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giugno - 2010
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Archivio per giugno, 2010

L’allegra brigata

Scritto da Guido Guidi il 30 - giugno - 20102 COMMENTI

Per la verità più che altro si tratta di una compagine piuttosto lugubre. Si fosse trattato di maghi e santoni di professione lo avrei capito. Ma i nomi di quelli che compaiono in questa simpatica lista di “opere” letterarie, dove si elencano i meccanismi che potrebbero portare l’umanità all’estinzione in un cinquantennio, sono tutte teste di serie, ognuno per il proprio settore di applicazione. Godiamoci qualche titolo.

  • “The Long Summer” di Brian Fagan (Modifiche ai venti e oceani più caldi avrebbero già indotto siccità e inondazioni)
  • “Collapse” di Jared Diamond (Il calore in eccesso ha già causato delle morti)
  • “Six Degrees” di Mark Lynas (Quello della carestia e delle esplosioni di metano)
  • “Under a Green Sky” di Peter D. Ward (bolle di idrogeno solforato)
  • “Climate Code Red” di David Spratt e Philip Sutton (il riscaldamento nel lungo periodo sarà almeno il doppio di quello del breve periodo, non siamo ancora morti -fermi con le mani!- ma dobbiamo darci da fare)
  • “Storms of My Grandchildren” di James Hansen (la terra come Venere)
  • “The Vanishing Face of Gaia” di James Lovelock (nove gradi centigradi di riscaldamento per 450ppm di CO2)

Tra tutte, l’ipotesi più gettonata per questa prematura estinzione è la carestia, ma anche le esplosioni spontanee di metano sono in buona posizione. Spiccano le bolle di idrogeno solforoso rilasciate da un oceano a temperature da zuppa di pesce. Un pianeta destinato a diventare come Venere, con colonie su Marte destinate a non farcela perché pure quello è un pianeta morto da troppo tempo è anche un’ipotesi ben piazzata.

Scrittori, saggisti, scienziati, ambientalisti, tutti con molte cose in comune, centinaia di migliaia di copie delle loro “opere” vendute e una innata vocazione per l’ottimismo. Ah, dimenticavo, è tutta gente che quando parla trova pure chi li sta a sentire. Per fortuna, altrimenti chi starebbe mai a sentir noi che siamo ancora più scellerati perché non ci crediamo?

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A proposito di standard

Scritto da Guido Guidi il 30 - giugno - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Gli eventi atmosferici estremi sono una delle maggiori fonti di preoccupazione nella simbiosi uomo-natura, e questo accade sin dalla notte dei tempi. Il progresso tecnologico ha permesso di imparare in molti casi a prevederli, quanto meno con una discreta affidabilità spazio-temporale, ma di certo non ne può impedire l’occorrenza, né quella buona attendibilità è traducibile nella certezza che essi possano avvenire in un luogo specifico in un lasso di tempo noto, sicché, quando questi si verificano, i danni sono sempre molto ingenti.

La ragione di questa incertezza risiede in parte nella endemica impossibilità di riprodurre con esattezza le dinamiche del tempo atmosferico e in parte -purtroppo molto spesso- nella inadeguatezza delle infrastrutture, troppo deboli per resistere alla furia degli elementi, quando non addirittura talmente mal fatte da risultare peggiorative, capaci cioè di accrescerne la pericolosità.

Ad esempio, è noto che pur non essendo aumentate la frequenza di occorrenza e l’intensità dei cicloni tropicali, sono certamente aumentati i danni che questi creano, e questo aumento è totalmente imputabile all’accresciuta urbanizzazione delle zone costiere dove fatalmente questi eventi finiscono per “atterrare”. Lo stesso vale per le piogge monsoniche, delle quali non si conosce forse il trend nel lungo periodo, ma si sa che una città che prima aveva qualche centinaio di migliaia di abitanti, ora che ne ha svariati milioni quando viene colpita da un’inondazione subisce colpi terribili, specie se molti di quei milioni di persone vivono in strutture che definire fatiscenti è un eufemismo.

Noi non abbiamo né gli uragani né i monsoni, ma abbiamo i nostri bei temporali, a volte in grado, nel breve periodo, di portare quantità di precipitazioni molto ingenti; in grado cioè di dar luogo a quelle che tecnicamente sono definite “Flash floods” (inondazioni improvvise). E’ successo nel novembre scorso in Sicilia, per esempio, ma gli episodi sono in effetti molto numerosi.

