Uno su mille ce la fa

Soltanto domenica scorsa, abbiamo pubblicato un post con un breve commento ad un paper di recente pubblicazione su Nature Climate Change, ora consultabile attraverso il servizio sharedIt:

Assessing temperature pattern projections made in 1989

Diversamente dal titolo e dall’abstract, il paper, scritto da uno dei primi realizzatori di un modello climatico, pare sia interpretabile come ‘la rivincita dei modelli‘. Questa qui sotto è l’headline che lo ha accompagnato sui media nei giorni in cui, come succede a molte notizie, gli ‘spuntavano le gambe’.

L’avevo vista circolare su twitter, senza farci troppo caso, poi ha attirato meglio la mia attenzione perché è stata ripresa da Scott Adams, l’autore della striscia Dilibert, che ultimamente si diverte alquanto a ironizzare su tema del clima che cambia, non perdendo occasione di lanciare provocazioni al mondo dei salva-mondo.

Questa volta Adams presenta un trucco, una scommessa basata sul meccanismo di phishing della promozione finanziaria online. Una cosa semplice, sparare prima migliaia di mail contenenti diverse possibilità di investimento e relative previsioni ad ampio spettro; poi restringere il campo della seconda ondata di tentativi di adescamento ai soli destinatari che hanno ricevuto – per caso – delle proposte il cui rendimento è stato positivo e ben previsto, facendo un altra serie di proposte ad ampio spettro; poi ancora scrivere solo a quelli che hanno ricevuto anche la seconda volta dei buoni suggerimenti; il campo dei potenziali investitori si restringe, è vero, ma chi non sarebbe tentato di dar retta a qualcuno che per tre volte propone e realizza dei buoni investimenti? Nessuno può sapere che questo è avvenuto per caso o, semplicemente, perché le proposte iniziali contenevano tutte le soluzioni possibili e a qualcun sarebbe andato bene comunque. Di qui la toccata all’esca e, di qui, la scommessa di Adams: 1 dollaro contro 1 mln di dollari che sarebbe capace di realizzare un modello climatico in grado di prevedere con efficacia quello che succederà tra trentanni.

Come vincerla? Semplicemente sparando modelli che abbracciano tutto lo spettro delle possibili soluzioni, naturalmente in termini di temperatura che sale, scende o si ferma, con la certezza che uno di questi centrerà l’obbiettivo.

Così, per vendicare i modelli climatici, ecco che ne spunta fuori uno che trenta anni fa pare avesse imboccato la strada giusta, come ci spiega l’autore del paper e realizzatore del modello in questione.

In questa simulazione ‘fedele’, in cui si riconoscono alcuni dei pattern che le temperature hanno avuto in questo periodo, i valori di sensibilità climatica – reazione della temperatura media superficiale all’aumento della concentrazione di CO2 – sono simili a quelli impiegati dai modelli dell’IPCC di gran lunga più recenti (e, sin qui, anche molto ma molto meno performanti); il mondo però, funziona totalmente a CO2, perché il modello non tiene conto di forcing radiativi derivanti da altri fattori endogeni come vulcani, uso del suolo etc.

Quindi, a quanto pare, uno su mille ce la fa. Ma a fare cosa? A prevedere, stando agli ultimi trenta anni di clima e di simulazioni, che nonostante la temperatura sia aumentata come da previsioni (il forcing da CO2 utilizzato è di 1 ppmv all’anno circa), il mondo è più verde, nessuno è affogato, nessun evento è divenuto più intenso etc etc. Del resto, il punto è proprio questo: l’incertezza nella sensibilità climatica porta per i valori più bassi come quelli previsti da questo modello e sin qui osservati ad un mondo ben lungi dall’essere sull’orlo della catastrofe, anzi, per certi aspetti migliore, mentre per i valori più alti, né previsti né verificatisi, al disastro totale.

Ergo, se questo modello funziona vuol dire che non siamo sull’orlo del disastro e tutti gli altri modelli che invece dicono il contrario sono da buttare. Più che una rivincita mi sembra una disfatta, vista la quantità enorme di risorse investita per prevedere qualcosa che non avverrà… Del resto, la stessa head line parla chiaro nell’occhiello:

Gli scettici hanno lungamente deriso i modelli climatici, ma uno fatto negli anni ’80 si è dimostrato molto profetico.

Tutti gli altri sono venditori di bufale. Evviva.

