Grano salis nel clima

Molti la chiamano la guerra del clima, a torto ma anche a ragione. A torto perché il solo concetto di guerra in quello che dovrebbe essere un terreno scientifico va rigettato per se. A ragione perché, dimentichi di questo concetto di base, molti si comportano di fatto come se fossero in guerra, per fortuna e per ora solo dialettica ma, tant’è.

Sono passati solo pochi giorni da quando vi abbiamo segnalato un articolo del WSJ che presagisce la fine del climate change inteso come causa che agita i cuori e le masse, non essendosi mai davvero scaldati i primi e restando in larga misura indifferenti le seconde. Oggi, per restare in argomento, è la volta di un Tweet di Roger Pielke Sr, che riprende un post pubblicato da Judith Curry sul suo blog:

Nel post la Curry riprende a sua volta un paper in cui è stata compiuta un’analisi della destinazione d’uso dei generosi fondi messi a disposizione da varie associazioni filantropiche americane nel periodo 2011-2015 per la causa del clima che cambia. Si scopre che la maggior parte della cospicua somma di oltre 550mln di dollari devoluti, sono stati destinati a progetti di comunicazione del tema dei cambiamenti climatici, alle risorse rinnovabili ed alla opposizione alle fonti fossili, mentre solo una piccola parte, il 10% circa, è stato destinato a progetti tecnologici che affrontassero il problema in termini pratici.

La sensazione, molto più che tale in realtà, è che il tema sia molto autoreferenziale o, se preferite, autosostenuto, laddove l’esistenza di una problematica reale e di una consolidata volontà di risolverla, dovrebbero veder prevalere il senso pratico, ovvero la concentrazione degli sforzi maggiori verso l’unica soluzione possibile, quella della tecnologia e dell’innovazione.

Ma, nella guerra del clima, affrontare i temi con senso pratico, per esempio come fa l’altro Roger Pielke (quello jr), lavorando sodo sui dati dei costi derivati dagli eventi estremi e scoprendo che questi sono in realtà legati molto più a fattori infrastrutturali che climatici, è comunque visto come una forma di negazione della verità assoluta, quindi da non prendere in considerazione in quanto potenzialmente dannoso per la comunicazione del problema, dove guarda caso fluiscono la maggior parte delle risorse disponibili.

Ancora una volta, si legge nel paper, il segreto dell’insuccesso è nella politicizzazione del dibattito scientifico, avvenuta per appropriazione indebita della leadership da parte di gruppi di attivismo sociale sui cui temi l’approccio è divisivo per definizione. Di qui la netta quanto assurda separazione – se il problema clima esiste è di tutti – tra sostenitori della causa e oppositori della stessa, nella perfetta dicotomia del rosso e nero, della destra e della sinistra, del progressismo e della conservazione.

E’ un’analisi di cui vi consiglio la lettura, chissà che non torni buona a sfumare, quindi avvicinare qualche posizione, di quella che di fatto dovrebbe essere solo ed esclusivamente ricerca della conoscenza.

Buona giornata.

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Author: Guido Guidi

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5 Comments

  1. Ogni attivista del clima – e ogni politico suscettibile di esserne influenzato – dovrebbe aver visto almeno dieci volte questi intramontabili sessanta secondi:

    https://youtu.be/LIxvQMhttq4

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  2. Segnalo classica “perla climatica di Repubblica”:

    Titolo: “Africa, i baobab stanno scomparendo: gli alberi millenari minacciati dal clima”

    Estratto dell’articolo: “Un nemico misterioso mette a rischio i baobab, i giganti vegetali simbolo della savana africana. Alcuni degli esemplari più antichi del continente stanno infatti morendo, e nessuno al momento conosce il motivo. Secondo gli autori dello studio il problema deve probabilmente essere legato, almeno in parte, agli effetti dei cambiamenti climatici, che soprattutto nella zona Sud del continente potrebbero aver ormai reso le condizioni ambientali sfavorevoli alla sopravvivenza di questi giganti naturali. Per confermare questa ipotesi, o individuare una causa alternativa per il fenomeno, occorreranno ovviamente ulteriori analisi”

    http://www.repubblica.it/ambiente/2018/06/12/news/africa_i_baobab_stanno_scomparendo_alberi_millenari_minacciati_dal_clima-198820370/?ref=RHPPRT-BS-I0-C4-P1-S1.4-T1

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  3. Tanti soldi utilizzati per propaganda non mi sorprende. Da quando iniziò questa storia mi parve che ciò sia considerato prioritario rispetto a studio e ricerca. E mi stupisce sempre l’assenza di proposte praticabili per risolvere o attenuare il problema (ammettendo ipoteticamente che sussista). Col continuo aumento demografico, con esigenze di sostentamento di tanta popolazione, che di fatto siano indicati solo decrescita industriale e costosissimi progetti solari non è così dissimile da prescrivere l’eutanasia qual rimedio per una febbre influenzale. Uso febbre in riferimento alla famosa asserzione che “il mondo ha la febbre”. Secondo recente documentario di canale Focus, passato a Mediaset, nel 2100 la Terra avrà 4° gradi in più e dunque l’Umanità giacerà spacciata. Spostano previsioni catastrofiche e verificabili sempre più in là…sono arrivati al 2100: forse constatando che il Polo Nord tiene, non già squagliato come profetizzato?

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    • Mi pare, nel 2006, in una “convenscion” sul clima a Roma in neoministro dell’ambiente “Pecoraro Scanio” dava già per raggiunti i 4°C di aumento sull’area del mediterraneo. La cosa che mi ha dato più fastidio è che il giorno dopo NESSUNO contestava questo dato, né i giornaloni né i miei “amici” ricercatori.

  4. Si può parlare di sindrome di Sydney Sonnino.

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