Non è affatto mia intenzione entrare in questa sede nel merito dell’aumento o meno della frequenza di occorrenza di questi fenomeni, anche perché i dataset disponibili non permettono di far molta luce sull’argomento, vorrei piuttosto portare alla vostra attenzione un lavoro molto interessante pubblicato dalla WMO, in cui il ruolo del nostro paese è stato predominante, anzi è proprio il caso di dire, determinante.

Volendo fare della facile polemica con quanto circolato sui giornali nei giorni scorsi in tema di previsioni più o meno attendibili e più o meno autoctone, si potrebbe dire che è sempre molto facile battere le ortiche con le mani altrui, ma siccome non credo sia il caso di dare più di tanto rilievo a questa querelle, dirò semplicemente che ci sono delle importanti attenuanti in materia di informazione. Cioè, se si sapesse le cose come stanno, magari a volte si eviterebbe di sollevare problemi inesistenti, concentrando l’attenzione su quelli che invece esistono.

Uno di questi è quello di riuscire a sviluppare dei sistemi di misura delle precipitazioni che assicurino il controllo del territorio, che permettano di costruire dei dataset storici con i quali individuare le aree che corrono rischi maggiori di altre e che forniscano dei corretti input osservativi ai modelli di simulazione numerica ad area limitata impiegati per la prognosi del tempo. In poche parole si deve poter disporre di una strumentazione adeguata e il più possibile standardizzata, altrimenti le informazioni di cui si finisce per disporre riempiranno pure le pagine dei record meteorologici, ma difficilmente possono avere altra utilità.

La Campagna di Intercalibrazione dei Pluviometri di cui si relaziona nel documento di cui sopra, aveva esattamente questo scopo, “comparare le performance sulle intensità di precipitazioni in-situ di diversi tipi di strumenti di misura, con particolare attenzione alle precipitazioni molto intense”.

Un bel lavoro che trovate qui, ma che potete leggere anche di seguito.

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Tutti i gusti son gusti

Scritto da Guido Guidi il 29 - giugno - 20103 COMMENTI

McCarthy è uno dei più famosi artisti statunitensi, la sua notorietà trae origine soprattutto dalle sue gigantesche e provocatorie sculture, spesso a tema escrementizio o comunque un po’ schifoso (ha gia realizzato cacche gonfiabili, mega maiali in pose sodomite, gingilli sessuali in formato gigante). Artisti pagati una follia che protestano contro le banche, preferendo mettere gli assegni pieni di zero sotto il materasso.

La sua ultima eloquente protesta “è contro il centro del potere economico e la bolla speculativa” (ANSA).

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/06/26/foto/biennale_carrara_la_maxi-cacca_di_mccarthy-5174042/1/

Pare che la sua iniziativa abbia risvegliato lo spirito artistico di qualcun altro, infatti un paio di notti fa, sono state lasciate una maxi-scopa ed una maxi-paletta di fronte alla sua maxi-cacca (ANSA). Un’iniziativa da standing ovation. Quello che non capisco è perché gli addetti del comune di Massa, luogo dove campeggia l’opera d’arte in occasione della Biennale internazionale di scultura, si siano dovuti affrettare a rimuovere gli accessori. Vabbè che non facevano parte della scultura, ma perché privare questo anonimo artista del diritto di espressione così generosamente elargito al suo ben più noto collega?

PS: grazie all’amico Fabio Spina per la segnalazione e gli “spunti artistici”.

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Ah, i bei tempi di Savonarola!

Scritto da Guido Guidi il 29 - giugno - 20108 COMMENTI

Erano tempi duri probabilmente, ma almeno certe cose accadevano alla luce del sole e non mascherate da pratica scientifica. La legge, nella fattispecie quella religiosa ma a quel tempo era un tutt’uno con la politica, era una e una sola. O dentro o fuori, e fuori non significava stare al freddo, ma piuttosto essere bruciati sul rogo. Oggi, che dovremmo essere per così dire più civili, più istruiti, più inclini alla consapevolezza che il prossimo vada convinto con solide argomentazioni e non per mezzo di assunti dogmatici, per arrivare agli stessi risultati di partecipazione al presunto benessere comune, si può approfittare dell’ospitalità di autorevoli riviste scientifiche che, perso ogni buon senso, accettano di buon grado di prender parte al gioco dell’inquisizione.

