In breve sulla Smoking Gun

Ho notato che diversi colleghi utilizzano l’intenso riscaldamento della troposfera medio alta nella fascia intertropicale, previsto dai GCM ma che non trova riscontro nei dati osservativi (radiosondaggi), come elemento indicativo dell”incapacità dei GCM di prevedere l’evoluzione delle temperature globali. In realtà mi pare che l’indicazione che emerge da tale discrepanza sia più sottile e che dunque vada in qualche modo interpretata. E mi spiego.

Hadley

La circolazione generale del nostro pianeta – fondamentale per garantire il riequilibrio energetico fra equatore e poli continuamente reimposto dal sole – si fonda sull’attività della cella di Hadley, l’enorme cella convettiva diretta innescata dalla robusta convezione che è sempre presente all’equatore meteorologico (ITCZ). Tale convezione può aver luogo perchè la fascia intertropicale presenta costantemente un profilo termico verticale potenzialmente instabile e dunque favorevole alla convezione, il che può aversi con temperature troposferiche che seguono  un gradiente di tipo pseudo-adiabatico, perdendo grossomodo 0.5 / 0.7 °C per ogni 100 m di quota di salita.

Se si prende un qualunque diagramma termodinamico (es: diagramma di Stuve) ci si rende conto che le pseudoadiabatiche in troposfera non sono parallele fra loro ma divergono al salire della quota, per cui se ad esempio al suolo ci si sposta dalla pseudoadiabatica dei 30°C a quella di 31°C e si procede in salita lungo quest’ultima, ci si accorge che all’aumento di 1°C al suolo corrisponde un aumento di 2°C nella media troposfera e di ben 3°C in vicinanza della tropopausa. Tale fatto è puntualmente reso dai GCM a prova della loro coerenza fisica che li porta a  garantire quello che è l’elemento d innesco della circolazione generale a celle.

Sondaggio

Cosa significa allora il mancato riscaldamento osservato nella troposfera medio – alta ? Significa che i GCM hanno sbagliato a prevedere un aumento delle temperature al suolo nella fascia intertropicale e dunque che in tale fascia le temperature al suolo sono rimaste stazionarie non manifestando alcun trend in salita. In altri termini se il riscaldamento al suolo è 0, quello nell’alta troposfera sarà 0x3=0!

GHCN_GISS_HR2SST_250km_Anom0112_1979_2005_1951_1980

Il mancato riscaldamento della troposfera medio-alta segnalato dalle radiosonde sta ad indicare non tanto che i GCM
sbaglino quanto che l’area intertropicale non manifesta alcun riscaldamento. Tale fatto, messo peraltro in luce dai dati MSU, è la prova del nove di quello che dicono le stazioni meteo ed i sensori satellitari, cioè che il cosiddetto global warming, che come noto ha avuto fine nel 1998, non ha interessato le fasce intertropicali limitandosi invece alle latitudini medio-alte, quelle in cui gli scambi termici sono garantiti dalla circolazione orizzontale (grandi correnti occidentali con le onde di Rossby e le onde di Byerknes).

Conseguenza pratica di questo ragionamento è che il luogo comune secondo cui i paesi tropicali in via di sviluppo sarebbero rovinati dal global warming provocato dai paesi ricchi è e resta un luogo comune. I paesi ricchi rovinano le economie dei paesi in via di sviluppo in tanti modi diversi ma non certo con il clima. Questo lo dico perchè un tale luogo comune sarà sbandierato ai quattro venti nei prossimi mesi e dunque ci si deve preparare in modo razionale a controbatterlo. E i luoghi comuni si devono controbattere perchè se si sbaglia la diagnosi è quasi impossibile azzeccare la cura.

A tale proposito concludo citando le parole che l’esperto in malattie tropicali Paul Reiter dell’Istituto Pasteur ha scritto nel suo recente articolo  “Global warming and malaria: knowing the horse before hitching the cart”, apparso sul Malaria Journal nel 2008 e disponibile gratuitamente in rete: “The main factor in this recrudescence (of malaria) may be increased resistance to anti-malarial drugs, as well as the unsupervised use of ineffective medications, but the picture is not entirely clear. Whatever the cause, the history of multiple epidemics in the earlier part of the century, including many at higher altitudes, makes it unnecessary to infer climate change as a contributory factor. Moreover, a set of well-maintained meteorological records shows no significant change in temperature over recent decades. Indeed, in a detailed report to the World Health Organization, a group of malaria specialists based in Nairobi dismissed those who claim a global warming link as “scientific Nostradamuses”

…scientific Nostradamuses, appunto.

