Previsioni a doppio taglio

modelvsrealityE’ attualità degli ultimi giorni, prevedere è difficile, soprattutto il futuro. Sicché, se pur conoscendo i limiti intrinseci dei moderni sistemi di simulazione del comportamento dell’atmosfera ci si lancia in proclami a nove colonne con troppo anticipo, la brutta figura è dietro l’angolo. Ognuno è artefice del proprio destino, però, a modestissimo parere di chi scrive, cui ogni tanto capita di fare qualche previsione, il problema non è tanto nei proclami, perché quelli cambiano di segno tanto in fretta da risultare il più delle volte intangibili. Il probelma è nel far credere, o aver fatto credere, fate voi, che fare previsioni del tempo serie con più di 3-5 giorni di anticipo sia sempre possibile. In realtà non lo è quasi mai, perché a tutti gli addetti ai lavori è nota l’inattendibilità degli strumenti d’indagine oggi disponibili. Che sono il meglio che abbiamo, certamente, che hanno fatto fare al settore un salto di qualità incommensurabile, ovviamente, ma hanno dei limiti molto ben definiti.

 

Dopo breve premessa, in cui diversamente dal solito abbiamo parlato di previsioni del tempo, torniamo rapidamente al tema più frequentemente discusso su queste pagine, per trovare una situazione analoga ma con una aggravante. Se infatti con riferimento al clima ed alle previsioni (o proiezioni? Chi è in grado di definirne la differenza in modo che abbia un senso per i destinatari si faccia avanti) climatiche sono stati commessi gli stessi errori, per di più non si è tenuto conto che i limiti degli strumenti utilizzati non si conoscono, ossia che la loro attendibilità non è né nota né ignota, semplicemente non è misurabile, ameno di non avere la pazienza di aspettare un certo numero di decadi e tirare le somme solo alla fine. L’unico test sicuro, infatti, è quello del confronto con la realtà, ma non quella passata, perché è su quella stessa che di fatto si basano le logiche di funzionamento dei modelli, quanto piuttosto sull’attualità e sul futuro. Fino a che non diventa passato.

 

 

E così, se il titolo a nove colonne sul tempo del week-end di Pasqua rappresenta una scommessa che si può vincere o perdere nell’arco di pochi giorni, e chi ama giocare si accomodi, quello a novantanove colonne sul clima che farà e che regolarmente ci ammazzerà tutti nel volgere di qualche anno è una scommessa che, ove la si dovesse perdere, non ha solo il grave difetto di minare gravemente la credibilità di chi l’ha fatta, ma porta anche con sé l’ancor più grave rischio di far gettare via il bambino con l’acqua sporca e cioè, se il clima non sarà soggetto a disfacimento, anche i temi ambientali che sono stati con troppa leggerezza resi tutti clima-centrici negli ultimi anni, finiranno per essere accantonati.

 

E volete sapere la novità? La scommessa, almeno sin qui, è persa. Molti, se non tutti i parametri che sono stati elevati al rango di icona della comunicazione del disastro climatico, temperatura media del pianeta, contenuto di calore degli oceani, eventi estremi etc etc, stanno comportandosi diversamente da quanto previsto. Persino il ghiaccio marino, icona di tutte le icone, è ora definito un paradosso, perché se pure nell’Artico è sempre meno esteso – tra parentesi, nella fattispecie la previsione è stata comunque sbaglia, ma per difetto – nell’Antartico è sempre più abbondante. Circa l’opportunità di concentrare enormi risorse sociali, economiche e finanziarie sui risultati di una scommessa pure assai azzardata vi lascio volentieri l’opportunità di commentare.

 

Questi, per sommi capi e non in completezza, i concetti espressi da Roger Pielke Jr in uno degli ultimi post del suo blog. Parole di oggi? Non proprio, si tratta infatti nient’altro che del “rilancio”, che definirei molto attuale, di un vecchio post del 2006, scritto con non poca lungimiranza e altrettanto coraggio, ancora prima dell’uscita del 4° report IPCC, quando tutto sembrava perduto e i biglietti per Cancun, Copenhagen e e per tutte le altre località poi sede delle adunate salva-pianeta andavano letteralmente a ruba.

 

Qualche mese fa, James Hansen, ora in procinto di lasciare la NASA per dedicarsi a tempo pieno all’attivismo climatico, ha partorito il concetto dei dadi truccati: il malandrino intervento di un baro sui dadi da gioco allo scopo di alterare la casualità del risultato sarebbe analogo al contributo umano alle dinamiche del clima, cioè, sarebbe più giusto dire, alle previsioni degli effetti del contributo umano alle dinamiche del clima. Beh, pare che oggi sia giornata da luoghi comuni, per cui direi che il trucco c’è, ma non si vede!