E così, sul PNAS, esce uno “studio” tra i cui firmatari compare anche Stephen Schneider, scienziato da anni sulla ribalta del clima. Qualcuno ricorderà che era tra quelli che si dicevano preoccupati degli effetti raffreddanti degli aerosol, salvo poi rivolgere la propria preoccupazione all’azione riscaldante della CO2, diventando un convinto sostenitore/attivista dell’AGW. Tanto convinto dall’aver formulato il famoso concetto degli “scary scenarios”, cioè della necessità di fare affermazioni semplici e drammatiche, facendo attenzione a non mostrare i propri dubbi (è uno scienziato eh?), per catturare l’attenzione dei media e quindi il consenso, cioè le risorse. Tutto questo perché siamo sì scienziati e dobbiamo dire sempre la verità, ma anche uomini – diceva- e vogliamo vivere in un mondo migliore, per cui qualche volta possiamo non farlo.

In possesso di cotanto biglietto da visita, Scnheider ha dunque pensato bene di fornire il suo prezioso contributo a questo nuovo lavoro, il cui titolo è illuminante: La credibilità degli esperti nel cambiamento climatico. La premessa è già tutto un programma. Nell’abstract infatti non compare il vocabolo “consensus”, ormai trito e ritrito, quanto piuttosto la parola “tenet”, che sta per “principio o credenza”, normalmente utilizzato nelle argomentazioni di carattere religioso. Quale lo scopo di questa pubblicazione? Semplice, si tratta di pesare una volta per tutte la credibilità di quanti si dicono convinti del principio (appunto) cui è giunto l’IPCC con il proprio lavoro, e cioè che la maggior parte del riscaldamento occorso nella seconda metà del secolo scorso sia di origine antropica, e di quanti invece si dichiarano al riguardo scettici, contrari o…negazionisti (ebbene sì, questo odioso, fazioso, vomitevole e dichiaratamente violento appellativo è stato sdoganato su una rivista scientifica).

Il metodo è analitico e pure scontato. Una volta generato un database -leggi lista di proscrizione- di quanti stanno da una o dall’altra parte, si procede alla conta delle pubblicazioni e delle citazioni, ovviamente nel contesto del sistema di revisione paritaria. Sì, proprio quello che il climategate ha rivelato essere stato manipolato e piegato agli interessi degli “scary scenarios”, con il tentativo di assumere il controllo del flusso delle pubblicazioni.

E così, dopo aver goduto per decenni (ma ora non è diverso) di valanghe di finanziamenti per investigare e supportare l’ipotesi dell’AGW con le quali è stato possibile produrre tonnellate di pubblicazioni, ora i buoni contano quelle per darsi ragione e il cerchio è chiuso. Una lista che a conti fatti potrà tornare utile, tra qualche anno si potrà magari confrontarla con l’allocazione dei fondi messi a disposizione per la ricerca per avere un’idea dell’obbiettività e della libertà intellettuale di chi li riceve, chissà che non ne possa scaturire qualcosa di interessante.

Per ora i risultati sono chiari, anzi, schiaccianti. Le percentuali di quanti in base a questi principi possono essere ritenuti credibili sono bulgare a beneficio dei sostenitori dell’AGW, che nella ricerca sono la squadra furtissimi dei CE, Convinced by the Evidence, mentre i cattivi sono gli UE, ovvero unconvinced by the evidence. Anche qui la terminologia non è delle più fortunate. Innanzi tutto perché non è dato sapere come si possa essere convinti o meno di un’evidenza che non c’è, dato che tutto quello che viene sempre portato ad esempio come prova incontrovertibile del contributo antropico al riscaldamento globale è solo prova del riscaldamento, non delle sue origini. E poi perché si parla di convinzione, non di conoscenza. Perché uno studioso degli anelli di accrescimento degli alberi e della loro relazione con le temperature dovrebbe conoscere anche l’origine delle eventuali variazioni rilevate? E perché uno studioso delle dinamiche glaciali dovrebbe sapere che l’oggetto dei suoi studi tende a diventare liquido a causa della CO2? E perché uno zoologo dovrebbe sapere che le pecore scozzesi che osserva si sono rimpicciolite a causa delle variazioni di temperatura e che quelle variazioni sono causate dall’uomo? Non c’è un perché, infatti non lo sa, ne è convinto, e non è la stessa cosa, con buona pace delle schiaccianti percentuali che gli assicurano il posto nella squadra dei buoni.

