Il problema delle correnti a getto e della mosca cocchiera

Sul numero di marzo di “Le Scienze” è stato pubblicato un articolo a firma di Jeff Masters dal titolo
Gli strani percorsi della corrente a getto.

L’argomento mi è sembrato piuttosto interessante per cui ho iniziato a leggere l’articolo: dopo le prime righe ho capito subito dove saremmo andati a parare, ma alla fine ho dovuto riconoscere che a volte la realtà supera l’immaginazione. Procediamo, però, con ordine.

L’autore dell’articolo è un blogger statunitense nonché meteorologo (potremmo quasi dire che è l’antisimmetrico del nostro padrone di casa) di chiara fama allarmista, come ho scoperto dopo aver letto l’articolo. Egli esordisce descrivendo brevemente i problemi provocati dal rigido inverno 2013/14 negli USA e, successivamente, ne analizza le cause. Le condizioni meteorologiche particolarmente avverse che hanno caratterizzato l’inverno in questione (ed anche quello attuale, secondo me) devono essere ricercate nella particolare conformazione del getto polare che ha consentito all’aria fredda polare di spostarsi verso sud determinando le tempeste di neve che hanno flagellato buona parte del nord-America. Ciò ha provocato, inoltre, un richiamo di aria tropicale che ha investito la California determinando un inverno mite e siccitoso.

L’analisi fino a questo punto è condivisibile. Il problema sorge allorquando il nostro autore ci comunica che questi inverni così rigidi e prolungati sono strani perchè determinati da condizioni bariche non usuali. Successivamente ci spiega che lui crede di aver capito perché tali condizioni siano diventate più frequenti rispetto al passato. In proposito vorrei far notare che anche nel passato gli inverni in USA e Canada erano molto rigidi e che l’aumento della loro frequenza dovrebbe essere desunto da un’analisi statistica di cui però, non vi è traccia nell’articolo. Nonostante ciò l’autore sostiene che gli inverni attuali sono diversi dalla norma. Supponiamo, per quieto vivere, che egli abbia ragione ed andiamo a vedere perché è aumentata la frequenza di inverni rigidi.

Tutti sappiamo che le correnti a getto seguono un percorso tortuoso caratterizzato da oscillazioni casuali o caotiche. Il loro comportamento è molto imprevedibile e determina il tempo meteorologico così come lo conosciamo. Non sono un meteorologo, ma G. Guidi, C. Colarieti Tosti e L. Mariani ci hanno spiegato molte volte come funziona il sistema atmosferico per cui qualcosa credo di aver capito. Il getto presenta delle oscillazioni latitudinali che determinano richiami di aria polare alle basse latitudini e di aria tropicale alle alte latitudini. Queste oscillazioni si propagano da ovest verso est secondo quelle che vengono definite onde di Rossby. Sono queste onde a determinare le condizioni cicloniche ed anticicloniche e, quindi, il tempo alle nostre latitudini. Il dr. J. Masters sostiene che la velocità di propagazione delle onde di Rossby negli ultimi quindici anni è diminuita per cui le condizioni di siccità sulla costa occidentale degli USA e di freddo intenso su quella orientale sono diventate più durature rispetto al passato. In alcuni casi si può parlare addirittura di vere e proprie condizioni di blocco caratterizzate da periodi in cui le figure bariche apportatrici di cattive condizioni meteorologiche stazionano a lungo nelle stesse aree (le tempeste di neve negli USA e la torrida estate 2010 in Russia rappresentano un esempio significativo di questi blocchi).

J. Masters nel suo articolo espone correttamente, secondo me, lo stato dell’arte del dibattito scientifico sull’andamento delle correnti a getto: secondo alcuni non vi è alcun aumento della tortuosità del getto polare, secondo altri, invece, il getto polare è diventato più lento e più tortuoso rispetto al passato. J. Masters sposa questa seconda ipotesi e imputa i meandri del getto al fatto che è diminuita la velocità del getto polare: minore velocità determina maggiore tortuosità e se ciò fosse vero, da un punto di vista fisico, a mio avviso, non sarebbe del tutto sbagliato.

