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Lo scioglimento dei ghiacci artici, ovvero la progressiva diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino nell’emisfero nord, è uno dei più gettonati cavalli di battaglia del catastrofismo climatico. Tuttavia non ci stancheremo mai di ripetere  che questo trend negativo è certamente indice di una tendenza al riscaldamento nel lungo periodo ma non dice nulal sulle origini di questa tendenza. Infatti nel processo sono coinvolte dinamiche che nel breve hanno spesso molto più a che fare con le dinamiche atmosferiche che con le temperature in valore assoluto. Questo rende l’equazione riscaldamento globale = perdita di ghiaccio molto meno immediata.

Un altro aspetto che si deve comunque sottolineare, essendo anche questo facile preda di un’attenzione mediatica molto superficiale, è quello che questa perdita di ghiaccio marino non può avere nulla a che fare con l’innalzamento del livello dei mari. Per capire perché basta che perdiate qualche minuto a fissare il livello del liquido nel bicchiere del vostro drink on the rocks la prossima volta che ve ne capita l’occasione. Vi risparmio l’attesa: il ghiaccio si scioglie ma il livello non cambia. Continue reading “E’ la somma che fa il totale” »

Questa storia la ripendiamo pari pari da WUWT e da World Climate Report. A dire il vero la seguiamo già da quasi tre anni, da quando cioè è stato pubblicato su Nature il lavoro di Steig et al. con cui si ‘ribaltava’ la storia. L’Antartide si scalda, né più né meno come il resto del Pianeta.

Dati scarsi, contraddittori e farraginosi, ma opportunamente riordinati e decifrati. Risultato, una suggestiva copertina della rivista scientifica più accreditata e un tam tam mediatico che ha dato origine ad un mantra che da allora nessuno è stato in grado di scalfire.

Continue reading “La realtà non è in un software, è nell’aria.” »

Io ne voglio uno che simuli esattamente la mia vita dopo aver vinto il jackpot del superenalotto. Come dite? Sarebbe comunque finto e non potrei trarre giovamento? Ma come, lo abbiamo detto anche pochi giorni fa, ormai, “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si…modella“.

Insomma, la catastrofe del clima è vera perché lo dicono i modelli e io non potrei fare una vita da nababbo per la stessa ragione? Non mi sembra giusto. Ah, ho capito, forse funziona così perché in fondo tutti sanno che un modello per quanto complesso possa essere, si limita a fare quello che gli si dice, proprio come quelli che presagiscono l’armaggeddon climatico.

Non si deve dunque prestare attenzione? Neanche questo è vero, però se non altro non si deve fare accurata selezione del modello preferito o, magari, dell’output preferito.

E’ per questo che trovo sia giusto dar conto di questa notiziola apparsa su una nota rivista scientifica, Geophysical Research Letters, dove proprio attraverso l’impiego di una simulazione climatica, un team di ricercatori pare abbia scoperto che l’aumento dell’estensione dei ghiacci antartici che si osserva ormai da un trentennio, non sia da imputare al depauperamento dello strato di ozono.

Urge una breve cronistoria per capire. Da quando è iniziata l’isteria dell’AGW incidentalmente coincidente con l’inizio dell’era delle osservazioni satellitari per i ghiacci polari, la banchisa artica è andata diminuendo in modo consistente, mentre quella antartica è stata in costante aumento. Il valore assoluto di questo conto è comunque largamente negativo oltre che molto impreciso (per le ragioni che abbiamo spiegato appena ieri a firma di Tore Cocco), cioè il polo Nord ha perso più ghiaccio di quanto non ne abbia guadagnato quello sud. Questo andamento però, se in qualche modo è concorde con l’idea che un pianeta un po’ più caldo debba necessariamente avere un po’ meno ghiaccio, non lo è affatto con l’idea che chi studia queste cose si è fatto di quello che dovrebbe accadere un po’ più nel dettaglio.

Questa idea, è bene dirlo, è naturalmente frutto di innumerevoli simulazioni sul comportamento del sistema, tutte con una fattor comune non banale, quello di essere largamente deficitarie nella descrizione del sistema stesso. Ad ogni modo, in un primo momento sembrava che l’aumento dei ghiacci antartici potesse essere attribuibile ad un incremento delle precipitazioni, che da quelle parti sono sempre solide. Almeno così dicevano le simulazioni. L’idea in sé poteva anche starci, se non fosse che poi, quando sono state fatte delle ricerche sui trend delle precipitazioni si è scoperto che di aumento pare non ce ne sia stato, né hanno subito variazioni importanti le temperature, ovviamente sempre per quel che è dato sapere di quella remota parte del mondo.

