Quando la cura accelera la malattia: le biomasse forestali utilizzate a fini energetici non sono neutrali nel ciclo del carbonio!

di Gianluca Piovesan

Dobbiamo agire e urgentemente per contrastare i cambiamenti climatici, da Kyoto a Parigi la musica è sempre la stessa ma, intanto, mentre anno dopo anno rilasciamo sempre più CO2 nell’atmosfera, crescono anche i ricercatori eretici, ossia coloro che cantano fuori dal coro.

Il 2018 sembra promettere bene. Nel giro di pochi giorni abbiamo assistito a due interessanti “novità” sul ciclo del carbonio. In realtà niente di realmente nuovo, solo ulteriori prove degli annosi problemi irrisolti legati al bilancio del carbonio e alla mitigazione dei cambiamenti climatici a causa della complessità dei processi ecosistemici (in questo caso il ruolo delle attività agrosilvopastorali) affrontati con  modelli che a tutt’oggi presentano importanti lacune (Global Warming, più dei SUV poté la zappa).

Quando il dibattito sull’articolo di Nature Unexpectedly large impact of forest management and grazing on global vegetation biomass stava ancora richiamando l’attenzione sulla perdita di carbon stocks dovuta alla gestione attiva nei terreni rurali (agricoltura, pastorizia, selvicoltura) – processi ben noti agli ecologi da decenni (vedi Uncertainties in the role of land vegetation in the carbon cycle) – ecco che Davide (Mary S Booth, autrice di un lavoro a singolo nome) assesta un colpo mortale a Golia, i grandi network che da decenni lavorano sul ciclo del carbonio e che hanno elaborato una strategia di mitigazione dove l’uso a fini energetici delle biomasse forestali è un punto di forza.

Il titolo del lavoro appena pubblicato su Environmental Research Letters parla da solo Not carbon neutral: Assessing the net emissions impact of residues burned for bioenergy e il filmato, che riassume i risultati della ricerca, descrive in modo chiaro perché la soluzione di valorizzare  energeticamente la ramaglia,  generalmente lasciata in foresta dopo le utilizzazioni del bosco, non funziona per ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera. Infatti, il nuovo bilancio proposto nello studio evidenzia come l’uso delle biomasse forestali, in relazione ai target di Parigi, contribuisca all’aumento del famigerato gas serra, impatto che diviene molto più significativo se si utilizza tutta la biomassa prelevata dal bosco per produrre energia, processo sempre più diffuso grazie a politiche finanziarie a supporto di tali scelte colturali. A nessun ecologo, e neppure ad un selvicoltore, sarebbe mai venuto in mente di proporre in un mondo tecnologicamente avanzato queste soluzioni energetiche “verdi” a scala industriale basate sull’uso delle biomasse forestali. E’, infatti, ben noto nell’ecologia forestale che questa nuova prassi colturale, asportando praticamente tutta la biomassa epigea, determina rilevanti problemi nella conservazione della funzionalità ecosistemica delle foreste, per non parlare poi dell’impatto ambientale.

Purtroppo la nutrita comunità di ricercatori e di politici che gravita ormai da decenni intorno al ciclo del carbonio ha deciso da tempo che l’uso delle biomasse forestali a fini energetici avrebbe funzionato, e quindi avanti tutta. Questo fino a poco fa, perché va rilevato che recentemente sta montando sempre più il disaccordo della comunità scientifica sulla efficacia di utilizzare le biomasse forestali per la mitigazione dei cambiamenti climatici (EU must not burn the world’s forests for ‘renewable’ energy). Si tratta di un tema estremamente caldo, a rapida evoluzione, che seguiremo con molto interesse.

Questa settimana si potrebbe chiudere l’iter di approvazione del Testo Unico sulle Foreste, proposta di legge che nella forma attuale desta non poche preoccupazioni per la conservazione del nostro patrimonio forestale. La gestione attiva della foresta è il cardine di questa nuova legge che individua nel ritorno diffuso dei tagli, nonché in altre attività impattanti il naturale funzionamento del bosco, una risposta necessaria ed efficace per rilanciare l’economia montana e allo stesso tempo perseguire  la mitigazione dei cambiamenti climatici  e la lotta al dissesto idrogeologico. Sussistono seri dubbi sul fatto che questa possa essere la via di uno sviluppo sostenibile!

