    Ancora una volta dall’Australia e dal suo mondo accademico vengono delle ricerche piuttosto controintuitive. :-)
    Ciao, Donato.

    • Guido Guidi
      22 settembre 2012 (20:49)
      Reply

      Donato, grazie per aver riassunto l’argomento. Mi chiedo peró perché definire controintuitivi questi puri esercizi di stile?
      g

      • maurizio rovati
        23 settembre 2012 (08:54)
        Reply

        Una volta un certo Sartori G. di professione politologo, disse in TV che per evitare querele basta porre le accuse formulate su carta stampata nella forma dubitativa…

      • donato
        23 settembre 2012 (11:01)
        Reply

        Per usare un eufemismo, naturalmente.
        Ciao, Donato.

        • Guido Guidi
          23 settembre 2012 (18:04)
          Reply

          E così ho fatto io, naturalmente. :-)
          gg

      • Fabrizio Giudici
        23 settembre 2012 (15:52)
        Reply

        A me la controintuitività non interessa: per quanto mi riguarda, la fisica generale dopo Einstein e quella delle particelle dopo Heisemberg sono quasi sempre controintuitive (almeno per i non addetti ai lavori), per cui l’intuizione non è un criterio di valutazione corretto.
        Il punto mi sembra un altro, e torno a scientific method 101: hai un modello? Bene, lo devi validare. Fai un po’ di previsioni verificabili a breve termine. Se ci prendi, il modello può essere preso in considerazione e quindi anche le sue previsioni a lungo termine. Tradotto nel caso particolare: pensi che un modello che è valido in Alaska può essere applicato all’Antartico? Bene, fammi vedere che sei capace di previsioni per i prossimi dieci anni. Quando ci riuscirai, prenderò in considerazione il fatto che il tuo modello prevede che l’Antartico si scioglierà tra cent’anni. Domanda: gli autori hanno già azzeccato qualche previsione a breve termine che convalida il loro modello?

        • Guido Guidi
          23 settembre 2012 (18:08)
          Reply

          No Maurizio, anzi ultimamente si dice, e ne parliamo tra qualche giorno, che ne sappiamo di più sl clima del 2050 che su quello del 2020….che spettacolo!
          gg

  • Guido Guidi
    25 settembre 2012 (19:35)
    Reply

    Veramente un concentrato di negazionismo questo post. La NASA infatti ammette che la tempesta di agosto ha avuto un ruolo importante nel raggiungimento del minimo dei ghiacci artici di questa estate. Ma, bontà loro, se questa stessa tempesta fosse arrivata in un altro momento, con il ghiaccio meno vulnerabile, avrebbe certamente avuto effetti meno dirompenti. Peccato non poter fare nessuna verifica.
    gg

  • donato
    27 luglio 2013 (11:49)
    Reply

    Riprendiamo da dove avevamo lasciato. :-)
    Fino ad ora i ghiacci marini artici non interessavano nessuno in quanto erano addirittura nella media trentennale. Da un po’ di giorni le cose sono cambiate ed ecco che cominciano a salire forti i lai dolorosi dei profeti di sventura.
    Su Corriere.it, edizione on-line del Corriere della Sera, nella pagina dedicata alle scienze si può gustare un brevissimo video in timelapse sulla fusione dei ghiacci polari artici. Per gran parte del tempo (il video è stato girato in luglio) si può notare una immacolata distesa di ghiaccio, negli ultimi secondi, però, le cose cambiano e dopo un po’ di tempo, si vede una distesa d’acqua al posto del ghiaccio.
    Il video viene proposto come una prova del fatto che i ghiacci del polo nord si stanno sciogliendo.
    .
    La cosa mi ha fatto riflettere un poco e ho deciso di condividere qualche mia considerazione.
    Al centro della scena campeggia un oggetto che mi sembra una boa ancorata sul fondo: se così fosse la boa è stata installata in mare aperto e, quindi, in un’area libera dai ghiacci. In altre parole ci troveremmo di fronte ad una zona dell’oceano artico in cui il ghiaccio non è stabile, ma soggetto a formazione e successiva fusione.
    Il fenomeno, pertanto, sarebbe un fatto del tutto normale nell’alternanza tra ghiaccio ed acqua.
    Nella nota posta sotto il video, però, si parla di fusione del polo nord (non credo sia mai accaduto negli ultimi millenni :-) ) e si adombra il dubbio (quasi certezza, stando al tono del testo) che ci si avvia ad un minimo dei ghiacci marini artici come quello eccezionale dello scorso anno: peggio di quanto potessimo pensare. :-)
    Nel frattempo in Groenlandia infuriano bufere di neve, ma nessuno ne parla (l’anno scorso di questi tempi, si gridava al disastro perchè si era sciolto qualche millimetro di ghiaccio).
    Ah questi media! :-)
    Per chi avesse voglia di verificare con i propri occhi:
    http://video.corriere.it/video-polo-nord-si-trasforma-un-lago/69807b54-f602-11e2-8279-238a68ccdabf
    Ciao, Donato.

    • donato
      29 luglio 2013 (20:37)
      Reply

      Oggi su WUWT ho chiarito l’arcano: l’oggetto nel filmato è effettivamente una boa che originariamente fu collocata in corrispondenza del polo nord. Siccome, però, il ghiaccio marino polare non è un corpo rigido ed immobile, la boa si è spostata e, oggi, naviga a circa trecento chilometri dal polo nord.
      http://wattsupwiththat.com/2013/07/29/al-gores-reality-minions-think-the-north-pole-is-melting-except-thats-not-a-photo-of-the-north-pole/
      .
      Ricapitolando: il polo nord non si è sciolto :-) e i giornalisti hanno fatto la loro ennesima figura ….
      Per tranquillizzare i più dubbiosi comunico che, in ogni caso, oggi il ghiaccio si è riformato ed il “lago” di cui parlava il corriere non esiste più :-) : se qualcuno avesse intenzione di farsi un giro al polo si portasse l’acqua da bere perché da quelle parti non ne troverà più. :-) :-) :-)
      Ciao, Donato.

  • Torna il caldo? Parliamo di ghiaccio. | Climatemonitor
    1 agosto 2013 (06:01)
    Reply

    […] giorni, a parte alcune amenità e qualche sonora fesseria diffusa dai soliti media faciloni di cui per esempio abbiamo avuto riprova in questo commento, stanno circolando alcuni articoli interessanti in ordine ale recenti dinamiche del ghiaccio […]

  • La piscina di Babbo Natale | Climatemonitor
    3 agosto 2013 (07:00)
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    […] questa storia, di per se piuttosto ridicola, ci aveva già introdotto l’amico Donato Barone qualche giorno fa. Una serie di immagini provenienti dal polo, una pioggia di articoli dai toni […]


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