Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Corre voce, anzi, più che altro fanno correre la voce, che quanti affermano di non essere convinti che ci attenda un futuro climatico a tinte fosche a causa del peso del contributo umano siano duri di comprendonio, ovvero non in grado di comprendere la complessità dei segreti della scienza e per questo inclini ad essere in errore. Eppure, nonostante la maggior parte degli scienziati del clima sia orientata a riconoscere come preoponderante l’effetto antropico sulle dinamiche del clima, ci sono fior di loro colleghi che esprimono palesemente il loro scetticismo.

Questo che ho parafrasato, è l’incipit di un articolo uscito nel maggio scorso su Nature Climate Change:

The polarizing impact of science literacy and numeracy on perceived climate change risks – Kahan et al., 2012doi:10.1038/nclimate1547

Un articolo molto interessante che spazza via una volta per tutte quel fastidiosissimo preconcetto di superiorità culturale sbandierato spesso e volentieri dagli attivisti del cambioclimatismo. Ne abbiamo avuto molte manifestazioni anche sulle nostre pagine in occasioni che non starò ad elencare ma che se volete potete reperire facilmente, tanto è comune questo atteggiamento.

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La rete, non c’è un giorno che non mi sorprenda. Pensate solo un attimo che tutte le nostre discussioni su clima, tempo e affini senza la rete non sarebbero mai esistite. Eh, lo so che in qualche aia si starà dicendo “Magari!”, ma tent’è, qua stiamo e siamo anche fermamente intenzionati a restarci.

Ma, naturalmente non siamo affatto soli. Perché la rete sì che è trasversale, globalizzata e democratica. Così accade che mentre per chi fa ricerca e scrive pubblicazioni l’accesso alle riviste scientifiche specializzate sia piuttosto difficile, per ragioni ovvie di controllo qualità ma anche meno ovvie e poco condivisibili di policy editoriale, c’è on line il meraviglioso e affollatissimo mondo di arXiv, la biblioteca in line della Cornwell University.

Grazie ad un post di Willis Eschenbach su WUWT, ho scoperto che il loro sito web dispone di uno strumento di interrogazione del database veramente spettacolare, si chiama “Bookworm”. Metti dentro due parole, scegli la categoria nella quale vuoi fare la ricerca et voilà, una bella curvetta su un grafico ti dice con quale frequenza quello o quei termini sono comparsi nelle pubblicazioni disponibili nel loro database.

Si poteva resistere?

“Global Warming” e “Climate Change”

Praticamente l’isteria è iniziata verso la metà degli anni ’90. Poi, dopo circa un decennio di crescita stabile e appaiata, il cambiamento climatico ha iniziato a staccare il global warming nel cuore di quanti hanno sottomesso i loro studi. Sarà forse perché parlare di riscaldamento mentre le temperature non crescono è meno efficace di parlare di cambiamento climatico? Può darsi, di sicuro questa differenza è chiaro segno di una metamorfosi del messaggio.

E’ anche interessante l’oscillazione di breve periodo (più o meno annuale) del ritmo delle pubblicazioni. Sembra quasi il respiro di Gaia :-) , ma più probabilmente ha qualcosa a che fare con le scadenze degli anni accademici, oppure, come siamo abituati ormai da qualche anno, con la preparazione delle adunate climatico-negoziali nelle più amene località del Pianeta.

Nel trend, inoltre, si staglia chiaramente il picco del 2007, anno della pubblicazione del 4° Report IPCC. Meno chiari invece il picco del 2011 e la successiva caduta. Non pare sia accaduto nulla di particolare nel 2011, per cui forse con il numero delle pubblicazioni in argomento che cresce, si accentua anche l’oscillazione ad alta frequenza, del resto la pendenza dei trend nel breve è sempre la stessa.

Insomma, due parole (anzi quattro), sulle quali si può fare parecchia dietrologia. Piuttosto sarebbe interessante sapere cosa ci riserva il futuro. Nel breve probabilmente un altro picco in occasione del 5° rapporto IPCC. Poi, magari, se dovesse continuare a latitare il warming, vedremo anche placarsi l’isteria.

