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Nel film “Pane e cioccolata”, una commedia tragicomica che racconta le disavventure di un emigrante italiano in Svizzera, Nino Manfredi è in prova come cameriere e si deve confrontare con un collega turco sempre in prova. A entrambi porgono dalla cucina un piatto molto caldo e solo dopo che lo hanno preso in mano, dicono loro: “Avverti i signori che il piatto scotta!”. Manfredi farà cadere il piatto, mentre il turco resisterà, si scotterà, ma riuscirà a consegnare il piatto a tavola.

Mi è venuta in mente questa scena dopo aver letto questo articolo da Rinnovabili.it:

Il piatto che scotta!
Il rapporto della FAO “La lunga ombra del bestiame: le questioni ambientali e le opzioni” (2006) sostiene che la filiera del bestiame sia una delle principali problematiche ambientali del mondo, contribuendo con circa il 18% di gas ad effetto serra di origine antropica (GHG) al bilancio climatico. Partendo da questi dati la Commissione europea ha voluto avviare un’indagine dettagliata per il territorio europeo e ha incaricato il Centro comune di ricerca di fornire una stima delle emissioni nette di gas serra e dell’ammoniaca (NH3) generate dalla produzione animale nei Ventisette sulla base della valutazione del ciclo di vita. Nel calcolo sono stati presi in esame specie animale, prodotti alimentari e sistemi di allevamento ma anche le emissioni legate dall’introduzione di fertilizzanti minerali e pesticidi, all’energia consumata e alla terra per il pascolo e i foraggi, nonché quelle derivate dalla gestione del letame. Dal rapporto GGELS http://ec.europa.eu/agriculture/analysis/external/livestock-gas/full_text_en.pdf
si evince che la produzione zootecnica europea possiede un potenziale totale di riscaldamento globale di 661 milioni di tonnellate di CO2 eq, pari al 9,1% -12,8% delle emissioni totali dell’UE nel 2004.”

Il piatto che dovrebbe scottare invece non è manco tiepido, perché nell’ultimo rapporto della UE sulle emissioni zoogeniche (il rapporto GGELS) solo il 13% delle emissioni totali europee, è ascrivibile alla zootecnia. Eliminando tutta la zootecnia europea bisogna sostituire il cibo animale con cibo vegetale, quindi il risparmio di emissioni sarebbe solo di qualche punto percentuale, probabilmente meno di quello che si dovrebbe ottenere con il protocollo di Kyoto.
kyoto with without
In figura la proiezione del MET office inglese della mitigazione climatica che si avrebbe con la riduzione delle emissioni secondo il protocollo di Kyoto, 6 centesimi di grado 50 anni.
Nel sostituire i prodotti zootecnici bisogna considerare in equipollenza tutto ciò che viene prodotto dagli allevamenti di edibile e non edibile, i sottoprodotti e i foraggi delle aree marginali, quindi fare attenzione alle rese all’ettaro.

Il silomais,  che è il foraggio base per i bovini, ha una resa ettaro di 750 quintali (350 in ss) mentre il mais granella non arriva a 110, il mais dolce per umana (quello che si vende lesso) ha una resa reale molto più bassa perchè c’è lo scarto, i proteici invece cioè fagioli, piselli e soia, non arrivano ai 40 quintali ettaro di resa, circa 10 volte meno del silomais. L’uomo non digerisce la cellulosa, non è un gorilla, che pur essendo un primate ha sviluppato un sistema digerente adatto ad una dieta prevalentemente vegetale con l’integrazione di qualche larva di insetto. I gorilla hanno un cieco enorme dove avviene la digestione dei vegetali ad opera di batteri e protozoi, come nei cavalli, con liberazione di acidi grassi volatili che assorbiti dalle pareti intestinali vanno a costituire il nutrimento dei gorilla. L’uomo quindi, sfrutta meno la superficie agricola utile perchè non può mangiare il silomais anche se a Riffkin, Pollan, Foer, Tozzi, Veronesi, Pratesi, Maugeri ecc io una bella insalatiera di silomais gle la farei mangiare così si accorgono dove sbagliano a fare i confronti.

Sempre da Rinnovabili.it

“Se il rapporto è letto attraverso i valori emissioni/kg di carne si scopre che sono i ruminanti quelli ad avere le emissioni medie nette più elevate (22,2 kg di CO2 eq per il bovino e 20,3 kg per la carne di pecora e capra), mentre la produzione di carne di maiale (7,5 kg) e di pollo (4,9 kg) ha associato un valore emissivo significativamente inferiore, soprattutto a causa di un processo di digestione più efficiente e l’assenza di fermentazione enterica.”

Anche in questo rapporto ci sono differenze enormi tra le emissioni dei ruminanti e quelle dei suini, questo è dovuto al solito errore sul CO2 equivalente, cioè conteggiare come CO2 equivalente il metano lordo delle emissioni dei bovini e ovini, come se fosse tutto aggiuntivo e determinasse una forzante radiativa, mentre questa è data solo dal metano netto, cioè quello che realmente aumenta in atmosfera. Nel caso della zootecnia europea, che è in declino, è molto meno. Tutte le analisi sull’impronta del carbonio fatte sui prodotti zootecnici, quindi su tutta la filiera, sono viziate da gravissimi errori di fondo nella stima delle emissioni zoogeniche, come già detto più volte e spiegato qua dove trovate tutti i link per gli approfondimenti.

Andiamo avanti

“Si abbassano ancora di più le medie emissive per i prodotti caseari: 1,4 kg di CO2 eq per il latte di mucca e 2,9 kg per quello ovino”

Sembrano le barzellette di Pierino, ma come sempre fanno i confronti a kg e non in equipollenza proteica o calorica. In realtà produrre latte in equivalenza energetica o proteica comporta più emissioni rispetto a produrre carne bovina o ovina, come spiegato qui.

Nel rapporto GGELS, migliorano la stima delle emissioni perché finalmente stornano dal totale delle emissioni gli effluenti zootecnici cioè letami, polline e liquami, perché in UE si devono utilizzare come fertilizzanti, quindi si sintetizzano meno concimi minerali risparmiando emissioni, ma non stornano pelli, lana e piumini.
Un’altra novità è stima dell’ammoniaca come gas climalterante in quanto precursore del protossido d’azoto e degli aerosol nitrati (che ancora devo scoprire che ruolo abbiano). Il peso dell’ammoniaca sul totale delle emissioni non è poco perché per i suini, supera quello del trasporto della carne.
Il rapporto è però molto importante perchè stabilisce che nel caso in cui tutti gli europei fossero costretti ad una dieta vegana, senza carne, latte, formaggi, e uova la riduzione delle emisisoni sarebbe di pochi punti percentuali, quindi noi dovremmo rinunciare a : crudo, cotto, mortadella, bresaola, gorgonzola, pecorino, carbonara, milanese, fiorentina, amatriciana, pizzaiola, spezzatino, polpettone, mozzarella, pizza, grigliatine, e branzino (allevato) ecc ecc ….
per una manciata di centesimi di grado a secolo!
Eppure ci sono quelli che affermano che dovremmo smettere di mangiare carne entro il 2050, per salvare l’umanità dall’estinzione di massa.

Il WWF vorrebbe ridurre il consumo di carne in Gran Breatagna dell’80% nei prossimi anni e il prima possibile, quindi prima che il fanatismo ambientalista renda la carne proibitiva per salvare il pianeta, vi consiglio di gustarla con una ricetta tipica delle mie parti che vi allego. Buon Appetito!

MANZO ALL’OLIO

Carne bovina (scamone o cappello del prete) da dosi per 1 kg: un bicchiere d’olio d’oliva, due bicchieri di vino bianco caldo, uno spicchio d’aglio, prezzemolo tritato, rosmarino tritato, pepe e sale, brodo, 4 cucchiai di pan grattato.
La preparazione deve avvenire il giorno precedente a quello in cui s’intende consumare il piatto. In una pentola alta si mettono l’olio e la carne, si lasciano insaporire appena con i profumi sopra elencati, quindi si aggiungono sale e pepe, si versa il vino e lo si lascia un poco evaporare a fuoco vivace. Si aggiunge il brodo e si copre il tutto. La carne deve cuocere a fuoco moderato per due ore abbondanti, quindi la si taglia a fette e le si fa riprendere la cottura per almeno un’ora con il pan grattato. Delicatamente le fette vengono poi accomodate in un piatto ovale profondo e lasciate riposare coperte con il loro sugo.

Storia: Il manzo all’olio è una ricetta tipica di Rovato in Franciacorta (BS), questa è tratta dalla raccolta di Veronica Porcellaga della metà del 1500. A Rovato c’è un mercato del bestiame antichissimo nel quale confluivano tra gli altri, i manzi allevati in val camonica. Quelli dal mantello marrone, cioè i figli della vacca bruna alpina, erano chiamati i frati, quelli dal mantello nero cioè l’incrocio tra la bruna alpina e il toro della frisona, erano chiamati i preti. Questi incroci ormai sono stati abbandonati. Dopo il mercato, si poteva dire: “andiamo a mangiarci i frati e i preti.”

Riferimenti

  • http://ec.europa.eu/agriculture/analysis/external/livestock-gas/full_text_en.pdf
  • Adrian Leip1, Franz Weiss1, Tom Wassenaar2,4, Ignacio Perez3,5, Thomas Fellmann3, Philippe Loudjani2, Francesco Tubiello2, David Grandgirard2,6, Suvi Monni1,7, Katarzyna Biala1,8 (2010): “Evaluation of the livestock sector’s contribution to the EU greenhouse gas emissions (GGELS) –“ final report. European Commission, Joint Research Centre.

