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C’è una ragione su tutte per cui ormai parecchi anni fa decisi di accettare la proposta dell’associazione MtgClimate di cominciare a lavorare su un ambiente di discussione divulgazione web: la voglia di imparare.

E infatti non passa giorno che non si scopra o si impari o si discuta di qualcosa di nuovo, siano essi concetti scientifici o magari semplici (si fa per dire) forme di divulgazione.

 

Ecco la novità di oggi. Nei nostri post l’ENSO (El Niño Southern Oscillation) è un argomento ricorrente, perché le oscillazioni della temperatura superficiale della porzione equatoriale dell’Oceano Pacifico sono la “pompa di calore” del Pianeta e le teleconnessioni climate con queste oscillazioni sono numerosissime.

 

A questo link c’è un’animazione molto interessante ed estremamente esplicativa del funzionamento del meccanismo dell’ENSO. Basta fare click su “animation”, poi su “animate” e poi, quando compare il pop-up della finestra che contiene l’animazione basta scegliere il periodo di 24 o 60 mesi. E’ tutto in 3D, veramente bello.

Dopodiché, sulle pagine di WUWT, Willies Eschenbach spiega il suo punto di vista rispetto al meccanismo visualizzato. Buona lettura.

Qualche giorno fa abbiamo letto un documento dell’OMM con il quale si annuncia l’imminenza dell’affermarsi di condizioni di El Niño per le prossime settimane. Una previsione che non stupisce perchè in effetti la transizione del segno dell’ENSO è iniziata già da qualche mese. Dunque l’Oceano Pacifico equatoriale, lo “scaldabagno” del pianeta sta per tornare a scaldarsi, cioè a presentare significative anomalie positive nello strato superficiale. Nel comunicato stampa dell’OMM però, l’elemento di novità è rappresentato dal fatto che l’evento che si prevede dovrebbe essere piuttosto debole e anche non particolarmente lungo. Nell’immagine sotto troviamo una efficace raccolta di tutte le simulazioni modellistiche disponibili.

http://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/analysis_monitoring/enso_advisory/ensodisc.pdf

Continue reading “El Niño, il Sole e il Mare” »

La NOAA ha emesso un El Niño Watch. Tecnicamente si tratta di un messaggio prodotto quando salgono le probabilità che nel Pacifico equatoriale si generino le condizioni di riscaldamento delle acque di superficie, evento appunto definito El Niño.

Attualmente l’ENSO, ossia l’indice con cui si definiscono le oscillazioni delle SST (Sea Surface Temperature) di quella zona del Pianeta, è in zona neutra. Cioè, dopo parecchi mesi di valori positivi, che corrispondono ad un raffreddamento delle SST noto come La Niña, sta avvenendo la transizione verso valori negativi.

Continue reading “NOAA: El Niño forse in arrivo. GISS: Caldo in arrivo di sicuro!” »

La NOAA ha emesso un comunicato stampa lo scorso 8 settembre: NOAA’s Climate Prediction Center: La Niña is back. Non proprio una buona notizia. Una nuova virata verso il territorio negativo dell’indice ENSO avrà certamente i suoi effetti. In primo luogo fornirà ancora carburante alla stagione degli uragani in area Atlantica. Questo potrà magari far piacere a chi aveva emesso già in maggio la previsione di una stagione “sopra la norma” in termini di intensità e frequenza di questi eventi, ma non sarà gradito certamente a chi vive nell’area caraibica e sulla costa orientale degli Stati Uniti.

Seguiranno poi rischi elevati di piogge torrenziali sull’Australia orientale, si spera con violenza diversa da quella dell’anno scorso. E sarà inoltre confermata la fase siccitosa negli Stati uniti centrali. A tutto questo, con molto minore capacità di comprensione e prognosi, si sommeranno tutte le altre teleconnessioni che accompagnano gli eventi di raffreddamento del Pacifico equatoriale, compresa la possibilità di un inverno piuttosto rigido per l’area europea.

Sicché, mentre il tempo atmosferico e il clima stagionale continuano ad andare per i fatti loro, registriamo l’ennesima insuccesso per una allora dubbiosa, oggi veramente incomprensibile prognosi di un ruggente ritorno di El Niño, ovvero del caldo, ovvero del riscaldamento globale, ovvero del disastro climatico, che James Hansen, gestore del dataset delle temperature superficiali globali della NASA (GISS), aveva esternato nel marzo scorso:

“Sulla base delle temperature sub-superficiali oceaniche, sul modo con cui si sono evolute nel corso del recente passato, e in analogia con lo sviluppo di precedenti episodi di El Niño, riteniamo che il sistema stia evolvendo verso un forte El Niño ad iniziare da questa estate [quella appena finita per intenderci]. Non è sicuro ma è probabile.”