Sicchè da quando esistono il riscaldamento globale e le sue origini antropiche, la scienza si fa a peso, e di questo, parola di Schneider e soci nelle loro conclusioni, dovrebbero essere ben consapevoli gli interlocutori principali, i media ed i policy makers, perché troppo spesso a quanto pare, sembra siano usi dare ugual peso alle opinioni, commettendo così l’esecrabile errore di ascoltare ogni tanto la voce di chi dissente dal mainstream.

Tutto questo forse avrebbe un senso se in questa grande messe di pubblicazioni  ci fosse stato in effetti il tentativo di investigare delle ipotesi alternative a quella dell’AGW, il peso delle variazioni climatiche di origine naturale per dirne una, scoprendo magari che questo peso è trascurabile. Ma tutto questo non c’è, c’è l’assunto che l’origine sia antropica e poi ci sono intere foreste di carta usata per dire come andrà, cosa succederà, etc etc, destino dei ghiacci e dimensioni delle pecore compresi.

Però, guarda caso, il focus del dibattito, lo zoccolo duro dello scetticismo è proprio questo, è sulle origini, non sulle conseguenze, anche se quelle, una volta alleggerito il contributo del fattore antropico cessano inevitabilmente di essere disastrose e spaventevoli. Dibattito? Sì, alla faccia (e probabilmente all’insaputa) di Schneider e soci, quella pratica che persino il presidente dell’IPCC Rajendra Pachauri ha deciso di rispolverare. E ora che faranno? Passerà anche lui al vaglio della santa inquisizione del clima?

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E intanto piove

Scritto da Guido Guidi il 28 - giugno - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Negli ultimi tempi sono apparsi molti articoli in cui una parte della comunità scientifica, quella più coinvolta nel sostegno all’ipotesi AGW, si è lamentata di essere stata oggetto di attacchi ingiustificati sulla credibilità e consistenza della preoccupazione così frequentemente espressa circa i destini climatici di questo pianeta. Sono stati fatti alcuni errori, cui forse si è dato troppo peso, ma forse no.

Il passo falso più clamoroso, se vogliamo, è stato quello sulla previsione di definitivo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, l’unico in effetti per il quale sono arrivate delle scuse ufficiali dal presidente dell’IPCC. Ma ce ne sono stati anche altri, presumibilmente animati dalle stesse intenzioni, o comunque causati dallo stesso modo di agire alquanto discutibile, che forse poco si confà ad una organizzazione sovranazionale che dovrebbe essere rappresentativa di tutte le opinioni scientifiche e non solo di una parte di esse, né dovrebbe avvalersi più di tanto del supporto di altre organizzazioni dichiaratamente schierate che in realtà, pur se legittimamente, rappresentano solo se stesse.

Tra questi quello giornalisticamente definito “Amazongate”. Si tratta, in analogia con quanto accaduto per i ghiacciai dell’Himalaya, di un allarme lanciato sul probabile collasso della foresta amazzonica in ragione di un mutato regime delle piogge. Sembra che le fonti di questo allarme non fossero propriamente scientifiche. O forse lo erano, non lo so. Fatto sta che ora il Sunday times pubblica una ritrattazione, ammettendo di aver sbagliato a giudicare negativamente quella specifica parte dell’ormai celeberrimo 4° Rapporto dell’IPCC.

Il mea culpa è chiaro ed incontrovertibile, ma, a mio modestissimo parere, vale tanto quanto il precedente articolo che aveva sollevato la questione. Si stanno facendo soltanto delle inutili polemiche, sarebbe meglio, molto meglio, guardare semplicemente ai fatti.

Il timore è che se dovessero diminuire le piogge, la foresta amazzonica potrebbe subire una profonda mutazione dei suoi ecosistemi, con tutte le inimmaginabili conseguenze che si possono immaginare. Questa è una ipotesi, non una teoria, scaturisce dagli output di alcuni modelli di simulazione. Come confutarla? Forse potrebbe aiutare a capirci qualcosa controllare se, con un aumento di sette decimi di grado delle temperature medie superficiali globali, sia possibile riscontrare almeno un iniziale mutazione nel trend delle precipitazioni di quella zona. Se così non dovesse essere, qualsiasi illazione circa ciò che potrebbe accadere in futuro è priva di fondamento fino a prova contraria.

Visto che si parla sempre di “evidenze”, vediamole.

