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Il Tempo (e a lungo andare il Clima) che contano

Il clima nel lungo periodo, rozzamente identificabile con l’integrale del tempo nel breve periodo, è notoriamente materia di discussione quotidiana. Nella maggior parte dei casi una discussione assolutamente sterile e fuori dal contesto scientifico, come ha spiegato bene Massimo Lupicino nel nostro post di ieri, ma comunque un argomento che, proprio per la superficialità con cui viene trattato, ha finito per fare breccia nella mente di ognuno di noi, con il risultato di essere tutti molto preoccupati per quello che potrebbe succedere, a prescindere dall’affidabilità di queste previsioni e, soprattutto, completamente dimentichi del fatto che, nel lungo periodo, il genere umano si è sempre adattato alle variazioni del clima.

Negli ultimi tempi, complice l’approccio superficiale di questa informazione, abbiamo però imparato a preoccuparci anche del tempo nel breve periodo, ascrivendo però la colpa al clima, e rendendo praticamente ineluttabili le conseguenze di quel che accade, quando invece si potrebbe fare molto, ma molto di più e, soprattutto, si potrebbero adottare soluzioni ben più accessibili e di sicuro beneficio quasi immediato, ben diverse dalle policy draconiane che si pensa di adottare.

Il tempo e il clima che contano, sono infatti dove siamo noi, e noi siamo, a grande maggioranza, nelle aree urbane. Il report delle Nazioni Unite World Urbanization process 2018, mette in numeri cose che già sappiamo. Ad oggi, il 55% della popolazione globale vive in aree ad alta densità di urbanizzazione, nel 2050 questa percentuale potrebbe salire al 68%. In molte aree del pianeta, Stati Uniti, America Latina, Europa, Oceania, questa percentuale è già attorno all’80%. E, sorpresa (ma davvero lo è solo per la teoria del clima CO” centrica) le aree urbane modificano pesantemente il tempo atmosferico, pare anche fino ad un raggio di diverse decine di chilometri dalle loro zone centrali.

Della temperatura già sappiamo. Senza entrare nel merito di quanto questo pesi poi nel computo della temperatura globale, il bias verso l’alto che la modifica dei suoli, l’assenza di ricambio d’aria, le innumerevoli fonti di calore inducono alla colonnina di mercurio è noto, osservato e, soprattutto, anche largamente percepito.

Non sapevamo delle piogge o, almeno, non abbastanza, almeno fino all’uscita su Nature di questo articolo:

Meta-analysis of urbanization impact on rainfall modification

Si tratta, appunto, di un’analisi delle pubblicazioni uscite sulle modifiche che le precipitazioni possono subire interagendo con le aree urbane, un riassunto e confronto di risultati da cui scaturisce un segnale molto significativo. La modifica c’è eccome, ed è sempre maggiorativa: rispetto al movimento del fenomeno, piove il 18% in più nelle aree sottovento alle città, il 16% in più sulle stesse aree urbane, il 2% a sinistra e il 4% a destra.

Tra le cause e i processi fisici identificati all’origine di queste variazioni ci sono:

  • Un effetto termico riconducibile all’instabilità atmosferica connessa con l’effetto isola di calore;
  • Un effetto barriera, che racchiude sia l’ostacolo all’avanzamento del flusso che la turbolenza meccanica nello strato limite più basso;
  • Un effetto aerosol, per diverse dinamiche indotte nella microfisica delle nubi e per variazione del profilo termico verticale;
  • Un effetto di modifica delle caratteristiche dello strato limite inferiore per il riscaldamento indotto da fonti antropiche e per l’evaporazione dagli spazi verdi.

A tutto questo, nelle conclusioni lo si intuisce ma non è esplicito, il fatto che le aree urbane reagiscono in modo molto diverso – spesso molto negativo – all’arrivo delle precipitazioni importanti, tant’è che lo studio in questione ha riscontrato anche sostanziali differenze tra il giorno e la notte e da stagione a stagione.

Queste cose hanno dirette conseguenze sul tempo di tutti i giorni e sull’impatto che questo ha su di noi. Tra una tassa sulla CO2 e l’altra, si potrebbe pensare magari anche a questo no?

Enjoy.