Nessun problema, tutte le previsioni possono essere sbagliate. Tranne, naturalmente, quelle di un clima disfatto tra qui a cent’anni.

Un articolo interessante sulle Science News della NASA. Il maltempo che ha flagellato gli Stati Uniti negli ultimi mesi, dalle nevicate storiche (peraltro non ancora esauritesi), agli allagamenti dovuto anche allo scioglimento di tutta quella neve, ai frequenti e devastanti tornado che hanno flagellato gli stati centrali, non si può imputare nè al Niño (che latita da un bel po’), né alla Niña, che si è fatta vedere piuttosto bene ma si è dissipata nei primi mesi dell’anno.

I due fratellini, ma ora scopriamo che ce n’è un terzo, si danno il cambio a decidere dove deve andare l’acqua più calda del Pacifico equatoriale, decidendo quindi anche dove spostare gran parte dell’energia disponibile. In assenza di entrambi un grande classico, il terzo gode. Sicché la presenza de La Nada, ovvero condizioni praticamente neutre, ha consentito al getto polare (l’intensa corrente in quota che detta il cammino delle perturbazioni) di gironzolare per gli States, né troppo a sud, come avrebbe potuto essere con una Niña più forte, né abbastanza a nord, come accade in presenza del Niño.

Solo e soltanto meteorologia quindi, nel più sacrosanto rispetto della massima “il tempo non è il clima”, con una chiosa che finalmente restituisce il piacere di leggere questo genere di analisi:

E naturalmente c’è la domanda da un milione di dollari: “Qualche ricerca punta nella direzione del cambiamento climatico come causa di tutto questo tempaccio?”

“Il riscaldamento globale sta certamente accadendo, asserisce Patzert, ma non possiamo escludere o incolpare il riscaldamento globale per la stagione dei tornado del 2011. Semplicemente non lo sappiamo…ancora.

Che succederà adesso? Per favore non dite “La Nada”.

Piaccia o no a chi presagisce un futuro climatico dominato dal riscaldamento e da un conseguente disfacimento climatico, pare che alcune evidenze geologiche dimostrino che un mondo più caldo – ammesso e non concesso che così sarà- non avrà un impatto sull’ENSO (El Niño Southern Oscillation). L’alternarsi ciclico ma irregolare del Niño e della Niña, rispettivamente le fasi calda e fredda delle temperature di superficie dell’Oceano Pacifico equatoriale, dovrebbe continuare così come l’esame di quanto accaduto in passato dimostra che ha sempre fatto. Sappiamo anche che queste oscillazioni avvengono in un contesto di variazioni di lungo periodo, più o meno trent’anni, che vedono la linea di demarcazione tra fase fredda e fase calda assumere valori diversi. Queste variazioni descrivono la PDO (Pacific Decadal Oscillation) e vedono una maggiore frequenza di situazioni di El Niño con PDO positiva (asticella più in alto per le temperature di superficie) e più frequenti La Niña con PDO negativa (tutto il bacino del Pacifico equatoriale più freddo).

Dal momento che si sta parlando della massa liquida più vasta del Pianeta, queste oscillazioni hanno un impatto decisivo su tutte le dinamiche del sistema. Non è un caso se i picchi di temperatura media superficiale globale siano arrivati tutti con forti condizioni di El Niño, come non lo è che le successive cadute della temperatura siano state associate con la sua sorellina dal carattere freddo. Come del resto decisivi sono gli impatti nel breve periodo, perché queste oscillazioni determinano lo spostamento della convezione della fascia tropicale – e quindi delle piogge- da una parte o l’altra dell’oceano, decretando alternativamente periodi di intensa siccità o piogge molto abbondanti per i paesi costieri. E infatti lo scorso autunno La Niña ha portato delle spaventose inondazioni nel nord-est dell’Australia, mentre i paesi del Sud Americano hanno sofferto un deficit delle precipitazioni.

Tutta questa premessa, aiuta a comprendere il fatto che uno stato di El Niño permanente, come ventilato dall’ipotesi della deriva catastrofica del clima, sarebbe una vera iattura. Però, come leggiamo da New Scientist, tutto questo non dovrebbe accadere.

Questo è il link: Pacific shouldn’t amplify climate change – New Scientist 26 maggio 2011

Dati paleoclimatici e recente attività di simulazione climatica confermano la persistenza delle fasi di oscillazione anche in periodi molto lontani dall’attuale, dei quali si immagina che lo stato termico del Pianeta fosse molto diverso, in particolare con temperature medie superficiali globali anche 3°C più alte dei nostri giorni. Attenzione però, c’è il rovescio della medaglia. Le oscillazioni potrebbero diventare più frequenti, innescando quindi più frequenti eventi estremi come quelli descritti brevemente poche righe fa.

