Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Non ci sono state molte novità in materia di scienza climatica negli ultimi tempi. Difficile attendersene del resto, visto che il problema è davvero molto complesso. A ben vedere, le cose nuove più significative sono venute dalla serie di studi che hanno abbassato parecchio il valore stimato della sensibilità climatica, ossia del riscaldamento atteso per un eventuale raddoppio della CO2 atmosferica rispetto al periodo pre-industriale. Questo non solo potrebbe significare che il disastro è di là da venire, ma significa anche che quanti si sono dedicati a questo genere di studi ultimamente, pur sostenendo la teoria del contributo umano al riscaldamento globale, ritengono che questo sia meno significativo del previsto e, quindi, anche meno pericoloso. Sono quindi ricercatori che aderiscono al consenso sui contenuti scientifici del tema dibattuto, ma rigettano quello della catastrofe prossima ventura.

 

Eppure, se queste pubblicazioni fossero soggette ad uno scrutinio come quello recentemente condotto da John Cook, fondatore e animatore del noto blog catastrofico Skeptical Science, il loro contributo sarebbe classificato a favore del consenso, non nella forma in cui lo abbiamo appena descritto, quanto piuttosto nella sua accezione catastrofica. A ben vedere, questo è esattamente quello che è appena accaduto. Vediamo come.

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Questa volta comincio dalla fine:

 

Basta confutare i dati scientifici con il conformismo del pensiero dominante o con il ricorso a bufale suggestive, per essere ripresi e “forwardati” senza essere sottoposti ad un filtro critico e oggettivamente contestabile.

 

Tra un po’ vi dirò da dove ho estratto questo periodo, prima però, proverei a ricordare una certa trasmissione di un certo noto conduttore molto impegnato dal punto di vista ambientale. Si mostrava Milano sommersa dalle acque di un mare inarrestabile nel 2050. Milano è 120 metri sul livello del mare, le proiezioni dell’IPCC sull’innalzamento del livello dei mari non vanno oltre il metro, anzi, meno. Quelle più catastrofiche credo parlino per fine secolo di sei metri, ma non mi sono mai preso la briga di approfondire perché vivo in collina. Però, per arrivare a 120 ci vuole un bel po’. Quel conduttore è incidentalmente anche ricercatore, nonché fermamente convinto che l’uomo abbia disfatto il clima, cioè è sicuramente aderente a quella ormai sputtanatissima forma di associazionismo che si maschera da consenso scientifico. Quel conduttore/ricercatore spesso, liberamente (e giustamente), compare anche sulle pagine da cui proviene il periodo con cui abbiamo iniziato. Ma, ad onor del vero, non in questo caso, nonostante le sue opinioni siano state spesso “forwardate”. Insomma, il link di oggi è quello qui sotto.

 

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Ci sarà pure il sole alle Hawaii, sarà pure un posto da sogno, ma se state programmando di eleggerle come vostro buen retiro, sarà bene pensarci su un attimo. Diciamo anche più di un attimo, almeno fino alla fine di questo secolo, ponendo maggiore attenzione agli ultimi 25 anni del periodo.

 

Ecco qua, da Nature Climate Change:

 

Projected increase in tropical cyclones near Hawaii

 

E da Science Daily, che ha ripreso il comunicato stampa dell’università delle Hawaii, da cui appunto provengono i ricercatori che firmano l’articolo:

 

More Hurricanes for Hawaii?

 

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Doveva, anzi, dovrebbe essere sempre più verde l’economia del futuro. Per non sbagliare, già da tempo, praticamente da sempre, il verde è il colore dominante della cartamoneta, quella con cui si ottengono anche prestazioni di un certo tipo. E infatti, stando all’ultima e sinceramente più esilarante follia clima-mediatica, l’inarrestabile deriva catastrofica del clima prterà, udite udite, ad un aumento della prostituzione.