Vi lascio al “Verme nel libro”. Ogni riferimento a fatti o persone realmente accaduti è, naturalmente, voluto.

 

Ammettiamolo, ogni volta che se presenta l’occasione, siamo tutti pronti a mostrarci diffidenti circa le informazioni che è possibile reperire su Wikipedia. Allo stesso tempo, però, sono anche convinto che vuoi per comodità, vuoi per pigrizia, vuoi anche soltanto per iniziare una ricerca, ne facciamo tutti un uso estensivo.

Si dice che la garanzia circa l’affidabilità delle informazioni reperibile su Wikipedia sia assicurata dal fatto di essere un sistema open, cioè sempre disponibile alla correzione di voci eventualmente compilate in modo inaccurato. Questo a mio parere è vero sulla carta ma non nella sostanza, perché se cerco una informazione, vuol dire che non la possiedo, e se non la possiedo non sono in grado di capire se quel che leggo è o meno affidabile. Perciò 1) perché questo avvenga devo avere la fortuna che qualcuno che ne sa più di abbia controllato quella specifica informazione, oppure 2) come probabilmente accade in taluni casi, deve esserci qualcuno che ha deciso di mettere il proprio sapere a disposizione e si occupa in pianta stabile di generare voci su specifici argomenti. A questo punto però, occorrerà comunque fidarsi della buona fede di quel qualcuno, o semplicemente della qualità del suo sapere.

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Qualcuno avrà il coraggio di dire “ho sbagliato”?

Ieri mi sono imbattuto in un tweet della World Bank che rilanciava un press release dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Titolo:

Malaria deaths are down, but progress remains fragile.

Nel corpo leggiamo che in totale nel mondo le morti per malaria sono diminuite del 25%, un dato che sale al 33% per la sola Africa.

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Messa così potrebbe anche sembrare una cosa positiva. Le menti più capaci nella scienza del clima che si uniscono per seguir virtute e canoscenza, avendo realizzato che tutti gli altri, ma proprio tutti, comprese le altrettanto capaci menti di un certo numero di colleghi, si sono rassegnati a viver come bruti.

Credo sia facilmente intuibile, si parla ancora del secondo round del climategate, delle migliaia di nuove mail diffuse in rete da quello che alcuni pensano sia un ignoto benefattore, altri una autentica jattura.

Il nome del file compresso che contiene le mail è lo stesso dell’altra volta FOIA.zip, i contenuti almeno per la parte che sin qui è stato possibile conoscere – pare ci siano altri 220.000 messaggi protetti da password – sono un po’ diversi. Nessuna traccia di dati o codici stavolta, solo conversazioni, presumibilmente della stessa epoca (e trafugazione) del caso precedente. Un fitto scambio di pareri, opinioni, proposte, accordi o anche semplici valutazioni personali, tutte o quasi con un comune denominatore: abbiamo un nemico e dobbiamo combatterlo. Il clima che cambia? No, quelli che non ci credono, quelli che non la pensano come noi, quelli che – complici i soliti noti dell’industria del petrolio – potrebbero anche riuscire a convincere qualcuno che ci stiamo sbagliando. All’uopo, si curano esplicitamente le pubbliche relazioni con apposito blog, Real Climate, indispensabile strumento nell’era della comunicazione globale.

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Qualcuno di voi avrà sentito che nelle ultime settimane gli Stati Uniti sono stati flagellati da una serie di Tornado che hanno causato danni molto ingenti e parecchie vittime. Un vero e proprio Tornado Outbreak che, pur arrivando nella stagione in cui solitamente sono attesi questi fenomeni, ha interrotto, in termini di numero e intensità degli eventi, un lungo periodo di relative quiete.