E ti pareva! Mai che si possa stare un attimo tranquilli.

Vabbè, per adesso prendiamo per buono il debunking della teoria del Niño forever, peraltro già smentita dal fatto che queste cose le abbiamo sentite anche un paio di decenni fa in pieno ruggente riscaldamento globale, in cui guarda caso la PDO era in fase positiva. Con il ritorno della fase negativa, è tornata a prevalere una maggiore frequenza di Niñas, fatto che non piacerà per nulla agli australiani e ancor meno ai peruviani, ma che conferma la persistenza di questa alternanza.

Da questo pezzo su New Scientist e dalle ricerche da cui prende spunto, possiamo però tirar fuori un’altra lesson learned, anzi due.

In primis apprendiamo -ma lo sapevamo già- che ci sono state ere climatiche in cui su questo pazzo e stupendo pianeta faceva piuttosto caldo nonostante nessuno bruciasse nulla, ovvero nonostante non ci fosse alcun forcing antropico sul sistema climatico. Da quelle fasi, pare anche che il Pianeta ne sia uscito indenne raffreddandosi, cioè senza che abbia potuto prevalere il cosiddetto runaway effect, cioè un effetto di riscaldamento inarrestabile innescato dai gas serra antropici e perpetuato dal vapore acqueo risultante da una più abbondante evaporazione dalle superfici oceaniche. Se la Terra non si è fritta all’epoca partendo da temperature anche più elevate, perché dovrebbe farlo ora?

Seconda lezione. Le inondazioni arrivate quest’anno in Australia – ma anche questo si sapeva già- sono direttamente connesse con la fase negativa dell’ENSO, cioè con la Niña. Ragion per cui, attribuirne l’intensità, peraltro purtroppo già vista svariate altre volte, al disfacimento climatico da caldo, è puramente speculativo e scientificamente infondato.

Le popolazioni dell’America Latina, hanno battezzato la fase calda dell’ENSO come El Niño (il bambinello) perché pensavano arrivasse sempre nel periodo di Natale. Poi sono arrivati i termometri e si è capito che le cose non stanno proprio così. Perdonatemi la dissacrazione, ma pare che anche per chi è convinto che ci attenda un futuro climatico disastroso e che questo avvenga interamente per colpa nostra, non sarà sempre Natale. Niente El Niño forever, almeno per questa volta.

Chi non ha mai sentito parlare del Niño e della Niña? Probabilmente quasi nessuno. Fenomeni climatici di breve medio periodo tirati in ballo con ragione ogni volta che si affronta l’argomento clima. Un po’ meno celebre l’ENSO (El Niño Southern Oscillation) che li racchiude entrambi. Certamente meno noto l’indice MEI (Multivariate Enso Index), sempre riferito a questi eventi ma di piu’ recente introduzione.

Partiamo proprio da qui, da questo indice. Quando si parla di Niño o Niña, si fa normalmente riferimento alla temperatura di superficie dell’oceano Pacifico tropicale ed alla variazione della pressione atmosferica tra due stazioni poste sulle due sponde dell’oceano. Con l’indice MEI, si entra molto piu’ nel dettaglio, con un approccio più olistico, in quanto si prendono in considerazione più parametri: la pressione atmosferica, le componenti zonale e meridiana (cioè lungo i paralleli e lungo i meridiani) del vento superficiale, la temperatura di superficie, la temperatura dell’aria e la copertura nuvolosa. Il dataset di riferimento è l’ICOADS (International Comprehensive Ocean Atmosphere Dataset), sviluppato dall’università di Boulder in Colorado. Le oscillazioni positive e negative di questo indice rappresentano rispettivamente le fasi calde (Niño) e fredde (Niña) delle condizioni climatiche dell’area del Pacifico tropicale.

Ormai più di un anno fa è stato pubblicato su Springer un lavoro di alcuni ricercatori italiani (Mazzarella et al., 2009), in cui attraverso delle elaborazioni statistiche dei dati dell’indice MEI, è stata individuata una interessante ciclicità nelle oscillazioni dell’ENSO, due armoniche di 26 e 60 mesi, con un livello di confidenza statistica del 99%, con le quali si riesce a dar conto di circa il 25% della variabilità totale dell’insorgere di questi eventi.