 

D’accordo, d’accordo, prendiamo pure atto che pare non fosse esattamente questo il senso dell’ennesimo grido di allarme lanciato per tramite di una risoluzione votata al Congresso USA: “Recognizing the disparate impact of climate change on women and the efforts of women globally to address climate change” ma se proprio non volevano che la faccenda prendesse la piega ridicola che ha preso potevano evitare periodi come quello qui sotto:

 

Donne insicure con limitate risorse socioeconomiche potrebbero risultare vulnerabili a situazioni come lavori sessuali, scambio di prestazioni sessuali e matrimoni prematuri che possono metterle a rischio per quanto riguarda l’HIV, le malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze non programmate e scarsa salute riproduttiva [...].

 

Sinceramente non mi è ben chiaro se si tratti di un problema occupazionale o di riscaldamento globale, nel senso che qualcuno ha preso un colpo di sole e, con la solita assurda ed entusiasta leggerezza, da un lato si è mescolato il sacro col profano (è il caso di dirlo!) individuando l’ennesimo danno da clima che cambia e cambia male, e dall’altro si è dato risalto mediatico ad una delle più grosse puttanate (ops, vabbè, ci sta pure questa) che si siano viste girare nell’infotainment negli ultimi tempi. E ancora non fa caldo…

  • Mare

Nel recente passato ho avuto modo di esporre (qui e qui CM), alcune considerazioni relative ad articoli che si occupano del livello del mare e, in particolare, delle variazioni della velocità di aumento del livello del mare. Dal confronto delle varie pubblicazioni si può facilmente capire che la questione della velocità di variazione del livello del mare è piuttosto controversa: se da un lato molti autori sono propensi a scommettere su un forte aumento della velocità di variazione del livello del mare nei prossimi decenni, altri sono piuttosto scettici e propendono per un aumento del livello del mare piuttosto modesto. Le due linee di pensiero si rifanno, in linea di massima, a due modi differenti di stimare le variazioni del livello del mare: da una parte troviamo i fautori della modellazione semi-empirica, dall’altra i fautori dei modelli globali che stimano l’evoluzione dei fattori fisici che contribuiscono alla variazione del livello del mare nel futuro.

 

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  • Steam and other emissions rise from a coal-fired power station near Lithgow

Non che i nostri media non fossero attenti al cambiamento di passo che sta avvenendo nel mondo della comunicazione circa le vicende climatiche, in effetti qualcosa lo abbiamo già letto su Repubblica qualche giorno fa, ma ora che scende in campo la Reuters la faccenda diventa seria.

 

Ecco qua:

 

Climate scientists struggle to explain warming slowdown

 

Leggere per credere, si “lotta” per capire perché le temperature non salgono. E’ ancora presto perché qualcuno si chieda se piuttosto non fossero sbagliate le previsioni e c’è anche chi si dice fiducioso che global warming tornerà presto a ruggire. Ci sta anche che costoro possano aver ragione, come ne avevano i loro precursori artisti della catastrofe che si attendevano una glaciazione negli anni ’70 e i loro mentori che hanno sostenuto l’arrosto climatico fino a poco tempo fa. Per inciso molti di questi sono le stesse persone, a riprova che si trova sempre qualcuno che “sa come andrà a finire e naturalmente finirà male”. E così, quanti ieri sostenevano che la scienza del cambiamento climatico era definita, ora cercano una spiegazione all’imprevisto. La troveranno e qualcosa mi dice che sarà ancora colpa nostra.

 

Per cui in attesa della prossima emergenza planetaria, godiamoci un piccolo appetizer, con La Stampa che spara un titolo che solo qualche anno fa sarebbe costato il posto al direttore:

 

Il Sole sta perdendo colpi
E ora il clima si raffredderà?

 

Il Sole? Ma stiamo scherzando? Tranquilli, sarà solo un fuoco di paglia, al prossimo anticiclone africano tutto tornerà come prima…

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Alcuni giorni fa è uscito sulle pagine di Meteoweb un articolo sulla scia di quelli che abbiamo publicato anche sulle nostre pagine negli ultimi tempi. L’argomento è l’inversione di tendenza che si sta notando sia sulla letteratura scientifica che sull’orientamento dei media in ordine ai temi del catastrofismo climatico.

 

Gli amici di Meteoweb, fanno notare come anche il quotidiano italiano più schierato sui temi del disfacimento climatico – La Repubblica – si sia accennato al pezzo dell’Economist sulla sensibilità climatica che ha praticamente dato il via ad un processo che potremmo definire di “mitigazione della preoccupazione”, così, tanto per restare in argomento.