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11 Comments

  1. Grazie Sig. Luca Rocca per la Sua risposta. D’accordo sul consumo di carburante. Per quanto riguarda gli animali ho qualche difficoltà a seguirla: vivo sulle Alpi e sono quasi ogni giorno nei boschi. Il sottobosco è letteralmente invaso da milioni di tonnellate di legno marcescente (la maggior parte dei luoghi non è raggiungibile da mezzi meccanici) e non conosco vertebrati in grado di mangiare il legno tagliato o caduto a terra (gli ungulati mangiano a volte corteccia e rametti di piante vive, possibilmente tenere). Non ho nemmeno mai visto nei boschi delle Alpi, animali con guscio che si cibano di legno. Mi perdoni Sig. Luca Rocca, se non ho compreso appieno quanto Lei vuole dire.

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    • Con catena alimentare si considera tutto l’insieme delle creature viventi che si nutrono uno dell’ altro. Dalle piante che forniscono il nutrimento agli insetti agli uccelli che mangiano agi insetti ai mammiferi che mangiano gli uccelli e così via . nella catena alimentare ci sono animali che costruiscono il loro scheletro in carbonato di calcio che e’ insolubile. e non rientra nel ciclo

  2. Ciclo del carbonio: la pianta vive di CO2 e fissa il carbonio prelevato dall’atmosfera. Le ramaglie bruciate restituiscono all’atmosfera il carbonio immagazzinato nel tempo; le ramaglie lasciate marcire nel bosco restituiscono il carbonio immagazzinato nel tempo. Escludendo gli aspetti economici e il fatto che asportare tutta la biomassa, a lungo andare, impoverisce il terreno; sotto il puro aspetto del bilancio del carbonio, quale sarebbe la differenza fra le due soluzioni?

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    • Per dirne una il carburante necessario a tagliare e trasportare il materiale all’ impianto. In secondo luogo si sottrae carbonio alla catena alimentare. Carbonio che viene fissato dagli animali nelle ossa e nei gusci cotto forma di carbonato di calcio

  3. Ma così, se non sbaglio, si ammette inavvertitamente, nella foga della discussione forestale:
    – che è l’anidride carbonica la maggior responsabile dell’effetto serra “cattivo”
    – e che sono le attività agricole o silvicole umane a creare le maggiori variazioni quantitative di questo ormai odiatissimo gas, che di per sé non sarebbe neanche tossico, se non fosse per quella piccola quota di ossido di carbonio instabile che varia con temperatura e pressione.
    L’agguerrita “concorrenza” abusa già fin troppo di fuorvianti argomenti di questo tipo e ogni volta sarebbe bene precisare di quale porzione di effetti sul clima stiamo discutendo (che suppongo “piccola”).