La prima di queste armoniche, la più breve, potrebbe indicare una certa correlazione con un altro fenomeno climatico con simile periodo di oscillazione, la QBO (Quasi Biennal Oscillation), ovvero i venti stratosferici tipici delle zone tropicali. Ma la parte più interessante, è forse l’individuazione per la prima volta di una ciclicità su base quinquennale delle variazioni dell’ENSO, pur in presenza di molti altri fattori di forcing che rendono comunque queste oscillazioni predicibili esclusivamente per via probabilistica.

Nel verificare le capacità predittive di questa ciclicità quinquennale nel passato, si scopre che molti – ove non tutti- gli eventi di Niño e Niña di una certa rilevanza si sono verificati in corrispondenza di picchi di massimo e minimo del ciclo quinquennale. Ne deriva che l’occorrenza di questi picchi è quantomeno condizione necessaria seppur non sufficiente per l’insorgere di ampie oscillazioni positive e negative dell’indice ENSO, ovvero del verificarsi di eventi di Niño e Niña di particolare intensità. Questo lavoro, la cui analisi termina al 2008, aveva in effetti individuato con buona approssimazione l’insorgere della Nina verso la metà del 2010 e prospetta un evento di segno opposto per i primi mesi del 2013 e uno di segno concorde per il 2015.

Aree più direttamente interessate da El Niño

Dal momento che le teleconnessioni (condizioni climatiche e meteorologiche da essi causate riassunte nell’immagine sopra) di questi eventi sono abbastanza note, questi spunti potrebbero essere utili per azioni di adattamento di breve medio periodo. Ma il problema non è soltanto climatico o atmosferico, bensì assume tratti che hanno un forte impatto sociale ed economico. A far chiarezza almeno in parte su questi argomenti, interviene un altro recente lavoro dello stesso gruppo di ricercatori (Mazzarella et al., 2010) in cui si prende spunto da questa parziale predicibilità ciclica dell’Enso, investigandone la correlazione con le pandemie influenzali. Ne viene fuori che otto ben documentate pandemie influenzali hanno iniziato a diffondersi in concomitanza di condizioni di El Niño di forte intensità o di media intensità ma lunga durata. Le condizioni climatiche tipiche di questo genere di eventi renderebbero infatti le popolazioni dell’area asiatica più vulnerabili allo sviluppo ed alla diffusione dei virus, i quali non sono generalmente originati da mutazioni di altri ceppi, ma dalla mescolanza di ceppi di origine umana, aviaria o comunque animale.

Anche in questo caso, l’occorrenza di condizioni di El Niño non è necessariamente associata allo sviluppo di pandemie, ma la correlazione individuata in questo lavoro, suggerirebbe comunque di non sottostimare l’eventualità che si verifichi effettivamente un altro evento di ENSO fortemente positivo nel prossimo 2013.

Dire che la primavera sia latitante è un eufemismo. Lo è meno ricordare che pur se molto poco piacevoli, stagioni così instabili non rappresentano una novità, semmai negli ultimi anni ci avevamo un po’ perso l’abitudine. Tuttavia non bisogna andare tanto indietro nel tempo per trovare ad esempio una piena del Tevere nel maggio del 1991, evento dunque con tempi di ritorno medio lunghi ma niente affatto unico né particolarmente anomalo.

E’ un fatto però che, almeno fino ad ora, il pattern della circolazione atmosferica abbia seguito lo stesso copione della trascorsa stagione invernale, certamente lunga e caratterizzata da molti disagi. I danni sono stati ingenti e le difficoltà non da meno. Abbiamo ad esempio scoperto che l’asfalto non è idrosolubile (cioè si scioglie con la pioggia) solo in Campania, come ci racconta Roberto Saviano in Gomorra, ma lo è in tutta Italia. E non è tutto, le cronache dall’estero ci hanno ricordato purtroppo anche che dove l’organizzazione della società è ben lungi dall’essere solida, il freddo ed il maltempo non hanno portato solo disagi, ma anche molte vittime (vedi ad esempio cosa è successo in Mongolia).

Fonte WUWT

Che succede in atmosfera? Proviamo a rifletterci su. Il fattore climatico più importante di quest’anno è stato certamente El Niño, che però proprio in questi giorni sta attenuandosi definitivamente. Ora forse arriverà la Niña, cioè un raffreddamento delle acque di superficie del Pacifico tropicale. Come abbiamo già avuto modo di commentare questo non è scontato che avvenga, ma i sistemi di prognosi di cui disponiamo sembrano piuttosto sicuri. Nel frattempo il Sole continua a latitare, e non mi riferisco alla gran quantità di nubi che lo hanno oscurato sin qui, quanto piuttosto all’attività solare in senso stretto, ancora decisamente debole nonostante il 24° ciclo solare sia iniziato da parecchi mesi. Per non farci mancare nulla, sull’area Europea abbiamo anche un po’ più di solfati e particolato in sospensione in troposfera, grazie al gentile contributo del vulcano islandese (forse non abbastanza per avere degli effetti tangibili, ma intanto sono lì, e il fatto che non siamo in grado di capire se e quali effetti possano avere non è una buona ragione per non metterli nel conto).