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Author: Luigi Mariani

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40 Comments

  1. A proposito: ho trovato una cosa che sconfessa l’Holton:

    http://it.wikipedia.org/wiki/NAO_North_Atlantic_Oscillation#Descrizione

    dal grafico storico della NAO in inverno, se corretto, non sembrerebbe che durante il riscaldamento degli ultimi decenni la NAO sia stata in fase negativa bensì sia stata positiva.

    Quando è stata in fase negativa la temperatura globale grossomodo subiva una diminuzione ovvero negli anni compresi tra il 1940 e il 1970.

    Piuttosto strano.

    Post a Reply
    • Luca per cortesia, il termine “sconfessa” con riferimento all’Holton, in questa sede risparmiacelo.

    • Pardon: “sconfesserebbe”.
      Se mi posta un’altro grafico del NAO ci credo.

  2. Anche la storia del PDO si complica:
    dopo una breve ricerca in rete si trova questo:

    http://jisao.washington.edu/pdo/

    da cui si apprende che la fase calda in realtà è caratterizzata da un oceano pacifico in gran parte più freddo tranne che per le coste americane e la fase fredda esattamente il contrario(evidentemente per motivi storici di misurazione delle SST).
    Si evince inoltre che il PDO è stato in ‘fase fredda’ (dunque di fatto calda) nel periodo di raffreddamento tra 1945-75 e in ‘fase calda’ (dunque di fatto fredda) nel periodo tra 1975-1998 e 1925-45: insomma tutto al rovescio rispetto all’andamento del trend di temperatura globale.

    Come è possibile allora che la regressione multipla assieme all’AMO porti ad un andamento globalmente crescente tra temperature registrate e indici di queste due teleconnessioni?

    Post a Reply
    • Lavorando sulla correlazione fra temperature artiche e PDO
      e lavorando su valori mediati su un quinquennio (in analogia con quanto fatto dal succitato Gillet)
      si ottiene una correlazione positiva con r2 di 0.3.
      Non è moltissimo e tuttavia è interessante osservare che
      PDO presenta un caratteristico effetto di trascinamento,
      per cui se anzichè la correlazione fra temperature artiche
      e PDO dello stesso quinquennio si crea un indice “PDO based”
      in cui si dà peso anche ai 4 quinquenni precedenti, attraverso la seguente equazione:

      PDObased= 0.35 PDOt +0.2 PDOt-1 +0.2 PDOt-2 +0.3 PDOt-3 +0.2 PDOt-4

      con t= quinquennio in esame, t-1= quinquennio antecedente, ecc.

      si giunge ad ottenere un r2 spaventosamente alto (0.78), il che equivale grossomodo a dire che l’indice PDO based rende conto del 78% della variabilità delle temperature artiche per il periodo 1920-1999.
      Per lo stesso periodo AMO risulta correlato positivamente con le temperature artiche, con un r2 di 0.29.
      E possibile allora pensare di incrementare ulteriormente la correlazione, già altissima ottenuta con il solo PDO, effettuando una regressione multipla in cui si ricavino le temperature artiche in base a PDO e AMO.
      Questo è quanto.
      Qui sotto le riporto i dati delle temperature artiche (OBS) e i valori degli indici relativi (il PDObased inizia nel 1920 perchè tiene conto delle 4 decadi precedenti) così se vuole può provare anche lei.

      Obs (°) PDO (*) PDObased (+) AMO (**)
      1900-1904 -0.8 0.2 -0.1
      1905-1909 -0.4 0.3 -0.2
      1910-1914 -0.8 0.1 -0.3
      1915-1919 -1.2 -0.2 -0.1
      1920-1924 0.4 -0.1 0.0 -0.3
      1925-1929 0.2 0.4 0.2 0.0
      1930-1934 0.5 0.2 0.1 0.1
      1935-1929 0.8 0.6 0.3 0.2
      1940-1944 0.6 0.8 0.5 0.2
      1945-1949 0.3 -0.5 0.3 0.1
      1950-1954 0.4 -0.8 0.0 0.2
      1955-1959 -0.2 -0.6 -0.2 0.1
      1960-1964 -0.1 -0.7 -0.4 0.1
      1965-1969 -0.4 -0.4 -0.6 -0.1
      1970-1974 -0.3 -0.8 -0.7 -0.3
      1975-1979 -0.2 -0.1 -0.5 -0.2
      1980-1984 0.2 0.8 -0.1 -0.1
      1985-1989 0.1 0.8 0.2 -0.1
      1990-1994 0.3 0.3 0.3 -0.1
      1995-1999 0.7 0.4 0.5 0.2