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  4. Il dramma di tutto ciò che ruota intorno al cambiamento climatico di origine antropica è proprio quello riassunto in questo post: stiamo implementando una serie di politiche economiche, sociali e culturali che stanno cambiando e cambieranno ancora di più in futuro, il mondo in cui viviamo. Quando si convocano le COP e si formano gli ordini del giorno, molte delle decisioni su cui si va a discutere sono state già prese. O, per essere più precisi, sono già state tradotte in norme di legge da diversi Paesi.
    .
    Qualcuno penserà che sono impazzito in quanto nei resoconti quotidiani sulle ultime tre COP, ho sempre sostenuto il contrario, ovvero che le COP sono inutili in quanto non si decide un bel niente.
    Credo di essere ancora savio in quanto il discorso è, invece, più complesso.
    .
    Nel mondo vi sono tre blocchi principali di Paesi.
    L’UE, il Canada, l’Australia e qualcun altro che hanno intrapreso in maniera unilaterale il loro cammino verso la decarbonizzazione senza se e senza ma. La scelta incide pesantemente sulle nostre vite (e, soprattutto, sulle nostre tasche) da anni in quanto tutta la politica economica europea è tesa verso l’obiettivo della decarbonizzazione. Nelle pieghe delle direttive e dei regolamenti europei, ogni Paese cerca di barcamenarsi alla meglio, ma le linee sono già tracciate: siamo all’avanguardia in fatto di normativa tesa alla drastica riduzione della dipendenza dalle fonti fossili.
    Un altro blocco di Paesi tra cui Russia, Stati Uniti, Paesi Arabi produttori di petrolio (per citare i principali) nicchiano e cercano di salvaguardare i propri interessi impegnandosi in accordi che devono essere, però, assolutamente non vincolanti. Detto in altri termini si lasciano le mani libere.
    Il terzo gruppo è costituito dai Paesi in via di sviluppo che non vogliono sentir parlare di vincoli al loro sviluppo a meno che non vengano lautamente ripagati per i loro sacrifici. Essi sono d’accordo su tutte le politiche restrittive, ma pretendono i soldi. In mancanza continueranno sulla loro strada utilizzando le fonti energetiche più economiche. Di questo gruppo fanno parte Paesi come la Cina, l’India, il Brasile e mi fermo qui perché la lista sarebbe molto lunga.
    .
    I Paesi del primo gruppo sono quelli che tirano il carro e traducono in normativa vincolante ciò che per gli altri è solo un optional. Per essi le COP potrebbero anche non farsi, fisserebbero da soli i limiti alle emissioni in quanto i limiti previsti dalle varie COP, essi già li hanno tradotti in legge da anni. Le COP si fanno per convincere anche gli altri a fare come i Paesi virtuosi, cioè come facciamo noi. Fino ad oggi non ci siamo mai riusciti, ma la speranza è l’ultima a morire. 🙂
    .
    G: Piovesan ci ha fatto toccare con mano tutto questo in quanto ci ha dimostrato con i dati che certe scelte sono controproducenti anche nell’ottica della riduzione delle emissioni, ma, nonostante ciò, le politiche degli stati (nel nostro caso l’Italia) vanno nella direzione fissata in modo aprioristico dalle direttive comunitarie: le biomasse devono essere privilegiate nella produzione di energia.
    Quando ho necessità di redigere il calcolo di verifica delle prestazioni energetiche di un fabbricato che debba evidenziare una classe energetica piuttosto alta, basta che imposti come fonte energetica dell’impianto di riscaldamento una caldaia a biomasse e gran parte del lavoro è fatto. Poi devo giocare un po’ con lo spessore di isolante termico, con l’ombreggiatura delle pareti, ma il grosso è fatto (sto parlando di edifici da ristrutturare o da costruire, non di certificazione energetica in cui mi limito a fotografare l’esistente) .
    .
    Detto in parole molto più semplici: impostiamo le nostre politiche sulla base di scienza nient’affatto consolidata…. 🙂
    E se andremo a sbattere, nessuno potrà essere accusato di aver causato la nostra rovina, in quanto abbiamo scelto da soli l’albero a cui impiccarci.
    Ciao, Donato

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    • Grazie Donato per questo intervento che merita un vero e proprio post. Se posso aggiungere una metafora altrettanto macabra, paesi come la germania e l’australia dovrebbero aver capito già molto bene che penzolano da un albero col cappio dell’energia verde al collo.

      La germania cerca di rimediare al danno fatto, puntando sul carbone e sul gas russo. Altri invece invitano chi ancora non l’ha fatto a prendere una scaletta per impiccarsi insieme a loro, per la serie mal comune mezzo gaudio ovvero, economicamente insostenibile io, insostenibili tutti, così è pari e patta.

      Altri come i francesi sull’albero non saliranno mai, grazie al nucleare. Però apparecchiano scalette e vendono cappi per far impiccare gli altri. Come gli italiani,che sull’albero del suicidio energetico si sono appesi per primi, con lo sfacelo del nucleare chiuso il giorno dopo averlo avviato.

