Finalmente caldo!

Era ora! Anche l’Antartico si è deciso a scaldarsi! Ora il quadro è completo, tutto, ma proprio tutto il pianeta si sta scaldando, lo apprendiamo dall’uscita dell’ultimo numero di Nature, nel quale è presentato un lavoro di ricostruzione delle temperature dell’area antartica che sovverte completamente quanto sin qui indebitamente affermato semplicemente leggendo i dati osservati, i quali, pur scarsi, sembra dicessero qualcosa di diverso.

Si tratta di una ricostruzione che si avvale delle misurazioni fatte con i sensori satellitari che presentano un trend negativo – per riempire i buchi nella continuità  spaziale e temporale delle osservazioni al suolo, per molte delle quali, pur nell’assoluta povertà  delle informazioni disponibili, i trend erano stati sin qui negativi. Il risultato è che il trend diventa positivo. Il tutto con tecniche statistiche d’interpolazione, ampio impiego di modellistica e di relativo tuning o se preferite orientamento dei modelli per meglio conseguire il risultato. Tutto ciò non sorprende perché tra gli autori compare Michael Mann, il quale, non pago di aver dato il massimo con il famigerato hockey stick, ripropone le sue mirabolanti tecniche di trattamento dati. Pratiche quasi esoteriche talmente preziose da non essere rivelabili a quanti volessero verificarle. Forse le leggeremo fra qualche centinaio d’anni in un libro di formule magiche.

La questione merita approfondimento. Prima di provare a ragionarci su mi vengono un paio di dubbi iniziali. I dati delle sonde satellitari hanno poco meno di trent’anni di vita, mentre la ricostruzione indica di aver individuato una tendenza al riscaldamento innescatasi da almeno cinquant’anni. Per coprire quanto manca come hanno fatto? E inoltre, mi risulta che le sonde satellitari offrano una copertura areale piuttosto scarsa sulle zone polari (questa invero è la critica più forte che viene mossa alla validità  di questi rilevamenti) e si limiti a sfiorarle. Quali dati sono stati dunque impiegati per fare le interpolazioni? Sono certo di essere in errore, però, leggendo quanto riportato nel documento supplementare al lavoro di ricerca (che trovate qui), scopriamo una singolare tecnica di selezione dei dati. Mi spiego. L’accuratezza della selezione dei dati all’infrarosso deriva dalla capacità  di filtrare il segnale della nuvolosità. L’albedo elevatissimo, tanto delle nubi quanto del suolo ghiacciato, rende questo procedimento molto complesso. In analisi precedenti a questa si è tentato di interpretare la variazione della radianza su base giornaliera in funzione del movimento delle nubi. Oltre a questa tecnica è stato ora impiegato un nuovo stratagemma: tutti i dati giornalieri che differivano dalle medie climatologiche di un certo intervallo (assunto essere di 10°C) sono stati considerati contaminati dalla nuvolosità  e quindi eliminati. In pratica sono stati eliminati tutti i dati più freddi, scegliendo l’intervallo di differenza che si avvicinava di più al risultato atteso.

Ma forse c’è dell’altro. Sin qui abbiamo sempre detto che il vero problema dell’interpretazione dei dati provenienti dalle zone polari, ed in particolar modo quelle antartiche, è l’assenza di una climatologia nota per quelle zone: come si fa ad eliminare qualcosa da qualcosa che non c’è? Nello stesso documento scopriamo anche che i dati delle singole stazioni riporterebbero un trend di aumento addirittura superiore a quello della ricostruzione. Il margine d’errore dei dati è più elevato nelle osservazioni (per assenza di continuità del dato) che nella ricostruzione. Per quanto la si voglia edulcorare, la pillola dell’interpolazione e della giunzione di dati da fonti diverse è un’approssimazione che altera la realtà  e genera incertezza ampliando il margine d’errore. Come può quindi essersi ridotto il margine d’errore già  presente nelle osservazioni applicando la ricostruzione? Come riportato anche nell’articolo, per molte delle località del dataset la scarsità  dei dati impedisce di fare una validazione della procedura di integrazione delle serie. Tale procedura è stata possibile in 26 località  su 65, molte delle quali nella parte del continente che si scalda di più, la penisola antartica. Un raffreddamento importante è stato ricostruito per alcune zone del settore orientale, però, ammettono tristemente gli autori, per quelle stazioni i dati sono troppo frammentari per testare la validità del procedimento. Una vera jella. In uno dei commenti all’argomento sul sito Climate Audit leggiamo che questo è “real modelling”. Mi piace! Ma mi piace ancora di più questo concetto: perchè dovremmo validare i modelli se possiamo usare i modelli per creare i dati per validare i modelli? Geniale.

Come dire, siamo in attesa che quelli più bravi di noi decidano se l’Antartide si scalda oppure no. Certamente confidiamo nella assoluta buona fede di chi ha prodotto queste informazioni. Il fatto che abbiano iniziato a circolare solo ora certamente non ha nulla a che fare con l’imminenza della fase di estensione minima stagionale del ghiaccio marino antartico. Per cui, quando assisteremo al distacco di qualche enorme iceberg a beneficio dei media, nessuno oserà  fare accostamenti. Però ci interessa sapere come potrà  essere inserito questo nuovo importantissimo tassello nella consolidata teoria del riscaldamento globale di origine antropica. Sin qui ci è stato detto e ripetuto che tutto va secondo le previsioni (nessuna ironia) il riscaldamento e scioglimento dell’Artico ed il raffreddamento e consolidamento dell’Antartico erano in linea con le previsioni climatiche. Ora che il polo sud si scalda come funziona? Lasciatemi indovinare. Era tutto previsto.

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Author: Guido Guidi

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3 Comments

  1. Ops lapsus……..”artica”leggasi antartica…..come continente artico leggasi antartico!!!
    Chiedo venia ma può essere che inconsciamente anche io dimentico che il polo sud e il continente antartico…..esistono^^

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  2. Purtroppo non ho mai studiato metereologia(se nn negli ultimi tempi) e non ho basi per capire il “sistema” in tutte le sue parti, ma ho preso l’abitudine negli ultimi hanni di “osservare” tutte le misurazioni, statistiche equant’altro reperibili per farmi un idea di questo GW.
    Mi sono accorto negli ultimi anni di come effettivamente i dati siano interpretati faziosamente, questa novità “artica” poi mi lascia parecchio perplesso, io però ho osservato anche un’altra cosa che mi lascia ancora più perplesso, il discorso oceani…sono ormai anni che mediamente le temperature oceaniche (specie quelle del pacifico meridionale)hanno un trend negativo, nessuno però ci fa caso, si dichiara che si scalda il continente artico ma si raffredda l’oceano intorno? booh è vero che il locale molto spesso inganna, ma la termodinamica nn dovrebbe essere cosi poco considerata dagli ecoscienziati!

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  3. caro Guido,
    è un pò che sto seguendo ‘ste vicende ambientali e apprezzo il tuo lavoro come quello di tanti altro che seguo volentieri…
    io sono solo un lettore e forse con pochi titoli per commentare, ma a buon senso direi che gli autori di tale articolo stiano cercando fondi dalla nuova amministrazione americana…
    spiegazione semplicistica? forse, però sono stati puntualissimi a uscire 3 secondi dopo l’insediamento del neo presidente, curioso no?

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