A questo punto verrebbe voglia di tirare i dadi. Già perché la storia ci insegna che gli anni in cui El Niño si è fatto sentire, la traccia sulle temperature superficiali si è vista molto bene, ma, quest’inverno, più che cantarsela El Niño ce le ha suonate il Vortice Polare. Come dire, clima dettato dalle dinamiche delle alte latitudini stratosferiche più che dalle basse latitudini troposferiche, almeno, ovviamente, per la gran parte delle terre emerse dell’emisfero nord. Sicché, invece di avere un clima mitigato dalle elevate temperature di superficie, lo abbiamo avuto più rigido per effetto degli intensi e persistenti scambi meridiani che hanno dominato e dominano ancora l’area atlantica. Per inciso e per evitare fraintendimenti, faccio notare che anche quest’anno le temperature medie superficiali hanno fatto segnare un record positivo, il fatto che abbia nevicato a cariolate è però puramente accessorio visto che ci si ostina a considerare questi dataset come traccianti del clima.

Fonte Woodfortrees.org

E sia, ma credo sia giunto il momento di aggiungere un altro ingrediente alla nostra discussione. L’ultima transizione Niño-Niña, avvenuta nel 2007, ha portato le anomalie di temperatura media superficiale ad una consistente diminuzione, e allora il Sole ancora brillava vigoroso. Mi domando quale potrà essere l’impatto sullo stato termico del pianeta -e quindi sulle dinamiche del clima- di una eventuale analoga transizione, con le condizioni accessorie cui abbiamo accennato poco fa.

Un primo effetto positivo potrebbe essere quello di non dover assistere più alle incantate dichiarazioni di vari sedicenti esperti (soprattutto d’oltremanica), che nel presagire inverni sempre più miti annunciano laconicamente che i bambini conosceranno la neve solo su internet, e le stazioni sciistiche dovranno riconvertirsi alla raccolta delle margherite. Ma sarebbe probabilmente l’unico. Infatti, una volta superato di slancio l’impatto con una stagione estiva parecchio lontana dai canoni del 2003 (ricordate? Doveva diventare la norma, e per chi non lo sapesse siamo già fuori tempo massimo, visto che maggio sta passando tra fulmini e saette), ci faremo ancora trovare impreparati a combattere i climi rigidi sugli aeroporti, sulle strade, nelle case o nei campi coltivati? Saremo ancora troppo intenti a distogliere risorse importanti da queste azioni di adattamento in favore di policy che vorrebbero preparare il mondo alle condizioni esattamente opposte? Ha senso investire fantastiliardi nella mitigazione di un clima che è reale solo negli schermi dei computer ed essere impreparati a fronteggiare quello che fa fuori della porta di casa?

Come dite? Questo è tempo non è clima? Oh, sì, ma quanto deve durare perché avvenga la magica trasformazione? Due inverni con piogge e nevicate record bastano? Vabbè, forse no, dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza (e di freddo), prima che si calmino i “bollenti” spiriti dei sostenitori del climarrosto.

Una pazienza con diritto di parola però. Per cui vi lascio con questa breve domanda: ma a qualcuno interessa davvero la differenza tra tempo e clima quando a farti campar male è il primo e non il secondo?

Ormai capita sempre più frequentemente di sentir parlare di eventi climatici quali El Niño o La Niña, senza che molti sappiano che con questi curiosi nomignoli ci si riferisce alle oscillazioni della temperatura di superficie (SST) delle acque del Pacifico tropicale appena a nord dell’equatore, cioè della quantità di energia che da questa superficie può essere trasmessa all’atmosfera soprastante e successivamente redistribuita sull’intero pianeta in modo più o meno diretto. Ancora meno sono quelli che sanno che queste oscillazioni -che non superano in ampiezza più di 12-18 mesi- non avvengono attorno ad un valore medio fisso, ma sono piuttosto collegate ad un altra oscillazione a più bassa frequenza -un trentennio circa- nota come PDO (Pacific Decadal Oscillation), sempre riferita ovviamente alla temperatura delle acque di superficie.