Si tratta indubbiamente di eventi estremi, tipicamente riferibili al tempo meteorologico, ma siccome sempre di atmosfera si tratta, ecco pronto un articolo su Time (CNN) che stampa un bel titolone: “Tornadoes, Climate Change and the Disaster Gap“. Il pezzo semina il dubbio che possa esserci lo zampino del global warming in questa improvvisa recrudescenza di eventi distruttivi, ma in effetti non va a fondo. Si preferisce puntare il dito – giustamente- sulla necessità di migliorare la predicibilità delle condizioni che li generano e sulla preparazione delle popolazioni che vivono nelle zone a rischio.

Onde evitare facili quanto inopportuni collegamenti con le dinamiche di un clima sempre più caldo e sempre più condizionato dall’impronta antropica, consiglio ai lettori questa approfondita analisi di Joe Bastardi dalle pagine di Weather Bell.

Sorpresa, è il ritorno del freddo che ha portato i Tornado. Infatti, negli anni ruggenti dell’AGW, il numero delle tempeste si è tenuto sempre basso. Per trovare medie annuali paragonabili a quella di quest’anno bisogna andare indietro ai “favolosi anni ’70″, cioè prima che le temperature iniziassero la loro scalata. E prima, per esempio, che l’Oscillazione Decadale del Pacifico (PDO) passasse in territorio positivo.

Ma, trattasi meteorologo, cui come per tutti quelli che fanno il suo mestiere, è sostanzialmente proibito discettare di clima e affini, a meno che non voglia ammettere che il tempo non è il clima se fa freddo, ma l è se fa caldo. Per cui meglio leggere quanto pubblica la NOAA al riguardo nella pagina FAQ della sua Tornado-Guide:

Does “global warming” cause tornadoes? No. Thunderstorms do. The harder question may be, “Will climate change influence tornado occurrence?” The best answer is: We don’t know. According to the National Science and Technology Council’s Scientific Assessment on Climate Change, “Trends in other extreme weather events that occur at small spatial scales–such as tornadoes, hail, lightning, and dust storms–cannot be determined at the present time due to insufficient evidence.” This is because tornadoes are short-fused weather, on the time scale of seconds and minutes, and a space scale of fractions of a mile across. In contrast, climate trends take many years, decades, or millennia, spanning vast areas of the globe. The numerous unknowns dwell in the vast gap between those time and space scales. Climate models cannot resolve tornadoes or individual thunderstorms. They can indicate broad scale shifts in three favorable ingredients for severe thunderstorms (moisture, instability and wind shear), but as any severe weather forecaster can attest, having some favorable factors in place doesn’t guarantee tornadoes. Our physical understanding indicates mixed signals–some ingredients may increase (instability), while others may decrease (shear), in a warmer world. The other key ingredient (lift), and to varying extents moisture, instability and shear, depend mostly on on day-to-day patterns, and often, even minute-to-minute local weather. Finally, tornado recordkeeping itself also has been prone to many errors and uncertainties, doesn’t exist for most of the world, and even in the U.S., only covers several decades in detailed form.

E’ un esercizio che abbiamo già fatto altre volte. Però ogni tanto è bene tornare a dare un’occhiata alla gran quantità di danni reali o presunti che il clima che cambia può portare. Molti di questi sono definiti “evidenze” del suddetto cambiamento, salvo poi trovarsi di fronte ad altrettante evidenze di segno opposto.

Insomma, pioverà di più o pioverà di meno? Farà più caldo o più freddo? Ci sarà più neve o meno neve? E così via, non senza che per alcune di queste discordanti affermazioni -tutte supportate da adeguato processo di revisione paritaria, ovvero tutte scientificamente approvate- compaia anche la terza opzione, cioè sia più che meno purché cambi.

L’impressione è che nell’affaire climatico siano confluiti un po’ troppi soldini. Logico che si desideri che continuino ad arrivare.

La stagione secca in Amazzonia è più verde
La stagione secca in ammazzonia è meno verde

Le valanghe potrebbero aumentare
Le valanghe potrebbero diminuire [?]