Nel bilancio del metano per analizzare le emissioni che ne faranno aumentare la concentrazione atmosferica, alla voci in entrata (le fonti), bisogna sottrarre le voci in uscita (sinks).

VOCI IN ENTRATA FONTI NATURALI DI METANO

  • Zone umide 100-231
  • Termiti 20-29
  • Oceani 15
  • Idrati 4-5
  • Fonti geologiche vulcaniche 4-14
  • Animali selvatici 15
  • Incendi 2-5

TOTALE FONTI NATURALI 145-260 Tg/a


VOCI IN ENTRATA FONTI ANTROPICHE

  • Combustibili fossili, metano,carbone petrolio 74-106
  • Discariche, rifiuti e reflui 35-69
  • Ruminanti zootecnici 92
  • Riso agricoltura 31-112
  • Combustione e incendi della biomassa 14-88

TOTALE FONTI ANTROPICHE 264-428 Tg/a

TOTALE EMISSIONI VOCI IN ENTRATA 503-610 Tg/a

VOCI IN USCITA OSSIDAZIONE

  • Ossidazione troposferica OH 428-507
  • Ossidazione Stratosperica (OH, Cl, O1D, HV) 30-45
  • Suoli 26-43

TOTALE VOCI IN USCITA OSSIDAZIONE 492-577 Tg/a

Questi dati provengono da un lavoro di H. Backman1, e sono riportati in Tg(CH4)/anno sulle fonti naturali e antropiche e sulle quantità ossidate (sinks) del metano come citati dal rapporto dell’IPCC del 2007, ho tralasciato solo qualche voce minore. La differenza tra il totale delle emissioni e il totale delle ossidazioni-assorbimenti rappresenta il valore medio dell’incremento del metano atmosferico annuo, che è quello che fornirebbe il suo contributo al riscaldamento globale.

La stima delle fonti è molto difficile, infatti i valori sono molto diversi a seconda degli autori, ma in linea di massima le fonti antropiche sono considerate molto più importanti di quelle naturali, con particolare riferimento alla filiera dei combustibili fossili. Il metano in questo caso fuoriesce dalle operazioni di estrazione e trasporto, dalla raffinazione e anche dalla combustione incompleta (anche se qualcuno afferma il contrario) tanto che nel rapporto IPCC del 1995 c’era una voce pari a 15 Tg di metano emessi dalla combustione, come nel 2007 ci sono voci per la combustione della biomassa e per gli incendi.

Le termiti da sole emettono 21 Tg di metano anno contro 92 Tg dei ruminanti zootecnici (IPCC AR4) ma nessuno si permette di dire che le termiti daranno sempre più riscaldamento in futuro perché è falso, come è falso per i ruminanti zootecnici, se il numero di termiti e ruminanti non aumenta.

L’errore principale nella stima del ruolo zoogenico sulla forzante del metano è quello di trasformare le emissioni zoogeniche lorde di metano in CO2 equivalenti grazie all’indice di riscaldamento globale potenziale (GWP). Per meglio definire l’apporto che i vari gas serra forniscono al fenomeno del riscaldamento globale, si è concepito il potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential, GWP). Questo valore rappresenta il rapporto fra il riscaldamento globale causato in 100 anni da un gas serra ed il riscaldamento provocato dal CO2 nella stessa quantità. Il GWP del CO2 è pari a 1 (vita media 100 anni IPCC 2007), il metano ha GWP pari a 21-25 (vita media 8-12 anni) per altri autori arriva fino a 33.

La trasformazione del metano in CO2 equivalente per essere corretta deve essere fatta dopo il saldo tra le emissioni zoogeniche lorde annue e il metano atmosferico di origine zootecnica che ogni anno viene ossidato a CO2, come ci dice il Bousquet su Nature2:

“Il metano è un gas ad effetto serra, e la sua concentrazione atmosferica è quasi triplicata dal periodo industriale ad ora. Il tasso di crescita del metano in atmosfera è determinata dal saldo tra le emissioni di superficie e la distruzione fotochimica e per il radicale idrossile (OH-), il principale agente ossidante dell’atmosfera. Incredibilmente, questo tasso di crescita è nettamente in decrescita dal 1990, e il livello di metano è rimasto relativamente costante dal 1999. Questo comporta una revisione al ribasso delle proiezioni sulla sua influenza sulle temperature globali”.

A determinare un aumento delle temperature è l’incremento della concentrazione atmosferica di metano, non l’emissione in entrata, ma il netto che risulta dal bilancio. Invece come ho già criticato qui, ad esempio i due consulenti del World Watch Institute non fanno il bilancio del metano zoogenico ma utilizzano le emissioni lorde, così come il WWF, la FAO, J.Rifkin ecc, accusando quindi la zootecnia di essere la prima o la seconda causa di riscaldamento globale. Su questo l’IPCC invece è molto chiaro, il confronto deve essere solo indicativo, perché il calcolo delle forzanti radiative deve essere fatto separatamente per ogni tipo di gas climalterante proprio per non andare incontro ad errori.

I dati osservati indicano che la concentrazione atmosferica di metano è quasi triplicata dall’inizio dell’era industriale, essendo aumentata del 145% dal 1700 (IPCC, 1995) . Tuttavia i dati più recenti3 indicano che dopo un decennio caratterizzato da sostanziale stabilità, negli anni 2007 e 2008 si è assistito ad una ripresa dell’incremento del metano in atmosfera che i ricercatori, anche a seguito di analisi del rapporto isotopico C13/C12, attribuiscono per il 2007 ad una anomalia termica positiva in area artica e per il 2008 all’eccessiva piovosità nella fascia tropicale, con conseguente sviluppo di metano da terreni saturi d’acqua. In entrambi i casi gli scienziati non chiamano in causa la zootecnia come responsabile degli incrementi.

Il ruolo delle emissioni zoogeniche è stato recentemente analizzato da un gruppo di scienziati N. Ungher et al4 che ipotizzando un flusso costante di emissioni da qui al 2100, pari alla quantità di gas emesso nell’anno 2000, ne hanno proiettato le forzanti radiative fino al 2100, assegnandole ai diversi settori produttivi responsabili di emissioni.

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2816198/

Da queste proiezioni si evince che i settori che emettono prevalentemente metano come la zootecnia, presentano la curva della forzante radiativa che si stabilizza nel breve periodo, proprio perché il metano non si accumula ed emissioni costanti determinano una forzante radiativa costante, che quindi non aumenta il riscaldamento. Questo a differenza dei settori produttivi che emettono prevalentemente CO2 la cui curva delle forzanti radiative è in crescita per tutto il secolo perchè si presume che il CO2 si accumuli in atmosfera.

La conclusione degli autori è che sarà molto più efficace la politica di mitigazione tesa a ridurre le emissioni di CO2 dai settori dell’energia, dei trasporti e dell’industria, piuttosto che ridurre le emissioni di metano ad esempio dalla zootecnia.

Secondo N. Ungher et al però le emissioni zoogeniche sarebbero al quarto posto come importanza nei settori produttivi antropici, dopo la produzione energetica, quella industriale e i trasporti ma anche in questo caso gli autori considerano le emissioni zoogeniche lorde in entrata senza fare il bilancio con quelle ossidate come descritto dal Bouquet5, ne risulta un valore della forzante enormemente amplificato rispetto alla realtà. E’ come se usassero il dato delle emissioni totali di metano in entrata che abbiamo visto essere (tab 1) circa 550 Tg/anno per calcolare la forzante radiativa, anziché usare il dato corretto che si ottiene con il bilancio tra fonti e ossidazione da cui risulta il metano aggiuntivo che effettivamente ha dato il presunto riscaldamento.

Nel caso delle emissioni di metano zoogenico gli scienziati dell’IPCC calcolano le emissioni sul numero totale degli animali zootecnici, queste sono stimate in crescita dal 1990 al 2007 e cioè 80 Tg nel 1990, 85 Tg nel 1994 e 92 Tg nel 2007.

Quindi ipotizzando che le emissioni di metano del 2007 vadano a sostituire quelle del 1990 ossidate a CO2 per la gran parte, (non tutte) perchè i 17 anni dal 1990 al 2007 sono quasi il doppio della vita media del metano che è 8 anni, il netto che ne risulta cioè 92-80= 12 Tg anno dovrebbe essere il metano zoogenico aggiuntivo che si presume dia un aumento di temperatura. Questi calcoli sono solo indicativi perchè le stime sulle emissioni dei ruminanti sono molto diverse tra gli autori, e addirittura c’è chi come Olivier et al. le stima di 80 Tg nel 2005; ho scelto quelle in crescita perchè effettivamente il numero dei ruminanti negli ultimi 20 anni è cresciuto molto. Se questa mia riflessione fosse corretta, i ruminanti dal quarto posto ottenuto da N Ungher et al. con le emissioni lorde del 1999, cioè 91 Tg (IPCC 2007) scivolerebbero al quarantesimo posto perchè le emissioni nette aggiuntive cioè 12 Tg sono quasi 10 volte meno.

forzanti radiativehttp://climateaudit.files.wordpress.com/2008/01/hansen36.jpg

Gli incrementi atmosferici di metano e di protossido d’azoto sono talmente bassi, trattasi infatti di ppb, che il loro forzante radiativo è più o meno stabile dal 1990 come si vede dal grafico tratto dal lavoro di D. J . Hofmann et al 20066. Partendo dall’alto la prima fascia riguarda gli incrementi della forzante radiativi del CO2, la seconda quelli del metano CH4, la terza quelli del protossido d’azoto N2O.