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Author: Guido Guidi

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3 Comments

  1. Mah, francamente sono parzialmente perplesso.
    Io ho studiato meteorologia e ho un’idea di quello di cui si sta parlando.

    Guardiamo l’Antartide. Se ci pensate bene un aumento delle temperature in una zona come l’Antartide provoca solo piú precipitazioni nevose e dunque una maggiore estensione della calotta (sia continentale che oceanica), tenendo conto che la temperatura raggiunge 0 °C a malapena durante l’estate.
    Cosa si intende per sea ice? Si intende la superficie o il volume? Ció che i satelliti ad oggi misurano é una riduzione abbastanza continua del volume del sea ice (v. QuikSCAT, CRYOSAT, AMSR-E o altri). Per la serie, magari la superficie puó aumentare, ma lo spessore si riduce sempre di piú. Ed é quello che sta accadendo.
    Se poi ci si chiede perché l’Antartide non fonde, beh la risposta é semplice. L’interno dell’Antartide raggiunge a malapena d’estate -20 °C nelle giornate piú calde: che differenza volete che facciano 3 gradi in piú o in menò? Non fonderá mai.
    Invece la Groenlandia é appurato che d’estate puó arrivare a momenti in cui tutta la superficie sia in fusione. Ovvio che ne passa di strada prima che fonda tutta, peró questo é qualcosa di mai visto finora.

    Per il resto io rimango di questo avviso. Se i modelli climatici che non considerano la componente antropogenica non sono in grado di riprodurre il clima degli ultimi 250 anni sapendo comunque riprodurre quello precedente, allora c’é qualcosa che non va. Se in piú invece i modelli che considerano la componente antropogenica sanno invece riprodurre il clima sia prima che dopo la rivoluzione industriale (fino a oggi) allora vuol dire che la componente umana c’é ed é forte. Poi magari é meno forte di quanto dicano i modelli, magari l’ipotetico riscaldamento sará meno forte del previsto, peró ad oggi é inverosimile che di questo passo si abbia un’inversione di tendenza.
    A meno che non si scoprano modi di variabilitá climatica (tipo NAO, ENSO, MJO, AO, etc…) o simili a quelli previsti da Milankovic ad oggi sconosciuti. Quello potrebbe cambiare le carte in tavole.
    Peró ad oggi la situazione é quella descritta e ha anche solide basi fisiche.

    Le proiezioni dell’IPCC sono, per l’appunto, proiezioni, non previsioni. Un modello climatico ha bisogno delle condizioni (ie scenari) future per dire qualcosa di sensato. Ad oggi le proiezioni dell’IPCC ci dicono: se la popolazione mondiale continua a crescere al ritmo di oggi, se si continua a consumare energia al ritmo di oggi, se si continua a disboscare al ritmo di oggi, c’é da aspettarsi un aumento della temperatura media globale nel prossimo secolo tra 1 e 6 K, oltre a un aumento medio del livello degli oceani compreso tra 0.4 e 1.2 m (e una variazione spaziale e quantitativa delle precipitazioni).
    Quanto ci sia di vero in tutto questo dipende da che scenario si considera e dai parametri usati dal modello (in primis la sensitivitá climatica, il grande enigma di ogni climatologo).

    Post a Reply
    • Il tuo è un commento complesso, domani, con calma, prometto di rispondere con compiutezza.
      Grazie,
      gg

  2. Mi trovo d’accordo con gli argomenti di questo post, anche col timore di gettare via il bambino con l’acqua sporca, nonchè con la costatazione che l’andamento inatteso dell’artico non è una conferma delle previsioni, appunto perchè inatteso.
    Giusto per divertimento, provo a dare la mia personale differenza tra previsione e proiezione.
    Per me, la previsione è qualcosa che nasce dall’output di un modello teorico al quale vengono applicate le condizioni iniziali e le assunzioni, al di fuori delle quali, la previsione non è valida. Mi aspetto che alla previsione vengano associati degli intervalli di confidenza.
    Es.: un’azienda che prova a ipotizzare il fatturato di fine anno, in base alla commesse che probabilmente riesce a chiudere effettua una forecast
    La proiezione, secondo il mio punto di vista, non nasce necessariamente da un modello teorico, potrebbe essere il frutto di un’estrapolazione, di un’analisi statistica, o comunque il modello da cui viene dedotta può contenere delle omissioni di variabili. In questo senso, la proiezione sarà corretta quanto più le variabili non considerate risultino ininfluenti. In questo caso, associare degli intervalli di confodenza diventa complicato.
    Es.: un’azienda che prova a ipotizzare il fatturato di fine anno, in base all’andamento del primo trimestre e all’esperienza degli anni precedenti, effettua una projection.

    Ciò premesso, mi pare corretto chiamare quelle dell’IPCC proiezioni.

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