Secondo la linea di pensiero principale la responsabilità dei meandri della corrente a getto polare deve essere attribuita a diverse cause: disposizione delle terre emerse, Sole, catene montuose, ENSO ed Oscillazione Artica, ma non sarebbe estranea neanche l’Oscillazione Pacifica Decadale (PDO). Detto in altri termini le oscillazioni latitudinali del getto polare sono di origine naturale. J. Masters è del parere, invece, che la causa del rallentamento del getto polare debba attribuirsi all’amplificazione artica e, quindi, al riscaldamento globale di origine antropica, ovviamente. L’amplificazione artica è, infatti, quel particolare fenomeno per cui le temperature medie della zona artica sono aumentate di circa tre volte rispetto a quelle del resto del mondo. La cosa è piuttosto controversa in quanto tale incremento è stato determinato in base a rianalisi ed interpolazioni piuttosto spinte, ma in questa sede è inopportuno dilungarsi ulteriormente. Torniamo, quindi, all’articolo di Le Scienze.

J. Masters basa la sua convinzione sulle idee della d.sa J. Francis desunte dai risultati di un lavoro pubblicato nel 2013 su Nature Climate Change: Extreme summer weather in northern mid-latitudes linked to a vanishing cryosphere da Q. Tang et al. e da un articolo pubblicato nel 2012 su Geophysical Research Letters: Evidence linking Artic amplification to extreme weather in mid-latitudes a firma di J. Francis et al..

Nel primo articolo si analizza la relazione che intercorre tra la copertura nevosa nel Nord emisfero, l’estensione dei ghiacci artici e le condizioni meteorologiche estive estreme nell’ultimo decennio. In particolare Tang et al., 2013 conclude che l’estensione del ghiaccio marino è in grado di influenzare in maniera doppia rispetto alla copertura nevosa la frequenza degli eventi estremi incidendo sull’intensità dei venti zonali e sulla posizione latitudinale del getto polare.
Questo sulla scorta di un’analisi condotta su dieci anni di dati e con chiaro riferimento al tempo estivo (summer weather). Personalmente reputo eccessivamente limitata la lunghezza della serie di dati per poter estrapolare da essi conclusioni statisticamente corrette, comunque gli autori sono convinti che le loro conclusioni siano robuste. A nessuno di loro passa per la testa che l’IPCC ha pubblicato un report in cui conclude che non vi è evidenza statistica che la frequenza degli eventi estremi sia aumentata.

Nel secondo articolo, sulla base di una rianalisi dei dati satellitari relativi al periodo che va dal 1980 ai giorni nostri, si giunge alla conclusione che la velocità dei venti zonali nel nord emisfero è diminuita di pari passo con la diminuzione dell’estensione dei ghiacci artici e della copertura nevosa. Gli autori per monitorare l’andamento dei meandri del getto polare, hanno mappato “lo spessore” del geopotenziale tra 500 hPa e 1000 hPa (indice Z500) pervenendo alla conclusione che esso è diminuito dal 1979 al 2011. Gli autori, in particolare, considerano tale indice di distribuzione del geopotenziale indicativo dell’espansione verso sud dei meandri del getto polare e di una diminuzione della velocità dei venti zonali.
Le conclusioni di questo articolo sono state criticate da K. Trenberth et. al. in una letter a Science del 14/02/2014 che non sono riuscito a leggere (neanche in abstract) per cui ho dovuto far ricorso a ciò che ho trovato in rete. In buona sostanza Trenberth et al., 2014 sostiene che la variabilità naturale legata a PDO, ENSO ed AO è ampiamente sufficiente a spiegare le oscillazioni del getto polare.
L’obiezione principale riguarda il breve periodo intercorso tra la diminuzione dell’estensione dei ghiacci artici e la variazione del percorso della corrente a getto. Questa obiezione mi pare fondata in quanto il getto polare è frutto di fenomeni energetici di grandissimo rilievo che coinvolgono la rotazione terrestre (attraverso le forze di Coriolis) e la redistribuzione del calore tra i poli e l’equatore. La modifica del getto polare, pertanto, richiede energie confrontabili con quelle in gioco mentre l’amplificazione artica è in grado di sviluppare energie del tutto insufficienti a modificare il percorso del getto polare. K. Trenberth fa notare che ENSO, da solo, genera flussi energetici di circa 1 ordine di grandezza superiore a quelli generati dall’amplificazione artica, per cui la sua influenza è senza dubbio più importante di quella che J. Francis attribuisce all’amplificazione Artica.

