Quando la divulgazione scientifica fa cilecca

Qualche giorno fa L. Mariani e G. Guidi hanno pubblicato un post in cui si analizzava il bias che caratterizza alcune pubblicazioni scientifiche in materia di cambiamento climatico. Senza aver ancora digerito integralmente l’articolo, ecco che mi capita un caso da manuale che avvalora il senso di quanto scritto nel post e che lascia molto perplessi.

Leggo “Le Scienze” da decenni e la rivista rappresenta la mia principale fonte di aggiornamento in campo scientifico (ad eccezione delle questioni climatiche, però). Ricevo regolarmente le news della rivista e, stasera, ho letto i titoli dell’ultima rassegna che mi è stata recapitata. Un titolo mi ha colpito in modo particolare:

Il clima che cambia e il declino delle farfalle monarca

Mi sono sempre interessato alle vicende di questo lepidottero in quanto impressionato dalla lunghissima migrazione che milioni di essi compiono per recarsi dal Messico agli USA ed al Canada e per far ritorno in Messico. Queste farfalle si muovono formando sciami enormi e cibandosi di un’euforbia particolare. Secondo i conservazionisti la causa del declino della specie, è da attribuirsi alla quasi scomparsa di questa pianta. L’euforbia da cui trae nutrimento la farfalla monarca, è in declino, infatti, a causa dei diserbanti non selettivi utilizzati per combattere le infestanti del grano.

Incuriosito dal titolo vado a cercare l’articolo da cui è stato tratta la notizia di “Le Scienze”.

Si tratta di un  articolo scritto da D. N. Zaya, I. S. Pearse e G. Spyreas e pubblicato sulla rivista BioScience. Esso è a pagamento, per cui mi sono limitato a leggere l’abstract liberamente accessibile. Né nel titolo, né nell’abstract si fa cenno al cambiamento climatico, per cui la mia curiosità cresce ancora di più. Sono ormai abituato a titoli ed abstract che fanno riferimento al cambiamento climatico anche quando nell’articolo di esso non si parla o se ne parla di sfuggita, ma mai mi era capitato il contrario. Avendo “Le Scienze” deciso di sottolineare questo aspetto dell’articolo, doveva risultare chiaramente un legame tra cambiamento climatico e declino della farfalla monarca, mi sono detto.

Mi metto, quindi, alla ricerca di qualcosa di più ed approdo a Science Daily che fornisce un ampio resoconto dell’articolo originario con tanto di intervista agli autori. Leggo il resoconto che aggiunge diversi particolari a quello che è scritto nell’abstract e  scopro che il declino della farfalla monarca non deve essere imputato solo alla riduzione dell’euforbia da cui essa trae nutrimento, in quanto ciò non spiega il modo peculiare in cui avviene la variazione numerica della farfalla.

Per comprendere bene il pensiero degli autori, bisogna dare uno sguardo al ciclo riproduttivo dei lepidotteri di cui ci stiamo occupando. Gli adulti che vivono nel Messico, in primavera si spostano verso le latitudini settentrionali fino a raggiungere i luoghi di riproduzione. Dopo la riproduzione la farfalla monarca adulta muore. I piccoli, allo stadio di bruco, si nutrono delle piante di euforbia e su di esse completano il proprio ciclo di sviluppo. Dopo lo sfarfallamento e dopo aver raggiunto lo stadio di adulto, le farfalle monarca ritornano in Messico, Secondo gli autori dello studio se è vero che la riduzione delle euforbie in aree agricole è stata enorme, circa il 95% in meno rispetto agli anni ’90 dello scorso secolo, è anche vero che esistono abbondanti riserve di euforbia nelle aree naturali in cui le farfalle monarca si riproducono. Detto in altri termini il declino delle euforbie non è in grado di spiegare completamente quello delle farfalle.

Un altro aspetto che ha cominciato a far dubitare i ricercatori della dipendenza esclusiva del declino della farfalla monarca da quello dell’euforbia, è costituito dal fatto che nonostante dal Messico partano numeri relativamente piccoli di farfalle (poche decine di milioni), nelle aree dell’Illinois in cui esse completano il loro ciclo di sviluppo, se ne trovano centinaia di milioni: il rimbalzo è notevole. Sembra, pertanto, che le monarca muoiano durante il viaggio di ritorno, quindi da adulte. E’ compito della scienza è, pertanto, quello di individuare le cause della mortalità delle farfalle.

