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Protocolli, emissioni e crisi, se vi piace così…

Alcuni anni fa, quando la fase attuativa del protocollo di Kyoto doveva ancora iniziare e della crisi economica si vedevano solo le avvisaglie, all’interno del movimento salva-pianeta girava voce che si sarebbe presto presentata l’occasione per dare una bella sfoltita alle emissioni di gas serra. La crisi, si diceva, ci aiuterà a capire che si può fare, che gli obbiettivi che il Protocollo di Kyoto imponeva al nostro Paese per il quadriennio 2008-2012 erano realizzabili.

Per una volta, l’unica che io sappia, una previsione di quanti prospettano la fine del mondo per disfacimento climatico è andata vicino alla realtà. Qualche giorno fa l’ISPRA, ente che si occupa tra le altre cose di tenere il conto delle emissioni del sistema paese, ha pubblicato i ‘conti’ con cui ci presenteremo dinanzi al sistema europeo di scambio delle quote di emissione (fonte AGI).
 
I compiti a casa li abbiamo fatti quasi tutti, l’obbiettivo di tagliare le emissioni del 6,5% nel quadriennio 2008-2012 è stato avvicinato ma non raggiunto, nonostante una riduzione del 5,4% tra il 2012 e il 2011. Per far fronte a ciò che manca, tutto sommato non molto, dovremo acquistare diritti di emissione sul mercato. Questa è la cattiva notizia. Quella buona è che il mercato è ormai un mercatino delle pulci, la tonnellata di CO2 vale oggi 1/30 circa del prezzo stimato alla costituzione dell’ETS, il prezzo che rendendo molto onerose le trasgressioni rispetto ai patti siglati avrebbe dovuto incentivare la buona condotta e quindi favorire il raggiungimento degli obbiettivi. Costi quel che costi. Oggi costa poco, perciò non serve a niente.

Sicché, per saldare il conto, basterà qualche decina di milioni di Euro. Cosa volete che sia (Greenreport). Peccato che la pecunia finirà in un sistema, quello dei CDM (Clean Development Mechanism), recentemente dichiarato un assoluto insuccesso direttamente dalle pagine di Nature (qui, su CM).

Siamo stati bravi? Non proprio, a meno che – e c’è il sospetto di andare vicino alla realtà anche su questo – più che una corsa per salvare il pianeta, non si tratti di una gara di masochismo. Già, perché pare che il 75-80% delle riduzioni che abbiamo conseguito sia imputabile alla crisi, cioè alla drammatica contrazione dei consumi energetici e delle attività produttive (fonte La Stampa). Il resto del lavoro lo hanno fatto le rinnovabili, che si sono prese una discreta fetta del soddisfacimento del fabbisogno energetico alla modica cifra di 220 mld di Euro di incentivi da pagare di qui al 2020, e l’efficienza energetica, unico elemento positivo in valore assoluto, cioè con un rapporto costo-beneficio positivo.

Dunque, gli incentivi alle rinnovabili gravano pesantemente sulle bollette (c’è chi dice anche il 20%); la crisi grava su tutto, nel migliore dei casi si consuma meno ma si paga lo stesso o di più; gli obiettivi di Kyoto li abbiamo quasi raggiunti ma ci vorrà un ulteriore esborso. Per raggiungere gli ancor più virtuosi obbiettivi che l’UE si è posta per il 2030 e per metà secolo possiamo solo sperare che la crisi continui.

Se vi piace così.

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