Le interazioni del metano in atmosfera sono molteplici:

  • La concentrazione del radicale OH è determinante sulla concentrazione atmosferica di metano ma risulta che la concentrazione di OH non sia cambiata in atmosfera dal 1994 (IPCC 2007)
  • La concentrazione del metano influenza quella del vapore stratosferico e dell’ozono troposferico. Quindi gli scienziati affermano che la stima della forzante radiativa del metano va fatta complessivamente a quella dell’ozono troposferico altrimenti si rischia una sottostima della forzante stessa.

Malgrado la stima della forzante del metano sia stata finora probabilmente sottostimata, il contributo all’aumento delle temperature del metano ma anche del protossido d’azoto negli ultimi 20 anni è stato minimo perchè le rispettive concentrazioni atmosferiche sono cresciute solo di qualche ppb, cioè di tracce infinitesimali!

NB: Ringrazio il Prof L. Mariani per i riferimenti.

  1. http://www.helsinki.fi/henvi/research/presentations09/Backman.pdf []
  2. http://faculty.jsd.claremont.edu/emorhardt/159/pdfs/2007/3_22_07.pdf
    P. Bousquet1,2, P. Ciais1, J. B. Miller3,4, E. J. Dlugokencky3, D. A. Hauglustaine1, C. Prigent5, G. R. Van der Werf6, P. Peylin7, E.-G. Brunke8, C. Carouge1, R. L. Langenfelds9, J. Lathie`re1, F. Papa5,10, M. Ramonet1, M. Schmidt1, L. P. Steele9, S. C. Tyler11 & J. White12 “Contribution of anthropogenic and natural sources to atmospheric methane variability” NATURE|Vol 443|28 September 2006 []
  3. Dlugokencky, E. J., et al. (2009), Observational constraints on recent increases in the atmospheric CH4 burden, Geophys. Res. Lett., 36, L18803, doi:10.1029/2009GL039780 - Rinsland C.R., Chiou L., Boone C., Bernath P., Mahieu E., Zander R., 2009. Trend of lower stratospheric methane (CH4) from atmospheric chemistry experiment (ACE) and atmospheric trace molecule spectroscopy (ATMOS) measurements, Journal of Quantitative Spectroscopy & Radiative Transfert, 110 (2009), 1066–1071 []
  4. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2816198/
    Nadine Unger,ab1 Tami C. Bond,c James S. Wang,d Dorothy M. Koch,ab Surabi Menon,e Drew T. Shindell,a and Susanne Bauer “Attribution of climate forcing to economic sectors” PNAS Proc Natl Acad Sci U S A. 2010 February 23; 107(8): 3382–3387 -Ho conosciuto questa ricerca grazie al lavoro di informazione d Sylvie Coyaud sul suo blog Oca sapiens []
  5. Shindell, D. T., G. Faluvegi, N. Bell, and G. A. Schmidt (2005), An emissions-based view of climate forcing by methane and tropospheric ozone, Geophys. Res. Lett., 32, L04803, doi:10.1029/2004GL021900 []
  6. http://docs.lib.noaa.gov/noaa_documents/time_capsules/2007/disc_3/Office_of_Oceanic_and_Atmospheric_Research/Oustanding%20Scientific%20Papers/Hofmann%20et%20al.pdf
    D. J . HOFMANN, J. H. BUTLER, E. J . DLUGOKENCKY, J . W. ELKINS, K. MASARIE,S. A. MONTZKA and P. TANS “The role of carbon dioxide in climate forcing from 1979 to 2004: introduction of the Annual Greenhouse Gas Index” Tellus (2006), 58B, 614–619 []

La lega antivivisezione LAV ha lanciato il “Cambia menu”. Dalla finestra ambiente cito le seguenti affermazioni:

La carne ci sta consumando! E noi ne siamo ignari! Non sappiamo quanto una sola bistecca possa davvero costare all’ambiente e al nostro corpo. E’ arrivato il momento di scoprirlo e di fare una scelta consapevole: diminuire il consumo di carne e cambiare il menù……4°C di aumento delle temperature previsti in questo secolo a causa degli allevamenti ……la zootecnica determina meno ossigeno per tutti, più fame nel mondo, risorse di acqua a secco, e buco dell’ ozono.”

Una bistecca costa al pianeta 17,5 mq di foresta… il 70% delle aree forestali disboscate sono state destinate al pascolo…. 80 milioni di bovini pascolano dove c’era la foresta

4°C di aumento previsti entro il secolo solo a causa della zootecnia è una proiezione che non ha nessun riscontro scientifico. Vi risparmio tutte le accuse, sul consumo di acqua che invece è utilizzo, sulla fame nel mondo che resta sempre fame, sui chili di cereali per fare chili di carne che sono i confronti ridicoli fatti a peso, sul buco dell’ozono da CFC vietati dal 1987, sulla deplezione di ossigeno che mai mancherà, perché ne abbiamo già parlato.

Analizzerò invece la deforestazione perché anche il WWF accusa la zootecnia di esserne la causa.

“Una delle maggiori cause di emissioni di gas serra è infatti la deforestazione: ogni anno si perde nel mondo un’area di foresta equivalente a mezza Inghilterra (oltre 120.000 km2) e la causa principale di questa perdita è proprio l’espansione del sistema produttivo alimentare, per la produzione di raccolti e l’allevamento di animali.”

La deforestazione ha molte cause, riconducibili ad una sola cioè il reddito, è legata allo sfruttamento dei legnami e non solo alla ricerca di nuovi pascoli o di nuovi terreni agricoli, quella è spesso una conseguenza non una causa. L’aumento della popolazione zootecnica è legata all’aumento demografico, ma anche al’aumento del benessere e del potere di acquisto nei paesi in via di sviluppo. La richiesta di terreni per per la zootecnia potrebbe essere una causa di deforestazione nel futuro, ma non adesso, quando ci si può permettere di destinare milioni di ettari di terreno agricolo a scopi non alimentari come coltivazioni energetiche, tessili, thè, caffè, cacao o alla produzione di alcolici.

Infatti il WWF dice:

“In Africa, più precisamente in Costa d’Avorio, la foresta tropicale è stata quasi totalmente abbattuta per fare spazio a delle monoculture, principalmente a delle piantagioni di cacao e caffè.”

Addirittura per decenni e fino al 2009 obbligavano gli agricoltori europei al set aside cioè ad un periodo di fermo produttivo del 5-15% dei campi agricoli per evitare la sovraproduzione dei cereali e il crollo dei prezzi, eppure in questi decenni la deforestazione è stata massiccia,ma non era certo dovuta ai fabbisogni di cereali.

La produzione dei terreni destinati alla bioenergia, viene a mancare sul mercato, ma i fabbisogni di cereali, foraggi o soia non cambiano. Quindi per colmare gli ammanchi o si procede alla deforestazione o all’aumento delle produzioni all’ettaro con la meccanizzazione e il doppio raccolto annuale.

Purtroppo queste colture, colza e piantagioni di palma da olio per il biodiesel, pioppelle da cippato per le centrali a biomassa su terreni agricoli dove prima si coltivava riso o mais, cereali come mais orzo e sorgo, per etanolo o biogas (più del 90% dei nuovi impianti di biogas sono ad integrazione cioè grano mischiato ai liquami), spesso determinano una nuova richiesta di terre, perché l’aumento produttivo unitario va a colmare le richieste dovute all’aumento demografico.

I contributi ai biocarburanti in UE furono fortemente voluti dal partito dei verdi tedeschi (sempre per salvare il pianeta), mentre in USA da Al Gore durante l’amministrazione Clinton, salvo pentirsene col senno di poi. Al Gore nel suo libro “La scelta” afferma che i contributi alle bioenergie sono sbagliati perchè hanno causato deforestazione.

Purtroppo il WWF accusa la produzione di carne di essere causa di deforestazione in amazzonia.

“Anche limitare il consumo della carne è un’azione immediata ed efficacie nella salvaguardia delle foreste tropicali: la deforestazione dell’Amazzonia è causata principalmente dal bisogno di far spazio al pascolo dei bovini e per produrre la soia. Quest’ultimo prodotto agricolo è importato in Svizzera per dar da mangiare ai nostri bovini: mangiare meno carne è quindi un ottima iniziativa a favore delle foreste tropicali.”

Sottolineo il fatto che quasi nessuno in Europa produce uova e latte senza soia, però le accuse stranamente sono sempre alla produzione di carne. Ma la produzione di carne in Italia (o in Svizzera) non è aumentata negli ultimi decenni anzi, quindi non può aver causato la richiesta di deforestazione per produrre più soia.

Sempre il WWF dice:

“Lo studio del WWF Brasile, dell’ Amazon Enviromental Research Institute (IPAM) e dell’Università di Minas Gerais (UFMG), supportato dal Woods Hole Research Centre del Massachusetts (USA), quantifica la quantità di carbonio stoccato in tutte le aree protette gestite dall’ARPA e la confronta con la deforestazione stimata di queste aree se non fossero nel programma. I risultati dimostrano che grazie all’ARPA vengono stoccati 4,6 miliardi di tonnellate di carbonio, che rappresentano un decimo del carbonio totale stoccato nella parte rimanente della foresta amazzonica brasiliana. Ciò equivale a 20 volte le emissioni annuali della Germania.”

