Anidride Carbonica e dintorni

Beh, sono decisamente ampi i dintorni dell’anidride carbonica. Scienza, policy, economia, per non parlare della meno solida ma di gran lunga più gettonata futurologia. Sarà per questo o per pura coincidenza che ieri, tra blog, riviste scientifiche e media di vario genere mi sono capitate sotto agli occhi diverse notizie tutte ispirate o in qualche modo riconducibili alla CO2.

Per esempio, su Nature sono usciti una news e un commento. Nella prima si torna a parlare di un argomento che avevamo appena sfiorato qualche settimana fa, ovvero quel certo candore con cui sulla rivista scientifica tra le più autorevoli e diffuse, ci si meravigliasse del fatto che, nonostante le numerose esortazioni, parecchi investitori si stiano guardando bene dall’uscire dal giro d’affari delle fonti fossili. Oggi l’argomento viene affrontato in modo più equilibrato. Infatti leggiamo che, prendendo atto che la campagna di esortazione all’uscita ha incontrato più di qualche detrattore (e soprattutto molto realismo), anche un’eventuale uscita di massa avrebbe degli effetti trascurabili sul volume di affari e quindi sulle stesse emissioni, finendo magari anche per distogliere l’attenzione da ciò che sarebbe realmente necessario fare. Come dire, pare che abbiano cambiato idea.

Una probabilità questa rafforzata da un pezzo uscito nella sezione commenti, in cui all’inizio si prende atto di un’altra realtà: Parigi, dove si terrà la prossima mega-conferenza climatica su cui si ripongono grandi speranze di accordo globale salva-pianeta, non varrà la messa climatica, cioè sarà teatro di un accordo al ribasso e su base volontaria. In pratica liberi tutti. Il commento poi prosegue in modo piuttosto delirante esortando gli scienziati a non farsi condizionare dalla scarsa volontà politica di stare ad ascoltare e quindi seguire le indicazioni, ma di resistere sulle loro posizioni di sicuro disastro climatico. Pare infatti che si sia registrata negli ultimi anni una certa tendenza all’ottimismo e al rinvio degli effetti più nefandi dell’AGW a tempi lontani. Qualcosa giunto curiosamente insieme appunto al progressivo calo di interesse politico sull’argomento. Insomma, siate duri e puri scrivono su Nature. Strano che debba essere detto e strano che nessuno pensi che forse è accaduto il contrario, e cioè che quando l’interesse politico (ed economico) era più alto regnava piuttosto un ingiustificato ma molto produttivo pessimismo.

Nature si adegua? Probabile e prevedibile, come del resto è scontato che su altri media con vocazione attivistica molto più esplicita, si legga contestualmente che, ahinoi, nel marzo scorso la concentrazione media di CO2 in atmosfera si sia saldamente attestata oltre le 400ppmv.

Con l’aria e le discussioni che vanno quindi saturandosi di anidride carbonica, vi propongo quindi una lettura interessante, anche se a me ha fatto venire un po’ di mal di testa. E’ un guest post uscito sul blog di Judith Curry in cui, calcoli ed analisi alla mano, si sostiene ciò che è politicamente insostenibile: l’attribuzione alle sole emissioni antropiche – che pure hanno un ruolo significativo – dell’aumento della concentrazione di CO2 sostenuto dall’IPCC è un falso; esiste, e lo provano le dinamiche della concentrazione delle componenti inorganica e organica della totalità del gas, un significativo contributo di origine naturale. Del resto, è noto ai più che la concentrazione di CO2 sale di circa 2-3ppmv all’anno da parecchi anni, ma non tutti sanno che la ‘pompa stagionale’ di emissione/assorbimento del sistema pianeta, produce oscillazioni superiori di più ordini di grandezza. E, in un sistema che varia di continuo, non si capisce perché dovrebbe essere stabile.

O meglio sì, se fosse stabile sarebbe tutto più semplice, ma non è così.

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Author: Guido Guidi

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3 Comments

  1. La CO2 è la conseguenza e non la causa del cosiddetto GW da poco cambiato in Change Climate per l’ormai insussistente GW.
    Scambiare l’effetto poi con la causa è tutto dire.

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  2. Rilevare la concentrazione “media” della CO2 nell’aria, sulla sommità di un sistema vulcanico tra i più attivi al mondo, non è propriamente una pratica “intelligente”. Perché, tra l’altro, riporta i dati di un solo punto nel mondo.

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    • a onor del vero, i dati della NOAA vengono da 40 stazioni di misura sparse per il mondo, scelte appositamente in luoghi remoti, per evitare il più possibile la contaminazione dei dati da apporti derivanti da attività antropiche…..
      la stazione sul Mauna Loa è stata la prima, ma da quei tempi a oggi non è certo rimasta l’unica;
      lo stesso Keeling, fin dal 1958, consapevole di stare su un vulcano attivo, ha scritto e verificato che i suoi risultati fossero coerenti con le misurazioni fatte in altri siti, prime tra tutte le misurazioni della stazione antartica nella Base Amundsen Scott;
      🙂

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