Personalmente condivido in toto le critiche rivolte al lavoro di Francis et al., 2012 e, con Trenberth et al., sono dell’avviso che la correlazione individuata da J. Francis tra le velocità del vento zonale e l’estensione dei ghiacci artici e della copertura nevosa è solo una coincidenza (come capita tante volte nello studio dei fenomeni naturali).

L’ipotesi di J. Francis ha trovato ampio risalto dal punto di vista mediatico perché riesce a “spiegare” alcuni paradossi del riscaldamento globale. Uno di questi è rappresentato dai rigidi inverni che stanno caratterizzando gli ultimi anni negli USA e che rendono poco credibile da parte della pubblica opinione l’ipotesi del mondo che si scalda. Se però il riscaldamento globale riuscisse a giustificare anche gli inverni freddi, la cosa sarebbe più semplice. L’ipotesi elaborata dalla d.sa Francis riesce a quadrare il cerchio: se l’amplificazione artica, conseguenza del riscaldamento globale di origine antropica, fosse in grado di modificare il percorso e la velocità del getto polare, non sarebbe strano che i rigori invernali fossero conseguenza dello stesso. Sarebbe chiaro, quindi, che il caldo genera il freddo. La cosa non convince, però, Trenberth et al. 2014 (e neanche me, per quello che può contare). Inutile dire che una parte del movimento ambientalista tra cui anche il Consigliere scientifico del presidente Obama, ha accolto a braccia aperte l’articolo della d.sa Francis e, qualcuno, definisce “barbe grigie” i climatologi che criticano le conclusioni di Francis et. al, 2012. Strano destino per gli autori di Trenberth et al., 2014: considerati dei vecchi bacucchi alla stregua della maggioranza degli scettici.

E’ appena il caso di sottolineare che in un articolo a firma di J.A. Screen et al., Exploring links between Arctic amplification and mid-latitude weather, pubblicato su Geophysical Research Letters nel 2013, gli autori concludono che non si nota alcuna tendenza statisticamente significativa circa la velocità delle onde di Rossby nel periodo 1979-2011. Ciò sulla base di due definizioni di onde planetarie: ampiezza meridionale, una misura dell’ampiezza nord-sud dei meandri del getto polare, e ampiezza zonale, una misura dell’intensità delle oscillazioni bariche atmosferiche alla latitudine di 45 ° N. Si tratta, come si può notare, di una definizione di onda planetaria diversa da quella utilizzata da Francis et al., 2012.

E per chiudere in bellezza questa carrellata di punti di vista non possiamo non ricordare il recente lavoro di rianalisi elaborato da Carlo Colarieti Tosti: Il clima del futuro? La chiave è nel passato (pubblicato qui su CM), in cui si dimostra con una rianalisi dei dati NCEP/NCAR (gli stessi di Francis et al., 2012) che abbracciano, però, il periodo 1948-2013 che il getto polare è caratterizzato da oscillazioni ad alta, media e bassa frequenza. La metodologia utilizzata dal dr. C. C. Tosti è diversa (anche se le assomiglia) a quella di Francis et al., 2012 in quanto analizza l’altezza della quota del geopotenziale di 500 hPa. Ebbene, applicando l’analisi delle frequenze ai dati disponibili relativi all’altezza della quota geopotenziale di 500 hPa, l’autore ha potuto accertare che il getto polare oscilla con periodi di circa 65, 58, 29, 18 anni (per semplicità ed a scapito di precisione ho approssimato i periodi trascurando le cifre decimali ed i periodi legati alle oscillazioni di più alta frequenza).

In questa ottica le anomalie registrate nel percorso del getto polare sarebbero solo delle oscillazioni del tutto naturali legate alla periodicità delle disposizioni delle masse a livello emisferico. La loro apparente eccezionalità deriva solo ed esclusivamente dalla brevità della serie di dati presa in esame. Se l’analisi di Francis et al., 2012 fosse stata estesa sino al 1948 e i risultati fossero stati visti sotto un’attica non lineare invece che lineare, probabilmente le conclusioni sarebbero state diverse, come dimostra lo studio di C. C. Tosti.