Dal punto di vista del bilancio del carbonio, ridurre la zootecnia potrebbe diminuire la deforestazione, quindi ci sarebbe più carbonio stoccato nelle foreste, ma verrebbe meno il carbonio stoccato nella lunga filiera zootecnica cioè nelle colture agricole, negli animali zootecnici stessi e nei loro reflui. Il mais capta molto più di un bosco di pioppi in accrescimento, utilizzando un indice indiretto come il fabbisogno di azoto il mais ne richiede circa 3 volte più del pioppo coltivato che cresce più di un bosco naturale. Stornando gli enormi stock temporanei di carbonio contenuti nella filiera zootecnica, che si rinnovano annualmente, i bilanci del carbonio sono molto diversi rispetto ai dati di stima citati dal WWF. Paradossale la regola UE che permette i contributi per energia rinnovabile solo se la biomassa utilizzata è stata prodotta in UE e a una distanza massima di 70 Km dall’utilizzo. Mettiamo che in Lombardia ci siano 10.000 Ha destinati a bioenergia, (secondo me contando il biogas sono molto di più) l’ammanco nella produzione di cerali, sarà colmato da cereali importati proprio dal Brasile, alla faccia dei 70 km. Per aumentare la produzione di cereali purtroppo spesso si procede alla deforestazione quindi i 10.000 ettari lombardi destinati a bioenegia equivalgono a 10.000 Ha di deforestazione in Brasile.

Greepeace invece lancia accuse dirette alle multinazionali di essere causa di deforestazione in Indonesia e Malesia a causa dell’utilizzo di olio di palma.

“Il rapporto di Greenpeace “Come ti friggo il clima” ha dimostrato come, a causa della crescente domanda sul mercato internazionale di un prodotto come l’olio di palma, le più grandi industrie alimentari, cosmetiche e di biocarburanti stanno distruggendo le torbiere e foreste pluviali indonesiane. Tra queste; l’Unilever, la Nestlè e la Procter& Gamble che insieme originano enormi volumi di consumo di olio di palma proveniente prevalentemente da Indonesia e Malesia…”

“Olio di palma: deforestazione e clima in coma. Il sapone Dove e la Nutella tra i responsabili”

In una nota inchiesta chiamata “Amazzonia che macello” Greenpeace accusa direttamente la zootecnia di essere causa di deforestazione in Amazzonia, ma solo per quanto riguarda la carne e i pellami.

“Un paio di scarpe Geox, Nike o Adidas, un divano di pelle Chateaux d’Ax, un pasto a base di carne Simmenthal o Montana possono avere un’impronta devastante sull’ultimo polmone del mondo e sul clima del nostro pianeta”

Stranamente i pellami vengono considerati solo come causa di deforestazione ma non vengono mai stornati dal conteggio delle emissioni zoogeniche.

Molte di queste ditte si sono affrettate a cambiare fornitori per non essere accusate da Greenpeace e quindi considerate dall’opinione pubblica negativamente perchè causa indiretta di deforestazione. Cambiare fornitore però non cambia assolutamente nulla nel mercato globale. Se l’olio di palma, la carne e i pellami anziché importati fossero prodotti in UE, questo aiuterebbe la lotta alla deforestazione? Ma neanche per idea! Confrontiamo la stessa tipologia di allevamento bovino, quindi allevamento intensivo in Brasile cioè bovini in stalla alimentati con insilati, sostituiti con manzi in stalla in Italia. Con cosa dovremmo nutrire i manzi?

Bisogna destinare migliaia di ettari in Italia alla coltivazione di foraggi e insilati, vuol dire che queste superfici non produrranno cereali, che mancheranno al mercato, e che quindi verranno importati dal Brasile con emissioni 10 volte superiori rispetto ad importare mezzene di manzo. Per aumentare la produzione di cereali in Brasile come già detto purtroppo spesso si procede alla deforestazione.

Se invece il confronto è tra allevamento estensivo in Sudamerica e intensivo in Italia (come avviene in realtà perché per l’estensivo in Italia mancano spazi) la differenza è ancora maggiore, 15-20 volte di più, perché verrebbe meno lo sfruttamento dei pascoli del sudamerica altrimenti improduttivi.

La stessa cosa vale per l’olio di palma, se la Ferrero è costretta a non comprare l’olio dall’Indonesia, perché Greenpeace ha deciso che questo salva la foresta e il pianeta dalla catastrofe climatica, per la produzione di Nutella l’olio verrà comprato magari dalla Thailandia, dove si faranno piantagioni di palma da olio in terreni che prima erano destinati magari alla produzione di riso, quindi senza deforestare, e tutti saranno contenti. Ma l’ammanco di riso in Tahilandia da dove sarà colmato? Dall’Indonesia, dove semineranno il riso nei terreni deforestati, e nulla cambierà per le foreste.

La deforestazione è un problema serio, che a mio avviso va affrontato soprattutto con la creazione di aree protette, con un’attenzione particolare nel limitare l’esplosione demografica con una prevenzione sulla gravidanza responsabile, cercando di meccanizzare il più possibile le aree agricole del pianeta per raddoppiare i raccolti unitari, evitando sprechi e abusi alimentari.

Ritengo invece le accuse alle multinazionali una pressione a cambiar fornitori, a cui è difficile sottrarsi, ma che risulta essere assolutamente inefficace nella lotta alla deforestazione, nel contempo però crea danni di immagine e quindi di introiti alle ditte accusate da Greenpeace come causa di deforestazione.

Il WWF in collaborazione con i professori S. Castaldi, R. Valentini e M. Moresi ha creato un sistema per valutare le emissioni di ogni prodotto della nostra spesa cioè il “carrello della spesa virtuale”. Quelli che seguono sono i dati per una persona di sesso maschile.


Bovino 500gr 3,09 kg CO2 eq.

Ovino 500 gr 0,88 kg CO2 eq.

Pollo 500 gr 0,93 kg CO2 eq.

Maiale 500 gr 1,15 kg CO2 eq.

Salumi 100 gr 0,44 kg CO2 eq.Ortaggi 500 gr congelati 1,39 kg CO2 eq

Pesce allevato 500 gr 0,9 kg CO2 eq.

Pesce pescato 500 gr 0,61 kg CO2 eq

Latte locale 1 lt 0,17 kg CO2 eq

Latte non locale 1 lt 0,27 kg CO2 eq

Parmigiano locale 200 gr 0,53 kg CO2 eq

Parmigiano non locale 200 gr 2,21 kg CO2 eq

Mozzarella locale 125 gr 0,09 kg CO2 eq

Mozzarella non locale 125 gr 0,1 kg CO2 eq

Uova n 6 0,05 kg CO2 eq

Riso 500 gr 0,23 kg CO2 eq

Farina di Mais 500gr 1,95 kg CO2 eq

Pasta 500 gr 0,91 kg CO2 eq

Pane 500 gr 0,44 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Non locali, non stagionali, non bio 1,37 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Bio non locale non stagionale 1,08 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Locale-bio-stagionale 0,7 kg CO2 eq

Per alcuni alimenti come le verdure ci sono varie opzioni: locale, biologica e stagionale. Per latte e derivati c’è solo l’opzione locale, per le carni non ci sono opzioni.

Il dato del latte cioè 0,17 kg di CO2 eq. per ogni litro è circa 14 volte inferiore al dato della FAO 2010 “Emissions from the Dairy Sector: A Life Cycle Assessment” che è di 1,8 – 3 kg di CO2 eq come media 2,4 kg. Ma anche la stessa analisi della Fao presenta punti di criticità perché infatti non tiene conto di vari fattori:

  • Il metano zoogenico non altera la concentrazione di metano atmosferico e nemmeno del carbonio atmosferico se il numero di animali non cambia come già spiegato più volte.
  • Il mangime sostitutivo da fornire ai vitelli che non poppano.
  • Il ciclo che porta la vitella a vacca da latte è molto più lungo rispetto al ciclo che porta il vitello a manzo, e che quindi richiede più foraggi e più mangimi.
  • Le rese in carne delle razze bovine da carne sono di molto inferiori rispetto alle razze da latte e gli accrescimenti a parità di unità foraggere possono essere addirittura la metà. La rimonta delle vacche da latte è bassa, 30-40% quindi il 60%-70% dei nati da vacche da latte cioè tutti i maschi e le femmine di scarto dovranno essere indirizzati alla produzione di carne, ma un manzo di frisona cresce pochissimo rispetto ad esempio ad un manzo di piemontese; non è una cosa da poco conto.
  • I prodotti non edibili come i pellami (questo per stessa ammissione degli autori del rapporto FAO).

Se poi si pensa che per i vegetariani la carne delle vacche a fine carriera e dei vitelli maschi non dovrebbe essere consumata come qualcuno male informato pensa succeda in India, le emissioni della produzione di latte si gonfierebbero in modo esponenziale. In India non si possono abbandonare nelle campagne le vacche e i buoi a fine carriera, perché esiste una specie di anagrafe bovina che lo vieta e poi non conviene economicamente. In realtà questi capi sono raccolti e venduti all’estero oppure agli stati regione all’interno dell’India a maggioranza musulmana dove esistono macelli di bovini altrimenti vietati nelle regioni a prevalenza indù. Anche l’utilizzo dei buoi (cioè i manzi castrati) per i lavori agricoli è una pratica in abbandono, sostituita dalla meccanizzazione.