Gli autori non sono riusciti ad individuare la causa della grande mortalità degli adulti di farfalla monarca durante il viaggio di ritorno in Messico, ma hanno elencato una serie di possibili cause: parassiti, malattie, perdita di habitat e cambiamento climatico. Ecco. Dopo lunga e faticosa ricerca ho scoperto che forse il cambiamento climatico potrebbe essere una delle molteplici cause che determinano il declino della farfalla monarca. Nulla di più di un’ipotesi e, ovviamente, tutta da dimostrare. Qualora si dimostrasse che il cambiamento climatico è uno dei responsabili del pericolo di estinzione della farfalla monarca, dovrebbe essere dimostrata la sua incidenza quantitativa nel determinarne il declino.

La cosa è chiara. Questa volta i poveri autori non c’entrano proprio nulla: si sono limitati ad evidenziare un’incongruenza nell’ipotesi su cui si era creato il consenso ed hanno avanzato delle ipotesi alternative, ma senza privilegiarne nessuna. Studi successivi dovranno appurare la verità. Un modo corretto di affrontare il problema e ampiamente condivisibile, in quanto conforme ai canoni della ricerca scientifica più consolidati.

Chi ha fatto il pasticcio è stata “Le Scienze” che estrapolando in modo iperbolico dall’articolo, ha individuato il colpevole della forte diminuzione del numero delle farfalle monarca: il clima che cambia e cambia male per colpa dell’uomo. La cosa grave è che tanto nel titolo, quanto nel testo della notizia, scompaiono tutte le altre possibili spiegazioni del declino della farfalla e resta solo ed esclusivamente il cambiamento climatico che modifica il periodo di fioritura dell’euforbia. Gli autori dello studio non sembra che lo abbiano detto, stando a quanto scritto su Scence Daily, eppure la notizia divulgativa è categorica nel giungere alla conclusione. Si tratta di una conclusione assolutamente non corretta, ma il lettore non avrà alcun dubbio circa la causa del declino della farfalla monarca.

Un esempio perfetto di disinformazione scientifica.

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Author: Donato Barone

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15 Comments

  1. Caro Donato,
    credo di poter confermare che le notizie “false e tendenziose” non vengono dagli autori. Nel sito universitario di D. N. Zaya ho trovato 3 articoli (2012 e 2015) nei quali, nel titolo, ci si riferisce sempre e solo alla genetica. Nell’unico dei tre che ho consultato (DOI: 10.1007/s10592-014-0663-3 ), il cui full text è libero, non ho trovato, neanche per sbaglio, l’espressione “cambiamenti climatici” (magari c’è e mi è sfuggita, ma dubito …).
    Come sempre, le situazioni più indisponenti sono create dai “più realisti del re” e apprezzo molto che tu l’abbia ancora una volta sottolineato.
    Ciao. Franco

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  2. Avendo la fortuna di avere libero accesso all’articolo, l’ho appena letto velocemente. Sorprendentemente, non solo gli autori non affermano che il climate change è il responsabile della diminuzione delle farfalle monarca, ma non c’è alcun accenno dei cambiamenti climatici in tutto il paper (ho verificato pure con il cerca parole). L’unico accenno è nelle references dove è citato questo paper, che viene preso in considerazione nel testo solo per descrivere l’habitat delle farfalle: Lemoine NP. 2015. Climate change may alter breeding ground distributions of eastern migratory monarchs (Danaus plexippus) via range expansion of Asclepias host plants. PLOS One , 10: 1–22.
    Che dire, ogni volta che penso che ormai la propaganda pro AGW non mi potrà più sorprendere, in qualche modo riescono sempre a fregarmi. Vivissimi complimenti a “Le (pseudo)Scienze”.