 

Il periodo del pezzo su Repubblica che in apparenza meglio riassumerebbe questo cambiamento dell’orientamento è il seguente (neretto mio):

 

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  • siccità

Si è proprio rivoltato il mondo. Ma come, qui da noi hanno già rispolverato la fonte battesimale assegnando un bel nome epico al primo anticiclone della stagione tra gli equinozi e, negli USA, invece di cavalcare la tigre del caldo sempre più caldo ammazza che caldo, la NOAA tira fuori un report in cui si attribuisce l’eccezionale fase di caldo e siccità con cui hanno avuto a che fare l’anno scorso al tempo e non al clima disfatto?

 

Però, mica male come notizia per una soleggiata domenica d’aprile. Vediamo un po’. Si tratta di un corposo studio pubblicato sia in forma integrale che in forma di poster, nel quale, fatti due conti, si arriva a dire che il contributo del global warming antropico, se mai c’è stato, è stato minimale.

 

 

E per di più pare che un tale evento, che dovrebbe avere tempi di ritorno dell’ordine del secolo, proprio per questa sua rarità non fosse prevedibile. Bene, la categoria dei meteorologi è salva. Ma è salva pure quella dei climatologi? Beh, ad essere sinceri non saprei. Diciamo che il climatologo catastrofista generico medio in quei giorni ripeteva che si trattava di prove generali dell’arrosto climatico, spettacolo già in cartellone sulle previsioni centenarie. Però, i modelli climatici a breve scala temporale, quelli per intenderci che dovrebbero dare una mano con le previsioni stagionali, si sono accorti della siccità quando è tornata la pioggia. Se tanto mi da’ tanto, per fine secolo, ma che dico, per la prossima estate conviene lanciare la monetina! I dadi no, per carità, che se se ne accorge Hansen ci dice subito che li abbiamo truccati.

 

La siccità tra maggio e agosto 2012 per le Great Plains centrali è stata generata principalmente da variazioni naturali del tempo atmosferico.

  • L’aria umida del Golfo del Messico non si è spinta a nord nella tarda primavera perché l’attività ciclonica e frontale hanno deviato verso nord.
  • I temporali estivi sono stati poco frequenti e quando hanno avuto luogo hanno prodotto poche precipitazioni
  • Né la situazione degli oceani, né il cambiamento climatico indotto dall’uomo, fattori che possono fornire predicibilità di lungo periodo, sembrano aver avuto ruoli significativi nel causare il forte deficit precipitativo sulla principale regione di produzione del granturco delle Great Plains centrali.

 

Che dire? Se, come pare accertato, la siccità ha avuto un ruolo importante per i prezzi delle commodities agricole, il fatto che si sia trattato di tempo e non di clima dovrebbe far riflettere più di qualche menagramo climatico.

 

A proposito, visto che le siccità rientrano tra quei pochi eventi estremi per cui l’IPCC, nel suo report speciale sull’argomento, ha individuato un certo livello di confidenza circa il fatto che siano aumentati causa AGW, varrà la pena ricordare che lo stesso report dice che il segnale di trend positivo di cui sopra, se portato dalla scala spaziale globale a quella regionale, diventa parecchio disomogeneo. Pare infatti che ondate di calore e siccità siano aumentate da qualche parte, diminuite da qualche altra e rimaste com’erano da qualche altra ancora. Beh, monetina o dadi truccati che siano, è bene sapere che gli USA sono tra quelle regioni in cui gli eventi sono diminuiti e noi tra quelle in cui sono aumentati.

modelvsrealityE’ attualità degli ultimi giorni, prevedere è difficile, soprattutto il futuro. Sicché, se pur conoscendo i limiti intrinseci dei moderni sistemi di simulazione del comportamento dell’atmosfera ci si lancia in proclami a nove colonne con troppo anticipo, la brutta figura è dietro l’angolo. Ognuno è artefice del proprio destino, però, a modestissimo parere di chi scrive, cui ogni tanto capita di fare qualche previsione, il problema non è tanto nei proclami, perché quelli cambiano di segno tanto in fretta da risultare il più delle volte intangibili. Il probelma è nel far credere, o aver fatto credere, fate voi, che fare previsioni del tempo serie con più di 3-5 giorni di anticipo sia sempre possibile. In realtà non lo è quasi mai, perché a tutti gli addetti ai lavori è nota l’inattendibilità degli strumenti d’indagine oggi disponibili. Che sono il meglio che abbiamo, certamente, che hanno fatto fare al settore un salto di qualità incommensurabile, ovviamente, ma hanno dei limiti molto ben definiti.

