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Ananas con ghiaccio, molto ghiaccio

Non si finisce mai di imparare, è questo l’ingrediente che anima la passione per la nostra materia. Avete mai sentito parlare di fiumi atmosferici? Personalmente no, e sì che di meteorologia ne ho masticata parecchia negli ultimi dieci anni. Mi consola il fatto che anche la ricerca sia decisamente allo stato embrionale sull’argomento di oggi. Non tanto indietro però da non aver già consentito che fosse coniato un nomignolo per questo genere di eventi. Si chiamano in gergo Pineapple Express, almeno così li hanno battezzati in California, area dove si manifestano con discreta frequenza. Normalmente correlati con condizioni di El
Niño nel Pacifico tropicale e con la convezione accentuata della Madden-Julian Oscillation, entrambi pattern che riforniscono di vapore la troposfera.

Già, perché si tratta, letteralmente, di fiumi di vapore che si estendono per migliaia di chilometri e ne misurano in larghezza poche centinaia. Viaggiano dalle zone tropicali verso quelle polari accompagnati da un ramo meridionale del Getto Polare e producono diversi sistemi di bassa pressione lungo il loro asse, depressioni connesse alle accelerazioni del getto. Quando incontrano la terraferma, mandano giù precipitazioni intense, tanto intense da porre spesso termine a lunghi periodi di siccità. E’ il caso proprio della California nelle ultime settimane. Dopo una prolungata assenza di pioggia, è arrivato un “pineapple
express” che ha rigenerato un terzo delle risorse idriche gravemente depauperatesi nei mesi scorsi.

Qui, su uno degli ultimi numeri di Nature un articolo che ne parla diffusamente.

Ma non è questa la sola ragione per cui questo argomento ha attirato la mia attenzione. Il caso ha infatti voluto che alcuni giorni fa mi sia imbattuto in un articolo su Science Daily che faceva il punto su due paper di recente pubblicazione. Nel primo di questi, l’identificazione di numerosi eventi di “atmospheric river” che nel 2009 e nel 2011 avrebbero causato precipitazioni nevose decisamente abbondanti ed insolite sull’Antartico orientale, annullandone quasi interamente la perdita di massa glaciale. I ricercatori hanno calcolato che l’80% della neve caduta nel periodo in esame sarebbe da attribuire ai nove fiumi di vapore che hanno colpito quella porzione del continente. Nel secondo, utilizzando i dati gravimetrici satellitari, spicca il guadagno di massa
dell’Antartico orientale, pur nel contesto della perdita di altre significative parti del continente.

Verrebbe da dire meteorologia batte climatologia nella fattispecie, ovvero frequenti eventi di breve periodo che esercitano un condizionamento sul lungo periodo. Ma non è una partita, in molti casi è esattamente così che funzionano le cose. Il clima è quello che ti aspetti, il tempo è quello che ti prendi, del resto.

Sempre per restare in tema di ghiaccio, vale la pena segnalare un altro articolo di recente pubblicazione su Earth and Planetary
Science, che sempre analizzando i dati gravimetrici di Envisat e Grace, ha individuato delle variazioni di massa con caratteristiche molto regionali sia in positivo che in negativo e una sostanziale stazionarietà della massa per una parte
significativa del sesto continente.

Insomma, un andamento controverso e decisamente in controtendenza con l’equazione del riscaldamento globale, che nelle simulazioni vorrebbe una risposta uniforme e soprattutto analoga a quella dell’area polare dell’emisfero nord che non solo tarda a manifestarsi, ma assume spesso un segno contrario. Tuttavia sembra non sia il caso di gioire, perché un altro articolo, stavolta orientato allo studio dei ghiacci della Groenlandia, mette l’accento sul fatto che, inevitabilmente, più caldo farà da quelle parti, più velocemente si scioglierà il ghiaccio. Elementare no?

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