Segnalazioni e riflessioni

Da alcuni giorni le nostre pagine sono occupate da un’accesa discussione in tema di energia nucleare. In realtà, come sempre accade, l’autore del post che ha dato origine al dibattito lo aveva spiegato bene e anche ribadito nei commenti: l’intento era quello di parlare del reale potenziale delle risorse rinnovabili di far fronte alla domanda di energia attuale e futura nel contesto di un mondo che vorrebbe abbassare la propria intensità di carbonio, ove non abbatterla del tutto. Il confronto non può che essere con l’energia nucleare, l’unica davvero “pulita” in termini di emissioni, ma notoriamente problematica per tante altre ragioni. Così siamo finiti nel solito ginepraio di nucleare sí, nucleare no che caratterizza le discussioni su questo tema.

Il punto è che nel nostro Paese, dove più che mai gli argomenti che richiederebbero atteggiamenti razionali e ragionati finiscono per essere dei campi di battaglia tra opposte fazioni ideologiche, la discussione sull’energia nucleare è quanto di più inutile e sterile si possa immaginare, semplicemente perché le scelte fatte a suo tempo e ribadite (già inutilmente) di recente, hanno chiuso definitivamente il capitolo.

Ce lo ha ricordato appena ieri IlSole24Ore, pubblicando un interessante articolo sui costi e sul percorso da compiere, ancora dopo soli trent’anni, per smantellare le centrali che abbiamo deciso di smettere di utilizzare, perdendo tempo, know how e capacità produttiva, appunto chiudendo il capitolo. Costi che sono aumentati, arrivando alla bella cifra di 7,2 mld di Euro, percorrendo però una roadmap che, almeno sulla carta, l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia derivata dall’Atomo) considera virtuosa, ovvero da esempio per quanti volessero intraprendere il cammino per liberarsi dal “problema”.

Ex centrali atomiche, smantellamento più caro – Il Sole24Ore, 20 settembre 2017.

Ma perché decarbonizzare il pianeta? Ormai non più perché le risorse fossili sono in esaurimento, dal momento che in barba all’incubo del picco del petrolio con cui siamo cresciuti, ora tra nuove tecniche di estrazione e nuovi giacimenti il petrolio non si sa più dove metterlo. Per non parlare del carbone, che ancora abbonda ben oltre l’orizzonte di utilizzo. Il mondo, dicono, va decarbonizzato per aggiustare il clima, il giocattolo con cui ormai tutti vogliono giocare che però le perfide attività in cui ci cimentiamo per stare al mondo avrebbero rotto.

Allora torna utile un’altra segnalazione, un nuovo paper che sta avendo, per dirla in gergo, parecchia stampa a fargli da eco. In Italia lo ha ripreso solo Il Foglio, unico media che ancora pubblica notizie non allineate al pensiero unico in tema di clima.

Modelli sbagliati, clima giusto – Il Foglio, 20 settembre 2017.

Ebbene sì, su Nature Geoscience è uscito un lavoro, per una volta, spiega che le cose vanno meglio del previsto. Il mondo si è scaldato meno di quanto si pensava avrebbe fatto, per cui abbiamo ancora qualche possibilità di raggiungere gli obbiettivi dell’accordo di Parigi, ovvero di limitare il riscaldamento a quei famosi 1,5 gradi centigradi che sono piaciuti tanto alla politica, specie quella degli annunci.

Il problema è che il pianeta se ne frega di tutto. Della CO2 supposta in eccesso – ove con questo si intenda qualcosa di esclusivamente dannoso – degli 1,5 gradi, degli annunci, delle proiezioni climatiche, dei modelli, dei dibattiti e di tutto il circo che ruota attorno a questo tema. E questo paper lo dimostra, chiarendo per esempio il fatto che i conti con cui sono stati stabiliti i limiti della sopportabilità e dei tempi del riscaldamento erano sbagliati. Il che vuol dire che, forse, non abbiamo capito proprio bene come funzionano le cose, con buona pace di chi vorrebbe convincerci del contrario.

Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5 °C

Della serie, non avevamo capito, ma visto che le cose non vanno proprio male ce la possiamo ancora fare. Per cortesia continuate a credere nelle nostre “certezze” 😂😂😂

Buona giornata.