Con la realtà che tornava ad avere la meglio sull’immaginazione, era necessario e naturalmente utile provare a spiegare gli eventi in modo diverso. Così, sempre a colpi di simulazioni, spuntava fuori l’ipotesi che l’aumento dei ghiacci antartici (da cui perdonate la dimenticanza si deve escludere la Penisola Antartica perché quella il ghiaccio lo perde tanto per complicare ulteriormente le cose), sarebbe da imputare alle modifiche alla circolazione atmosferica che in quella zona avrebbe provocato l’assottigliamento dello strato di Ozono. Una tale spiegazione, tra l’altro, oltre ad accendere l’ennesimo riflettore sulle malefatte della specie umana, resasi responsabile del suddetto assottigliamento, lasciava intendere che al ristabilirsi di condizioni normali, ovvero con l’ozono che dovesse tornare ad occupare in pianta stabile la stratosfera polare, anche i ghiacci antartici dovrebbero subire lo stesso destino dei cugini dell’emisfero nord e incamminarsi verso la condizione di sorbetto.

Ora, come detto qualche riga fa (forse troppe, perdonatemi), pare che neanche questa spiegazione vada bene, e, come dicono gli stessi autori di questo ultimo lavoro, deve per forza esserci qualche altro processo diverso da quello innescato dal depauperamento dello strato di ozono che si rende responsabile dell’aumento dell’estensione della banchisa antartica.

A questo punto aggiungerei, chissà quale? Ma non era tutto chiaro?

Sì lo so, i nostri numerosi, istruiti, illuminati detrattori non aspettano altro. Ma io insisto. Sono convinto che l’unico modello di informazione possibile sia quello che dice tutto. E così, se appena qualche giorno fa abbiamo dato conto delle fatiche estive dei ghiacci artici, oggi ci tocca dar conto dei sollazzi invernali dei ghiacci antartici. Perché nessuno lo dice.

Il mondo è sull’orlo del baratro e sotto c’è un calderone bollente. Fa tanto caldo che il ghiaccio marino antartico quando mancano ancora due mesi al culmine stagionale, ha già raggiunto un’estensione che si colloca tra quelle più ampie mai misurate (da quando la si misura).

Grazie a questa inspiegabile quanto inopportuna performance, che peraltro si ripete serenamente da anni (sempre da quando la si misura), il ghiaccio totale presente sul pianeta è noiosamente stabile. In media, piatto, liscio, sempre uguale, insomma, una noia mortale. Insisto, c’è qualcuno che mi spiega perché?

Ah, dimenticavo, due giorni fa a Dome Concordia, la base italo-francese sul Plateau Antartico orientale, è stato bruciato il record del freddo. La temperatura è scesa a -83,9 °C battendo il precedente -81,9 °C risalente al 3 settembre 2007.

Nel frattempo i venti meridionali che hanno soffiato gagliardamente per gran parte del mese di giugno in area artica hanno portato una consistente riduzione del pack, proprio come accaduto nel 2007. Ora la situazione si è invertita e la diminuzione sta rallentando, tanto che nell’ultima settimana è cambiato molto poco. Per chi non lo sapesse e pensasse di organizzare una gita in barca al Polo Nord per quest’estate, rammentiamo che le temperature dell’area in questione sono appena entrate in territorio positivo, mantenendosi però sotto la media stagionale, giusto in tempo per far capire che NONè il caldo a governare il ghiaccio.

Viviamo un’epoca interessante.

Tenetevi forte, riporto una nuova notizia dal convegno di Copenhagen: Il Global Warming raggiunge gli abissi Antartici. Questo il breve estratto: [...] Early results from CLIVAR show that abyssal water is warmer now than it was in the 1990s. The water that travels from Antarctica into the south-eastern Indian basin is roughly 0.1 °C warmer. The deep ocean current travelling from Antarctica into the Pacific is 0.03 °C warmer1[..].

Che e’ anche un caldo invito a dismettere gli slip in pile.

Impressiona veramente il numero di cose che non sapevano appena qualche mese fa quando e’ uscito il 4AR (Quarto Rapporto IPCC). Se mettiamo assieme tutta questa nuova conoscenza presentata al convegno di Copenhagen mi meraviglia che il 4AR non sia stato rimandato per potere metter finalmente una parola fine a questa sterile discussione “influenza umana oppure no” ma sopratutto al dilemma ”2100 quale delta T?”.