Attualmente disponiamo di strumenti di prognosi di queste oscillazioni ad alta frequenza abbastanza evoluti, molto bravi a seguire il corso degli eventi, ma un po’ carenti nell’indivuduarne l’insorgenza o le fasi di transizione. Non è infatti detto che il segno debba essere necessariamente positivo o negativo, possono anche sussistere fasi abbastanza lunghe di neutralità, piuttosto che oscillazioni poco significative.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito al verificarsi di un El Niño1 piuttosto vigoroso, succeduto ad una Niña2 anch’essa molto significativa. Il tutto è accaduto in un contesto di PDO negativa, cioè l’oscillazione è avvenuta attorno ad uno zero più basso di quanto non sia accaduto ad esempio fino ai primi anni del secolo, ovvero quando la “warm pool” dell’Oceano Pacifico ha immesso nel sistema la grande quantità di energia che ha contraddistinto le ultime decadi del secolo scorso. Ora El Niño è in fase di declino (cioè le SST stanno scendendo), e le previsioni dei vari centri di elaborazione delle prognosi sono più o meno concordi nel vedere una transizione verso una fase di La Niña per la fine dell’estate, dopo un breve periodo di neutralità.

Fonte NOAA-CPC

Ora, una previsione numerica può essere ritenuta valida, ovvero utile in quanto affidabile, se dopo le operazioni di verifica si dimostra più performante del clima medio, cioè se le percentuali di affidabilità superano le percentuali di occorrenza di condizioni note tipiche per il periodo in esame. Se questo non accade, è ovvio che sia più logico affidarsi al clima medio ed alla statistica piuttosto che alle simulazioni delle dinamiche evolutive degli eventi.

Con il tempo atmosferico, nel breve-medio periodo, a questo ci si è arrivati da parecchi anni, mentre siamo ancora lontani dall’arrivarci per il lungo periodo, sempre con riferimento al tempo atmosferico. Questo accade soprattutto per le grandi difficoltà che abbiamo nel descrivere con la necessaria precisione la situazione di partenza, da cui l’evoluzione dell’atmosfera è strattamente dipendente nelle prime fasi della sua evoluzione.

Per quel che riguarda il clima, ad esempio di una stagione, un semestre o addirittura un anno, questo traguardo è decisamente futuribile; questo tuttavia non significa che tutti gli eventi climatici siano impredicibili, specie, come detto in partenza, con riferimento alle sorti delle SST del Pacifico equatoriale. Semmai risulta in effetti molto difficile proseguire la catena dell’evoluzione degli eventi, per arrivare a comprenderne gli effetti a scala emisferica o addirittura globale, cioè individuando quelle che in gergo tecnico si chiamano teleconnessioni. E’ noto che un El Niño particolarmente potente sia tracciabile a posteriori sulle temperature medie superficiali del pianeta, come accaduto ad esempio per l’evento del 1998, ma, al di là di alcuni effetti noti ed immediati che si manifestano nelle aree immediatamente prospicenti la zona in questione, attraverso quali meccanismi di redistribuzione del calore si giunga a questi risultati è difficile dirlo in anticipo con sufficiente precisione. Pioverà di più da una parte e meno da un’altra e, se sì, quando? Nevicherà di meno? Ci saranno più nubi o meno nubi? E l’albedo ne risentirà? Ci saranno più perturbazioni intense o magari più cicloni tropicali? In poche parole, quale tempo atmosferico ci porteranno questi eventi?

Questi aspetti, certamente valutabili a posteriori, ma che è assolutamente necessario conoscere prima per mitigarne gli impatti e per pensare a strategie di adattamento, sono attualmente valutabili esclusivamente in termini statistici, cioè le simulazioni non hanno ancora dimostrato di essere più attendibili del clima medio, secondo la breve spiegazione fatta qualche paragrafo più su. Di contro, dire che in realtà quello che ci interessa è esattamente questo è sin troppo scontato. Può darsi che esista un certo numero di accademici interessato alle evoluzioni delle temperature di superficie degli oceani, ma quel che conta è se in ragione di queste oscillazioni ci saranno o meno eventi in grado di incidere -come accade spessissimo- sulle economie, sulle colture, sulla salute e addirittura sulla sicurezza delle popolazioni, non tra dieci, venti o cento anni, ma tra un mese, due o poco più.

Quanto premesso sin qui, si adatta molto bene all’attualità di questi e dei prossimi mesi. Come detto in apertura c’è un sostanziale accordo tra i modelli di simulazione nel vedere una transizione Niño-Niña per la fine dell’estate. La storia, cioè la statistica, sembra sia invece di diverso parere, infatti quello che sta per finire è un Niño classificato come Modoki, cioè con anomalie positive di temperatura localizzate soprattutto nella parte centrale dell’Oceano Pacifico. Questa particolare occorrenza è stata anche interpretata come una specie di adeguamento/conseguenza del riscaldamento globale, più volte additato come reponsabile dell’occorrenza di Niños sempre più potenti e anomali, anche nelle dinamiche della loro evoluzione.

