La Zootecnia è la causa del 50% delle emissioni antropogeniche? Parte II

Come già visto nella prima parte di questo post, Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, ovvero di uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch Magazine, affermano che oltre metà dei gas serra (GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame e, per farlo, sommano alle emissioni zoogeniche dovute al metano e protossido di azoto anche altre fonti: respirazione, deforestazione, produzione mangimi e foraggi ed emissioni della filiera agroalimentare zootecnica.

RESPIRAZIONE

Gli autori affermano che la respirazione degli animali zootecnici equivale al 21% del totale delle emissioni di gas serra antropogenici. Cito: “Carbon dioxide fromlivestock respiration accounts for 21 percent of anthropogenic GHGs worldwide“.

Questa affermazione è molto discutibile. La respirazione degli animali, ma anche degli umani, non è mai stata considerata una perturbazione aggiuntiva, perchè tutto il carbonio emesso dalla respirazione deve essere esattamente uguale al carbonio prelevato dai vegetali che hanno nutrito uomini e animali; si tratta di un ciclo annuale cioè brevissimo. Nell’articolo del WW Magazine si giustificano queste emissioni aggiuntive dicendo che decine di miliardi di animali zootecnici emettono moltissima CO2, mentre la capacità fotosintetica della terra è fortemente diminuita con la deforestazione, e affermano che i pascoli assorbono meno CO2 delle foreste. Il ragionamento è assolutamente privo di logica e di scientificità: il carbonio della respirazione degli animali zootecnici e della fermentazione dei loro effluenti deve essere indiscutibilmente esattamente uguale a quello captato dai vegetali.

DEFORESTAZIONE

Alle emissioni conteggiate finora essi aggiungono quelle della deforestazione, sottraendo lo stock di carbonio contenuto nel corpo degli animali. Anche questo è discutibile perché pascoli e colture agricole ed effluenti zootecnici, cioè letami, liquami e polline, trattengono una enorme quantità di carbonio. Va stornata dalla stima anche la quota di carbonio che dai prodotti animali è diventata parte del corpo delle persone durante la recente crescita demografica. Inoltre per un confronto serio bisognerebbe calcolare non la deforestazione totale, ma la differenza della deforestazione occorse ove i terreni sono usati per la zootecnia e quella imputabile all’uso dei terreni per una dieta alternativa. Non sono calcoli semplici. Nell’articolo non si fa nulla di tutto ciò.
Solo le foreste giovani e in accrescimento captano la CO2 e la immagazzinano nella biomassa della foresta (carbon stock), le foreste mature, cioè in equilibrio, non alterano la concentrazione di carbonio atmosferico. Invece le colture agricole per sostenere la zootecnia captano molto carbonio perchè le produzioni sono incentivate da lavorazioni, concimazioni e irrigazioni. Facendo un confronto di crescita: un ettaro di silomais ( foraggio per bovini) ha un fabbisogno in azoto che è quasi 4 volte il fabbisogno di un ettaro a pioppo, che cresce comunque più velocemente di una foresta spontanea, perché coltivato.
I due scienziati danno per certo che:

  • Il terreno agricolo e i pascoli siano stati ottenuti tramite deforestazione; così non è, molti pascoli e terreni erano originariamente praterie, malghe, paludi, steppe, tundre o savane, dove non riesce a crescere una foresta. La zootecnia sfrutta molte zone altrimenti improduttive, dove non può crescere che erba, licheni, arbusti ecc.
  • La deforestazione attuale sia dovuta alla ricerca di nuovi pascoli e terreni agricoli per la produzione di mangimi; anche questo non è vero, in Indocina e Indonesia stanno distruggendo la foresta pluviale prima per ricavarne una rendita e poi per farne piantagioni di palma da olio. In Africa lo fanno solo per la rendita, in Brasile in fine è vero solo in parte, perché dove c’erano milioni di ettari di foresta adesso ci sono piantagioni di eucalipto e di canna da zucchero e, ultimamente, di mais per etanolo.