Questo convegno di Copenhagen e’ una vera bomba! Non ricordo se anche in Danimarca siano in vigore leggi non repressive come quelle olandesi sull’uso di stupefacenti. E credo che la parola ‘stupefacenti’ per le notizie di questi giorni sia veramente azzeccata2.

  1. Recenti studi dal CLIVAR mostrano che le acque abissali sono più calde di quanto fossero nel 1990. L’acqua che viaggia dall’Antartico verso il bacino Indiano sud orientale è approssimativamente 0.1°C più calda. La corrente di profondità che va dall’Antartico verso il Pacifico è 0.03°C più calda []
  2. Teodoro Georgiadis è fisico dell’atmosfera all’Istituto Ibimet – CNR di Bologna []

Molte volte abbiamo avuto modo di sottolineare come il sistema clima sia altamente non lineare, piuttosto complesso ed essenzialmente dominato dai cosiddetti feedback o effetti di retroazione. Un feedback è un meccanismo che, al variare di un fattore (causa) genera la variazione di un altro fattore ad esso correlato (effetto), tale da incidere sulla causa stessa. Con riferimento alla temperatura ad esempio, una tendenza all’aumento può esser causa di una diminuzione della superficie ghiacciata nelle regioni polari, di conseguenza la superficie del mare alle alte latitudini sarà  maggiormente esposta alla radiazione solare, ed assorbendone di più ne riemetterà  in maggior quantità, provocando un ulteriore aumento di temperatura. Contemporaneamente, tale aumento di temperatura potrà  far aumentare il vapore acqueo disponibile in atmosfera per la formazione delle nubi. Quelle nubi schermeranno la radiazione solare e ne conseguirà un raffreddamento. Il primo è un feedback positivo, il secondo è invece negativo.

In entrambi questi casi entra tuttavia in gioco il fattore forse più importante nelle dinamiche del clima , l’albedo, ovvero quella frazione di radiazione incidente che ogni superficie può riflettere piuttosto che assorbire. Questa frazione varia a seconda delle caratteristiche della superficie, ad esempio il ghiaccio e la neve hanno un albedo molto alto, mentre la nuda terra e soprattutto il mare possiedono un albedo molto basso. In fondo il dibattito sull’ampiezza del fenomeno di riscaldamento del pianeta, a prescindere dalle cause che possono generarlo, ruota tutto intorno all’esatta comprensione di questo meccanismo1. Posto infatti che la quantità  di radiazione incidente che arriva dalla nostra stella non muta molto nel medio periodo, sarà  piuttosto la reazione delle superfici su cui questa radiazione incide e divenire importante nelle dinamiche del sistema.

Questa è una delle ragioni – forse la più importante - per cui una variazione di temperatura nelle regioni polari assume maggiore importanza di quanta non ne abbia alle latitudini tropicali o equatoriali. Infatti, come abbiamo già  detto, se questa variazione è positiva, si ridurrà  la superficie ghiacciata e l’albedo tenderà  a diminuire eventualmente favorendo il riscaldamento. Nei modelli di simulazione climatica il feedback relativo alle variazioni della superficie ghiacciata del pianeta – cioè su entrambi i poli - è considerato essenzialmente positivo. In realtÃà, ci sono alcune ragioni che potrebbero anche favorire la tesi contraria. Sulla diminuzione dei ghiacci artici in effetti è stato detto praticamente tutto; ciò che in effetti si sente dire raramente è che invece quelli antartici sono stati soggetti ad un consistente aumento. Ciò rispecchia naturalmente il comportamento delle temperature2 che sono state soggette ad aumento nell’area polare settentrionale ma non hanno subito variazioni importanti in quella meridionale. Il risultato netto di questi due trend, se combinato in termini di albedo può essere in effetti negativo piuttosto che positivo.

msu-polar-temperature

Con riferimento al Polo nord, il minimo dell’estensione3 dei ghiacci arriva verso la fine dell’estate, più o meno verso la metà  di settembre, cioè in prossimità dell’equinozio.

Nel corso delle ultime decadi, la superficie di mare ghiacciato ha subito un continuo trend di diminuzione, più accentuato nella stagione estiva, cioè in corrispondenza dei minimi di estensione (ne abbiamo parlato anche qui). E’ però importante considerare che il minimo giunge quando il sole sta per passare alla fase invernale. Fatta eccezione per un paio di settimane immediatamente precedenti l’equinozio, la radiazione incidente che interessa la superficie del mare è piuttosto scarsa, per divenire poi praticamente nulla con il cambio di stagione.