J. Masters, ad onor del vero, illustra abbastanza bene i termini della questione e fino al penultimo paragrafo del suo articolo si può dire che l’opera di divulgazione, seppur partigiana, è abbastanza condivisibile: analizza le due ipotesi in campo non nascondendo i punti critici di quella a cui lui si sente più vicino. E’ nell’ultima parte dell’articolo che cessa, però, di fare divulgazione scientifica e comincia la sua opera di propaganda.

Il titolo del capitolo è illuminante: ‘Non possiamo attendere oltre’. J. Masters in questa parte dell’articolo sciorina tutti i luoghi comuni della propaganda allarmista. Elencarli tutti sarebbe molto lungo ed inutile in quanto sono ampiamente noti a tutti i lettori di CM, mi limiterò, pertanto, a riassumere il suo pensiero per sommi capi. Gli eventi meteorologici particolarmente intensi come l’ondata di calore in Russia, la siccità negli Stati Uniti, i tornado, le alluvioni, gli inverni rigidi e nevosi e via cantando, secondo l’autore sono una prova del fatto che il riscaldamento globale “determina” questi eventi e poiché la maggior parte di essi dipende dalla tortuosità della corrente a getto polare, la conclusione ovvia è che il riscaldamento globale modifica il getto polare. Il fatto che gli scienziati non siano d’accordo, secondo J. Masters, non è importante in quanto se la corrente a getto viene determinata dall’estensione dei ghiacci marini artici la loro scomparsa estiva (che egli prevede avvenga nel 2030) provocherà forti incrementi degli eventi estremi, se invece il getto polare non dipende dall’estensione dei ghiacci artici bisogna preoccuparsi anche di più perché il meccanismo che la regola ci è sconosciuto e quindi non possiamo sapere come essa reagirà all’incremento delle temperature globali ed al conseguente cambiamento climatico. E, per concludere, il botto finale. J. Masters fa una previsione per i prossimi 15 anni: aspettatevi qualcosa senza precedenti.

E con questo emerge in modo chiaro ed inequivocabile la sindrome della mosca cocchiera che guida il pensiero di un certo ambientalismo. Secondo questo pensiero gli unici responsabili di tutto quanto accade sull’orbe terraqueo sono l’uomo e le sue azioni. La Natura? Svolge un semplice ruolo di comprimario, anzi è essa stessa influenzata dall’uomo.

E, per finire, una considerazione personale. Credo che l’articolo di J. Masters non renda un buon servigio alla causa della divulgazione scientifica. Io ho approfondito le fonti di Masters (non senza difficoltà), ma il lettore medio lo ha fatto? Credo di no, per cui le sue argomentazioni hanno avuto gioco facile a diffondere l’idea di una catastrofica deriva delle condizioni climatiche nel nord-emisfero, in particolare, e nel mondo intero, in generale.

_______________________________________

Addendum:

L’amico Donato mi perdonerà questa intrusione nel suo post. Il freddo che viene dal caldo sta diventando un cavallo di battaglia dell’attivismo climatico. Non è cosa nuova, su CM, per esempio, avevamo già commentato sia il dibattito scientifico sviluppatosi attorno agli articoli della Francis, una discussione che si è poi conclusa a sfavore di quest’ultima (qui e qui). Il fatto che Masters abbia ripreso l’argomento è tipico di come funzionano le cose in termini di propaganda climatica. L’ipotesi di Francis et al. è stata confutata con le osservazioni, ma basta non far cenno a questo piccolo inconveniente e continuare a citare l’articolo per tener vivo l’argomento.

Riguardo l’uscita del consigliere scientifico del presidente USA, già a suo tempo era bastato un semplice grafico come quello qui sotto per confutarla.