 

Dopo breve premessa, in cui diversamente dal solito abbiamo parlato di previsioni del tempo, torniamo rapidamente al tema più frequentemente discusso su queste pagine, per trovare una situazione analoga ma con una aggravante. Se infatti con riferimento al clima ed alle previsioni (o proiezioni? Chi è in grado di definirne la differenza in modo che abbia un senso per i destinatari si faccia avanti) climatiche sono stati commessi gli stessi errori, per di più non si è tenuto conto che i limiti degli strumenti utilizzati non si conoscono, ossia che la loro attendibilità non è né nota né ignota, semplicemente non è misurabile, ameno di non avere la pazienza di aspettare un certo numero di decadi e tirare le somme solo alla fine. L’unico test sicuro, infatti, è quello del confronto con la realtà, ma non quella passata, perché è su quella stessa che di fatto si basano le logiche di funzionamento dei modelli, quanto piuttosto sull’attualità e sul futuro. Fino a che non diventa passato.

 

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  • tempesta-di-vento

Alcuni giorni fa abbiamo rilanciato un articolo uscito sull’Economist che con molto equilibrio ha messo in chiaro quale sia lo stato dell’arte della conoscenza in materia di sensibilità climatica, cioè di quell’aspetto cruciale della scienza del clima con cui si dovrebbe quantificare la resilienza del sistema al forcing delle attività umane. La sensibilità climatica è infatti definita come il riscaldamento atteso in ragione di un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto al periodo pre-industriale.

 

Come forse noto, le stime dell’IPCC coprono un range che va da 1,5 a 4°C, con il valore più probabile attorno a 3°C. Già l’ampiezza della forchetta la dice lunga su quanto sia ancora elevata l’incertezza su questo aspetto fondamentale, ma questo non ha impedito al circo clima-catastrofista di fissare in base al famoso quanto assai poco scientifico principio di precauzione il limite massimo del riscaldamento sostenibile dal sistema in 2°C, promuovendo tutta una serie di ancora meno scientificamente solide azioni di mitigazione per limitare eventuali danni indotti da un problema che, evidentemente, si conosce molto poco.

 

Ora sta per uscire il 5° report dell’IPCC e ci sono elevate probabilità che vi siano inseriti i risultati di una serie di studi recenti e scientificamente robusti che puntano decisamente verso una sensibilità climatica più bassa, ovvero molto prossima al valore più basso della forchetta che abbiamo indicato poche righe fa.

 

Accade così che qualcuno stia rivedendo gradualmente le sue posizioni, nel tentativo di riconfigurarsi nei confronti di una discussione che sta prendendo una piega diversa da quella della catastrofe prossima ventura che soltanto pochi anni fa, appunto con l’uscita del 4° report IPCC, molti davano per scontata.

 

L’ultimo della serie è Geoffrey Lean, giornalista ambientale britannico di lunghissima militanza catastrofica. Il suo ultimo post si intitola così:

 

Global warming: time to rein back on doom and gloom?

Climate change scientists acknowledge that the decline in rapid temperature increases is a positive sign

 

Nel testo, che potete leggere interamente qui, tutte le perplessità di cui anche sulle nostre pagine discutiamo da anni e per le quali più di qualche pennuto catastrofista nostrano continua ad assegnarci epiteti di vario genere. Pur con il cronico ritardo che endemicamente caratterizza la nostra stampa – che magari però potrà ridursi grazie alle nuove tecnologie ed al traduttore automatico di google – attendiamo fiduciosi che la questione sia compresa anche dalle nostre parti. Non c’è fretta, facciano pure con comodo.