Secondo il carrello della spesa virtuale la produzione di latte e derivati a parità di calorie comporta una minore emissione rispetto alla carne bovina, questo non è credibile, infatti con i dati della FAO è esattamente il contrario.
La differenza è ancora maggiore nei confronti della carne suina e di pollo che comporta a parità di calorie delle emissioni di molto inferiori rispetto al latte e ai derivati.

Un altro dato da analizzare è la differenza tra le emissioni degli ovini (0,88 CO2 eq) e quelle dei bovini, che risultano essere maggiori di 4 volte (3,09 CO2 eq). Anche questo è poco credibile. Non bisogna considerare le emissioni ad animale, è logico che il bovino essendo 10 volte un ovino emetta di più, le emissioni vanno confrontate a Kg carne come nel carrello della spesa, anche se sarebbe molto più corretto a kg di peso vivo più il non edibile come lana, pellami e letami. E gli ovini al pascolo non possono avere 4 volte in meno di emissioni rispetto ai manzi al pascolo che rappresentato il 60-70 % della carne venduta in Italia. E’ impossibile sono entrambi ruminanti, inoltre i manzi hanno una resa in carne molto più alta degli ovini!

Se ci basiamo sui dati dell’IPCC contenuti nelle linee guida, nel capitolo 10 del volume 4, i bovini da kg 600 di peso emettono kg 66 di metano anno nel west europa (pg 38) mentre gli ovini da kg 65 di peso emettono kg 8 di metano capo anno, (pg 28) ci sono poi differenze a seconda della taglia e della temperatura ambientale, ma mediamente, gli ovini ogni 600 kg di peso vivo emettono 74 kg di metano meno dei bovini di peso uguale!

La differenza che tra bovini e ovini evidenziata nel carrello della spesa virtuale è dovuta probabilmente al confronto tra bovini in stalla (con razioni alla Pimentel cioè all’americana) e ovini al pascolo, considerando che mangimi e foraggi per i bovini si ottengano con concimi minerali e non con gli effluenti come in UE. E’ un confronto discutibile, in UE se i manzi in stalla sono nutriti a insilati ottenuti con doppio raccolto richiedono sen’altro più energia, ma determinano una riduzione di un fattore 10 delle superfici di terra necessarie, rispetto al pascolo, inoltre la gran parte della carne bovina venduta in UE proviene da allevamenti al pascolo.

Nella valutazione sulle emissioni spiccano altre due differenze enormi, quelle tra la carne bovina e il latte e quella suina e avicola le cui emissioni sono circa 3 volte meno, questo è dovuto quasi certamente alla valutazione del metano di ruminazione, che però è molto discutibile.

Il legumi che invece dovrebbero sostituire la carne sono considerati solo in busta, immagino freschi perchè c’è l’opzione “di stagione”, e non inscatolati e cotti come li si consuma preferibilmente. Interessante il dato degli ortaggi surgelati da cui si evince che 500 gr di piselli surgelati che hanno circa 500 kcal e 33 gr di proteina vegetale comportano 1,39 kg di CO2 eq emissioni, molto più della carne di suino e di pollo.

Inoltre 500 gr di carne di manzo sono circa 860 kcal ma ben 85 gr di proteina animale quindi in equipollenza proteica le proteine animali vanno moltiplicate per 1,4 (Pimentel 2004), quindi 119 gr (85 x 1,4) di proteina contro 33 gr dei piselli, il che vuol dire 3,6 volte meno. Se moltiplichiamo le emissioni della produzione dei piselli surgelati per 3,6 cioè 1,39 x 3,6 = 5 kg di CO2 eq che è molto più della carne bovina che è 3,09 kg di CO2 eq.

Nel caso invece che i legumi siano locali, biologici e stagionali emettono 0,7 kg di CO2 eq per 500 gr sempre per 500 Kcal Nel confronto con la carne suina bastano 170 gr, 295 kcal etto medio, per fare 500 kcal quindi solo 0,4 kg di CO2 eq di emissioni (1,15 kg CO2 di emissioni per ogni 500 gr su 170 gr sono 0,4) mentre per il pollo, 210 kcal etto medio, ne bastano 230 gr quindi solo 0,43 kg di CO2 eq (0,95/5 x 2,3), quasi la metà dei legumi.

Nel carrello della spesa virtuale come già analizzato qui sul biologicoqui non c’è nulla che torna.

Falce e carrello è un libro di Bernardo Caprotti, che compie un viaggio attraverso il mondo della grande distribuzione, tra pregi e difetti di un sistema spesso oggetto di critica e teatro di accesa concorrenza tra operatori. Mi è venuto in mente questo libro perché Il WWF ha appena lanciato una campagna “Il carrello della spesa virtuale“ per far cambiare le abitudini alimentari degli italiani, il cui motto potrebbe essere sintetizzato con “Devi diventare vegetariano per salvare il pianeta” cioè “Global Warming e Carrello”.

Su Panda di Febbraio 2010 Fulco Pratesi lancia l’iniziativa di abbattere le emissioni facendo una opportuna cernita nei prodotti alimentari. Questi alcuni dei suoi consigli:

“I nostri soci sanno già come comportarsi tra pentole e fornelli : poca carne bovina…Se avete scelto come ognuno dovrebbe fare la dieta vegetariana, ricordatevi che non è indispensabile assoggettarsi al tofu, agli azuki, alla soia ed ad altri prodotti esotici, spaghetti olio e peperoncino, melanzane alla parmigiana, orecchiette con le cime di rapa, purea di fave con cicoria ecc”

Poi la domanda del giornalista:

“Un altro fronte antidisboscamento (per costruire pascoli) è quello che parte dalla scelta vegetariana. Inoltre i vegetariani ritengono che eliminando lo spreco di cereali per la produzione di carne (sette chili per uno di carne, per non parlare del consumo d’acqua), si potrebbe risolvere il problema della fame nel mondo, lei che ne pensa? Lei mangia carne?”

Ecco i soliti confronti a peso tra cereali e carne che oltre a non essere corretti non significano nulla. Riguardo la fame nel mondo ridurre la zootecnia nulla cambierebbbe, perchè il prezzo dei cereali è vero che oscilla ( e c’è speculazione) tra domanda e offerta ma è altresi vero che è molto vicino al costo di produzione e sotto non può andare perchè gli agricoltori se lavorano in perdita non seminano. Inoltre eliminare la zootecnia non cambierebbe la povertà che ha mille radici. I poveri anche senza zootecnia non avrebbero i soldi per comprarsi cereali. Anzi decine di milioni di persone nel mondo vivono esclusivamente di pastorizia ovina e bovina in zone montuose, aride, semiaride, tundre, steppe e savane dove non esiste altra forma di sostentamento, perchè improduttiva. Eliminare la zootecnia significherebbe ridurre questi popoli alla fame.
Il presidente del WWF risponde al giornalista così:

“Non solo quello della fame, pensi all’influenza dei polli, che viene creata proprio mangiando carne. Meno carne si mangia sicuramente meglio si sta. Io non ne mangio, eccettuata qualche volta quando sono invitato fuori e non si può farne a meno. Sono comunque un vegetariano anche se non completamente; a volte si fanno dei piccoli peccati, così come sono un cattolico anche se non praticante al 100%.”1

Il Pratesi immagino voglia sottolineare che senza i polli non ci sarebbero malattie come l’aviaria, perchè la trasmissione dell’influenza con le carni è molto difficile, nessuno mangia il pollo crudo e il virus nell’ambiente esterno è poco resistente, la trasmissione avviene soprattutto attraverso il contatto con animali infetti e la diffusione avviene in particolare con i volatili selvatici migratori.

In UE l’aviaria divenne pericolosa perchè colpì gli uccelli migratori e questi la diffusero. L’aviaria è il classico esempio di catastrofismo zoogenico montato dai media, in cui l’allarme si è rivelato assolutamente infondato, ma ha lasciato enormi danni a tutta la filiera della carne avicola dai mangimifici fino al supermercato.
Lo stesso vale per l’influenza suina: chi ha venduto i vaccini è ancora in vacanza a festeggiare.

La spagnola del 1918 che uccise 50 milioni di persone era una aviaria e ai tempi ancora non c’era la zootecnia industriale, il consumo di carne procapite era bassissimo, la popolazione molto meno numerosa e la mobilità di persone e avicoli, molto bassa rispetto ad ora. Anche in quel caso il contagio in Europa avvenne tramite gli uccelli migratori.
C’è un virus che provoca la Nipah che si trasmette con la frutta tropicale contaminata dai pipistrelli che ne sono portatori sani. La Nipah è una malattia che si manifesta con sintomi influenzali, colpisce uomini e animali e può portare a morte: in Malesia sono morti circa 100 uomini e sono stati abbattuti circa 1 milione di suini infetti. Stavolta il virus si genera masticando frutta che fa parte della dieta vegana, non la carne.