      (°) Obs are based on data of figure 1a (Gillet et al.,2008)
      (*) PDO index from http://www.atmos.washington.edu/~mantua/abst.PDO.html)
      (**) AMO index from http://www.cdc.noaa.gov/Timeseries/AMO/ (AMO unsmoothed from the Kaplan SST V2 Calculated at NOAA/ESRL PSD1)

  3. Rileggendo l’articolo sembrerebbe proprio che il calore che dovrebbe riscaldare la media troposfera nella fascia intertropicale finisca poi alle latitudini polari dove effettivamente si registra il maggior GW magari trasportato orizzontalmente dalla circolazione atmosferuica e che i modelli, a detta di Mariani, non riproducono correttamente rispetto ai dati osservati: forse un difetto dei modelli nello scambio di calore tra cella di Hadley e Cella di Ferrel (che tra l’altro sembra non esista matematicamente)…?

    Un’altra cosa non capisco: mi risulta che l’atmosfera sia stabile con gradienti adiabiatici di circa 1°C/100m non pari a 0,5-0,7/100m come invece scritto nell’articolo: dov’è l’errore?

    Post a Reply
    • …instabile con gradienti di 1°C/100m…

  4. Personalmente ho solo valutato le uscite di alcuni GCM state of art presentate su Nature in un articolo di Gillet et al uscito a fine 2008. Emergeva l’incapacità palese (e per me ancor oggi stupefacente) di tali modelli di rendere conto dell’imponente riscaldamento artico verificatosi negli anni 30, riscaldamento che in alcune aree artiche non è stato superato nemmeno da quello degli anni più recenti. Spiegazione di Gillet era che i modelli non riuscivano a descrivere un fenomeno in quanto lo stesso era frutto di variabilità naturale incontrollata e non forzata dall’uomo.
    La mia constatazione è stata tuttavia che un semplice modello a regressione multipla basato su PDO e AMO descriveva molto bene il fenomeno che i GCM non descrivevano per nulla; da ciò ho dedotto che i modelli in questione non fossero in grado di descrivere a dovere PDO e AMO; mi tuttavia rendo conto che questa mia deduzione per essere provata richiederebbe di disporre degli output completi dei modelli in questione.
    Circa poi i campi di pressione, è ovvio che i GCM li descrivono e li prevedono. Tuttavia un conto è prevedere e altro conto è avere skill nella previsione. In proposito penso che ci accorgeremo dell’avvento di una reale capacità previsionale di tali modelli quando leggeremo sui giornali una previsione del tipo “nel 2011 avverrà un cambiamento di fase di NAO: prepariamoci ad un inverno gelido in Europa”.

    Post a Reply
  5. @ Mariani

    Siamo sicuri che i GCM non riescano a mettere in luce i pattern di circolazione atmosferica e oceanica? In fondo generalmente viene sempre presentato come output di questi solo il campo termico per evidenziare il trend delle temperature globali: forse riescono anche ad evidenziare il campo di pressione visto che le equazioni che li compongono sono praticamente le stesse di quelle dei modelli meteorologico (i quali calcolano appunto il campo di pressione) con l’unica differenza nel metodo di risoluzione e analisi dei risultati, tipicamente mediati nelle traiettorie di stato del relativo attrattore.

    Post a Reply
    • …?

    • Un fattore positivo c’è. Hanno definito climatologi e non scettici i protagonisti delle ultime tre righe. Chissà magari qualcuno pensa ad un’exit strategy. 🙂
      gg

  6. Ancora più complesso ed ancora più affascinante è lo studio delle teleconnessioni del VP stratosferico con la circolazione troposferica, nelle due direzioni, di innesco degli eventi di SSW e di successive ripercussioni verso il basso. Ne abbiamo parlato a lungo l’anno scorso con gli articoli sullo Stratwarming di febbraio.
    gg

    Post a Reply
  7. La scelta del 1998 come anno di termine della fase di GW iniziata nel 1977 è stata da me effettuata su base strettamente fenomenologica (osservazione dei diagrammi delle temperature globali provenienti da più fonti). Qualcosa inizia in quell’anno è guarda a caso è lì che PDO entra per la prima volta in campo decisamente negativo dopo l’ingresso in fase positiva avvenuto nel 1977, con l’inizio della fase di GW in questione.
    A seguire viene l’AMO e ora attendiamo un più deciso cambio di fase di NAO con passaggio alla fase negativa. Chi detta le regole di questo gioco è il grande vortice polare (PV) dietro il quale si nasconde il sole e forse anche l’uomo…. ma per esprimere giudizi sui pesi relativi bisognerebbe capire meglio il meccanismo.