 

 

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Published inAttualità

16 Comments

  1. franco

    Ha poco attinenza all’argomento ma segnalo comunque l’articolo sul ” IL GIORNALE” O.L:
    Riscaldamento Globale, ecco l’niquisizione.
    del 18/5/2019

  2. robertok06

    @jack1973
    “Qual è il tempo di “risposta” degli oceani?”

    Più di mille anni per raggiungere l’equilibrio

  3. Claudio

    Ha ragione, Massimo.
    Però, in attesa della famosa risata che li seppellirà , ci stanno rubando pezzetti di vita.
    E’ dura.

  4. rocco

    la scienza, a volte, soffre di un bias cognitivo che si chiama riduzionismo, che porta alla ricerca di un’unica formula in grado di descrivere il tutto.
    Ossia spezzettare un fenomeno in tante parti, più o meno omogenee, e far lavorare tante persone su questi singoli elementi.
    Questo metodo ha dato buoni frutti, ma quando si tratta di spiegare fenomeni dinamici complessi, mostra il proprio limite: alla fine non c’è nessuno che sia in grado di ricomporre le varie parti e di descrivere più o meno correttamente il fenomeno nel suo insieme.
    Questo è il caso del clima.
    Non si contano gli studi sui vari aspetti ed elementi che ne determinano la variabilità ed inconsciamente si è alla ricerca di un’unica causa che provochi l’effetto.
    La semplificazione riduzionista della causa CO2 ne è un esempio eclatante.
    Gianluca parla di un effetto di pochi mW da aggiungere all’energia del sistema atmosfera, ma quei pochi mW possono innescare altre relazioni fino a farne una causa detrminante.
    Certo, serviranno studi, ricerche, e sopratutto finanziamenti.
    Ed è proprio questo il limite alla ricerca scientifica; essendo questi principalmente di carattere pubblico, e quindi politico, forse per un ricercatore sarà più semplice ottenere un finanziamento per un sistema che produca energia dalla ruota del criceto piuttosto che uno studio sugli effetti dell’incremento della vegetazione.
    Servirebbe una visione olistica, più che riduzionista, della scienza.
    Riporto questi tre articoli di Antonello Pasini che mostrano le relazioni tra i vari elementi del clima che mi sembrano molto corretti.
    http://pasini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/06/14/il-clima-come-sistema-complesso/
    http://pasini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/01/17/come-interagire-con-il-clima/
    http://pasini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/08/25/tutto-e-relazione/

  5. rocco

    Le temperature estive del polo Nord, sono in leggera diminuzione, mentre quelle delle altre stagioni sono in impennata dal 2005.
    http://ocean.dmi.dk/arctic/meant80n_anomaly.uk.php
    Sarà l’effetto del protocollo di Kyoto entrato in vigore nel 2005?
    Che il principio del “chi inquina paga” al posto di diminuire ha ulteriormente accelerato il “riscaldamento globale”?

  6. Gianluca

    Partendo dai circa 14 GTep di energia primaria (quindi includendo tutte le possibili dispersioni termiche) utilizzati globalmente all’anno e dividendo per la superficie del nostro pianeta, si arriva ad una potenza media di poche decine di mW/m2 (simile alla potenza media geotermica; verificate se non ho sbagliato conti ed approssimazioni), da confrontarsi coi circa 200 W/m2 di irraggiamento solare; se consideriamo che la potenza viene utilizzata soprattutto sulla terraferma dell’emisfero boreale, tale valutazione puo’ crescere anche di un ordine di grandezza, ma poco cambia ai fini di una possibile influenza sulla Temperatura globale.
    Altro discorso per i grandi centri urbani ove l’utilizzo di potenza media unitaria puo’ crescere anche di 3-4 ordini di grandezza e, abbinata alla configurazione/materiali/collocazione geografica della grande citta’, puo’ dare origine all’effetto di isola di calore.

  7. jack1973

    Io abito in un piccolo paese circondato da campagne e ben conosco il fenomeno IDC: sia d’inverno che d’estate, allontanandosi di poco dal centro abitato, la temperatura si abbassa dai 2 ai 5 gradi, a volte anche di più!
    Condivido il ragionamento fatto da rocco, Massimo, Guido sulle isole di calore e sulla concentrazione della popolazione sull’emisfero boreale, però il fenomeno è ben da studiare (come diceva Flavio) perché, ad esempio, spesse volte le aree con le maggiori anomalie positive in termini di temperature interessano zone con bassissime percentuali di insediamenti umani (Siberia, Alaska, Groenlandia, ecc.).