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Author: Guido Guidi

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10 Comments

  1. Non ho potuto leggere l’articolo de Il Foglio in quanto non liberamente accessibile, ma ho letto l’articolo cui si riferisce Il Foglio grazie al collegamento fornito da F. Zavatti.
    Sarà una mia impressione, ma a me sembra che Il Foglio abbia preso lucciole per lanterne in quanto l’articolo pubblicato su Nature Geoscience dice ben altro.
    Come faceva giustamente notare F. Zavatti l’articolo ribadisce la bontà degli Accordi di Parigi e sostiene che benché gli NDC (impegni di riduzione delle emissioni assunti volontariamente dalle Parti) non garantiscano il raggiungimento dell’obiettivo dell’incremento di 1,5°C rispetto all’era pre-industriale entro il 2100, con
    un piccolissimo sforzo (a partire da oggi e, quindi, senza aspettare il 2030) ce la possiamo fare. Dopo il 2030 i sacrifici da fare sarebbero troppo severi e bisognerebbe implementare tecniche di rimozione della CO2 dall’atmosfera.
    Ciò sulla base di una tecnica di calcolo dello squilibrio radiativo (transitorio ed all’equilibrio) basato sulle emissioni cumulate e non sulla concentrazione di CO2 in atmosfera. Sembrerebbe, infatti, che le risposte del sistema climatico siano diverse nei due casi. Non ne sono del tutto convinto, ma gli autori ne sembrano certi sulla base di alcuni calcoli basati su quanto è successo tra il 2010 ed il 2015. Il mio scetticismo circa le loro conclusioni nasce dal fatto che non credo che ciò che accade in cinque o dieci anni, possa essere estrapolato per i successivi 50/60 anni, come sostengono gli autori.
    Gli autori basano la loro fiducia sul fatto che le emissioni cinesi non saranno certamente quelle fatte registrare nel periodo successivo al 2000 e sull’impossibilità di sostenere il livello di indebitamento registrato dall’economia globale in corrispondenza dei picchi di emissione 2000-2013. In ultima analisi le emissioni cumulate di gas serra saranno tali da consentirci con un piccolo impegno supplementare, di raggiungere gli obiettivi di Parigi.
    In buona sostanza un articolo pesantemente basato su scenari di emissioni e previsioni modellistiche che non mi convince più di tanto e che sembra confezionato apposta per la prossima COP 23.
    Ciao, Donato.

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    • “Previous computer models had also projected more rapid warming in the expectation that, for example, sun-blocking pollution particles would be cleaned up more quickly than it has in reality.” Parole di Myles R. Allen ,coautore, nell’articolo di Nature Geoscience in questione.
      E tali modelli sono stati la base scientifica rimodellata per consentire ai politici di decidere e pervenire agli accordi di Parigi. Quindi non si sbaglia molto nel dire che gli accordi sono stati presi in base a informazioni inprecise. E poi, gli impegni (non vincolanti..) di obbiettivi di riduzione delle emissioni presi dai vari governi nell’ambito degli accordi, sono stati presi senza avere piani sostenibili per raggiungerli.

    • Nel paper le parole di Allen non ci sono. Il concetto potrebbe trasparire da alcune considerazioni nella parte introduttiva, ma al solo scopo di rafforzare la tesi che Allen e colleghi vogliono dimostrare: gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sono raggiungibili in quanto il riscaldamento procede con velocità inferiore alle peggiori previsioni e, quindi, ce la possiamo fare purché ci impegniamo sin da ora. E questo credo che sia anche il senso delle dichiarazioni extra-paper al netto delle semplificazioni giornalistiche.
      Diciamo che Allen e colleghi rientrano nella categoria dei sostenitori dell’AGW “moderati”. 🙂
      Circa l’affidabilità degli output modellistici o, per essere più precisi, il loro margine di incertezza, con me sfondi una porta aperta.
      Ciao, Donato.