Qui i consigli dei soci del WWF sul consumo di carne:

“Agli animali vengono somministrate quantità notevoli di antibiotici per curarli dallo stress e spesso anche ormoni e estrogeni, che sarebbero vietati dalla legge. Preferisci la carne biologica, così sarai sicuro di quello che mangi. Costa di più è vero: potrebbe essere l’occasione buona per mangiarne anche di meno. Diventa vegetariano o almeno limita al minimo il consumo di carne e derivati animali: la produzione di carne è ladra di risorse. Destinando un ettaro di terra all’allevamento bovino otteniamo in un anno 66 Kg di proteine, mentre destinando lo stesso terreno alla coltivazione della soia otterremmo 1848 Kg di proteine, cioè 28 volte di più! Inoltre, il contributo all’effetto serra dato dagli allevamenti grazie al metano è circa pari a quello dato dalla totalità del traffico degli autoveicoli nel mondo. Infine, l’alimentazione vegetariana oltre che avere un bassissimo impatto ambientale, se equilibrata è anche molto salutare. Scegliendo una dieta vegetariana è possibile diminuire i disboscamenti che avvengono per fare spazio agli allevamenti. Non è l’ unico motivo per cambiare la propria alimentazione: chi ama veramente tutti gli animali non li mangia! Fai attenzione a non consumare più carne di quella necessaria. Gli allevamenti consumano il 40% dei cereali mondiali: e se mangiassimo anche solo il 10% di carne in meno, consentiremmo a 60 milioni di persone in più di nutrirsi adeguatamente.”

Abbiamo già analizzato che la carne biologica richiede più terra, più energia e comporta più malessere per gli animali. In UE gli antibiotici sono ammessi solo per terapia e solo con ricetta, sono quindi somministrati sotto stretto controllo veterinario, negli USA invece gli antibiotici e gli ormoni sono ammessi come promotori di crescita, ma non devono lasciare residui nei prodotti.

I coniugi vegetariani Pimentel in questa pubblicazione peer review affermano che in equipollenza proteica:

per ogni 1 kg di di proteine di origine animale di alta qualità prodotto, gli animali vengono nutriti con circa 6 kg di proteine vegetali quindi con un rapporto di circa 1 a 6, 1 a 2,3 per il pollo,

L’equipollenza tiene conto del valore biologico, della digeribilità e dell’appetibilità della proteina, gli stessi Pimentel dichiarano:

“La proteina di origine animale è una proteina completa basata sul suo profilo di aminoacidi (cioè ha un’alta costellazione aminoacidica) e ha circa 1,4 volte il valore biologico delle proteine del grano”

L’impostazione della ricerca Pimentel è completamente superata, perchè

  • non va considerata solo la carne ma tutto l’edibile (trippe cotiche frattaglie ecc) più l’edibile zootecnico ( cibo per cani e gatti);
  • va considerato anche il non edibile, pellami piumini e lana, e tutti i reflui;
  • vanno stornati dalle razioni i sottoprodotti (crusche, melassi, buccette, sieri di latte, oli esausti, panelli di estrazione, farine di scarti alimentari ecc); perchè si rischia di conteggiarli due volte ad es la crusca la si conteggia nella produzione del grano quindi va stornata dalla produzione di mangimi.
  • vanno stornati i pascoli e i foraggi delle zone marginali che non potrebbero comunque produrre altro;
  • vanno considerate razioni reali europee e non quelle americane a base di fieno e fiocchi di mais, che per gli allevatori italiani sono inconcepibili. Ci vogliono13 kg di granaglie e 17 di fieno per fare 1 kg di manzo secondo i Pimentel. In Italia in particolare la base dell’alimentazione bovina è il silomais che ha una produzione Ha altissima 350 qli/Ha in ss contro i 35 qli/Ha della soya in ss. Inoltre in UE i sottoprodotti costituiscono minimo il 20% fino al 40% delle razioni reali

Analizzando l’uso della terra tenendo conto di tutte queste voci il rapporto in equipollenza scende di molto rispetto al raporto 1 a 28 per i bovini ancora meno per i suini e polli.
Questo tipo di impostazione nel proporre confronti tra diete diverse vale anche per valutare le emissioni dall’azienda al piatto di diete diverse, anche nel caso di equivalenze caloriche, cioè quando la proteina animale è sostituita da un equivalente calorico in amidi e grassi vegetali.

Cito l’articolo “carne e ambiente“ del WWF svizzera:

“Il consumo eccessivo di carne ha pure delle ripercussioni sull’ambiente. A livello di riscaldamento climatico, un pasto ricco di carne e cucinato con ingredienti importati “emette” fino a 9 volte più CO2 di un pasto vegetariano cucinato con prodotti locali. E ci vuole una quantità d’acqua cinque volte superiore per produrre le proteine di manzo rispetto a quelle di soia.”

La zootecnia non consuma l’acqua ma la utilizza, ridurre la zootecnia non cambierebbe il ciclo dell’acqua. In agricoltura compresi i campi coltivati per la zootecnia, l’acqua dalla falda torna in falda o evapora e torna comunque sulla terra in 48 ore, lo stesso per l’acqua utilizzata negli allevamenti che rientra sui terreni con i liquami.

Secondo J. Rifkin si deve tassare la carne.

“La produzione di carne è in assoluto la seconda causa di emissioni di gas serra sul pianeta. Potrei citare Rajendra Pachauri, premio Nobel per la pace nel 2007 insieme ad Al Gore, il quale ha dichiarato pubblicamente che la migliore soluzione per contrastare il cambiamento climatico è la riduzione del consumo di carne…….Negli Usa, invece, non è successo nulla. Si va avanti con l’industrializzazione degli allevamenti, con le bestie tenute in spazi ristretti che favoriscono la diffusione di virus che mutano a contatto tra un esemplare e l’altro. L’ultimo caso è l’influenza suina, prima c’era stata l’aviaria. Dobbiamo svegliarci! Se questa maniera di fare agricoltura è nociva per gli animali, lo è anche per la popolazione, per l’ambiente e per il pianeta….Si parla di come tassare le emissioni di anidride carbonica, come già avviene per il petrolio, ma non si parla di tassare la carne. Perché? Ricordiamoci che l’uomo è onnivoro e che i nostri antenati erano cacciatori occasionali. Siamo stati disegnati biologicamente per ingerire un grande quantitativo di frutta e verdura e poca carne.”

L’uomo è adatto a digerire proteina animale cruda perchè ha uno stomaco acido, ricco di enzimi come tripsina, pepsina e lipasi che lo permettono, mentre è poco adatto a digerire la proteina vegetale cruda che risulta indigeribile se non tossica, inoltre i resti preistorici dimostrano che l’umo si cibava di grandi quantità di carne.
Cito da qui:

“trovato i resti arrostiti di un mammuth femmina e di un vitellino dello stesso animale non più alto di un metro e mezzo. Sono stati trovati resti anche di una volpe artica, un ghiottone, un orso, e resti di cavalli, renne e lepri. La cosa che più stupisce i ricercatori è l’aver scoperto che il modo in cui il mammuth veniva cotto è simile a quello di un moderno barbecue dei giorni nostri: «Una serie di pietre riscaldate da sotto attraverso un fuoco, sulle quali venivano poste varie parti dell’animale», ha spiegato il ricercatore”

Come già detto l’errore principale nella stima del ruolo zoogenico sul riscaldamento globale è quello di considerare il valore del CO2 equivalente come se determinasse una forzante radiativa continua, cioè come se fosse tutto carbonio aggiuntivo.
Il CO2 equivalente è ottenuto sommando all’emissione di CO2 necessaria all produzione lungo tutta la filiera (che è carbonio aggiuntivo) il metano e il protossido d’azoto zoogenicici moltiplicati per l’indice di riscaldamento potenziale GWP che per il metano è circa 21/33 a seconda degli autori, mentre per il protossido d’azoto N2O è 310. Su questo l’IPCC è molto chiaro, il confronto è solo indicativo, perchè il calcolo delle forzanti radiative deve essere fatto separatamente per ogni tipo di gas climalterante proprio per non andare incontro ad errori.
Il metano zoogenico infatti non altera la concentrazione atmosferica a differenza del CO2 antropogenico, quindi è un errore sommarli come CO2 equivalenti, ed è un errore calcolare la forzante radiativa sul CO2 equivalente. Le termiti da sole emettono 21 TgCy di metano anno contro 91 TgCy dei ruminanti zootecnici (IPCC AR4) ma nessuno si permette di dire che le termiti daranno sempre più riscaldamento in futuro perché è falso, come è falso per i ruminanti zootecnici. Questo ovviamente se il numero di termiti o di ruminanti non cambiasse nel tempo, nel caso contrario la forzante radiativa riscaldante riguarderebbe solo la quota dovuta all’aumento degli animali e solo per il tempo di permanenza (lifetime) del metano in atmosfera cioè 4-12 anni.

Il metano zoogenico non determina ulteriore riscaldamento perché non si accumula in atmosfera, ma è in ciclo, quello di oggi sostituisce quello di 4-12 anni fa senza alterare la concentrazione globale quindi senza provocare ulteriore riscaldamento.  Mentre se lo si trasforma in CO2 equivalente si incorre nell’errore di valutare come aggiuntiva la CO2 equivalente e quindi causa di riscaldamento. Lo stesso vale per il protossido di azoto zoogenico che è sempre in ciclo anche se la sua lifetime è più alta e si accumula, però il protossido di azoto proviene dalle fonti azotate nell’ordine del 2% sull’azoto presente siano essi concimi minerali o reflui zootecnici. Gli agricoltori che utilizzano i reflui zootencici correttamente non usano i concimi minerali quindi nulla cambia per le emissioni di protossido in atmosfera. Inoltre, sempre secondo l’IPCC. il GWP va preso in considerazione per 100 anni e non per 20 come fa il WWI e tanti altri, perchè si presume che il CO2 abbia un’azione riscaldante per 100 anni che è il tempo di accumulo medio del CO2 in atmosfera secondo l’IPCC, se invece fosse 20 anni l’accumulo medio del CO2 le proiezioni di riscaldamento a fine secolo dovrebbero essere molto più basse.