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  3. se ti può “consolare”, pochi gg fa sulla pagina facebook del National Geographic (stesso direttore di LE SCIENZE), campeggiava enorme la foto della Grande Barriera Corallina con la scritta
    “La Grande Barriera Corallina è stata dichiarata morta”, e l’incipit dell’articolo: “Dopo 25 milioni di anni, l’intero ecosistema della Great Barrier Reef australiana è stato dichiarato morto dagli studiosi.”

    per fortuna in quel caso non solo ricercatori, o comunque persone di estrazione scientifico/naturalistica, ma anche esponenti del giornalismo e tante persone comuni, hanno pesantemente criticato l’infondatezza del titolone;

    a “titolo” di paragone, la stessa notizia riportata sulla versione americana:
    “…Diver surveys based off Cape York, Australia’s northeastern tip, found up to 50 percent mortality in the reef from coral bleaching…”
    e ancora: “…This latest observed bleaching event is the worst to hit this area of the reef [ => northern coast], which has long been considered one of the most pristine sections of the system. The majority of the reef remains intact…”
    ….mi sembrano numeri (50%) e valutazioni ( The majority of the reef remains intact) molto diverse dall’altisonanza tragica del titolo italico;

    vi allego schermata con il mio commento sotto 🙂

    Immagine allegata

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    • Ah allora non ero l’unico ad essersi roso il fegato per quel titolo. E la cosa che più mi ha fatto arrabbiare è stato vedere come almeno 4-5 dei miei “amici” su Facebook abbiano condiviso la notizia, che è stata quindi vista da altre decine/centinaia di utenti. Non oso dunque immaginare il numero totale di persone raggiunte da quella bufala e il numero di quelli che, purtroppo, ci hanno creduto. Un’azione criminale.

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      • Adoro quelle virgolette sulla parola amici:
        allora non sono il solo che conosce il significato della parola amicizia. 😉

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    • Max, non mi consola affatto! Anzi aumenta il mio sconcerto. 🙂
      Ciao, Donato.

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  4. Caro Donato, sollevi al solito un problema importante e che affligge non solo le pubblicazioni scientifiche, ma la stampa in generale. Ovvero, l’inevitabile conflitto di interesse tra la proprieta’ (l’editore) e il contenuto stesso degli articoli. Il caso piu’ clamoroso e’ quello di Bezos, uno degli uomini piu’ ricchi e potenti del mondo, che casualmente e’ anche proprietario del WaPo, ma gli esempi si sprecano.
    Quello che succede con regolarita’, anche sui giornali nostrani, e’ che nonostante il “pezzo” venga scritto dal giornalista/scienziato/opinionista in questione, il titolo viene comunque normalmente preparato da altri, e approvato dal Direttore . Quindi diventa un’occasione ghiotta per mandare un messaggio caro all’editore ma che magari con l’articolo non ha molto a che vedere. Gli esempi sono innumerevoli, anche a casa nostra.
    Oggi, per esempio, ce n’e’ uno eclatante a proposito del titolone (e soprattutto del sottotitolo) di un quotidiano nazionale online, Ma l’Editore ha il sacrosanto diritto di “adattare” qialsiasi titolo alla sua personale agenda, anche a scapito del contenuto o del disappunto del lettore, anche a scapito dell’etica professionale, sempre che abbia un senso porre questo argomento con riferimento alla stampa mainstream di questi tempi.
    Il giudizio finale, infatti, spetta solo al lettore. E dall’andamento delle vendite dei quotidiani mainstream, si puo’ solo concludere che il giudizio e’ assolutamente netto.

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    • Caro Massimo, concordo con te, ma un dubbio mi rode: è in grado il lettore di discernere l’interesse dell’editore da quello della società cui il lettore appartiene? Io ho i miei dubbi. In campo scientifico ho, invece, la certezza che ciò che resta è il titolo in quanto pochi, molto pochi, hanno gli strumenti per interpretare il testo e nessuno (quasi 🙂 ) si prenderà mai la briga di andare a controllare le fonti. Fatto il titolo, gabbato il lettore! 🙂
      Ciao, Donato.

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    • Sono sempre più convinto che non abbiano bisogno di vendere le copie dei quotidiani per sopravvivere. Se ci pensate bene sono anni che la vendita di tutti i quotidiani è in crisi. C’è sempre la credenza da parte del mainstream che le scelte del consumatore derivino dal pubblicizzare periodicamente a nastro certe informazioni (notizie negative per terrorizzare la gente).
      La creduloneria finirà? e se finirà a quel punto quale sarà la mossa del mainstream?

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  5. che fine ha fatto il mio commento di stamattina? 😮

    era “in moderazione”, dove parlavo anche del titolone National Geographic sulla Grande Barriera Corallina…
    si vedeva anche l’anteprima dell0’immagine allegata…

    ?