Quattro dataset, una sola storia. Negli ultimi cento anni non c’è stata alcuna variazione nel regime delle piogge per quella porzione del mondo. Le piogge sono stabili, non ci sono segnali di eccessi o di deficienze, non c’è alcun trend, non c’è proprio niente. Bene, prendiamo per buoni gli scenari descritti dai modelli e consideriamoli per quello che sono, dei sofisticati elaboratori di ipotesi e basta. L’allarmismo, una volta di più non è giustificato.

NB: da WUWT.

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La religione del modello

Scritto da Claudio Gravina il 28 - giugno - 201022 COMMENTI

No, per il momento non abbiamo deciso di trasformare CM in un atelier di alta moda. Ci dedicheremo oggi ad un altro tipo di modello, molto più conosciuto dai nostri lettori: il modello matematico. Ne abbiamo parlato centinaia di volte, oggi però vorrei affrontare con voi un discorso più generale. Non ci focalizzeremo su un modello climatico in particolare o sul modello climatico tout court, cercheremo invece di capire l’effettiva utilità di un modello matematico, delle sue potenzialità e ci metteremo dentro anche un po’ di storia della matematica.

In particolare, vedrete, del modello matematico approfondiremo l’utilizzo che se ne fa per ottenere previsioni a breve e medio-lungo termine. Per far questo ci viene in aiuto un ottimo testo, che consiglio a tutti: “Useless arithmetic: Why Environmental Scientists Can’t Predict the Future”, in calce trovate i riferimenti.

Nel testo troviamo un interessante aneddoto. Il responsabile capo per la pianificazione della guerra del Vietnam, Robert McNamara, quando ormai la guerra volgeva alla sconfitta, venne chiamato alla Casa Bianca e fu appunto aggiornato sul probabile esito nefasto della campagna militare. Questa la risposta di McNamara:

Where is your data? Give me something I can put in a computer. Don’t give me your poetry

Ovvero: dove sono i vostri dati? Datemene qualcuno, così posso metterli in un computer.

Certo, la guerra del Vietnam non è stata persa per questo motivo, o meglio non solo per questo. Infatti il modello matematico era preposto a prevedere il numero di vittime vietnamite in base alla tipologia di bombardamento (terreno, esplosivo ecc). Le cause che concorrono a rendere fallace un modello matematico sono le seguenti:

  1. Gli obiettivi politici, che inquinano il modello in sè (non è importante se funziona, ma è importante che dica quello che la politica vuole sentir dire);
  2. Le domande errate. Porre una domanda scorretta vuol dire, probabilmente, far percorrere al modello una strada sostanzialmente inutile;
  3. Verifica dei risultati. Se nessuno controlla il risultato del modello, con un confronto diretto con il mondo reale, difficilmente possiamo immaginare la performance di quel modello.

Come ormai ben sappiamo, abbiamo versato fiumi di inchiostro digitale sull’argomento, esistono fondamentalmente due tipologie di modelli matematici: quelli quantitativi e quelli qualitativi. Il primo tipo di modello serve proprio a fare previsioni: oggi vogliamo conoscere la quotazione di un titolo, la settimana prossima. Oppure: di quanti centimetri crescerà il livello del mare entro il 2020? Domande precise, risposte precise.

I modelli qualitativi, invece, hanno uno scopo più scientifico, se così si può dire: sono strumenti che aiutano il ricercatore a indagare un particolare fenomeno e, piuttosto che dirci quanto, il modello ci aiutare a scoprire perchè e magari come. Per esempio: cosa succederà al sistema economico se introdurremo una carbon tax? La temperatura media globale aumenterà o diminuirà? Se dovessero aumentare le piogge, cosa succederebbe al versante della montagna XYZ?

Ecco, questa è la fondamentale differenza. Per inciso esistono tanti altri tipi di modelli, per esempio quelli di tipo stocastico (anche di questi abbiamo parlato lungamente su CM), e poi abbiamo i modelli matematici che simulano (o provano a simulare) un particolare fenomeno (un uragano, un’esplosione nucleare).

Sono certo che leggendo queste righe, gli attenti lettori, abbiano già individuato i possibili problemi insiti nella modellizzazione matematica della realtà, ma se credete che i rischi di un errore concreto, intendendo per tale un errore che possa minare dalle fondamenta una teoria, siano remoti, vi sbagliate. A volte, la fiducia in questi strumenti quantitativi è tanta e tale che non ci si accorge del cul-de-sac nel quale si è finiti.

