Il freddo futuro dell’Homo Sapiens

Sul blog di Euan Mearns “Energy Matters” è uscito un post molto interessante, così come lo sono i commenti che ne sono scaturiti. Il Dott. Agostino Mathis, già più volte ospite delle nostre pagine, mi ha inviato un breve commento al post che vi propongo di seguito, raccomandandovi però la lettura di entrambi.

Buona giornata, gg

Il post è intitolato “The Vostok Ice Core and the 14,000 Year CO2 Time Lag“, e discute a fondo la correlazione temporale tra gli andamenti della temperatura e della CO2 durante le ultime ere glaciali, ed in particolare durante la transizione tra il penultimo interglaciale (l’Eemiano), e l’avvio dell’ultima era glaciale, quando il forte raffreddamento è avvenuto mentre per ben 14.000 anni la CO2 è rimasta costantemente al livello preglaciale di circa 270 ppm (comunque, ben inferiore all’attuale di 400 ppm).

Il post, e soprattutto il successivo, lungo, elenco di commenti, proseguono esaminando tutta una serie di cause che possono influire sulla ampiezza e sulla durata delle glaciazioni, portando elementi anche molto stimolanti. In particolare, viene posto in evidenza il ruolo cruciale che potrebbe essere stato giocato dal volume della calotta glaciale artica, sempre crescente nelle ultime ere glaciali.

Ferma restando l’osservazione che una deglaciazione è sempre innescata da un massimo di inclinazione dell’asse terrestre (e conseguente massimo di insolazione estiva sull’Artico), resta la constatazione che talvolta tale massimo non riesce a provocare una vera deglaciazione fino ad un interglaciale come l’attuale: ciò può essere proprio dovuto al volume eccessivo raggiunto dalla calotta artica durante quella glaciazione.

Come si vede dalle belle figure 11 e 12 del post, questa considerazione potrebbe spiegare il prolungamento della durata delle ere glaciali negli ultimi 500.000 anni, dai 41.000 anni che sono il periodo dell’obliquità dell’asse terrestre, ai circa 100.000 anni, che sono il periodo della deformazione dell’ellisse percorsa dal pianeta Terra. In realtà (v. fig. 12), nelle più recenti ere glaciali la durata si porta tendenzialmente dai 41.000 anni agli 82.000 anni, ed addirittura ai 123.000 dell’ultima glaciazione, cioè proprio due o tre volte il periodo dell’obliquità dell’asse terrestre: vengono così a mancare uno, e poi due, interglaciali! Evidentemente, invece, non ci sarebbe, o sarebbe secondario, l’effetto della deformazione, con periodo di 100.000 anni, dell’ellisse percorsa dal pianeta Terra.

Vedendo le cose da “ingegnere dei controlli automatici”, un simile comportamento desta gravi preoccupazioni: si tratta infatti di un sistema non-lineare, che presenta un “ciclo limite”, cioè una instabilità periodica persistente, ma in questo caso sempre più ampia, che in un impianto industriale può verosimilmente portare ad un evento incidentale con la la messa fuori uso dell’impianto stesso.

Nei miei commenti alla fine del post di Euan Mearns, cito un articolo uscito su Nature diversi anni fa, che mi aveva molto “intrigato”. Esso infatti riporta una serie di simulazioni dell’attuale fase del clima terrestre, da cui risulterebbe una alta probabilità che, senza interventi antropici (voluti o non voluti), il clima si porti in tempi geologicamente brevissimi (con l’imminente inizio della prossima era glaciale) in una nuova situazione stabile, con una calotta glaciale artica estesa al settentrione dei continenti americano ed euroasiatico, e paragonabile in volume e stabilità a quella antartica!

Che ne sarebbe dell’attuale “civiltà” dell’Homo sapiens?

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Author: Agostino Mathis

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2 Comments

  1. Se veramente capitasse, l’unica cosa che mi sento di dare per certa è che la pianterebbero con lo spot dell’orso polare disperato (quanto di più patetico ci sia)… o forse lo farebbero vedere tremare dal freddo, chi lo sa.

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  2. La civiltà umana si salverà perché si metterà a bruciare carbone a più non posso e l’hockey stick di Mann per incanto ci regalerà quei 4-5 gradi in più che faranno sciogliere tutti i ghiacci. Siamo una specie intelligente noi!!!

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