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No nuclear, no party

Sono giorni caldi questi, localmente e globalmente: un’estate molto calda e secca nell’Europa centro-meridionale (ma decisamente fredda e perturbata nell’Europa settentrionale e parte della Russia), un El Niño che dovrebbe essere tra i più forti degli ultimi decenni, nonché l’annuncio a tamburo battente di Obama di una nuova politica energetica da qui al 2030. Tutti argomenti che scaldano i cuori e le posizioni, su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma anche su quelle del Pacifico. La politica energetica obamiana, infatti, nasce da una preoccupazione di salute pubblica, riguardo l’impatto del carbone sulle patologie oncologiche e respiratorie; e anche da una preoccupazione ambientale, legata principalmente alla CO2 ed all’effetto serra, e secondariamente ai composti solforosi in atmosfera. Il succo della politica è semplice: liberarsi dalle centrali termoelettriche alimentate a combustibili fossili; per puntare sulle energie rinnovabili.

In realtà, i problemi non finiscono qui, anzi sono appena iniziati. In primo luogo, una simile politica si rivela efficace solo se l’Eurasia la segue immediatamente, altrimenti essa avrà un impatto limitato agli USA. Luogo in cui le politiche ambientali, la crisi del 2008 e la successiva transizione verso il gas naturale (fossile ma a minori emissioni) hanno già fatto metà del lavoro promesso da Obama (qui). Leggiamo infatti che, del -32% di emissioni di CO2 promesso entro il 2030, un -15% è già stato realizzato entro il 2013; inoltre, il nuovo obiettivo è solo del 2% più ambizioso del precedente, quindi sostanzialmente lo sbandierato annuncio, è solo una revisione al rialzo (nemmeno eccessivo). Una goccia in una mare di paesi che continuano ad emettere come se non ci fosse un domani, specie tra Cina ed India.

Secondo punto, in tutto questo calderone (è il caso di dirlo), manca un importante attore: il nucleare; che non si capisce bene se sia stato osteggiato, promosso o semplicemente dimenticato dall’annuncio obamiano. L’energia atomica, finora, è stata comunque moderatamente favorita dall’amministrazione del presidente, confermando i programmi di nuove costruzioni della presidenza Bush Jr. e riconoscendo la sua importanza come energia “carbon-free”. Il nucleare americano gode inoltre di ottima salute, tecnicamente parlando. Gli USA sono infatti il paese col più alto numero di reattori al mondo; e questi reattori viaggiano con un fattore di capacità annuo medio del 90% (qui e qui), uno dei migliori al mondo. Soprattutto, però, esso è largamente superiore ai fattori di capacità annui registrati da eolico e solare, rispettivamente intorno al 30% ed al 15% (qui): detta rozzamente, ci vuole una potenza installata superiore di 3 volte per l’eolico e di 6 volte per il solare, per generare la stessa energia in un anno di un reattore nucleare. Questo però non è l’unico fattore, dato che mentre l’energia atomica è stabile e prevedibile (i fermi vengono attuati o per manutenzione/ricarica, o per eventi esterni), le energie eolica e solare dipendono fortemente dagli eventi meteorologici e dai cicli astronomici. Infine, vi è un altro costo nascosto: questa instabilità e scarsa prevedibilità porta a costi maggiori nella gestione delle reti elettriche, per poter o immagazzinare (per ora pressoché impossibile su larga scala) o disperdere gli eccessi di energia in rete. Viceversa, nei momenti di picco minimo della produzione si rende spesso necessario il sostegno di gruppi a gas, combustibile molto costoso nell’Eurasia (meno negli USA), per garantire la richiesta di energia. Il tutto crea anche un paradossale circolo vizioso nei prezzi dell’elettricità, in aumento per i comuni consumatori, ma totalmente instabili nella borsa elettrica (in caso di eccesso di energia, il prezzo diviene addirittura negativo) tale da danneggiare fortemente gli altri produttori. Cosa che a sua volta, potrebbe dire Obama, sarebbe un bene purché mettesse già di suo fuori mercato le centrali a carbone: ma siccome la realtà è molto diversa dalla teoria, l’alternativa diviene quella di pagare un salato conto finanziario (gas, in azione solo “al giusto prezzo”), o ambientale (lignite, meno costosa del carbone), o sociale (blackout in caso di carenza di energia). Il problema è infatti ampiamente conosciuto sia in America, dove California e Vermont hanno deciso di dismettere sia il carbone che il nucleare, sia in Germania dove in dismissione è solo il nucleare. A tale proposito, sono appena usciti due begli articoli.

Il primo, di Forbes, tratta appunto dell’annuncio di Obama e del fatto che il nucleare sia una parte fondamentale di un mix energetico carbon-free. In particolare, colpisce l’esperienza del piccolo stato del Vermont, che qui riporto:

This can be seen in Vermont where their single nuclear plant was closed prematurely. They have been buying nuclear power and hydropower from out of state just to maintain their existing level of low-carbon power. Since their 2005 levels were based on having so much of their power from nuclear, achieving more carbon reductions under this Clean Power Plan will be difficult, and will include continued purchasing of expensive power from out of state.

