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Ehm, scusate, ora sistemiamo tutto.

E così, un’indecisione dopo l’altra, uno scandaletto dopo l’altro, sembra proprio che la marea del consenso si stia ritirando. Hanno iniziato le autorità politiche con il nulla di fatto del vertice di CO2penhagen scoprendo le carte di un impegno molto più propagandistico che reale, ora com’era logico che accadesse, cominciano a virare anche i media.

Il tutto dopo, molto dopo che parecchi addetti ai lavori avevano già da tempo sollevato più di qualche dubbio. Ma se non si fosse cominciato a sentire odore di gossip, siamo certi che nulla sarebbe accaduto.

Dopo la magra figura delle email sottratte al wonder team della Climate Research Unit, dopo i rumors del conflitto d’interessi del timoniere dell’IPCC, ora arrivano addirittura le scuse ufficiali per non aver applicato correttamente gli standard procedurali nel valutare la robustezza scientifica delle ricerche inerenti lo scioglimento dei ghiacci dell’Himalaya, producendo delle informazioni rivelatesi a dir poco scarsamente attendibili.

Lo leggiamo dal Corriere e da Repubblica, ma ne avevamo già parlato in almeno altre due occasioni (qui e qui). Ci siamo sbagliati, rifaremo i conti e vi faremo sapere. Queste le intenzioni del Panel delle Nazioni Unite. Ora chi lo dice ad Al Gore che sta già vendendo camionate di copie della sua ultima opera sulla catastrofe annunciata?

Tutto qui? No, c’è anche qualcosa di meglio. Sta per uscire sul Journal of Climate (non esattamente il Manuale delle Giovani Marmotte in fatto di pubblicazioni scientifiche) il sunto di un’analisi condotta da Stephen Schwartz (uno che quando parla di clima sa il fatto suo), nel quale l’autore esplora l’attuale livello di conoscenza sulla sensibilità climatica, ovvero sul potenziale di riscaldamento dell’accresciuta concentrazione di gas serra e si chiede come mai il pianeta si sia scaldato meno di quanto avrebbe dovuto se la teoria alla base delle proiezioni dell’IPCC fosse corretta.

Il clima della Terra è meno sensibile e/o vulnerabile di quanto si creda? Il pulviscolo atmosferico riflette i raggi solari e impedisce il riscaldamento mascherando l’azione dei gas serra? C’è un ritardo nel riscaldamento dovuto all’inerzia del sistema?

Gli scienziati che asseriscono che la sensibilità climatica vada approfondita dal momento che essa oltre ad essere la chiave del sistema è chiaramente sovrastimata sono un bel po’, ma sin qui le loro voci sono rimaste pressochè inascoltate. Sul pulviscolo atmosferico ci sarebbe molto da dire, ma anche qui senza i necessari approfondimenti non è possibile andare oltre. Sull’inerzia del sistema le ultime ricerche sembra tendano a minimizzarla decisamente.

E allora? Allora la questione è semplice, prendiamo atto che dalle misurazioni (sia dello spessore del ghiaccio che delle temperature) pur con tutti i loro limiti non si scappa e, consapevoli del fatto che la parola di Schwartz e soci vale quanto quella di chi non la pensa come loro, riflettiamo sulla loro perplessità, ovvero sul fatto che abbiamo ancora parecchia strada da fare prima di capire come funziona il meccanismo ed avventurarci in policy che rischiano di fare più male che bene.

Che dire? Dopo la ventata d’aria fresca del Climategate, dopo le bufere di neve sulla conferenza del farà-sempre-più-caldo, arriva questa ennesima doccia gelata. Un inverno decisamente freddo per i professionisti del consenso. Ma non doveva essere mite? Ah, no, scusate, quelle sono solo previsioni, questa è la dura realtà.