Tutte le accuse alla zootecnia descritte sono infondate ma stanno trasformando il mercato delle proteine animali facendo danni enormi, che sono quantificabili.

Mi chiedo cosa aspettino le associazioni di categoria ad agire replicando a queste accuse.

  1. http://guide.supereva.it/parchi_naturali/interventi/2004/12/188534.shtml []

Come già visto nella prima parte di questo post, Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, ovvero di uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch Magazine, affermano che oltre metà dei gas serra (GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame e, per farlo, sommano alle emissioni zoogeniche dovute al metano e protossido di azoto anche altre fonti: respirazione, deforestazione, produzione mangimi e foraggi ed emissioni della filiera agroalimentare zootecnica.

RESPIRAZIONE

Gli autori affermano che la respirazione degli animali zootecnici equivale al 21% del totale delle emissioni di gas serra antropogenici. Cito: “Carbon dioxide fromlivestock respiration accounts for 21 percent of anthropogenic GHGs worldwide“.

Questa affermazione è molto discutibile. La respirazione degli animali, ma anche degli umani, non è mai stata considerata una perturbazione aggiuntiva, perchè tutto il carbonio emesso dalla respirazione deve essere esattamente uguale al carbonio prelevato dai vegetali che hanno nutrito uomini e animali; si tratta di un ciclo annuale cioè brevissimo. Nell’articolo del WW Magazine si giustificano queste emissioni aggiuntive dicendo che decine di miliardi di animali zootecnici emettono moltissima CO2, mentre la capacità fotosintetica della terra è fortemente diminuita con la deforestazione, e affermano che i pascoli assorbono meno CO2 delle foreste. Il ragionamento è assolutamente privo di logica e di scientificità: il carbonio della respirazione degli animali zootecnici e della fermentazione dei loro effluenti deve essere indiscutibilmente esattamente uguale a quello captato dai vegetali.

DEFORESTAZIONE

Alle emissioni conteggiate finora essi aggiungono quelle della deforestazione, sottraendo lo stock di carbonio contenuto nel corpo degli animali. Anche questo è discutibile perché pascoli e colture agricole ed effluenti zootecnici, cioè letami, liquami e polline, trattengono una enorme quantità di carbonio. Va stornata dalla stima anche la quota di carbonio che dai prodotti animali è diventata parte del corpo delle persone durante la recente crescita demografica. Inoltre per un confronto serio bisognerebbe calcolare non la deforestazione totale, ma la differenza della deforestazione occorse ove i terreni sono usati per la zootecnia e quella imputabile all’uso dei terreni per una dieta alternativa. Non sono calcoli semplici. Nell’articolo non si fa nulla di tutto ciò.
Solo le foreste giovani e in accrescimento captano la CO2 e la immagazzinano nella biomassa della foresta (carbon stock), le foreste mature, cioè in equilibrio, non alterano la concentrazione di carbonio atmosferico. Invece le colture agricole per sostenere la zootecnia captano molto carbonio perchè le produzioni sono incentivate da lavorazioni, concimazioni e irrigazioni. Facendo un confronto di crescita: un ettaro di silomais ( foraggio per bovini) ha un fabbisogno in azoto che è quasi 4 volte il fabbisogno di un ettaro a pioppo, che cresce comunque più velocemente di una foresta spontanea, perché coltivato.
I due scienziati danno per certo che:

  • Il terreno agricolo e i pascoli siano stati ottenuti tramite deforestazione; così non è, molti pascoli e terreni erano originariamente praterie, malghe, paludi, steppe, tundre o savane, dove non riesce a crescere una foresta. La zootecnia sfrutta molte zone altrimenti improduttive, dove non può crescere che erba, licheni, arbusti ecc.
  • La deforestazione attuale sia dovuta alla ricerca di nuovi pascoli e terreni agricoli per la produzione di mangimi; anche questo non è vero, in Indocina e Indonesia stanno distruggendo la foresta pluviale prima per ricavarne una rendita e poi per farne piantagioni di palma da olio. In Africa lo fanno solo per la rendita, in Brasile in fine è vero solo in parte, perché dove c’erano milioni di ettari di foresta adesso ci sono piantagioni di eucalipto e di canna da zucchero e, ultimamente, di mais per etanolo.

Alle emissioni dovute alla deforestazione Robert Goodland e Jeff Anhang aggiungono le emissioni prodotte dai combustibili fossili, per produrre la stessa quantità di energia che si potrebbe ottenere dalle colture bioenergetiche, coltivate proprio sui terreni ora destinati alla zootecnia. Il ragionamento è talmente contorto da rasentare la fantaeconomia. Tra l’altro reputo le bioenergie la scelta energetica più sbagliata perché determinano competizione alimentare, non sono energie pulite e hanno costi del kWh più elevati da un fattore 5 a 20.

I due consulenti ambientali-bancari fanno inoltre i seguenti errori:

  • Nessun confronto con una dieta alternativa, che necessita comunque di terreni agricoli;
  • Non calcolano che su gran parte dei pascoli nulla cresce di bioenergetico e che gran parte dei mangimi sono sottoprodotti che vanno stornati;
  • Danno per scontato che i politici dell’intero pianeta sostengano con incentivi la produzione di bioenergie su milioni di ettari.
  • Non considerano che milioni e milioni di ettari sono coltivati per prodotti non alimentari o non strettamente necessari alla vita: carta, legnami, alcolici, tabacco, caffè, thè, e colture tessili, senza fare alcun cenno alla necessità di diminuirne i consumi.

Molte azioni potrebbero evitare la ricerca di nuove terre da coltivare e quindi la deforestazione, ma nell’articolo non se ne trova traccia. Ad esempio:

  • L’irrigazione e la meccanizzazione di tutti gli attuali terreni agricoli nei paesi in via di sviluppo che potrebbero aumentare enormemente la quantità di calorie prodotte sul pianeta (secondo me questa dovrebbe essere la via degli aiuti);
  • La transizione graduale delle culture alimentari legate al riso ad altri cereali con produzioni/ettaro più elevate come il mais, o che necessiatano di minore quantità d’acqua come il grano;
  • La coltivazione di alghe da foraggio o da biomassa energetica, sia direttamente in mare, sia in alternativa all’attuale depurazione dei reflui urbani.

EMISSIONI DELLA FILIERA AGROALIMENTARE

I due consulenti stimano a spanne le emissioni dei consumi energetici della filiera agroalimentare delle proteine animali compresa la produzione di alghe per mangimi e i consumi dell’itticoltura. Ma non fanno il confronto scientifico di cui abbiamo parlato nel post precedente, fanno invece il conteggio di tutte le emissioni senza confrontare la filiera alternativa che potrebbe essere diversa di poco in equipollenza proteica. Si limitano a fare conclusioni approssimative e molto discutibili sul fatto che i cibi a base di proteine animali, rispetto a una dieta in equivalenza calorica necessitano di:

  • Più energia per produrre mangimi e foraggi: dipende sempre dal tipo di confronto, in equivalenza calorica serve sicuramente più energia, ma anche la filiera della pasta o del riso è lunga (sintetizzare concimi minerali, arare, erpicare, seminare, diserbare, trebbiare, stoccare, macinare, impastare, essiccare, imballare, trasportare e cuocere);
  • Citano il seitan che è ottimo, ma secondo me non sanno di cosa parlano, perché ci vogliono 10 kg di grano per fare 1 kg di seitan in ss, mentre con 10 kg di mangime si fanno 3 kg di pollo; il seitan in confronto è un spreco.
  • Una cottura più lunga e più intensa; non mi risulta affatto, anzi latte, uova, carne e salumi si possono mangiare crudi (o stagionati) mentre piselli, fagioli patate, pane, pasta e riso, no.
  • Un maggior raffreddamento; come se frutta e verdure, tofu e seitan, non venissero refrigerati e surgelati (piselli, minestroni, spinaci ecc) tra l’altro citano i CFC vietati da decenni;
  • Più imballaggi, come se i legumi non fossero in lattina, i succhi di frutta e il latte di soia nel tetrapak come il latte vaccino, molte verdure confezionate nelle vaschette come la carne e tofu e seitan non fossero confezionati come i salumi e i formaggi;
  • Più energia per smaltire i sotto prodotti pelli, piume, lana e effluenti; ma queste sono risorse, non costi, anzi vanno conteggiate perché sono da sostituire.

Nell’articolo non c’è alcun cenno alla possibilità di concimare con concimi rinnovabili, cioè ottenuti dagli effluenti urbani e zootecnici e da tutti i rifiuti organici urbani, zootecnici e industriali, previo recupero dell’energia residua che è anche un modo per sanificarli e stabilizzarli (biogas o gassificazione).
Sul magazine poi si fanno le solite accuse infondate all’alimentazione con proteine animali come causa di malattie (ipertensione, arteriosclerosi e cancro al colon), che invece sono le stesse che colpiscono i vegetariani obesi ( il 20% dei vegetariani inglesi) e che riguardano l’eccesso di cibo e di calorie e la carenza di fibra, non la proteina animale che è l’alimento più digeribile per l’uomo. Non a caso viene usato negli omogeneizzati, nelle diete agli infartuati e in quelle ipocaloriche.