La migrazione degli uccelli è più lunga
La migrazione degli uccelli è più breve
La migrazione degli uccelli è diversa

Gli incendi delle foreste boreali potrebbero aumentare
Gli incendi delle foreste boreali potrebbero continuare a diminuire

Le locuste cinesi si affollano quando è più caldo
Le locuste cinesi si affollano quando è più freddo

Diminuiscono le rane in Columbia
Le rane prosperano in un mondo che si scalda

Gli atolli corallini affondano [?]
Gli atolli corallini si sollevano [??]

La rotazione della Terra rallenta
La rotazione della terra accelera

L’Africa orientale avrà meno pioggia
L’Africa orientale avrà più pioggia – pdf

Meno neve sui Grandi Laghi
Più neve sui Grandi Laghi

La Corrente del Golfo rallenta
La Corrente del Golfo accelera un po’

I Monsoni indiani saranno più secchi
I Monsoni indiani saranno più umidi

La resa del riso indiano diminuirà – full paper
La resa del riso indiano aumenterà

Le foreste dell’America Latina potrebbero diminuire
Le foreste dell’Amwerica Latina hanno prosperato in un mondo più caldo e con più CO2!

L’indice fogliario si è ridotto [1990s]
L’indice fogliario è aumentato [1981-2006]

La malaria potrebbe aumentare
La malaria potrebbe continuare a diminuire

La malaria aumenterà nel Burundi
La malaria diminuirà nel Burundi [?]

North Atlantic cod to decline
North Atlantic cod to thrive

La frequenza dei cicloni nel Nord Atlantico aumenterà
La frequenza dei cicloni nel Nord Atlantico diminuirà – full pdf

L’atlantico settentrionale meno salato
L’Atlantico settentrionale più salato

La banchisa settentrionale diminuirà [???]
La banchisa settentrionale aumenterà [?]

Le emissioni di metano delle piante sono significative
Le emissioni di metano delle pinate non sono significative

La vegetazione si sposta in quota
La vegetazione si sposta a valle [?]

Il Sahel avrà meno pioggia
Il Sahel avrà più pioggia
Il Sahel avrà più o meno pioggia

Meno nebbia a San Francisco
Più nebbia a San Francisco

La salita del livello del mare ha accelerato
La salita del livello del mare ha rallentato – full pdf

Meno umidità nel suolo
Più umidità nel suolo

I Calamari diventano più piccoli
I Calamari diventano più grandi

I Cacciatori dell’età della pietra potrebbero aver causato il riscaldamento del passato [?]
I Cacciatori dell’età della Pietra potrebbero aver causato il raffreddamento del passato

Più detriti dalle montagne svizzere
Meno detriti dalle montagne svizzere
I detriti dalle montagne svizzere potrebbero diminuire e poi aumentare

La Gran Bretagna avrà più siccità
La Gran Bretagna avrà più pioggia

Il vento aumenta di intensità [?]
Il vento diminuisce di intensità [?]
Il vento aumenta e poi diminuisce

Gli inverni potrebbero essere più caldi [??]
Gli inverni potrebbero essere più freddi

NB: tks to WUWT.

Niente di meglio per cominciare la settimana di una sana dose di retorica catastrofista e minaccia di ritorsioni a chi dissente, il tutto, naturalmente, condito di un’altrettanto sana dose di antiamericanismo appena mitigato dalla speranza in un nuovo corso che però non pare tanto meglio disposto del precedente.

Tutti obnubilati dai sordidi interessi dei cattivi naturalmente, che si avvalgono di ignoranti e mentitori di professione impegnati a rallentare il cammino della scienza, altrimenti lanciata verso la verità assoluta.

Queste ed altre “obbiettive” affermazioni a firma di Mark Ertsgaard (autore di Hot – Vivere i prossimi cinquant’anni sulla Terra) su l’Espresso. Non lo sfiora il dubbio che assegnare un’identità politica alla presunta verità scientifica è il peggior danno che si possa fare alla scienza. Dritti alla meta color che tutto sanno.

Potete leggerle qui, ma la parte più interessante è il paragone tra Galileo e James Hansen, nonché la creazione di un fantastico neologismo “la hot generation”, cioè tutti quelli nati nelle ultime decadi del secolo scorso condannati, malgrado i messianici avvertimenti del suddetto novello Galileo, a subire gli effetti del ritardo nell’azione contro il global warming.