Riassumendo, la chiusura prematura dell’unica centrale nucleare dello stato, comporta di fatto l’obbligo per lo stesso di importare, a caro prezzo, energia carbon-free dagli stati vicini, se vogliono mantenere il proprio livello di emissioni in linea con quanto dichiarato dal presidente.

Il secondo è invece centrato sulle esternalità dell’energia eolica nella Germania settentrionale, pubblicato da Politico.EU. Dove per esternalità non intendo tanto la distesa di pale eoliche sul territorio o come esse vengano prodotte o smaltite; quanto il fatto che, durante i picchi di produzione elettrica, l’energia elettrica vada letteralmente distribuita all’esterno per evitare sovraccarichi. I paesi confinanti sono infatti stanchi di dover assorbire questi picchi, in giorni ed ore in cui non hanno bisogno di così tanta elettricità, e quindi ora Polonia, Cechia, Francia, Paesi Bassi e Belgio premono sulla Germania perché letteralmente la smetta di usare le loro reti elettriche per disperdere gli eccessi della propria. Anzi, oltre che premere agiscono, ed entro un paio d’anni essi potranno bloccare a piacimento l’elettricità in entrata. Tra le alternative, l’uso di attuatori che blocchino le pale in caso di eccesso di produzione; o il trasporto di energia elettrica verso la Germania meridionale. “Ma come”, si dirà, “non sono nello stesso paese, nella stessa rete elettrica?” Certamente lo sono, ma su lunghe distanze ci vogliono reti costruite per convogliare tale energia: non bastano insomma i comuni elettrodotti. In pratica, è come se in Germania esistessero due griglie elettriche, Nord e Sud, che comunicano ma non hanno la capacità di trasmettere sufficiente energia l’una all’altra. Se la soluzione di potenziare tale connessione appare semplice, costi a parte, la risposta dei bavaresi è stata in perfetto stile nimby: non vogliamo nuovi elettrodotti. Il tutto si inserisce in un problema di respiro molto più ampio e che coinvolge tutta Europa, cioè la scarsa connessione delle diverse griglie elettriche nazionali. Avere un’unica griglia europea permetterebbe infatti di superare tali problemi, trasmettendo l’energia (di qualunque tipo) dal luogo dove è prodotta in eccesso al luogo dove è richiesta in eccesso. Come però ben sappiamo in Italia, gli investimenti richiesti non necessitano solo di denaro, ma anche del consenso di una popolazione che spesso è riuscita a bloccare o almeno ritardare numerosi progetti, pure a riguardo di “innocue” reti elettriche (ad esempio qui). L’Energiewende tedesca, col suo massiccio ricorso alle rinnovabili ed il progressivo ma rapido smantellamento della capacità nucleare, si è dimostrato finora una trappola per i costi ai consumatori della Germania, e questi sarebbero altri costi aggiuntivi. Vediamo infatti il costo del kWh contro la capacità di rinnovabili installata, che pone la Germania (insieme alla Danimarca) in cima al grafico (fonte):

cost vs capacity

Possiamo dunque concludere che, al di là delle gran casse mediatiche ad uso politico, la produzione di energia elettrica deve essere:

  • sicura e garantita quando serve;
  • sostenibile sia in senso ambientale che finanziario;
  • libera dal sogno che un’unica fonte energetica possa fare tutto.

La generazione di elettricità deve dunque essere diversificata, ma ogni fonte deve contribuire in proporzione alle sue reali capacità di essere sostenibile finanziariamente: un giusto mix contempla tutte le soluzioni, al massimo escludendone una. Il nucleare, quindi, rimane un importante contributo alla produzione di energia, se si vogliono mantenere gli obiettivi sulle emissioni senza creare il caos nelle reti di distribuzione e nel mercato energetico.

Ci si conceda una chiosa finale. Una buona politica dovrebbe affrontare questi temi in maniera pragmatica, senza sottovalutare i problemi presentati dai tecnici del settore e senza dare eccessivo peso a questa o quella lobby. Bisogna guardare al quadro di insieme ed alle necessità di approvvigionamento energetico, elaborando programmi concreti a lungo termine e dando chiari messaggi e corretta informazione ai cittadini, piuttosto che indulgere nel facile ed acquiescente populismo. In tal senso, la politica di Obama non è delle peggiori, ma rischia di essere incentrata più su annunci roboanti che su programmi reali, lasciando in mano ad altri (i singoli stati piuttosto che le lobby delle rinnovabili o del gas) i problemi della politica energetica nazionale.

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Published inAttualità

4 Comments

  1. Mario

    Fusione, fusione, fusione
    🙂

  2. A proposito di fotovoltaico… riporto quanto sentito qualche giorno fa al TG1, per eventuali conferme o smentite. In questi giorni di sole (almeno fino a un paio di giorni fa) le centrali fotovoltaiche italiane sarebbero state molto inefficienti per a) la foschia, con effetto di schermare parzialmente la radiazione solare, e b) la temperatura alta, in quanto i pannelli sarebbero ottimizzati per temperature intorno ai 25°C. È vero?

    • Filippo Turturici

      A quanto mi risulta è verissimo, soprattutto il secondo fattore (temperatura ottimale).

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