    Non dimentichiamoci, poi, il fondamentale fattore oceani: le terre emerse nell’emisfero boreale sono il 39%, in quello australe il 19%. Ora, io non sono un meteorologo ma leggo ovunque che gli oceani “stanno assorbendo l’aumento di calore atmosferico prodotto dall’incremento della CO2 immessa” e, da qui, il loro aumento della temperatura; opinabile. Sono gli oceani ad assorbire il calore atmosferico o sono gli stessi oceani a rilascare il maggior calore assorbito dall’irraggiamento del sole, i cui ultimi cicli (precedenti all’attuale) sono stati tra i più forti mai avuti? Qual è il tempo di “risposta” degli oceani?

  8. Flavio Capelli

    Bisogna però riconoscere che il fenomeno ICU (Isola di Calore Urbana) è molto variabile; in certe condizioni arriva a diversi gradi; in altre è minimo.

    Per me gli aspetti da considerare sono due:

    1 – L’incremento dell’ICU causato da urbanizzazione ed industrializzazione (che non è sincrono a scala globale). Ho inziato uno studio su questo argomento, ma è difficile reperire dati sulla superficie edificata prima dell’avvento dei satelliti. L’unica via possibile pare l’elaborazione di mappe storiche.

    2 – L’effetto dell’urbanizzazione su piccola scala. Un recente studio della NOAA ha individuato e quantificato l’effetto delle presenza di un solo fabbricato con piazzale asfaltato, che ha influenza tangibile sulle temperature fino a 50 – 100 m di distanza. Questo significa che stazioni ritenute rurali possono invece essere contaminate da effetti spuri.

  9. Teo

    Beh mi fa piacere vedere che dopo un quindicennio ci siano arrivati. Il tempo è galantuomo

    • Ciao Teo! Trattandosi di una meta-analisi in realtà c’è chi queste cose le scrive da un pezzo in letteratura, come sai bene. La novità è che qualcuno vi presti attenzione 😉

  10. Guido Botteri

    L’uomo respira, e nel farlo emette CO2.
    La presenza dell’uomo implica quindi un’emissione di CO2.
    Ma l’uomo ha una temperatura corporea di 37 gradi, accende fornelli, riscaldamenti, motori, elettrodomestici ecc., tutte fonti di calore.
    Dunque, dove c’è l’uomo (ma anche il suo cane, nel suo piccolo) c’è più calore. Non a caso si parla di isole di calore.
    Non mi pare che il CO2 spieghi tutto, e che l’isola di calore sia conseguenza quasi esclusiva del CO2 emesso dall’uomo (sia attraverso la respirazione che nelle attività umane).
    Certo, ogni combustione di idrocarburi produce CO2, e quindi, per non produrre CO2 potremmo non cucinare, diventare crudisti, magari melariani. 😀
    Sarà, ci devo pensare, mentre aspetto la mia tazza di tè

    Stasera mi fanno un’ombina che ho pescato personalmente al mercato (invece dell’amo ho usato una banconota da 20 euro, che funziona anche meglio) e cruda proprio non ce la vedo. La faranno al forno. Ok, niente CO2, la temperatura del pianeta è salva… un momento, ma anche senza CO2, la temperatura del forno sarà alta… non tutto il calore viene fornito dalla CO2. L’effetto Joule non produce CO2 ma fa aumentare la temperatura, altrimenti l’ombrina rimarrebbe cruda!
    Allora, come faccio a capire quale parte del calore e della temperatura del pianeta sia davvero prodotta dalla CO2, e quale da altri tipi di riscaldamenti?
    Non mi pare che l’unica causa di calore nelle isole di calore sia la presenza di CO2.
    Secondo me.

  11. Fabrizio Giudici

    Come mai destra e sinistra hanno impatti diversi? Coriolis? Ma dovrebbero compensarsi i due emisferi… forse le estensioni urbane sono maggiori in uno dei due emisferi?