  5. In Europa i boschi così come li vediamo sono in grandissima parte frutto della millenaria attività dell’uomo (non sono cioè foresta primigenia). Da ciò deriva che è necessario gestirli e cioè sottoporli a tagli periodici, necessari per il rinnovamento del bosco stesso, per la salvaguardia da malattie (da insetti, crittogame ecc.) e per prevenire l’incremento incontrollato di biomassa che un fattore d’innesco formidabile per gli incendi boschivi.
    Ovviamente c’è tutto un mondo legato all’ambientalismo che sostiene che il bosco non vada gestito e sia invece lasciato alla natura.
    E’ la solita insopportabile solfa: da un lato l’ambientalismo paventa problemi enormi (es. l’AGW) ma quando si trova una soluzione percorribile, la stessa viene subito bollata come impraticabile (es: per eliminare le emissioni di gas serra esiste da tempo una soluzione fantastica che si chiama nucleare ma questo è stato da tempo dichiarato impraticabile, amen).
    Se comunque i boschi non si gestiscono aumenta a dismisura il rischio di incendi boschivi (con conseguenti emissioni incontrollate di CO2 e rischi per le popolazioni che ormai si trovano i boschi alle porte dei paesi, essendo le superfici a bosco più che raddoppiate negli ultimi 100 anni). Pertanto la non gestione del bosco è di gran lunga il male peggiore, AGW o non AGW!

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  6. Foreste che di fatto non esistono più grazie al totale abbandono degli ultimi quaranta anni. non conosco la situazione alpina che forse è stata meglio regolamentata ma la zona appenninica è praticamente inutilizzabile
    Le strade agricole laddove siano sopravvissute non permettono il passaggio di mezzi meccanici essendo state costruite fra gli anni quaranta e cinquanta quando il trasporto si faceva ancora con animali o con mezzi leggeri.
    I boschi da taglio abbandonati sono cresciuti privi di ogni selezione, sono troppo fitti e gli alberi troppo alti e grandi per essere convenientemente tagliati e trasportati. mi devono spiegare poi con i costi di raccolta praticamente manuale delle ramaglie dove ci sia la convenienza a portarle agli impianti.

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    • Tutti spunti interessanti, ma l’ecologia forestale e la selvicoltura sono discipline scientifiche così come la climatologia. Sono fuori per un convegno, ma tento di rispondere sinteticamente ai punti discussi:
      – quando si bruciano le biomasse la sostanza organica diviene istantaneamente CO2 (teniamo poi a mente la LCA della filiera), mentre quando si decompone in foresta la biomassa entra nei cicli biogeochimici che possono richiedere anche migliaia di anni. Guardate il filmato del lavoro. È una questione di complessi bilanci del carbonio in cui bisogna misurare anche la respirazione del suolo. Insomma calcolare GPP, NPP, e soprattutto la NET Ecosystem Production (Nep) e NBP. Il mondo è complesso e ogni osservazione va affrontata con metodo scientifico prima di trarre delle conclusioni.
      – è assolutamente vero che nella maggior parte delle nostre foreste si pratica la selvicoltura da secoli. La selvicoltura è una attività economica e tagliare boschi che non danno reddito, magari con contributi pubblici , spesso non ha motivazioni scientifiche e tecniche. Molte foreste coltivate possono essere lasciate tranquillamente alla loro naturale evoluzione così come molte successioni secondarie nelle praterie abbandonate. Si chiama strategia del rewilding e sta dando un grande contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici, alla conservazione della biodiversità, e al miglioramento dei servizi ecosistemi. In alcuni casi, ossia in boschi degradati o con strutture eccessivamente semplificate, un intervento del selvicoltore può essere utile per cercare di indirizzare i proccessi verso strutture più funzionali e quindi produttive, così come è auspicabile fare una selvicoltura produttiva negli spazi opportunamente pianificati da esperti. Ma la foresta non ha bisogno di manutenzione, è un’ecositema capace di rigenerarsi autonomamente anche dopo le peggiori catastrofi.
      Grazie per l’interesse sul tema delle foreste, le sfide ambientali che ci aspettano richiedono anche un approccio multi e interdisciplinare.

  7. Ovvero: impostiamo le politiche sulla base di scienza nient’affatto consolidata…

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