ZW300hPa_55N65N

Si tratta delle velocità zonali nella fascia latitudinale compresa tra 55° e 65° Nord alla quota isobarica di 300 hPa, cioè dove scorre il getto polare. Non mi pare si possa riscontrare alcun trend. Se poi il getto polare non passa più di là ma più a sud – diversamente non potrebbe essere visto che si parla di aria fredda e non del contrario – la relazione tra l’AGW e gli eventi di freddo intenso si confuta da sola, perché mi sembrava di aver capito che un pianeta che si scalda dovrebbe vedere progredire di latitudine l’aria calda a scapito di quella fredda, elevando quindi la latitudine di scorrimento del getto polare.

gg

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Author: Donato Barone

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13 Comments

  1. Sono povero perché non sono ricco….sono ricco perché non sono povero…….la questione climatica o rompicapo infinito è riassunta così. …fine

    Post a Reply
  2. Mettetevelo bene nella zucca…il clima è sempre cambiato

    Post a Reply
  3. Comunque il 2014 non è stato l’ anno + caldo,ma è stato il + caldo solo per la superficie degli oceani , mentre dai dati satellitari, è il quarto o il quinto + caldo a livello globale

    Post a Reply
  4. Attenzione! Breaking news!
    .
    Se dovete farvi operare e volete farlo con l’anestesia, datevi una mossa prima che proibiscano anche quella!!
    Ricercatori svizzeri, inglesi e sud coreani (nullafacenti, secondo il mio modestissimo parere) hanno, infatti, accertato che anche i gas anestetici sono responsabili del riscaldamento globale del pianeta. Tali gas, pur essendo presenti in percentuali infinitesimali nell’atmosfera (qualche parte per TRILIONE), sono molto più “cattivi” della CO2: bisogna eliminarli, se ne deduce.
    .
    Questo a proposito della mosca cocchiera.
    .
    Per quel che mi riguarda proporrei che ai ricercatori anzidetti (sperando che non ne abbiano mai bisogno) si riservassero degli interventi chirurgici senza anestetico, così, tanto per contribuire alla salvezza del pianeta. 🙂
    Mah! Roba da pazzi, eppure il loro articolo è stato pubblicato su G.R.L.!
    fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/clima/2015/04/08/gas-anestetici-contribuiscono-a-riscaldamento-pianeta_6f12288d-280e-4d60-9e3e-41db80e30fd0.html
    Ciao, Donato.

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  5. Non è pertinentissimo con l’articolo però mi pare che abbia qualcosa a che fare con la mosca cocchiera (probabile che sia io che non ho capito):nell’ articolo linkato si afferma”I dati ottenuti confermano la correttezza dei calcoli usati nei modelli climatici.”
    http://www.lescienze.it/news/2015/02/26/news/misurato_bilancio_energetico_terra_gas_serra_forcing_radiativo-2501119/
    Io non riesco a capire in che senso si abbia la conferma (ho letto solo l’abstract dell’articolo originale di Nature, che linko, e forse non capisco il senso dei numeri riportati)
    http://www.nature.com/nature/journal/v519/n7543/full/nature14240.html

    Ringrazio per i chiarimenti.

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    • Daniele, ho dato un’occhiata piuttosto superficiale alla letter con cui Nature rende pubblico lo studio in questione e mi riservo di approfondirlo ulteriormente.
      I ricercatori autori dello studio hanno misurato la radiazione infrarossa di ritorno, quella responsabile dell’effetto serra, per un periodo di circa 11 anni in due siti dell’America del Nord (Oklahoma ed Alaska).
      Come si sa la radiazione emessa dal Sole riscalda la Terra e questa riemette parte del calore ricevuto in forma radiativa caratterizzata da diversa lunghezza d’onda. Mentre l’atmosfera è trasparente alle onde entranti non altrettanto accade per la radiazione infrarossa uscente: essa viene intercettata dalle molecole triatomiche che vi si trovano. Tali molecole, ovviamente, riemettono questa radiazione in ogni direzione, quindi, anche verso la Terra. Nello studio di cui parliamo i ricercatori hanno misurato la radiazione infrarossa riemessa dall’atmosfera in direzione della Terra e, grazie a degli strumenti estremamente precisi, sono riusciti a discriminare la quantità di radiazione infrarossa riemessa dalla CO2, dal vapore d’acqua e da altri gas serra. Il risultato è stato che il 10% (dieci per cento) della radiazione di ritorno è imputabile alla CO2, il restante 90% è, invece, imputabile al vapore acqueo ed alle nuvole (come ha sempre sostenuto il prof. L. Mariani il vapore acqueo è il principale responsabile dell’effetto serra e questo studio, mi sembra, che confermi questa tesi).
      Gli autori hanno anche potuto verificare che nel corso degli anni l’aliquota di radiazione infrarossa riemessa dalla CO2 è aumentata: poiché anche la concentrazione di biossido di carbonio è aumentata appare ovvio che le due grandezze (radiazione e concentrazione di CO2) sono correlate.
      .
      A questo punto si apre un bel dibattito. E’ questa piccola percentuale imputabile alla CO2 responsabile del riscaldamento globale? E’ essa tutta imputabile all’azione dell’uomo? Ecc., ecc.
      L’argomento mi sembra meritevole di ulteriori approfondimenti, ma in questo momento ho altre cose da fare (non vivo di ricerca climatologica 🙂 ) per cui probabilmente ci ritornerò sopra.
      Ciao, Donato.