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  6. @ F. Zavatti e Lauro
    .
    Vi ringrazio per aver accertato ciò che io sospettavo soltanto. Ciò che avete scritto rende ancora più grave lo “scivolone” di “Le Scienze” e di Science Daily, in quanto i loro resoconti travisano il senso dell’articolo scientifico recensito ed il pensiero degli autori. Si tratta, insomma, di disinformazione scientifica allo stato puro.
    La cosa che fa rabbia in tutto ciò, è che questo modo di fare dei mass media generalisti, ha generato nell’opinione pubblica l’idea che la scienza ha definitivamente accertato che il clima cambia e cambia male per colpa dell’uomo.
    A tal proposito mi sembra illuminante un piccolo aneddoto. Giorni fa il presidente USA Trump ha emanato un ordine esecutivo che annulla diverse disposizioni, tese a ridurre l’utilizzo del carbone per la produzione di energia.
    In coda al lancio dell’ANSA mi ha stupito l’uniformità dei commenti. Normalmente le decisioni di Trump sono piuttosto controverse e generano reazioni contrastanti tra i lettori ed i commentatori che scaturiscono in accese discussioni. In questo caso non vi è stato alcun contrasto: le reazioni di condanna sono state praticamente unanimi. Non si è levata alcuna voce a favore di Trump e del suo operato, tutti hanno stigmatizzato la sua iniziativa, bollandola come anti-ambientalista, criminale e da cancellare al più presto. Con la riforma della sanità le cose andarono molto diversamente.
    Credo che ormai la parte di opinione pubblica più informata sia quasi unanimemente schierata su posizioni pro-AGV e che il “dissenso” sia molto limitato. Questo stando alle reazioni di coloro che manifestano il proprio pensiero in maniera pubblica. Poi c’è la maggioranza silenziosa su cui sappiamo poco, ma se tanto mi dà tanto……
    Dai e dai alla fine l’acqua riesce a bucare anche la pietra e la propaganda è peggio dell’acqua in quanto a insistenza e persistenza, mentre la mente umana è meno della pietra.
    Ciao, Donato.

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  7. Caro Donato,
    Anch’io ho cercato di accedere all’articolo originale ma è stato impossibile in quanto il sito universitario cui posso accedere non dispone degli articoli dell’ultimo anno. Pertanto il limite che vedo in questa discussione (e che tu stesso hai segnalato) è che stiamo ragionando sulla base di inerpretazioni “a valle”. Mi auguro allora che almeno l’interpretazone di Sceincedaily sia fondata sulla lettura dell’articolo, altrimenti si rischia di creare nuove metafisiche.
    Ti prego di non considerare questa come una critica al tuo ottimo ed appassionato scritto ma è una riflessione che vale comunque la pena di fare.
    Circa poi la specie di cui si nutre la farfalla monarca (la cosiddetta milkweed) non è un’ euforbiacea ma una apocinacea del genere Asclepias (https://en.wikipedia.org/wiki/Asclepias). La cosa non è di poco conto perché le euforbiacee hanno un lattice velenoso e mi stupivo che un lepidottero se ne nutrisse, anche se su quello di cui si nutrono gli insetti il “de gusti bus” è semper d’obbligo.
    Dall’abstract dell’articolo in questione osservo infine che gli autori sottolineano l’aumento della milkweed in aree naturali, evidenziando che l’agricoltura ha abondonato gli ambienti più marginali il che è un vantaggio per molte specie di “malerbe” che nei campi coltivati non ci devono stare. Lo stesso fenomeno si è verificato da noi negli ultimi 50-70 anni on l’abbandono di moltissime aree agricole di collina e montagna.

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    • Caro Luigi, prendo atto delle tue precisazioni e ti ringrazio per la correzione dell’errore che ho commesso a proposito della famiglia di appartenenza di Asclepias: le mie fonti parlavano di euforbiacee, ma evidentemente erano in errore. 🙂
      Per quel che riguarda l’articolo originale, Lauro, lettore di CM che ha commentato poco più su, ha letto l’articolo originale, ma non ha trovato alcun riferimento al cambiamento climatico se non nelle citazioni degli autori degli articoli presi in considerazione per referenziare lo studio, per cui, relata refero, penso di non aver preso un granchio. Non avendo, però, avuto accesso all’articolo, concordo con il tuo invito alla cautela.
      Ciao, Donato.

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      • Scusa Donato, nella fretta mi era sfuggito il commento di Lauro, che ringrazio, e che in sostanza taglia la testa al topo. Grazie ancora. Luigi

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