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Author: Guido Guidi

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10 Comments

  1. Questa storia mi fa venire in mente una frase di Vujadin Boskov quando era allenatore della Sampdoria campione d’Italia: “Sampdoria può vincere, pareggiare o perdere”……..

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  2. Lo dicevo io che questi si giocano la tripla, come Boskov.
    “Sampdoria può vincere, pareggiare o perdere”
    e dopo si possono vantare che uno dei profeti ci aveva azzeccato 😀

    Del resto ero ancora piccolo quando vidi un telefilm in cui si raccontava il caso di uno che riceveva lettere che azzeccavano pronostici.
    Ne ricevette cinque o sei.
    Non ricordo come andò a finire, ma la truffa era quella, mandare lettere a tante persone, e poi restringersi a quelli dove il pronostico era andato bene.
    Insomma, la truffa è molto, molto vecchia, questo voglio dire.

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  3. Suggerisco anche i 15 (14?) punti di Adams, sul come e perché “la scienza” deve convincere gli scettici sul cambiamento climatico. Assolutamente tutti emblematici di cosa c’è che non funziona, in questo dibattito.

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  4. L’esempio di Scott Adams è spiegato in modo completo e divertente nel libro di Rolf Dobelli:
    “L’arte di pensare chiaro (e di lasciare agli altri le idee confuse)”

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  5. Uno su mille ce la faaa, dice la canzone, eh eh eh, 🙂

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  6. Ho dato un’occhiata all’articolo segnalato da G. Guidi e, incuriosito, ho cercato anche l’articolo con cui venivano comunicati i risultati del modello originario:
    http://journals.ametsoc.org/doi/pdf/10.1175/1520-0442(1991)004%3C0785%3ATROACO%3E2.0.CO%3B2
    .
    L’articolo del 1990 è piuttosto lungo e complesso ed il suo contenuto non poteva essere metabolizzato nel poco tempo che gli ho dedicato, ma mi è sembrato di capire che la sensibilità climatica all’equilibrio che scaturisce dall’output del modello è di 4°C, cioè più alta di quella centrale dell’ultimo rapporto IPCC che è pari a 3°C (1,5°C e 4,5°C sono gli estremi della forchetta). Diciamo che il modello genera una sensibilità climatica appartenente alla “fascia alta” e non a quella bassa.
    Quando si parla di “rivincita dei modelli”, pertanto, non si va molto lontano dalla realtà: se il modello è riuscito a prevedere le temperature attuali significa che la sensibilità climatica all’equilibrio è alta e, quindi, gli allarmi sono fondati. Oggi stiamo ancora benino, ma in futuro le cose andranno male, molto male: nel 2090 le temperature saranno di oltre 3,5°C maggiori di quelle del 1990 ed il contenuto di calore degli oceani sarà tale da determinare, solo come contributo sterico, un aumento del livello del mare di quasi 2 metri. Molto peggio di quanto prevedano i report IPCC.
    .
    Il modello è, però, piuttosto rozzo, come ci dicono gli stessi autori, in quanto non prevede una serie di variabili come il contributo solare, quelli vulcanici, gli aerosol e diverse altre cose che non sto qui a precisare.
    Il confronto tra le temperature previste e quelle misurate (HadCRUT4) dimostra, inoltre, una corrispondenza solo qualitativa, per cui ciò che vale sono i pattern. Diciamo che il modello di Manabe et al., 1989 è riuscito, pur nella sua grossolanità, a individuare le tendenze di fondo di un sistema climatico simile a quello terrestre soggetto al forcing radiativo della CO2 e senza tener conto di tutte le variabili in campo. Secondo me hanno ragione ad essere contenti delle performance della loro creatura.
    Diciamo che quello che stiamo commentando, è un punto a favore di coloro che sostengono che i modelli riescono a catturare l’evoluzione del clima. Succederà anche per il futuro? Non lo so, mi auguro di no.
    Ciao, Donato.

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    • Donato, grazie di aver stemperato il mio confirmation bias. CM è ricerca, non nell’accezione tecnica del termine per quel che mi riguarda, mentre lo è per molti di quelli che vi contribuiscono. Ma nel mio cercare capita di incontrare menti aperte e approcci cristallini come quelli di questo commento, che vale il prezzo di oltre dieci anni di insonnia.
      gg

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    • Donato, tu sai che io non sono in grado di andare a leggere e capire i dettagli. Per questo ti chiedo solo se ho capito una cosa, a grandi linee: il modello azzecca i pattern, ma non quantitativamente? Cioè, la notiziona è che dopo trent’anni il migliore dei modelli possibili non è stato comunque in grado di fare una previsione quantitativa?