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Post Scrittum: oggi faccio un gioco nuovo, anticipo i commenti. Mi dà ancora lo spunto proprio Repubblica, perchè in calce alla stessa pagina dell’articolo linkato pubblica un box dal titolo: “Ma il surriscaldamento terrestre esiste davvero“, come se queste vicende lo potessero mettere in discussione. Ma chi lo ha mai negato? Sappiamo bene che la temperatura media superficiale è aumentata, anche se si tratta di una stima e non di una misurazione oggettiva, perchè le tecniche di parametrizzazione ed omogeneizzazione dei dati sono molto complesse e conservano un discreto margine di incertezza. Quello che è e deve essere in discussione sono le origini di questo riscaldamento, quanta parte di esso sia dovuto al fattore antropico e quanta a quello naturale, quanto esso sia localizzato nelle aree urbanizzate piuttosto che globale, quanto si possa definire accurata la ricostruzione del clima nel passato recente e remoto e quanto no. Senza queste informazioni nessuna cura è possibile. L’articolo inizia con una mirabile affermazione: “Lasciamo stare le previsioni e guardiamo i dati”. Sacrosanto! Ma se lasciamo stare le previsioni, buttiamo a mare l’unico puntello di tutta la teoria dell’AGW! Io ci sto. Non c’è alcuna evidenza delle origini antropiche del riscaldamento, se non quella delle simulazioni. Bene, volesse il cielo che qualcuno le lasciasse stare e pensasse un po’ di più a quello che ci succede realmente intorno, piuttosto a quello che “dovrebbe” succedere tra decine di anni! Una domandina semplice semplice: poniamo il caso che, con specifico riferimento alla querelle sui ghiacci dell’Himalaya si fossero prese per buone tout court le “previsioni” di cui sopra e si fossero poste in essere delle azioni strategiche dai costi elevatissimi per assicurare a quella enorme porzione di mondo un futuro più tranquillo. All’arrivo di questa smentita chi lo pagava il conto? l’IPCC, L’ONU stessa (cioè noi), direttamente i firmatari delle pubblicazioni?

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Published inAttualitàNews

6 Comments

  1. filipporiccio

    Ma soprattutto quello che deve essere in discussione è se la scienza abbia il diritto di mescolarsi con la politica, facendo conseguire alle previsioni (scientifiche) una serie di raccomandazioni e prediche che hanno basi esclusivamente politiche se non filosofiche, e poi di pretendere che queste vengano giudicate col metro della scienza solo perché vengono proposte da strane figure miste di scienziati/politici.
    Detto in parole povere, anche se la scienza arrivasse a predire con certezza che Tuvalu verrà sommersa se non smetteremo di emettere CO2, l’affermazione “bisogna smettere di emettere CO2” non sarebbe affatto una conseguenza scientifica della previsione, ma rimarrebbe essenzialmente una decisione politica.

    • Benvenuto nell’era della scienza post normale.

      CG

  2. Claudio Costa

    “Quello che è e deve essere in discussione sono le origini di questo riscaldamento, quanta parte di esso sia dovuto al fattore antropico e quanta a quello naturale,”

    eh quanto mi piace climatemonitor… mi piace proprio!

  3. teo

    Si ma tutto questo non cambia ovviamente la incontrovertibile certezza scientifica…bla bla… che stiamo affrontando un riscaldamento prodotto dall’uomo per il quale…bla bla… necessitano ora azioni di mitigazione e adattamento…bla bla…
    …e bla bla oggi, e bla bla domani…
    …e a colpi di indubitabile, e very likely…
    …poi le nubi boh? l’altezza dei mari boh? la fusione dei ghiacci boh? prima la temperatura e poi la CO2 boh? la mazza da hockey boh?…
    Vuoi vedere che la traduzione dall’inglese all’italiano di very likely e’ boh?

  4. agrimensore g

    Complimenti per l’articolo
    Secondo me, è proprio questo il punto: i modelli GCM servono per fare proiezioni o previsioni? A me sembra vera la prima ipotesi, per più di un motivo. Ad esempio, che io sappia, si fanno evolvere solo 4 o 5 grandezze prognostiche, mentre non c’è alcun feed-back dai modelli RCM. Ma allora, l’albedo (tanto per fare un esempio) rimane invariata così com’è anche per le previsioni del 2050? O mi perdo qualcosa nel ragionamento (non sono nè un climatologo nè un metereologo)?
    Ora, se i risultati dei modelli GCM sono proiezioni, in alcun modo si può pensare che siano una prova del valore corretto della sensitività.
    Una domanda: ma se qualcuno facesse un modello puramente statistico, levandoci tutta la parte “fisica” del modello, che risultati otterrebbe? Di quanto si scosterebbero da quelli del GCM? Qualcuno ha già fatto confronti del genere?

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