Enjoy.

Il titolo si riferisce ad eccezioni rispetto alla teoria AGW che hanno la loro radice nel gradiente pseudo-adiabatico (o adiabatico-umido o adiabatico-saturo, se preferite), concetto un po’ ostico da digerire ma che cercherò di approfondire in quanto nasconde una cruciale caratteristica del sistema climatico terrestre. Ma procediamo con ordine.

Il sistema climatico del nostro pianeta ha come fine principale quello di riequilibrare lo scompenso energetico continuamente reimposto dall’ineguale ripartizione della radiazione solare che giunge alla superficie e che è massima nella fascia intertropicale e minima nelle aree artiche. Il riequilibrio è affidato per l’80% alla circolazione atmosferica che si avvale del vapore acqueo come vettore.

La circolazione atmosferica viene attivata dalla salita convettiva della massa d’aria nella zona di convergenza intertropicale (ITCZ), fenomeno che costituisce l’innesco delle due celle di Hadley, responsabili del trasporto energetico fra equatore e medie latitudini. Perché tale risalta convettiva possa aver luogo è essenziale che l’atmosfera presenti un gradiente di tipo pseudo–adiabatico e la presenza di un tale gradiente è uno dei fondamenti della stabilità del sistema climatico terrestre.

Ma vediamo di approfondire un po’ meglio la questione.

La salita convettiva della massa d’aria nell’ITCZ richiede che le bolle d’aria che stanno in vicinanza del suolo e che sono riscaldate dal suolo stesso possano salire. Tutte le bolle d’aria in salita si espandono e si raffreddano. L’espansione avviene in modo adiabatico e cioè fra la bolla d’aria e l’esterno non vi sono scambi di energia significativi (per rendersi conto della veridicità di tutto ciò basta guadare una nube convettiva, che altro non è che una bolla d’aria che è salita fino ad un’altezza sufficiente per aversi condensazione, e constatare che il bordo della nube è separato in maniera abbastanza netta rispetto all’atmosfera esterna).

Il raffreddamento delle bolle in salita avviene secondo una delle due modalità:

  1. seguendo il gradiente adiabatico secco (-0.96 °C/100 m), il che si ha finché non inizia la condensazione con formazione del corpo nuvoloso;
  2. seguendo il gradiente adiabatico umido (-0.4/-0.6 °C/100 m), il che si ha dopo l’inizio della condensazione.

Se tutte le bolle in salita di questo mondo si comportano secondo una di queste due modalità, il profilo termico verticale dell’atmosfera esterna alle bolle è invece più che mai variabile e per rendersene conto basta guardare i dati dei radiosondaggi, disponibili ad esempio a questo link.

La relazione esistente fra temperatura delle bolle in salita e temperatura dell’atmosfera esterna è cruciale in quanto se si raggiunge l’isotermia (bolla in salita che a una certa quota perviene alla stessa temperatura dell’atmosfera esterna) la salita si interrompe inesorabilmente.

Un caso molto diffuso nell’atmosfera terrestre è quello dell’instabilità potenziale, che si ha nel caso in cui una bolla non possa salire finché non inizia a condensare il vapore presente al proprio interno ma possa poi salire quando tale condensazione ha avuto inizio. L’instabilità potenziale si verifica allorché l’atmosfera esterna presenta un gradiente vicino a quello pseudo-adiabatico, come viene illustrato in figura 1.

Figura 1 – Comportamento di una bolla d’aria in salita in una atmosfera con profilo termico verticale rappresentato dalla spezzata T. In (a) la bolla segue inizialmente l’adiabatica secca (A) e, da quando inizia la condensazione (segnalata dalla comparsa della nube) l’adiabatica satura (o pseudoadiabatica) B. In assenza di condensazione la bolla avesse proseguito l’ascesa secondo il gradiente adiabatico secco (C) raggiungendo l’isotermia (iso) con l’atmosfera esterna ed interrompendo la sua ascesa. Si osservi che l’ascesa della bolla una volta raggiunta la saturazione è resa possibile dal profilo atmosferico T che è di tipo pseudoadiabatico. Nel caso invece di (b) l’atmosfera manifesta un profilo T di inversione (temperatura che sale con la quota), il che si traduce nella prematura interruzione dello sviluppo convettivo.