    • Su queste distanze coriolis non credo proprio, comunque nel papero ci sono le città oggetto di studio e mi pare siano tutte nell’emisfero nord. Inoltre dx e sx rispetto al moto del flusso, quindi senza nessun riferimento alla posizione geografica.

  12. giovanni geologo

    IN riferimento a quanto scritto da Roccoe Massimo L.
    DiIfferenza tra centro città e aperta campagna anche 5 °C misurata personalmente mensilmente da anni.
    Oltre al discorso generico delle “isole di calore urbano” andrebbe secondo me fatta un’analisi piu’ dettagliata. Ora dico un’eresia. …. innanzitutto per meglio comprendere il mio discorso bisogna visualizzare un immagine notturna satellitare d’iinquinamento luminoso tipo questa https://it.wikipedia.org/wiki/Inquinamento_luminoso
    Ora se immaginiamo che tutte le zone illuminate corrispondano ad una fonte di emissione di calore di diversa origine, ma comunque “antropica” ecco che possiamo vedere l’enorme quantità di “punti caldi” che ricoprono certe aree emerse del pianeta, punti collegati fra di loro da una fitta rete di linee come in un sistema vascolare o in un apparato radicale di una pianta. Questa rete che si crea é una rete di produzione ed emissione di calore che funziona in manera alternata con il variare del giorno e della notte e in parte con quello delle stagioni. All’interno di questa fitta rete “luminosa” dobbiamo immaginare milioni di abitazioni scaldate nel periodo invernale e raffreddate in quello estivo (che equivale a scaldare il perimetro esterno degli edifici). MIlioni di elettrodomestici che emettono calore, milioni di luci lampade lampadine anch’esse fonte di calore (led quasi esclusi). E poi milioni e milioni di veicoli che ormai percorrono quasi senza sosta tutte le arterie stradali che si compattano almeno 2 volte al giorno nelle ora di punta come i globuli rossi in un’arteria ostruita. Milioni di veicoli che costituiscono dei serpentoni, una rete capillare costituita elementi emissivi di calore, dai motori, ai freni, al riscaldamento/raffreddamento dell’abitacolo. Ecco io sono un geologo e non mi intendo di calcoli di questo tipo ma cosi a naso mi viene da pensare che in aree urbanizzate come grosso modo tutta l’Europa gli effeti delle emissioni di calore prodotte dagli elementi sopra descritti possano avere un’influenza forse paragonabile a 10 p.p.m. di CO2 antropica. anche se chiaramente con tempi e meccanismi di azione completamente differenti. Oltre al fatto che la CO2 non produce calore ma blocca alcune lunghezze d’onda dell’infrarosso la cui sorgente primaria é il sole.

  13. rocco

    osservando le varie mappe climatiche notavo che il “riscaldamento globale” è sopratutto nell’emisfero nord (quindi sarebbe giusto chiamarlo “riscaldamento emiglobale” ) e cercavo di intravvedere una causa.
    Il 90% della popolazione mondiale è boreale, le città più grandi sono boreali e ho pensato, vuoi vedere che il calore in più è dato dall’entropia?
    E pare che questo articolo lo confermi: l’energia che stiamo utilizzando per vivere si trasforma in calore che si aggiunge a quello proveniente dal Sole.
    Non è, quindi, la CO2 a trattenere il calore, ma è il calore prodotto dalle attività umane a far aumentare le temperature, di fatto è noto che le città sono isole di calore.
    Sbaglio a fare questo ragionamento?

    • Massimo Lupicino

      E’ un ragionamento, quello relativo all’isola di calore urbano, che meriterebbe approfondimenti rigorosi, e numerosi. Perche’ in grado di spiegare tante cose. Ragione per cui, questi approfondimenti non vengono semplicemente fatti. Tanto piu’ che la poca letteratura scientifica sull’argomento ha fornito risultati impressionanti. Gli stessi risultati forniti dai termometri delle nostre macchine quando usciamo da un grande agglomerato urbano e ci addentriamo nella campagna. Parliamo di variazioni che arrivano a diversi gradi di temperatura in circostanze meteo “favorevoli”. A fronte di 1 grado di aumento di temperatura su scala globale in 150 anni…che vuoi che sia? Rideranno di noi.

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