In sostanza il minimo dell’estensione dei ghiacci artici arriva quando il sole ha uno scarso effetto riscaldante; ne consegue dunque anche una variazione dell’albedo poco significativa.

Per converso, l’estensione dei ghiacci antartici è stata soggetta negli ultimi trent’anni ad un continuo trend di aumento. Ciò significa che la quantità di superficie marina coperta da ghiaccio nei mesi dell’estate australe è stata via via più vasta.

Nella normale variabilità  stagionale la fase di minimo ha subito un’ anomalia massima attorno al mese di dicembre, cioè in prossimità  del solstizio. Con il sole più alto sull’orizzonte, tanto maggiore sarà la superficie ghiacciata tanto maggiore sarà  la radiazione riflessa, cioè l’albedo sarà  soggetto ad un importante aumento, innescando la fase negativa del feedback. Un altro fattore importante da tenere in considerazione è la latitudine alla quale si forma il ghiaccio. Al polo sud il ghiaccio arriva fino a 55°-75° di latitudine, mentre al polo nord la superficie ghiacciata è molto più prossima alle latitudini più alte ed è più o meno compresa tra 70° e 90°.

Quindi il ghiaccio dell’emisfero meridionale arriva più vicino ai tropici – in termini assoluti -, per cui riceve e riflette una maggior quantità  di radiazione incidente durante l’estate di quanto non possa accadere nell’emisfero settentrionale durante la corrispondente stagione estiva. Ne consegue che la presenza o assenza di ghiaccio antartico sembrerebbe poter avere un maggior impatto nel bilancio della radiazione ad onda lunga emessa dalla superficie di quanto non possa averne il ghiaccio artico.

 

 

 

 

 

 

In termini di quantità  infatti, durante l’equinozio il sole è circa 70° sotto lo zenit alla latitudine 80° nord e durante il solstizio è invece circa 40° sotto lo zenit a 65° sud4. La radiazione solare che arriva sulla superficie è quindi circa 2,2 volte maggiore sui ghiacci artici che su quelli antartici. Combinando le diverse latitudini e le diverse date, ancora una volta una maggior quantità  di ghiaccio a sud rifletterà  più radiazione solare di quanta non ne possa lasciar entrare una minor quantità di ghiaccio a nord. Inoltre, una anomalia positiva sarà più lontana dal polo di una anomalia negativa per definizione, per cui qualunque percentuale di anomalia sarà  più significativa se positiva, ovviamente in termini di bilancio radiativo. Nel discorso entrano infine anche altri fattori astronomici. Data l’eccentricità  dell’orbita terrestre infatti, il sole è più vicino alla terra durante l’estate australe di quanto non lo sia durante l’estate boreale. Una differenza pari a circa il 3%.

Tutti questi fattori sembrano favorire l’ipotesi che il bilancio netto dell’albedo che scaturisce dalle variazioni dell’ampiezza delle superfici ghiacciate possa essere stato sin qui negativo, mentre come detto in principio, esso è considerato essenzialmente positivo dai modelli di simulazione climatica. Questa potrebbe essere una delle ragioni per cui le medie globali di temperatura tendono a discostarsi sempre di più dai valori predetti da queste simulazioni. Come per tanti altri argomenti che abbiamo affrontato, sarà  necessario giungere ad un maggior livello di comprensione di queste dinamiche per affinare e rendere più attendibili le tecniche di previsione.

  1. Steven Goddard su www.wattsupwiththat.com []
  2. Dati MSU – University of Alabama []
  3. Fonte NSIDC []
  4. Immagini da www.vialattea.net []

“Il riscaldamento globale esiste, ma il clima non sempre potrebbe collaborare.”

[photopress:Hong_Kong.jpg,thumb,pp_image]Latitudine 22,33°, longitudine 114,18° Hong Kong potrebbe non avere più inverni a partire dal 2020-2030. Questa la sconvolgente news pubblicata sul sito della WMO appena dieci giorni fa. Poco male, eventualmente potremmo prestargliene un pò dei nostri. Verrà pure dalla massima autorità meteorologica della capitale della tecnologia, ma forse non contiene esattamente l’appeal per essere pubblicata sul sito della massima autorità meteorologica mondiale. Ad ogni modo, ognuno pubblica ciò che crede. Continue reading “Un inverno vero” »