Ricapitolando: la presenza di un gradiente vicino a quello pseudo-adiabatico nell’atmosfera è l’elemento chiave per mantenere quelle condizioni di instabilità potenziale che sono alla base della convezione nell’ITCZ e dunque della circolazione di Hadley e pertanto della circolazione generale

Il gradiente pseudo-adiabatico ha tuttavia la seguente particolarità che può essere colta osservando un diagramma termodinamico di quelli che i meteorologi adottano per analizzare i dati dei radiosondaggi (figura 2): per ogni °C di aumento della temperatura al suolo si osservano 1.4°C nella media troposfera e 2.8°C nell’alta troposfera. Tale fenomeno trova immediato riscontro nelle simulazioni dei GCM, i quali essendo stati scritti da fisici valenti si conformano appieno alla teoria mostrando ad esempio che agli 0.4°C di incremento delle temperature globali osservato in superficie nel periodo 1977-1998 corrispondono 0.6°C di incremento a 5000 m di quota e 1.1°C a 12000 m. Peccato che tali risultati non trovino riscontro nelle misure effettuate con radiosonde, le quali mostrano invece che nel periodo in esame la troposfera medio-alta non solo non si è scaldata più della superficie ma al contrario si è raffreddata.

Figura 2 – In questo diagramma termodinamico (un emagramma) le adiabatiche umide (Moist adiabats) sono rappresentate dalle linee tratteggiate spesse. Si osservi che a 30°C un aumento di 1°C della temperatura al suolo corrisponde all’aumento di 1.4°C a 50 kPa (circa 5500 m di quota) e di 2.8°C a 20 kPa (circa 12000 m di quota).

Quel che ho illustrato rappresenta una eccezione rispetto alla teoria AGW che meriterebbe di essere chiarita.

E sempre partendo dal concetto di gradiente pseudo-adiabatico, un’altra eccezione in attesa di chiarimento ci viene segnalata da un recente lavoro di Klotzbach et al (2009) ed è la seguente.

I dati da sensore satellitare MSU – UAH, relativi alla troposfera medio-bassa (primi 4500 m di quota) mostrano che le temperature globali sono salite il 20% in meno rispetto alle temperature rilevate in superficie, mente il summenzionato principio di conservazione del gradiente pseudo-adiabatico imporrebbe l’esatto opposto e cioè un incremento termico in troposfera medio-bassa del 20% in più rispetto a quello di superficie.

Figura 3 – Differenze nelle temperature globali fra misure da stazioni in superficie e misura da satellite (MSU – UAH). La forbice fra differenze osservate e differenze attese si sta progressivamente ampliando.

Si osservi anche che lo scostamento fra dati MSU e dati di superficie si manifesta nei dati riferiti alle terre emerse mentre non ha luogo per i dati oceanici. Anche qui dunque un’eccezione al momento non chiarita.

Una spiegazione delle due eccezioni sopra riportate potrebbe risiedere nel fatto che le temperature misurate con stazioni meteo in superficie (e cioè a 1.80 m di quota) sono influenzate da uno o più dei seguenti fenomeni:

  1. Aumento della copertura nuvolosa medio bassa.
  2. Aumento degli aerosol (di origine antropica o non).
  3. Diminuzione dello stabilità del sottile strato limite notturno con accresciuto rimescolamento del’aria più vicina al suolo (più fredda) con quella più in alto (più calda) dovuto ad esempio a cambiamenti nella scabrezza delle superfici prossime alle stazioni.
  4. Variazione del contenuto in umidità del terreno che altera il flusso di energia verso l’atmosfera.
  5. Effetti di isola di calore urbano incrementatisi nel tempo a seguito dell’espansione delle aree urbane.
  6. Accumulo notturno dei gas serra (vapor acqueo, CO2) in vicinanza del suolo.
  7. Problemi legati alla strumentazione di misura (es: modifiche nella tipologia degli schermi anti-radiazione dei termometri).