Alle emissioni dovute alla deforestazione Robert Goodland e Jeff Anhang aggiungono le emissioni prodotte dai combustibili fossili, per produrre la stessa quantità di energia che si potrebbe ottenere dalle colture bioenergetiche, coltivate proprio sui terreni ora destinati alla zootecnia. Il ragionamento è talmente contorto da rasentare la fantaeconomia. Tra l’altro reputo le bioenergie la scelta energetica più sbagliata perché determinano competizione alimentare, non sono energie pulite e hanno costi del kWh più elevati da un fattore 5 a 20.

I due consulenti ambientali-bancari fanno inoltre i seguenti errori:

  • Nessun confronto con una dieta alternativa, che necessita comunque di terreni agricoli;
  • Non calcolano che su gran parte dei pascoli nulla cresce di bioenergetico e che gran parte dei mangimi sono sottoprodotti che vanno stornati;
  • Danno per scontato che i politici dell’intero pianeta sostengano con incentivi la produzione di bioenergie su milioni di ettari.
  • Non considerano che milioni e milioni di ettari sono coltivati per prodotti non alimentari o non strettamente necessari alla vita: carta, legnami, alcolici, tabacco, caffè, thè, e colture tessili, senza fare alcun cenno alla necessità di diminuirne i consumi.

Molte azioni potrebbero evitare la ricerca di nuove terre da coltivare e quindi la deforestazione, ma nell’articolo non se ne trova traccia. Ad esempio:

  • L’irrigazione e la meccanizzazione di tutti gli attuali terreni agricoli nei paesi in via di sviluppo che potrebbero aumentare enormemente la quantità di calorie prodotte sul pianeta (secondo me questa dovrebbe essere la via degli aiuti);
  • La transizione graduale delle culture alimentari legate al riso ad altri cereali con produzioni/ettaro più elevate come il mais, o che necessiatano di minore quantità d’acqua come il grano;
  • La coltivazione di alghe da foraggio o da biomassa energetica, sia direttamente in mare, sia in alternativa all’attuale depurazione dei reflui urbani.

EMISSIONI DELLA FILIERA AGROALIMENTARE

I due consulenti stimano a spanne le emissioni dei consumi energetici della filiera agroalimentare delle proteine animali compresa la produzione di alghe per mangimi e i consumi dell’itticoltura. Ma non fanno il confronto scientifico di cui abbiamo parlato nel post precedente, fanno invece il conteggio di tutte le emissioni senza confrontare la filiera alternativa che potrebbe essere diversa di poco in equipollenza proteica. Si limitano a fare conclusioni approssimative e molto discutibili sul fatto che i cibi a base di proteine animali, rispetto a una dieta in equivalenza calorica necessitano di:

  • Più energia per produrre mangimi e foraggi: dipende sempre dal tipo di confronto, in equivalenza calorica serve sicuramente più energia, ma anche la filiera della pasta o del riso è lunga (sintetizzare concimi minerali, arare, erpicare, seminare, diserbare, trebbiare, stoccare, macinare, impastare, essiccare, imballare, trasportare e cuocere);
  • Citano il seitan che è ottimo, ma secondo me non sanno di cosa parlano, perché ci vogliono 10 kg di grano per fare 1 kg di seitan in ss, mentre con 10 kg di mangime si fanno 3 kg di pollo; il seitan in confronto è un spreco.
  • Una cottura più lunga e più intensa; non mi risulta affatto, anzi latte, uova, carne e salumi si possono mangiare crudi (o stagionati) mentre piselli, fagioli patate, pane, pasta e riso, no.
  • Un maggior raffreddamento; come se frutta e verdure, tofu e seitan, non venissero refrigerati e surgelati (piselli, minestroni, spinaci ecc) tra l’altro citano i CFC vietati da decenni;
  • Più imballaggi, come se i legumi non fossero in lattina, i succhi di frutta e il latte di soia nel tetrapak come il latte vaccino, molte verdure confezionate nelle vaschette come la carne e tofu e seitan non fossero confezionati come i salumi e i formaggi;
  • Più energia per smaltire i sotto prodotti pelli, piume, lana e effluenti; ma queste sono risorse, non costi, anzi vanno conteggiate perché sono da sostituire.