In realtà, se si prendono a riferimento le ultime decadi del secolo scorso (che l’IPCC indica come il periodo in cui si sarebbe sentito più che mai il forcing antropico) e quelle immediatamente precedenti, racchiudendo così almeno due cicli della PDO, si capisce che questi eventi sono sempre stati comuni, hanno avuto intensità oscillanti e comunque sono arrivati in alternanza con eventi di tipo tradizionale, cioè anomalie positive delle SST concentrate sul settore più orientale del bacino. Ma, in questo caso, quel che conta è tuttavia il fatto che normalmente un Niño Modoki non sia quasi mai seguito da una Niña (20% dei casi osservati), cioè da un evento di segno nettamente opposto, mentre questo sembra accadere con buona frequenza per gli eventi di tipo tradizionale (80% dei casi osservati). Insomma, l’evento in corso non sembra avere le carte in regola per innescare l’occorrenza del suo opposto, nonostante questo sia previsto dai modelli di simulazione.

Fonte WUWT

Un bel dilemma, ma anche una ghiotta occasione per testare i modelli di simulazione rispetto alla storia, cioè per vedere se sono realmente più bravi. Avremo una Niña e tutte le sue teleconnessioni (ivi compresa una diminuzione delle temperature medie superficiali globali) oppure no? Nel primo caso avranno vinto (e ne saremmo felici) i modelli di simulazione, centrando un’evoluzione che la statistica vede solo con il 20% delle probabilità, nel secondo caso vincerà la storia, confermando, se mai ce ne dovesse essere bisogno, che c’è ancora molto da fare prima di diventare più bravi di lei, e questo, magari, potrà essere oggetto di riflessione sul gran parlare che si fa sempre sulle previsioni a lunghissimo termine.

  1. Oscillazione positiva, cioè temperature di superficie più alte della norma []
  2. Oscillazione negativa, cioè temperature di superficie più basse della norma []

Già, perché a questo sembra sia ridotta la finanza internazionale, una rapa. Lo dico da assoluto inesperto, un pensiero che scaturisce semplicemente da quanto viene quotidianamente riportato dai media. L’ultima pessima notizia sembra essere l’imminente (per qualcuno sarebbe già accaduto) default della Grecia, travolta dal debito generato da una sconsiderata gestione della cosa pubblica e da investitori internazionali, i soliti noti, che non si sono certo fatti scrupolo di approfittare di tale atteggiamento. Non sono da meno le preoccupazioni per la bolla immobiliare cinese che sarebbe pronta a scoppiare e per i debiti sovrani di molti altri stati, tutti colpevoli, chi più chi meno, di aver allungato veramente troppo il passo rispetto a quello che le loro gambe consentivano, continuando ad immettere moneta in un sistema che ha da tempo esaurito la necessaria contropartita, ovvero la capacità di produrre ricchezza.

Ora, tra le onde di un mare in tempesta, sorge il problema di trovare un porto sicuro per quanti operano sui mercati finanziari, per poter trascorrere al riparo i prossimi mesi in attesa di tempi migliori. Sembrerà assurdo, ma questa sicurezza, qualcuno pensa che possa venire dalle previsioni meteorologiche, o meglio dalle previsioni stagionali, con specifico riferimento alla prossima stagione degli uragani. Mi spiego meglio. Due meteorologi americani da tempo avvezzi a tradurre i loro outlook in qualcosa di monetizzabile per i mercati, hanno previsto una stagione degli uragani più intensa di quelle degli anni recenti1. I danni che questi eventi dovrebbero causare nell’area del Golfo del Messico, potrebbero essere causa di una forte impennata dei prezzi delle commodities, petrolio in primis per la grande quantità di raffinerie presenti nell’area, poi a seguire le altre materie prime fossili che diverrebbero quindi più preziose, e infine anche i generi alimentari, in particolare le colture di arance della Florida. Tutto ciò, quando manca ancora un mese all’emissione delle previsioni ufficiali della NOAA sulla prossima stagione degli uragani2.

Nel 2005, ma non solo, andò così. La stagione fu particolarmente provvida -si fa per dire- di uragani e tempeste tropicali, e i mercati internazionali ne risentirono parecchio. A seguire però ci sono state, specie nel 2006, ma anche l’anno scorso, delle stagioni decisamente sotto media, a conferma della estrema e piuttosto impredicibile variabilità interannuale cui sono soggetti questi eventi. Uno degli strumenti di prognosi, forse l’unico, che è possibile valutare per fare qualche proiezione sulla stagione degli uragani è l’andamento dell’indice ENSO, cioè le oscillazioni della temperatura di superficie delle acque del Pacifico equatoriale. El Niño (oscillazione positiva o fase calda), il bambinello che sguazza nell’Oceano Pacifico ormai da mesi sta per salutarci, tutte le previsioni lo danno in esaurimento per la fine di questa primavera. Un po’ meno certo ciò che verrà dopo. Alcuni modelli optano per una fase di ENSO neutra, altri invece prevedono che arrivi la sua sorellina, la Niña (oscillazione negativa o fase fredda)3.