Un esempio illuminante, e celeberrimo, in tal senso ce lo consegna Lord Kelvin (sì, proprio il Kelvin della scala termometrica). Nel XIX secolo fu un eminente fisico. I suoi accurati studi sulla termodinamica lo spinsero a indagare l’età della Terra. Ipotizzando di poter applicare le leggi della termodinamica al nostro pianeta, ed ipotizzandone un raffreddamento graduale, Kelvin risalì al momento X, all’istante della creazione del nostro pianeta. Sì, in un periodo compreso tra 20 e 40 milioni di anni fa. In quegli anni si faceva avanti la teoria evoluzionistica di Darwin e, a quel punto, la sincrasia tra le due ipotesi si rese subito evidente. Dire che fossero entrambe ipotesi è in realtà sbagliato. Perchè la posizione di Kelvin emergeva da un calcolo matematico, e quindi era di certo considerata più forte, al punto da rallentare per anni l’avanzamento scientifico della ricerca geologica e aprendo un (inutile) fronte di dibattito con il darwinismo.

E’ chiaro che in questa sede non ci interessi calcolare l’età della Terra. Ciò che importa, ai fini del nostro ragionamento, è che un modello fisico-matematico corretto (le leggi su cui si fondava sono assolutamente universali!), tuttavia fondato su ipotesi estremamente errate e fallaci, non può che portare ad un risultato errato. E invece no. Dal  momento che c’è dentro la fisica e la matematica, lo si prende per buono, senza troppi problemi critici. E ripeto, succede. Vedasi appunto Kelvin, 200 anni fa, ma anche il più recente e preoccupante McNamara.

Un altro esempio? Le previsioni del Club di Roma, raccolte nel famigerato “Limits to Growth”. Prima di procedere un piccolo disclaimer: viste le accuse e gli insulti che ho ricevuto l’ultima volta che ne ho parlato, ci tengo a precisare che sto commentando un libro edito dalla Columbia University. Il modello matematico utilizzato, World III, è estremamente complesso, altro che il modello di Lord Kelvin. Tuttavia, sempre di modello matematico si tratta. Un modello fatto da 150 righe di codice che cerca di modellizzare il funzionamento del mondo (sistema ecologico ed economie comprese). Insomma, per il run più pessimistico dovremmo essere in ginocchio già dal 2000. Lo dico a favore dei sostenitori di questo modello: esistono anche altri run, meno pessimistici.

E così via, gli esempi si sprecano e vanno dalle modellizzazioni errate fatte sull’HIV, agli evidenti problemi negli algoritmi utilizzati a Wall Street (argomento di tragica attualità), agli errori previsionali in ambito meteorologico (ma di questo ne parleremo tra poco).

Per tanta altra interessante casistica, vi rimando al libro “Useless arithmetic”. Sono rimasto sinceramente stupito dal problema di Yucca Mountain, sito di stoccaggio delle scorie nucleari americane. Pare che sia stato elaborato un modello che tenti di prevedere cosa accadrà al sito nei prossimi, diciamo, 100mila anni? Non sto a ripercorrere tutta la vicenda, la trovate sul libro, ma mi piace riportare qui il costo complessivo dell’operazione: 4 miliardi di dollari. Non è mia intenzione aprire un fronte di discussione sull’energia nucleare. La domanda è: con quei 4 miliardi di dollari investiti nella ricerca di questo modello, cosa si è ottenuto? La certezza che tra 100mila anni succederà questo o quello? Un range di certezza, diciamo con una approssimazione del 5%, che accadrà questo o quello? Il 10%? Chi lo può realmente sapere?

Un fisico danese, Per Bak, afferma:

Non prevedere, cerca di adattarti.

L’approccio modellistico tanto in voga negli ultimi decenni, invece, si muove in una direzione completamente opposta. Prevedere. Ottimizzare. Modificare.

E il clima? In fondo siamo su Climatemonitor, stiamo parlando di modelli matematici, quando arrivano i modelli climatici, vi starete chiedendo? Ebbene, in questa occasione non ne parleremo. Accenno solo al fatto che i modelli climatici possono essere sviluppati con un approccio bottom-up: si modellizza un fenomeno su scala locale e poi ci si muove su scala planetaria. Oppure con una metodologia top-down: si modellizza il pianeta, e poi si scende su scala geografica locale.