    Post a Reply
    • Per la verità i critici fanno notare che il 1998 è stato un’anno caratterizzato da un el-nino record, per questo il trend degli anni seguenti appare in declino.
      L’influenza degli altri cicli oceanici è dubbia e a volte rigettata dalle simulazioni.

    • Prima questione: Qui non è un problema di “critici”, è un problema di dati. Dopo il 1998 (che possiamo se vogliamo trascurare), le temperature globali ricavate dalle fonti che ho indicato in una mia precedente mail sono improntate alla stazionarietà, che diviene lieve declino dopo il 2003.
      Seconda questione: “L’influenza degli altri cicli oceanici è dubbia e a volte rigettata dalle simulazioni.”. Rispetto all’obiezione da lei abbozzata posso dirle che semplici equazioni di regressione multipla basate su indici atmosferici (PDO, NAO) o oceanici (AMO) si dimostrano assai più performanti rispetto ai migliori modelli oggi sul mercato nel descrivere l’andamento delle temperature di superficie nel 20° secolo.
      Questo è per lo meno quanto ho potuto verificare per le alte latitudini del nostro emisfero in un lavoro di confronto che ho condotto alcuni mesi orsono.
      In altri termini se i modelli riuscissero a render ragione in modo realistico delle ciclicità atmosferiche e oceaniche (che sono poi legate al comportamento del grande vortice polare) avvenute nel 20° secolo farebbero una figura assi migliore di quella che fanno oggi (nel caso dell’artico i migliori AOGCM oggi sulla piazza non sono assolutamente in grado di simulare il riscaldamento enorme che ha avuto luogo negli anni 30 del 900, come attesta ad esempio l’articolo Gillett N.P., Stone D.A., Stott, Nozawa T., Karpechko A.Y., Heger G.C., Wehner M.F. Jones P.D., 2008. Attribution of polar warming to human influence, Nature Geoscience 1, 750 – 754 (2008)).

    • Non sapevo della regressione multipla come buon metodo di analisi. Comunque anche se i modelli non sono in grado di simulare correttamente le teleconnessioni mi sento di poter dire che queste vengono inserite come input nelle simulazioni di cui le parlavo per attestarne il peso nel riscaldamento globale.

    • Si, certo, avevo capito perfettamente il punto di riferimento del 98 e volevo solo focalizzare l’attenzione sui cicli oceanici e il minimo solare. Infatti gli elementi che mi fanno suonare molto meglio l’eventuale cambio proprio in questi ultimi anni sono:

      – i cambi di trend oceanico e delle anomalie globali e’ sempre avvenuto nelle vicinanze di un minimo solare (e qui trovo fantastica la teoria illustrata da Scafetta all’EPO che andra’ approfondita molto bene)e ho ricordato 1878, 1910-12, 1944 e 1976. Il minimo e’ cominciato nel 2008.
      – e’ vero che il primo affondo serio di PDO e’ avvenuto nel 99-01 ma la AMO e’ continuata nel suo trend ascendente almeno fino al 2003-05
      – se si guarda ai dati delle anomalie globali smussandoli per mediarli su qualche mese allora troviamo che il Top del GW e’ avvenuto proprio tra il 2003 e 4: http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/files/had-annual-27-3-09.JPG (da http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/2009/03/27/sta-calando-il-gw/)

      – il 98 e’ stato un evento clamoroso e rarissimo e quindi e’ inopportuno prenderne i valori massimi come riferimento. Anche ora stiamo avendo degli acuti notevolissimi per uno strano Nino prematuro ma senza forza (PDO negativa) ma i valori massimi attuali andranno visti nella loro media e andamento smussato.

      Vedremo che succedera’ !

      Mi scuso perche’ avevo indirizzato il post a Guido Guidi erroneamente.