Con specifico riferimento all’area atlantica, una fase fredda delle acque del Pacifico equatoriale è normalmente associata a stagioni degli uragani piuttosto vivaci, che possono tradursi (ma non sempre è così) in un maggior numero di eventi che arrivano a toccare le coste degli Stati Uniti. Diverso e di segno opposto il discorso sulle teleconnessioni delle fasi calde, che questo aumento lo registrerebbero nell’area degli Oceani Indiano e Pacifico4.

Il National Hurricane Center della NOAA fissa ufficialmente l’inizio della stagione degli Uragani in Atlantico nel mese di giugno, per farla terminare alla fine di novembre, perciò, quella che sta per arrivare potrebbe essere una stagione con fase neutra o debolmente fredda delle acque del Pacifico equatoriale. Dico debolmente perché, nonostante quei modelli che optano per una transizione verso la Niña vedano un evento con fase apicale abbastanza intensa, difficilmente tale transizione potrà essere tanto rapida da poter propagare i suoi effetti con la stagione degli uragani ancora in corso. E’ più probabile, se queste proiezioni sono corrette, che con la bambinella dovremo farci i conti nella prossima stagione invernale.

Va inoltre detto che questi sistemi di prognosi, mostrano ottime capacità di “seguire” l’evoluzione degli eventi una volta iniziati, ma soffrono parecchio nell’intercettarne l’insorgenza, ovvero le fasi iniziali. Se l’ENSO entrerà quindi in fase neutra non sarà semplice capire quando e se a questa seguirà una fase fredda piuttosto che un magari debole nuovo riscaldamento. Dal punto di vista meramente statistico, con l’Oscillazione Decadale del Pacifico -altra ciclicità di lungo periodo di quelle acque- anch’essa in fase negativa, sarebbe più probabile l’insorgere di una fase fredda, perché con PDO negativa sono più frequenti le Niñas che i Niños.

A questo punto sarà forse chiaro quanta incertezza regni in questo settore. Traslare questa incertezza in campo finanziario, più che l’indicazione di un porto sicuro, sembra veramente un’avventatezza, un modo come un altro per fornire occasioni di speculazione dai risultati che definire incerti è un eufemismo. L’ennesimo coniglio dal cilindro di un mercato che non sa più a che santo votarsi per proporre possibilità di realizzazione che facciano dimenticare, almeno per qualche mese, che il sistema è prossimo al collasso, o forse, Grecia docet, già collassato. Per dirla in breve, sembra si tratti di finanza perché c’è la borsa di mezzo, ma in realtà è un sistema molto più vicino a quello delle scommesse on line.

Non credo, e sia chiaro che ora torno a rivestire i panni di colui che ci capisce molto poco, che la via per mettersi al sicuro da questa fase così difficile e turbolenta della finanza internazionale sia puntare su ciò che si presume di sapere di un settore complesso come quello delle dinamiche del clima nel medio periodo. Può darsi che i due meteorologi americani abbiano ragione, ma non si dovrebbe trascurare il fatto che se così non fosse, i prezzi delle commodities nel frattempo salirebbero comunque e non per loro penuria, quanto per l’inevitabile frenesia che sarebbe indotta dall’aumento della domanda. Questo avrebbe una ovvia ricaduta sui consumi, per di più in un periodo di crisi, provocando disagi forse ancora peggiori di quelli che potrebbero essere provocati da una stagione degli uragani veramente intensa.

Non so, ma non credo che la soluzione per ridurre il rischio sia applicarvi un coefficiente di moltiplicazione, a meno che, proprio come è accaduto in passato, non si agisca sapendo che comunque, alla fine, chi si assumerà questo rischio sarà qualcun altro, guarda caso, proprio come è accaduto per gli eventi che hanno dato il via alla crisi finanziaria.

  1. http://typhoon.atmos.colostate.edu/forecasts/2010/april2010/apr2010.pdf []
  2. Anche qui sul Financial Times []
  3. http://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/analysis_monitoring/lanina/enso_evolution-status-fcsts-web.pdf []
  4. http://www.aoml.noaa.gov/hrd/Landsea/elnino/ []