    • @Donato Barone
      Grazie per i chiarimenti. Quel che non riesco a valutare è l’importanza di quella piccola percentuale imputabile alla CO2 (non ho idea delle grandezze in gioco).

    • Daniele, questa è l’unica domanda che conta nel dibattito. E nessuno ha la risposta. Comunque, in termini di grandezze in gioco, sabato uscirà un post che chiarisce i contorni del problema. E domani un altro sull’amplificazione polare e i suoi potenziali effetti.
      gg

  6. Post accurato che mi ha permesso di farmi un’idea del problema anche se non
    ho mai letto gli articoli che citi. Qualunque cosa trovino gli autori, il
    periodo di 10 anni che usano di sicuro non aggiunge forza alle loro conclusioni
    La critica di Trenberth, poi, taglia la testa al toro: l’energia necessaria
    alla (modifica della) corrente a getto e quella disponibile dall’amplificazione
    polare non permettono di avere dubbi.
    La “testa del toro” da tagliare effettivamente credo sia quella di chi non
    mostra la minima incertezza, neanche davanti all’evidenza: però avere
    la certezza assoluta mi sembra improponibile anche per questi signori,
    e sto cominciando (da un paio d’anni) a pensare che tutti i proclami
    grandemente amplificati dai media siano il frutto di una (ben?) orchestrata
    campagna di occultamento della realtà fornita dai dati.
    Le temperature medie non crescono più, il numero e l’energia degli eventi
    estremi restano costanti? Nessun problema: basta “strillare” che il 2014 è
    stato (risibilmente) l’anno più caldo di sempre;
    che gli eventi estremi aumentano (non importa se in frequenza o energia); che
    l’amplificazione polare sposta in qualche modo la corrente a getto (in modo
    da osservare gli eventi che si sono già osservati); che i modelli ci
    mostrano un mondo alla griglia (e poco male se gli stessi non hanno previsto
    la stasi attuale). L’importante è ripetere questi concetti con la necessaria
    frequenza e con il giusto tono di voce, in modo da coprire qualsiasi altra
    informazione. E questo andrà fatto fino a quando (loro sperano) le
    temperature riprenderanno a salire.
    Sarei curioso di vedere i risultati di un sondaggio che i lettori di CM
    potrebbero fare tra gli amici non addentro alle questioni climatiche (le
    temperature stanno salendo? gli eventi estremi aumentano? Il freddo è colpa
    del GW? E anche la siccità?). Scommetterei che la cortina fumogena innalzata
    da chi non riesce a giustificare le osservazioni ha dato e darà i suoi frutti.

    “E, per concludere, il botto finale. J. Masters fa una previsione per i
    prossimi 15 anni: aspettatevi qualcosa senza precedenti”
    . Cosa dovremo
    aspettarci? L’assalto ai forni, il ritorno della peste nera o, magari, che i
    credenti possano comportarsi da veri Credenti e raccontare la verità?
    Ancora complimenti per il post.
    Franco

    Post a Reply
    • Non esiste opinione, per quanto assurda, che gli uomini non abbracceranno prontamente non appena essi giungano alla convinzione che sia accettata universalmente.
      Arthur Schopenhauer (1788-1860)