Nell’articolo non c’è alcun cenno alla possibilità di concimare con concimi rinnovabili, cioè ottenuti dagli effluenti urbani e zootecnici e da tutti i rifiuti organici urbani, zootecnici e industriali, previo recupero dell’energia residua che è anche un modo per sanificarli e stabilizzarli (biogas o gassificazione).
Sul magazine poi si fanno le solite accuse infondate all’alimentazione con proteine animali come causa di malattie (ipertensione, arteriosclerosi e cancro al colon), che invece sono le stesse che colpiscono i vegetariani obesi ( il 20% dei vegetariani inglesi) e che riguardano l’eccesso di cibo e di calorie e la carenza di fibra, non la proteina animale che è l’alimento più digeribile per l’uomo. Non a caso viene usato negli omogeneizzati, nelle diete agli infartuati e in quelle ipocaloriche.

LE LORO CONCLUSIONI

Si considera strano che la limitazione della zootecnia non sia ancora una priorità per i decisori politici mentre lo dovrebbe essere. Altra priorità dovrebbe essere il marketing sui bambini nelle scuole per convincerli ad assumere sostituti delle proteine del latte, come yogurt, gelati e merendine alla soia. Il rimedio per eccellenza conto i cambiamenti climatici dovrebbe essere una tassa sulle proteine animali. Per essere più efficace il suddetto marketing dovrebbe vedere nei supermercati i sostituti vegetali delle proteine animali negli scaffali centrali in vista, mentre nel banco frigo fianco a fianco alla carne, al pesce, e ai formaggi, ci dovrebbero essere prodotti sostitutivi. Dulcis in fondo banche e finanziatori non dovrebbero finanziare la filiera zootecnica.

Essi riescono ad essere addirittura commuoventi quando si preoccupano dei lavoratori del settore zootecnico, come me, che secondo loro andrebbero riqualificati per produrre alimenti sostitutivi (io invece riqualificherei loro). Tutto questo per evitare che eventi estremi come Katrina -potevano esimersi dal citarlo?- aumentino di numero e di intensità causa disastro climatico (anche la parola disastro non poteva mancare in un rapporto come questo).

Il vero disastro che vedo io, è l’articolo del corriere della sera che cita un’autorevole magazine, dove degli scienziati di una banca fanno stime con metodologie discutibili lanciando accuse tremende alla zootecnia. La spesa alimentare per gli occidentali è solo il 10% del totale della spesa annua, quella delle proteine animali è solo una parte di questo 10%. E’ molto singolare che ridurre le proteine animali sia considerata la priorità per salvare il pianeta dal disastro.

methane IPCC range
Figure 1. Atmospheric methane concentrations, 1985-2008, with the IPCC methane projections overlaid (adapted from: Dlugokencky et al., 2009)1

Come vedete la concentrazione di metano sembra seguire più le temperature2 che le stime dell’IPCC, figuriamoci le stime sul prestigioso World Watch Magazine, che sembrano essere smentite dai dati reali.

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  1. http://wattsupwiththat.com/2009/10/10/that-worrisome-methane-beast-apparently-is-still-not-awake/ []
  2. http://www.geo.arizona.edu/geo4xx/geos478/Resources/Dlugokencky09.CH4.pdf
    Dlugokencky, E. J., et al., 2009. Observational constraints on recent increases in the atmospheric CH4 burden. Geophysical Research Letters, 36, L18803, doi:10.1029/2009GL039780 []
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Author: Claudio Costa

veterinario zootecnico tecnico AIA e emissioni zoogeniche

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