    • Caro Patrignani,
      grazie per le puntualizzazioni e per la mesa a punto delle tempistiche, che condivido.
      Da parte mia continuo a chiedermi se il fin qui scarso potere descrittivo e predittivo degli AOGCM nei confronti degli indici circolatori atmosferici (PDO, NAO, ecc.) non sia per caso espressione della persistente mancanza in tali modelli di un modello generale del grande vortice polare (di cui gli indici circolatori atmosferici e oceanici non sono altro che descrittori “locali”). E il modello generale di vortice polare non può essere inserito nei modelli semplicemente perché non esiste, fatto questo assai ben espresso dal dr. Tennekes, già direttore di ricerca al servizio meteo olandese, nel suo articolo “A Personal Call For Modesty, Integrity, and Balance”, disponibile all’indirizzo http://ruby.fgcu.edu/courses/twimberley/EnviroPhilo/GlobalWarmingHendrickTennekesIPCC07RptResponse.pdf

    • Ha qualche riferimento bibliografico sui meccanismi che legherebbero il vortice polare con le altre teleconnessioni, atmosferiche e oceaniche ?
      Quello delle teleconnessioni è infatti un argomento poco ‘sistematizzato’ ad una prima ricerca in rete.

    • Caro Galati,
      scorrendo testi canonici di meteorologia dinamica quali il Pettersen (anni 50), il Palmen & Newton (anni 60), il Bluestein (anni 90) o il più recente Holton (2004) si osserva che più che al Vortice Polare (PV) è frequente trovare riferimenti al fronte polare ovvero agli “annular modes”.
      Più attento al concetto di PV è il testo Synoptic and dynamic meteorology di Barry e Carleton che le consiglio di consultare qualora sia interessato al tema della climatologia dinamica e degli indici circolatori (personalmente rifuggo dal termine teleconnection poichè lo ritengo ambiguo).
      Le segnalo anche che per cogliere la struttura del PV e la sua “dendritica” complessità è sufficiente guardare, utilizzando uno dei tanti siti internet specializzati (io di solito faccio ricorso a quello della Wyoming University), una topografia del livello di pressione di 500 hPa in una mappa che abbia al centro uno dei due poli (è meglio partire dalla 500 hPa perché se si inizia dalla carta al suolo è facile scoraggiarsi per l’eccessiva complessità).
      Guardando mappe di questo tipo si coglie con immediatezza il fatto che NAO è un descrittore dell’attività del PV per l’area euro-atlantica ed analogamente PDO per quella del Pacifico Est.

      Poco so invece in tema di rapporto fra PV e indici oceanici: posso solo dirle che il PV (da leggere come struttura tridimensionale il cui margine è segnato in quota dalla presenza del getto polare) “guida” le traiettorie delle perturbazioni le quali cedono energia alle correnti oceaniche (es: corrente del golfo) le quali a loro volta mantengono attiva la grande circolazione termoalina nordtlantica.

      Luigi Mariani

    • Caro Mariani, troppe cose sono ancora da conoscere bene e correlare in ottica di modellazione, il VP che menzionavi e certamente il Sole e i suoi influssi su vari livelli (cosmic ray, vento solare, meccanismi magnetici di lungo termine ecc.. ecc..) sono solo degli esempi.

      Con i dati non troppo affidabili della reanalisi NOAA è possibile osservare la complessità del comportamento del VP e del suo FP nel tempo almeno in modo generale. Le possibili interazioni (sole, oceani, piogge tropicali, vulcani ecc..) sono innumerevoli e difficili da estrapolare e accertare.

      Ho postato una breve analisi dell’andamento delle differenze di GPT tra sub-tropici e zona polare e le relazioni con i venti zonali e gli indici oceanici e polari. Spero possa essere utile, non tanto a Lei, ma a chi si voglia interessare di VP con una prima analisi generale climatica degli ultimi 50: http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/2009/09/19/vortice-polare-gli-ultimi-50-anni/

  8. “L’attuale minimo solare “potrebbe” essere il “segnale” del cambio visto che anche i precedenti cambi di trend di medio periodo avvennero tutti intorno a minimi solari (1878, 1910-12, 1944, 1976)”

    …. a distanza di 3 cicli l’uno dall’altro !

    Post a Reply
    • Vedremo Alessandro, vedremo.
      gg

  9. @Guidi

    “cioè che il cosiddetto global warming, che come noto ha avuto fine nel 1998,”

    Il 98 ha portato un climate step non indifferente su ampie zone oceaniche (IPWP http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/2009/08/07/il-nino-lipwp-e-la-troposfera/), nord emisfero (http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/2009/09/08/terre-e-troposfera-dellemisfero-nord-parte-1/) e artico come minimo (http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/2009/09/17/linfluenza-dellenso-sui-poli/ e http://globalwarming.blog.meteogiornale.it/2008/12/15/il-nino-199798-e-i-ghiacci-artici/), quindi mi sento di farti un appunto riguardo la data del 98.