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  7. @ Fabrizio Giudici
    Fabrizio ti rispondo qui per evitare i soliti problemi di indentatura.
    Il discorso è piuttosto articolato e complesso. Nella versione originaria dell’articolo (1990) gli autori riportano un bel diagramma in cui individuano delle isoterme relative al raddoppio della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, ipotizzando un incremento di concentrazione dell’1% annuo. In tale ipotesi il raddoppio della concentrazione si sarebbe verificato dopo 100 anni (1% annuo per 100 anni è pari proprio al 100%). I valori di temperatura indicati nel diagramma, pertanto si riferiscono a 100 anni a far data dal 1990, ovvero al 2090. Non fu riportata alcuna indicazione relativamente a ciò che sarebbe accaduto nel periodo intermedio. Da tale diagramma risulta un’anomalia termica di superficie a 100 anni dal 1990 che raggiunge i 5°C al polo nord dove è massima, di 2°C nelle zone equatoriali e dell’emisfero sud e di circa 1°C nelle aree del polo australe.
    La media dei valori anzidetti porta a stimare la sensibilità climatica all’equilibrio in circa 4°C.
    .
    Il confronto è stato fatto con le temperature misurate a circa 25 anni dal 1990 e, ovviamente, non può essere fatto quantitativamente in quanto bisognerebbe confrontare temperature misurate a 25 anni dal 1990 con temperature previste a 100 anni dal 1990. Le temperature rilevate, difatti, risultano inferiori di un fattore pari a circa 5 rispetto a quelle previste per il 2090 . Ciò è quanto scrivono gli autori, ma a me sembra che il fattore si aggiri intorno a 4 (si tratta di dettagli, però) . Stiamo confrontando, pertanto anomalie diversissime. Per questo motivo non possiamo fare alcun confronto quantitativo in quanto non abbiamo temperature previste ad oggi da confrontare con temperature misurate oggi (ove con temperature si intendono le anomalie).
    .
    Ciò che emerge dal confronto è che le aree che secondo il modello dovevano scaldarsi di più, si sono scaldate di più e quelle che dovevano scaldarsi di meno si sono scaldate di meno: il modello ha catturato la tendenza, ma nulla possiamo dire circa la quantità. Questo è il motivo per cui gli autori si riferiscono al confronto tra il loro modello e la realtà con l’aggettivo qualitativo. Per avere un confronto quantitativo tra previsioni e misurazioni, dobbiamo aspettare il 2090, ma non credo che saremo noi a giudicare se le previsioni si verificheranno o meno. 🙂
    .
    Fabrizio, come vedi non vi è nulla di nuovo sotto il sole: continuiamo a girare in tondo senza arrivare ad una conclusione certa per il semplice motivo che non abbiamo dati previsionali da confrontare con le misurazioni. Possiamo azzardare solo un confronto quantitativo con riferimento al diagramma della figura 8 dell’articolo del 1990. A trenta anni l’integrale delle temperature medie globali segna un’anomalia di circa 0,8°C. Rispetto al periodo 1961/1990 le temperature attuali sono di circa 0,8°C più alte. Qui entriamo, però, nella polemica spicciola circa il fatto che il periodo di riferimento è stato uno dei più freddi del secolo, che la temperatura globale media è o non è l’integrale del sistema e chi più ne ha, più ne metta.
    .
    Alla fine restiamo con tantissimi dubbi ed una certezza. I dubbi è inutile elencarli in quanto sono quelli che ci rendono scettici, la certezza è che la distribuzione attuale delle temperature superficiali terrestri e delle temperature oceaniche nello strato 0-2000 m, è simile a quella che il modello prevede per il 2090. Tale similitudine si manterrà anche nei prossimi decenni fino al 2090 o cambierà? Ai posteri l’ardua sentenza. 🙂
    Ciao, Donato.

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  8. Nel luglio 2016 il Dr Patrick Frank, un professore di chimica di Stanford in pensione, ha tenuto una splendida conferenza dedicata anche al reale significato della bande di incertezza usualmente disegnate sulle proiezioni di temperatura dei modelli climatici.

    Ne raccomando (mi permetto di aggiungere: fortemente) la visione:

    https://youtu.be/THg6vGGRpvA

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