LE LORO CONCLUSIONI

Si considera strano che la limitazione della zootecnia non sia ancora una priorità per i decisori politici mentre lo dovrebbe essere. Altra priorità dovrebbe essere il marketing sui bambini nelle scuole per convincerli ad assumere sostituti delle proteine del latte, come yogurt, gelati e merendine alla soia. Il rimedio per eccellenza conto i cambiamenti climatici dovrebbe essere una tassa sulle proteine animali. Per essere più efficace il suddetto marketing dovrebbe vedere nei supermercati i sostituti vegetali delle proteine animali negli scaffali centrali in vista, mentre nel banco frigo fianco a fianco alla carne, al pesce, e ai formaggi, ci dovrebbero essere prodotti sostitutivi. Dulcis in fondo banche e finanziatori non dovrebbero finanziare la filiera zootecnica.

Essi riescono ad essere addirittura commuoventi quando si preoccupano dei lavoratori del settore zootecnico, come me, che secondo loro andrebbero riqualificati per produrre alimenti sostitutivi (io invece riqualificherei loro). Tutto questo per evitare che eventi estremi come Katrina -potevano esimersi dal citarlo?- aumentino di numero e di intensità causa disastro climatico (anche la parola disastro non poteva mancare in un rapporto come questo).

Il vero disastro che vedo io, è l’articolo del corriere della sera che cita un’autorevole magazine, dove degli scienziati di una banca fanno stime con metodologie discutibili lanciando accuse tremende alla zootecnia. La spesa alimentare per gli occidentali è solo il 10% del totale della spesa annua, quella delle proteine animali è solo una parte di questo 10%. E’ molto singolare che ridurre le proteine animali sia considerata la priorità per salvare il pianeta dal disastro.

methane IPCC range
Figure 1. Atmospheric methane concentrations, 1985-2008, with the IPCC methane projections overlaid (adapted from: Dlugokencky et al., 2009)1

Come vedete la concentrazione di metano sembra seguire più le temperature2 che le stime dell’IPCC, figuriamoci le stime sul prestigioso World Watch Magazine, che sembrano essere smentite dai dati reali.

  1. http://wattsupwiththat.com/2009/10/10/that-worrisome-methane-beast-apparently-is-still-not-awake/ []
  2. http://www.geo.arizona.edu/geo4xx/geos478/Resources/Dlugokencky09.CH4.pdf
    Dlugokencky, E. J., et al., 2009. Observational constraints on recent increases in the atmospheric CH4 burden. Geophysical Research Letters, 36, L18803, doi:10.1029/2009GL039780 []

Gli scienziati dell’IPCC calcolano l’emissione di metano zoogenico, sia di origine enterica, sia originata dai reflui, sul totale degli animali zootecnici. Il calcolo è nelle linee guida1. Questo è discutibile, per una serie di motivi.

Innanzitutto, nel capitolo 10 del volume 4 delle linee guida, sulla CO2 si afferma che il bilancio del carbonio è nullo, mentre il metano è da considerarsi diversamente. Gli scienziati IPCC hanno ragione, perchè se c’è una crescita zootecnica le emissioni di metano vanno considerate aggiuntive nell’atmosfera, ma solo per 12 anni: il metano, infatti, dopo 12 anni in atmosfera è scisso grazie ai raggi UV in H2O e CO2 che rientra nel ciclo del carbonio captato dai vegetali (la CO2 che deriva dal metano zoogenico non è una perturbazione aggiuntiva). Esempio: per un allevatore che ha 300 vacche dal 1996 le emissioni di metano corrispondono a zero nel bilancio di massa, se aumenta la mandria a 350 le emissioni di metano sono da calcolare su 50 vacche per 12 anni.

Se il numero di animali da allevamento resta costante, anche il metano atmosferico di origine zootecnica resta costante, tanto ne entra in atmosfera e tanto ne esce come CO2 captata dai vegetali che nutrono gli animali. Se invece il numero di animali cresce, dovrebbe aumentare anche il metano residente in atmosfera, almeno per 12 anni (8,7 +/- 1,3 anni).

Gli scienziati dell’IPCC calcolano le emissioni di metano sul totale degli animali senza contare che gran parte di questo numero di animali era già presente 12 anni fa e che il metano zoogenico del 2008 di questi animali va a sostituire il metano emesso nel 1996 dallo stesso numero di animali, questo perché il metano del 1996 si è ormai scisso in CO2 che, assorbita dalle piante nel 2008, è emessa come CH4 dagli animali del 2008.

Una stima da proporre in alternativa è un accumulo di quote per 12 anni sull’incremento zootecnico per specie e tipologia, anno per anno. La somma delle quote diviso il periodo di tempo preso in considerazione, dovrebbe dare la quota annua di metano zoogenico aggiuntivo.

Gli autori del rapporto IPCC sommano il metano zoogenico a quello antropogenico. Ma il metano antropogenico, cioè quello industriale o le perdite di estrazione e trasporto, quando si scinde in H2O e CO2 determina un aumento della concentrazione della CO2, non di metano zoogenico! La CO2 che dopo 12 anni deriva dal metano è la stessa che è captata dai vegetali, non altera la concentrazione della CO2 atmosferica.

La componente zoogenica del metano in atmosfera dovrebbe essere poco significativa, in quanto la concentrazione è stabile dal 1990.

Fonte CDIAC, mentre i ruminanti zoogenici sono in forte crescita, dal 1990 non c’è nessuna correlazione con il metano atmosferico. Il numero dei quadrupedi d’interesse zootecnico presenti sulla Terra è aumentato del 60% dal 1961 al 2000, da 3.1 a 4.9 miliardi, mentre quello dei volatili d’allevamento si è pressoché quadruplicato, passando da 4.2 a 15.7 miliardi. Nello specifico i bovini da 941 a 1331 milioni (+41%) i suini da 406 a 905 milioni (+123%).

Secondo la FAO2 , la produzione in più rapida espansione è quella della carne di maiale e di pollo. Si tratta di una produzione intensiva altamente industrializzata, che ha avuto una crescita annua compresa tra il 2.6% e il 3.7% nell’ultimo decennio, mentre i bovini sono cresciuti dell’1% su base annua. Sono raddoppiati anche altri ruminanti come bufalini e capre.

Aslam Khan Khalil ci dice3 che il metano atmosferico è inspiegabilmente stabile negli ultimi 20 anni, come possono essere veritiere le stime antropogeniche del metano che sono in continua crescita, se poi la concentrazione atmosferica è stabile4 ?

C’è un rapporto della Fao5 del 2008 sul trend del metano atmosferico, è molto interessante perché mette in dubbio che le emissioni dei ruminanti (ma vale per tutte le emissioni zoogeniche) siano in rapporto con la concentrazione atmosferica a differenza delle affermazioni di un precedente rapporto FAO del 20066.

Ultimamente è uscita un’altra ricerca degli studiosi, Rigby e Prinn7 che da anni studiano le fonti del metano atmosferico: non sanno spiegare i dati del 2006 e del 2007. Infatti nell’atmosfera il metano ha avuto un piccolo incremento, ma simultaneamente e omogeneamente in tutto il pianeta senza differenza alcuna tra emisfero nord e emisfero sud. La stima delle fonti antropogeniche di metano però è enormemente più alta nell’emisfero nord. Questo è incompatibile con la teoria per cui le emissioni antropogeniche di metano, tra cui quelle zoogeniche, siano rilevanti nella concentrazione atmosferica di metano, che invece si suppone dipenda dalle temperature globali e dall’equilibrio con le fonti geologiche e marine.

Se nell’emisfero nord si ipotizza come possibili fonti di metano la torba e il permafrost, nell’emisfero sud si suppone una fonte marina da gas idrati e dai microrganismi: tutt’altro che fonti antropiche!

metano atmosferico
Nei grafici delle forzanti radiative8, l’azione riscaldante del metano è in evidente decrescita. Da notare il picco del 1991 (corrispondente all’eruzione del vulcano Piñatubo) e 1998 (El Niño). Picchi non antropogenici. Invece nel rapporto AR4 IPCC 2007 si afferma che l’incremento di metano è solo antropogenico. Che gli scienziati sappiano poco o nulla sulle fonti e sui pozzi di assorbimento del metano è scritto nel nel capitolo 7 del rapporto, poi però nel capitolo 2 James Hansen fa il calcolo della forzante radiativa, come se l’aumento del metano atmosferico fosse da imputare interamente all’uomo, contraddicendo quanto scritto all’inizio del capitolo 7.

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  1. http://www.ipcc-nggip.iges.or.jp/public/2006gl/pdf/4_Volume4/V4_10_Ch1_Livestock.pdf
    Vol 4 agricoltura capitolo 10 []
  2. http://faostat.fao.org/ ; U.N. Food and Agriculture Organization (FAO), FAOSTAT Statistics Database. []
  3. http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/es061791t M. Aslam Khan Khalil, Christopher L. Butenhoff, and Reinhold A. Rasmussen Atmospheric Methane: Trends and Cycles of Sources and Sinks Environ. Sci. Technol., 2007, 41 (7), pp 2131–2137 DOI: 10.1021/es061791 []
  4. http://www.co2science.org/articles/V10/N11/C1.php []
  5. http://www-naweb.iaea.org/nafa/aph/stories/2008-atmospheric-methane.html []
  6. http://meteo.lcd.lu/globalwarming/FAO/livestocks_long_shadow.pdf FAO: “Livestock’s long shadow” []
  7. http://www.mit.edu/~mrigby/publications/2008GL036037.pdf Rigby, M., Prinn et al. (2008), Renewed growth of atmospheric methane, Geophys. Res. Lett., 35, L22805,doi:10.1029/2008GL036037. []
  8. Fonte NOAA []