    Nel 98 non e’ finito il GW, probabilmente è finito tra 2003 e 2005 con quello che “sembra” essere l’avviato declino AMO e il cambio di PDO.

    L’attuale minimo solare “potrebbe” essere il “segnale” del cambio visto che anche i precedenti cambi di trend di medio periodo avvennero tutti intorno a minimi solari (1878, 1910-12, 1944, 1976) ! 😉

    Post a Reply
  10. Comunque riguardo al primo punto di un intervento precedente:

    1. la fascia intertropicale tenderebbe a riscaldarsi durante i periodi a flusso zonale debole mente quella artica (in particolare l’emisfero boreale) durante i periodi a flusso zonale forte

    questo confermerebbe il riscaldamento dell’equatore e tropici al diminuire del gradiente termico latitudinale ovvero quindi con flusso zonale debole.

    Post a Reply
  11. Ho letto il commento del professor Mazzarella e debbo dire che l’indice zonale da lui richiamato conferma le mie valutazioni. Mazzarella usa lo ZI (differenza di pressione fra 35 e 55 N). Se si prende allora la figura 2 del suo lavoro si nota che le fasi con temperature più basse alle latitudini medio-alte del nostro emisfero sono anche le le fasi con ZI basso mentre al contrario quelle con con temperature più alte sono anche quelle con ZI alto. Ciò conferma la mia considerazione secondo cui le fasi a indice zonale forte (circolazione occidentale intensa) sono anche fasi in cui le latitudini medio-alte si riscaldano perchè viene accentuato il trasporto sud – nord.
    Circa l’uso degli indici zonali vorrei tuttavia invitare alla prudenza. Infatti se tali indici (che di norma non solo altro che differenze di pressione fra una stazione a bassa latitudine e una ad alta e fra questi ci metto anche NAO e PDO) vanno benissimo per evidenziare le relazioni sole-terra come bene ha fatto il professor Mazzarella, essi non possono invece rendere conto in modo esauriente di alcune particolarità delle correnti occidentali che sono di grande importanza per il nostro clima. Ciò perchè tali indici esprimono solo la componente Ovest-Est e Est-Ovest della circolazione mentre per una visione complessiva occorre cogliere anche le altre componenti (e ciò perchè le westerlies sono in genere più o meno ondulate).
    Facciamo il caso dell’Europa: la componente meridionale è una componente caratteristica delle correnti occidentali sull’Europa in virtù dell’interazione di tali correnti con le Montagne Rocciose, a seguito della quale, per un meccanismo in cui sono implicati il principio di conservazione della vorticità potenziale e la variazione latitudinale del fattore f di Coriolis, si crea un’onda che apporta verso l’Europa aria tropicale dall’Atlantico meridionale (Su tale aspetto esistono un paio di lavori di Seager, uno dei quali pubblicato sul Quarterly Journal della Royal Meteorological Society).
    All’ondulazione prodotta dalle Montane Rocciose si devono:
    1. il fatto che, a parità di latitudine, il clima europeo sia più mite di quello della costa orientale americana.
    2. ondate di caldo come quella del 2003, verificatesi in virtù della lunga persistenza di una tale ondulazione.
    Di ciò non potrà mai render conto un indice zonale ed è proprio per superare una tale limitazione che si introdotti altri indici (es: indice EAWR East Atlantic West Russia) che descrivono la componente nord – sud. Ed è per la stessa ragione che Jenkinson e Collison dell’UK Metoffice sfornarono negli anni 60 una serie di indici che sono noti nel mondo della climatologia dinamica e che descrivono le diverse componenti del moto a partire da dati su grigliato.

    Luigi Mariani

    Post a Reply
  12. @ Guidi et al.

    E’ molto probabile che a seguito di una fase iniziale per così dire transitoria in cui sono i poli a riscaldarsi seguirà una fase in cui anche la zona equatoriale si riscalderà al diminuire del gradiente termico tra equatore e poli e quindi al trasporto di calore verso quest’ultimi. Mi sembra ragionevole.

    Post a Reply
    • Gentile Luca Galati, la sua ipotesi mi pare del tutto ragionevole.