Si noti che i fenomeni 1,2,3,5,6 sono assai più efficaci sulle minime notturne che sulle massime diurne e si noti inoltre che:

  • I fenomeni 2,3,4,5,6 sono fenomeni locali e non globali, afferendo a quella branca della meteorologia nota come micrometeorologia e che indaga i processi che avvengono nello stato limite (boundary layer);
  • il fenomeno 3 non comporta variazioni del contenuto di energia del sistema ma solo una riallocazione della stessa fra gli strati;
  • I fenomeni 3,4,5,6 possono aver luogo sulle terre e non sugli oceani, il che giustificherebbe il fatto che l’eccezione pare interessare le terre emerse più che gli oceani.

Rispetto alla complessità che pare emergere da tali fenomeni segnalo alcune risposte trovate in bibliografia e riportate da Klotzbach:

  1. si tratta di errori casuali e che dunque si compensano fra loro (sarà vero? In nome di cosa gli errori dovrebbero compensarsi?)
  2. si tratta di errori indotti dalla disomogeneità della distribuzione della rete globale di stazioni meteo al suolo
  3. lo scostamento osservato fra dati MSU e dati da reti al suolo è frutto di problemi di qualità nei dati di superficie, nei dati MSU o in entrambe.

Tutte risposte che non soddisfano fino in fondo.

Riferimenti bibliografici

  • Klotzbach, P.J., R.A. Pielke Sr., R.A. Pielke Jr., J.R. Christy, and R.T. McNider, 2009: An alternative explanation for differential temperature trends at the surface and in the lower troposphere. J. Geophys. Res., 114, D21102, doi:10.1029/2009JD011841.”, liberamente scaricabile da internet (il link è indicato sul blog di Pielke).

Appena questa mattina abbiamo pubblicato una breve riflessione sull’evoluzione della terminologia adottata per fare riferimento al disastro climatico, della necessità di cambiare spesso per tenere alto il livello di attenzione e di preoccupazione nell’opinione pubblica e della scarsa solidità dell’ipotesi che attribuisce quasi totalmente i cambiamenti climatici alle attività umane.

Poi mi sono ricordato dello snapshot di un articolo di giornale proveniente dal Vancouver Sun, addirittura del 1982, visto qualche tempo fa sul sito della Global Warming Policy Foundation. Leggete attentamente le poche righe dell’articolo (qui la fonte da Google news).

Vancouver Sun, 1982

Sicché Mustafa Tolba, scienziato egiziano, era all’epoca alla guida dell’UNEP (United Nations Enviromental Program) e aveva le idee chiare: nel giro di un ventennio -a suo dire- l’umanità avrebbe dovuto fronteggiare un disastro ecologico tanto distruttivo quanto una guerra nucleare. Ennesima profezia di catastrofe imminente andata a vuoto? Sì, ma anche molto di più. Nel corso della sua lunga reggenza (1975-1992) ha fatto molte cose. Due i fiori all’occhiello: la campagna contro l’impoverimento dello strato di ozono, culminata con il protocollo di Montreal nel 1987, e la nascita dell’IPCC, in cooperazione con l’OMM, nel 1988.

Ora riprendiamo il grafico del post di questa mattina in forma semplificata.

L’avvicendamento dell’attenzione nelle discussioni tra la guerra nucleare e il climate change è dei primi anni ’80. Il meeting durante il quale Mustafa Tolba fece quelle dichiarazioni è del maggio del 1982. L’IPCC è stato fondato nel 1988 con il compito di provare l’influenza delle attività umane sul clima sotto la guida dell’OMM e dell’UNEP. Et voilà, la “conservazione della preoccupazione” è servita.

Mi rimangio il titolo di questo breve post, niente accade per caso.