Molte volte abbiamo avuto modo di sottolineare come il sistema clima sia altamente non lineare, piuttosto complesso ed essenzialmente dominato dai cosiddetti feedback o effetti di retroazione. Un feedback è un meccanismo che, al variare di un fattore (causa) genera la variazione di un altro fattore ad esso correlato (effetto), tale da incidere sulla causa stessa. Con riferimento alla temperatura ad esempio, una tendenza all’aumento può esser causa di una diminuzione della superficie ghiacciata nelle regioni polari, di conseguenza la superficie del mare alle alte latitudini sarà maggiormente esposta alla radiazione solare, ed assorbendone di più ne riemetterà in maggior quantità, provocando un ulteriore aumento di temperatura. Contemporaneamente, tale aumento di temperatura potrà far aumentare il vapore acqueo disponibile in atmosfera per la formazione delle nubi. Quelle nubi schermeranno la radiazione solare e ne conseguirà un raffreddamento. Il primo è un feedback positivo, il secondo è invece negativo.
In entrambi questi casi entra tuttavia in gioco il fattore forse più importante nelle dinamiche del clima , l’albedo, ovvero quella frazione di radiazione incidente che ogni superficie può riflettere piuttosto che assorbire. Questa frazione varia a seconda delle caratteristiche della superficie, ad esempio il ghiaccio e la neve hanno un albedo molto alto, mentre la nuda terra e soprattutto il mare possiedono un albedo molto basso. In fondo il dibattito sull’ampiezza del fenomeno di riscaldamento del pianeta, a prescindere dalle cause che possono generarlo, ruota tutto intorno all’esatta comprensione di questo meccanismo. Posto infatti che la quantità di radiazione incidente che arriva dalla nostra stella non muta molto nel medio periodo, sarà piuttosto la reazione delle superfici su cui questa radiazione incide e divenire importante nelle dinamiche del sistema.
Questa è una delle ragioni – forse la più importante - per cui una variazione di temperatura nelle regioni polari assume maggiore importanza di quanta non ne abbia alle latitudini tropicali o equatoriali. Infatti, come abbiamo già detto, se questa variazione è positiva, si ridurrà la superficie ghiacciata e l’albedo tenderà a diminuire eventualmente favorendo il riscaldamento. Nei modelli di simulazione climatica il feedback relativo alle variazioni della superficie ghiacciata del pianeta – cioè su entrambi i poli - è considerato essenzialmente positivo. In realtÃà, ci sono alcune ragioni che potrebbero anche favorire la tesi contraria. Sulla diminuzione dei ghiacci artici in effetti è stato detto praticamente tutto; ciò che in effetti si sente dire raramente è che invece quelli antartici sono stati soggetti ad un consistente aumento. Ciò rispecchia naturalmente il comportamento delle temperature che sono state soggette ad aumento nell’area polare settentrionale ma non hanno subito variazioni importanti in quella meridionale. Il risultato netto di questi due trend, se combinato in termini di albedo può essere in effetti negativo piuttosto che positivo.

Con riferimento al Polo nord, il minimo dell’estensione dei ghiacci arriva verso la fine dell’estate, più o meno verso la metà di settembre, cioè in prossimità dell’equinozio.

Nel corso delle ultime decadi, la superficie di mare ghiacciato ha subito un continuo trend di diminuzione, più accentuato nella stagione estiva, cioè in corrispondenza dei minimi di estensione (ne abbiamo parlato anche qui). E’ però importante considerare che il minimo giunge quando il sole sta per passare alla fase invernale. Fatta eccezione per un paio di settimane immediatamente precedenti l’equinozio, la radiazione incidente che interessa la superficie del mare è piuttosto scarsa, per divenire poi praticamente nulla con il cambio di stagione.

In sostanza il minimo dell’estensione dei ghiacci artici arriva quando il sole ha uno scarso effetto riscaldante; ne consegue dunque anche una variazione dell’albedo poco significativa.
Per converso, l’estensione dei ghiacci antartici è stata soggetta negli ultimi trent’anni ad un continuo trend di aumento. Ciò significa che la quantità di superficie marina coperta da ghiaccio nei mesi dell’estate australe è stata via via più vasta.

Nella normale variabilità stagionale la fase di minimo ha subito un’ anomalia massima attorno al mese di dicembre, cioè in prossimità del solstizio. Con il sole più alto sull’orizzonte, tanto maggiore sarà la superficie ghiacciata tanto maggiore sarà la radiazione riflessa, cioè l’albedo sarà soggetto ad un importante aumento, innescando la fase negativa del feedback. Un altro fattore importante da tenere in considerazione è la latitudine alla quale si forma il ghiaccio. Al polo sud il ghiaccio arriva fino a 55°-75° di latitudine, mentre al polo nord la superficie ghiacciata è molto più prossima alle latitudini più alte ed è più o meno compresa tra 70° e 90°.

Quindi il ghiaccio dell’emisfero meridionale arriva più vicino ai tropici – in termini assoluti -, per cui riceve e riflette una maggior quantità di radiazione incidente durante l’estate di quanto non possa accadere nell’emisfero settentrionale durante la corrispondente stagione estiva. Ne consegue che la presenza o assenza di ghiaccio antartico sembrerebbe poter avere un maggior impatto nel bilancio della radiazione ad onda lunga emessa dalla superficie di quanto non possa averne il ghiaccio artico.


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In termini di quantità infatti, durante l’equinozio il sole è circa 70° sotto lo zenit alla latitudine 80° nord e durante il solstizio è invece circa 40° sotto lo zenit a 65° sud. La radiazione solare che arriva sulla superficie è quindi circa 2,2 volte maggiore sui ghiacci artici che su quelli antartici. Combinando le diverse latitudini e le diverse date, ancora una volta una maggior quantità di ghiaccio a sud rifletterà più radiazione solare di quanta non ne possa lasciar entrare una minor quantità di ghiaccio a nord. Inoltre, una anomalia positiva sarà più lontana dal polo di una anomalia negativa per definizione, per cui qualunque percentuale di anomalia sarà più significativa se positiva, ovviamente in termini di bilancio radiativo. Nel discorso entrano infine anche altri fattori astronomici. Data l’eccentricità dell’orbita terrestre infatti, il sole è più vicino alla terra durante l’estate australe di quanto non lo sia durante l’estate boreale. Una differenza pari a circa il 3%.
Tutti questi fattori sembrano favorire l’ipotesi che il bilancio netto dell’albedo che scaturisce dalle variazioni dell’ampiezza delle superfici ghiacciate possa essere stato sin qui negativo, mentre come detto in principio, esso è considerato essenzialmente positivo dai modelli di simulazione climatica. Questa potrebbe essere una delle ragioni per cui le medie globali di temperatura tendono a discostarsi sempre di più dai valori predetti da queste simulazioni. Come per tanti altri argomenti che abbiamo affrontato, sarà necessario giungere ad un maggior livello di comprensione di queste dinamiche per affinare e rendere più attendibili le tecniche di previsione.