      Vorrei tuttavia complicarla un attimino riportandola nel quadro della seguente ipotesi che potrebbe spiegare ciò a cui stiamo assistendo. L’ipotesi è quella secondo cui nella circolazione generale vi sarebbero due regimi fondamentali, uno a flusso zonale forte (del tipo di quello attuale) in cui sarebbe molto favorito lo scambio di energia fra equatore e poli ed uno a flusso zonale debole in cui la circolazione sarebbe soggetta a forti ondulazioni e lo scambio energetico equatore – poli sarebbe sfavorito.
      Tale ipotesi a 2 regimi, se verificata, potrebbe portare alle seguenti conseguenze:
      1. la fascia intertropicale tenderebbe a riscaldarsi durante i periodi a flusso zonale debole mente quella artica (in particolare l’emisfero boreale) durante i periodi a flusso zonale forte

      2. guardando al 20° secolo il regime a flusso zonale forte dovrebe aver dominato nelle fasi di più intenso riscaldamento e cioè negli anni 20-30 e negli anni 80-90 ed il regime a flusso zonale debole nei periodi rimanenti.

      Su tale ipotesi circolatoria, per me molto interessante, sarebbe quantomai utile condurre ricerche approfondite a livello di climatologia dinamica, cosa che oggi si fa sempre meno (al massimo si ragiona un po’ sugli annular modes usando indici “poveri” tipo Nao e Pdo).

      Luigi Mariani

      PS: Dell’ipotesi dei due regimi si trova traccia nei lavori di Lamb, nel modello di Charney e deVore (1979) e nello stesso Holton (pag 349-251 dell’dizione 2004).

    • Mi scusi, ma non dovrebbe esserci maggior riscaldamento ai poli con scambi meridiani piuttosto che con flusso zonale intenso o anche debole?

    • Il regime a flusso zonale forte è quello più efficace in termini di scambi latitudinali (credo, ma qui sentirei volentieri il parere di chi ne sa più di me, perché garantisce la maggior presenza di strutture come le onde di Bjerknes responsabili degli scambi di energia da sud a nord). Al contrario con regime zonale debole, in cui dominano strutture di blocco, gli scambi energetici fra medie e alte latitudini sono più inefficienti.
      Per accorgersi di questo fatto che a prima vista può apparire contro-intuitivo, basta vedere come le temperature alle latitudini medio – alte dell’emisfero Nord sono immediatamente aumentate a seguito dell’instaurarsi di una fase a flusso zonale forte fra la fine degli anni 70 (per l’area pacifica) e la fine degli anni 80 (per l’area atlantica).

    • Il dubbio veniva dal fatto che negli ultimi 10 anni gli scambi meridiani sono stati preponderanti rispetto al flusso zonale intenso ad abbiamo assistito a diverse estati torride, come 2003 e 2009, ed anche anni senza inverni come nel 2006 almeno da noi.
      Se Guidi ci dice qualcosa…

    • A questo link http://www.climatemonitor.it/?p=1979, c’è un lavoro del Prof. Mazzarella, in cui, tra le altre cose, ci sono anche delle valutazioni sul comportamento dell’indice di zonalità nel secolo scorso. In realtà le sue considerazioni sono diverse da quelle del commento di Luigi, il discorso però, essendo riferito alle SST si complica parecchio.
      gg

  13. @ Mariani

    professore ne approfitto per chiederle un commento a Santer 2008

    https://publicaffairs.llnl.gov/news/news_releases/2008/NR-08-10-05-article.pdf

    Commentato così da me

    “Santer dà un colpo al cerchio e uno alla botte, per dire che le differenze tra i modelli e le osservazioni (nei tropici) non sono marcate come affermato da Douglass 2007 dice :

    – che le temperature satellitari della alta media troposefra sono sottostimate per un errore
    -che le temperature superficiali siano al contrario sovrastimate sempre per un errore
    (allora hanno ragione gouretesky 2007 e michael s 2007 ad affermare che il riscaldamento globale reale è stato inferiore a quello stimato. Inferiore non inesistente)

    Non mancano nemmeno le critiche a Santer 2008
    http://www.climateaudit.org/?p=4101
    ma non sono peer review.