    • Certamente, e sono daccordo con te che l’obbiettivo dello studio era quello di dimostrare scientificamente (e quidi in buona fede ) che gli obbiettivi fissati dai governi negli accordi di Parigi erano validi, in quanto raggiungibili , se appunto gli impegni vengono rispettati.
      Per arrivare a questa “duability” lo studio ha dovuto anche dimostrare che i modelli climatici usati dall’IPCC portavano ad un troppo rapido riscaldamento. (Non è poco.)
      Ma questi modelli costituivano le basi scientifiche su cui gli obbiettivi erano stati poi fissati. E per di più, proprio in virtù di quelle basi, si stavano dimostrando irraggiungibili (ergo, si potrebbe dire: a Parigi si sono fissati obbiettivi invalidi)
      Quindi, implicitamente e semplificando, è come se gli autori avessero detto : siamo stati imprecisi, c’è meno riscaldamento del previsto (quindi quegli obbiettivi che avete fissato sono validi ). Molta stampa ha dato risalto solo alla prima parte : inevitabile; e direi giusto ogni tanto dare un pugno nello stomaco agli allarmisti.
      Detto questo sono daccordo con te che gli autori rientrano nella categoria dei sostenitori moderati dell’AGV e , con l’aria che tira, va dato loro merito per questo studio.

      Ciao, Carlo

  2. “Costi che sono aumentati, arrivando alla bella cifra di 7,2 mld di Euro, ”

    Beh… direi che i costi di smantellamento sono minimi… contrariamente a quanto affermano gli anti-nucleari.
    Infatti… non bisogna guardare al valore assoluto della spesa… certo 7,2 miliardi di Euro sono tanti… ma sono stati spesi su DECENNI… e per produrre una certa quantita’ di energia elettrica.
    Sulla base dei dati storici sul sito di Terna, nei 25 anni di vita, il nucleare italiano ha prodotto 92,6 TWh di elettricita’, cioe’ circa come 4 anni di fotovoltaico incentivato in conto energia (circa 23 TWh/anno).
    E’ quindi come se ogni kWh nucleare avesse subito un rincaro di 7,2/92,6=7,8 centesimi di Euro, a causa del costo di decommissioning.

    E’ tanto? Ovvio che si… dato che il valore del kWh elettrico medio sul mercato elettrico e’ di meno di 4 centesimi di Euro… ma… e’ poco, un pelino piu’ di 1/4, del costo di OGNI kWh fotovoltaico “incentivato” che costa in media 28 centesimi di Euro… e lo fa per VENTI anni.
    Sono infatti 6,7 miliardi di Euro/anno per 20 anni… 134 miliardi di Euro che passano dalle tasche degli abbonati elettrici italiani a quelli dei proprietari di impianti FV o azioni si societa’ proprietarie dei grandi impianti a terra (spesso in odore di mafia al sud… come da notizie di cronaca).

    Saluti.

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    • Sono bassi perché riguardano centrali nucleari mai costruite.
      L’ Enel fu indennizzata anche per quelle riconvertite o solo progettate. Le fu riconosciuto anche un indennizzo per i mancati guadagni. Se non ricordo male invece le scorie furono prese a carico dall’ Enea
      Essendo azienda di stato si pensava ad una partita di giro ( soldi che escono dallo stato e rientrano nelle partecipazioni)

  3. L’articolo di Nature Geoscience è a pagamento. Chi fosse interessato può scaricare il full text da
    http://sci-hub.io/10.1038/ngeo3031
    Ho provato a leggere ma non è il mio campo. Pensavo che fosse un tentativo di rifarsi una verginità, nel senso di un’apertura verso le idee scettiche, ma credo sia una conferma della validità degli accordi di Parigi, modellata sui due scenari estremi RCP8.4 e 2.6.
    In ogni caso, buona lettura ai più esperti di me. Franco

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  4. Magari a qualcuno dei lettori interessa conoscere la posizione dei due principali autori del paper a cui fa riferimento Il Foglio, citando senza approfondire i soliti noti che citano senza approfondire i soliti noti che citano etc. etc.

    http://tinyurl.com/yckdnroo

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    • Non pensi che il paper per se sani il problema? Oppure l’autore ha qualcosa da dire che non ha scritto? E se si perché?

  5. “Fusione” nucleare 🙂

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