    • In primis grazie per le belle parole.
      .
      Qualche considerazione circa la “…(ben?) orchestrata” campagna di propaganda. Il (ben?) ci sta tutto in quanto l’articolo di J. Masters è BEN confezionato per ottenere il risultato finale: peggio di quanto possiamo immaginare. Se è vero che vengono illustrate entrambe le tesi in campo, è altrettanto vero che si usano una serie di frasi, aggettivi ed artifici retorici (indimenticabile la figura delle “barbe grigie”) per dire e non dire, far capire e non far capire per poi puntare diritto allo scopo: siamo noi i responsabili di tutto questo sfacelo e noi dobbiamo correre ai ripari, costi quel che costi. Per arrivare, cioè, al trionfo del principio di precauzione. Perché, alla fin fine, ciò che conta non sono le discussioni scientifiche o, per essere più precisi, esse sono solo il pretesto per poter proclamare il verbo della catastrofe imminente e, quindi, della necessità di prendere le precauzioni più opportune: ridurre il consumo di suolo, delle fonti fossili ed incentivare le rinnovabili ed il nucleare (si il nucleare e, probabilmente questa è l’unica nota stonata rispetto al credo ambientalista dominante 🙂 ).
      Di tutto l’articolo ciò che più mi ha fatto riflettere è stata proprio l’utilizzo della ricerca scientifica per veicolare il messaggio contenuto nell’ultima parte del testo.
      Ciao, Donato.

  7. Personalmente penso che in tanti, climatologi e non che ormai vivono di “riscaldamento globale antropogenico”, dovrebbero tornare all’asilo!
    Non è accettabile che in nome di tale propaganda politico-economica vengano violate continuamente le più elementare leggi della fisica.
    Come è inaccettabile che qualunque cosa avvenga a livello planetario, indipendentemente dall’entità delle energie in gioco, la causa venga ricondotta sempre, solo ed esclusivamente, alle attività umane.

    Mi piacerebbe chiedere a lorsignori cosa ci stia a fare il Sole… perché esiste una ben determinata fascia di abitabilità dettata dall’energia sprigionata dal Sole se poi il Sole non ha alcuna influenza sul clima terrestre. Come mi piacerebbe sapere, sempre da loro, perché assistiamo ad un calo delle temperature durante le ore notturne se le emissioni di CO2 si mantengono costanti durante le 24 ore. Se la temperatura del pianeta dipendesse solo dalle attività umane, non dovremmo notare nessuna variazione delle temperature. E considerando che la CO2 aumenta sempre non dovremmo avere più ghiaccio ai poli (che tra l’altro secondo loro doveva sparire già nel 2010 prima, nel 2012 poi… ora addirittura nel 2030. Della serie….: prima o poi ci beccano!!!).

    Insomma… un’inutile arrampicarsi sui vetri che dimostra solo la loro incompetenza. Negli ultimi 10 anni almeno non hanno MAI indovinato una previsione. E la realtà lo dimostra!

    Ma vabbè… l’importante è che la gente sappia che gli incompetenti siamo noi che crediamo ad un ruolo centrare del Sole e ad uno estremamente marginale dell’essere umano (secondo me tale ruolo è inferiore al 1%!!!).

    Buona giornata 😉
    Bernardo Mattiucci
    Attività Solare
    http://www.attivitasolare.com

    Post a Reply
    • Durante il giorno le piante si pappano CO2 (emettendo O2, a loro interessa il solo atomo di carbonio, le bricconcelle 🙂 ); durante la notte non fanno più fotosintesi clorofilliana. Addirittura ho letto che avrebbero un comportamento opposto.
      Dunque, dovrebbe notarsi un diverso comportamento nelle zone in cui ci sono ampie foreste, rispetto a dove non ce ne sono, immagino, e in particolare in riferimento alle differenze tra giorno e notte.
      Questo diverso comportamento, se attentamente studiato, potrebbe dirci qualcosa del ruolo della CO2, immagino.
      Non so, potrebbe essere un’idea, ma forse l’avranno già studiato, ed io, nella mia ignoranza, non lo so.
      Naturalmente, tra notte e giorno non c’è solo la variazione di CO2, ma il Sole, birbante, va rompendo molte molecole, per esempio, e questo introduce altri fenomeni da tener da conto; però forse qualche conclusione potrebbe essere possibile trarla.

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