    Di fatto con la ricostruzione delle temperature di Santer i modelli si avvicinano alle osservazioni ma non sono così vicini come con Scafetta EPA 2009 perchè come dice Lindzen ( forse impropriamente) le hot spot in alta troposfera nessuno ancora le ha mai viste”

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  14. Che la fase di global warming iniziatasi negli anni ’70 abbia avuto fine nel 1998 è un dato di fatto e non si tratta in alcun modo di “parole in libertà“.
    Tale dato di fatto è attestato non tanto dalle “riviste serie” quanto da serie storiche indipendenti frutto di monitoraggio al suolo o da remoto, serie storiche che ovviamente potrebbero essere oggetto di pubblicazione su “riviste serie” qualora i proprietari di tali serie storiche si decidessero a farlo (e non è detto che questo non stia avvenendo perché non ho sotto controllo tutta la bibliografia sull’argomento, che è sterminata).
    Comunque, riviste a parte, le serie storiche in questione sono prodotte da enti ufficiali, sono disponibili online e qui di seguito ne riporto un elenco:

    1) dataset globale di stazioni al suolo del Hadley Centre (UK) i cui dati sono reperibili al sito http://hadobs.metoffice.com/hadcrut3/diagnostics/global/nh+sh/monthly
    2) dataset globale di misure da sensore satellitare MSU – UAH della Università dell’Alabama – Huntsille i cui dati sono reperibili al sito http://vortex.nsstc.uah.edu/data/msu/t2lt/uahncdc.lt
    3) dataset globale di stazioni al suolo del National ClimateData Centre degli Stati Uniti i cui dati sono reperibili al sito http://www.ncdc.noaa.gov/oa/climate/research/anomalies/index.php#anomalies
    4) dataset globale di stazioni al suolo del Goddard Institute for Space Studies (GISS) della Columbia University i cui dati sono reperibili al sito http://data.giss.nasa.gov/gistemp/tabledata/GLB.Ts+dSST.txt

    Per un miglior fruizione di tali dati, segnalo che gli elaborati grafici di sintesi relativi agli stessi sono visibili ad esempio al sito http://www.climate4you.com del professor Ole Humlun dell’università di Oslo, alla voce di menu “global temperatures”.

    Concludo segnalando che la stazionarietà delle temperature nella fascia tropicale dal 1983 (anno da cui inizia la serie) ad oggi è evidenziata fra l’altro dalle stesse serie MSU – UAH sopra citate, nelle loro analisi relative alla fascia fra 20°N e 20°S.

    Luigi Mariani

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  15. No, Se mi da qualche link la ringrazio. Saluti

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    • Guardi, basta che legga i miei articoli di enviroeco, in particolare quelli legati all’Africa (lì trova anche i link). Al di là di questo, comunque è un leit motiv di questi anni, i paesi in via di sviluppo lamentano proprio le misure che andrebbero a impattare sui loro PIL per l’inquinamento massimamente prodotto dai paesi occidentali. Così come, d’altro canto, lamentano che per colpe non loro debbano pagare gli effetti nefasti (?) del GW. E nei miei articoli trova anche i link per questo.

      Mi sembra strano che lei non ne abbia sentito parlare (visto che è uno degli argomenti più dibattuti da WWF, IPPC, GreenPeace e compagnia bella), non vorrei che la sua fosse una posizione capziosa nei confronti di qualsiasi cosa si dica in questo sito…

      CG

  16. Interessante
    Ma la sua opinione che “il cosiddetto global warming, come noto ha avuto fine nel 1998” è stata da Lei o da altri pubblicata su qualche rivista seria, o sono opinioni in libertà come io posso dire che la Seconda Repubblica è finita ieri?

    E poi non ho mai sentito dire che i paesi tropicali in via di sviluppo sarebbero rovinati dal global warming provocato dai paesi ricchi. Se si parla seriamente la questione è: Lei è in grado di escludere che avranno impatti significativi dal global warming? Se puo’ escluderlo, ha pubblicato queste sua tesi ?
    Infine, anche se fosse vero (io dubito) quanto lei dice sulle temperature, non c’è solo la temperatura, ma il sea level, le precipitazioni ecc.
    Ragionare solo sulla temperatura non ha molto senso.
    Se vuole salvarsi la coscienza come membro dei paesi ricchi, almeno usi argomenti che stanno in piedi.

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    • Sta scherzando, vero?

      E poi non ho mai sentito dire che i paesi tropicali in via di sviluppo sarebbero rovinati dal global warming provocato dai paesi ricchi.

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  1. Climatemonitor - [...] Il profilo altitudinale del gradiente pseudo-adiabatico è tale per cui, a fronte di un riscaldamento x in superficie si…

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