Alla fine di questo lungo elenco di fallimenti modellistici, cosa possiamo dire? I modelli matematici, servono a qualcosa o meno? Uno dei motivi principali di fallacia, è dato dalla cattiva qualità della modellizzazione stessa. Ovvero, non ho capito il fenomeno, lo voglio descrivere, ma utilizzo un modello creato su una comprensione parziale se non del tutto errata. Questo, se possibile, è l’errore più triviale. C’è invece un problema più serio: la precisione dei dati utilizzati. In questo senso non intendiamo solo l’accuratezza del rilevamento e/o del campionamento, ma anche la vera e propria manipolazione dei dati. Spesso si parte con grandezze fisiche che, una volta sottoposte alla statistica, diventano semplicemente scatole vuote e prive di senso.

Abbiamo poi la dipendenza dei modelli dalle condizioni iniziali (ne parla qui su CM, Macrini), e tante altre sfaccettature.

Come se ne viene fuori, da questo delirio di onnipotenza matematica? Come suggerisce lo stesso Pilkey, ci vuole un cambiamento completo nel nostro modo di affrontare i problemi. La scienza deve smettere di utilizzare i modelli matematici, o meglio deve smettere di guardare ai modelli come ad un film che andrà sicuramente in onda al momento X. L’approccio attuale di cercare di quanti metri si innalzerà il livello del mare, è sbagliato. Perchè la scienza non ammette una previsione di un innalzamento del livello marino con una probabilità di accelerazione? L’approccio che ci porta a dire che tra 100 anni avremo un aumento di temperatura pari a 6°C, è sbagliato. Che problemi ha la scienza odierna nell’accettare una previsione di temperature genericamente crescenti, con possibili alti e bassi? Che informazione in più ci da, sapere che tra 100 anni la temperatura sarà di 6°C superiore? Oltre al fatto che sia impossibile saperlo, perchè i modelli non sono in grado di dircelo. Che supporto da all’avanzamento generale della conoscenza?

Al contrario, fondare le proprie politiche, ciecamente, sui modelli matematici, a quali giganteschi errori e problemi può portare, se il modello si rivela errato?

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Spesa ed emissioni: La deforestazione!

Scritto da Claudio Costa il 27 - giugno - 20102 COMMENTI

La lega antivivisezione LAV ha lanciato il “Cambia menu”. Dalla finestra ambiente cito le seguenti affermazioni:

La carne ci sta consumando! E noi ne siamo ignari! Non sappiamo quanto una sola bistecca possa davvero costare all’ambiente e al nostro corpo. E’ arrivato il momento di scoprirlo e di fare una scelta consapevole: diminuire il consumo di carne e cambiare il menù……4°C di aumento delle temperature previsti in questo secolo a causa degli allevamenti ……la zootecnica determina meno ossigeno per tutti, più fame nel mondo, risorse di acqua a secco, e buco dell’ ozono.”

Una bistecca costa al pianeta 17,5 mq di foresta… il 70% delle aree forestali disboscate sono state destinate al pascolo…. 80 milioni di bovini pascolano dove c’era la foresta

4°C di aumento previsti entro il secolo solo a causa della zootecnia è una proiezione che non ha nessun riscontro scientifico. Vi risparmio tutte le accuse, sul consumo di acqua che invece è utilizzo, sulla fame nel mondo che resta sempre fame, sui chili di cereali per fare chili di carne che sono i confronti ridicoli fatti a peso, sul buco dell’ozono da CFC vietati dal 1987, sulla deplezione di ossigeno che mai mancherà, perché ne abbiamo già parlato.

Analizzerò invece la deforestazione perché anche il WWF accusa la zootecnia di esserne la causa.

“Una delle maggiori cause di emissioni di gas serra è infatti la deforestazione: ogni anno si perde nel mondo un’area di foresta equivalente a mezza Inghilterra (oltre 120.000 km2) e la causa principale di questa perdita è proprio l’espansione del sistema produttivo alimentare, per la produzione di raccolti e l’allevamento di animali.”

La deforestazione ha molte cause, riconducibili ad una sola cioè il reddito, è legata allo sfruttamento dei legnami e non solo alla ricerca di nuovi pascoli o di nuovi terreni agricoli, quella è spesso una conseguenza non una causa. L’aumento della popolazione zootecnica è legata all’aumento demografico, ma anche al’aumento del benessere e del potere di acquisto nei paesi in via di sviluppo. La richiesta di terreni per per la zootecnia potrebbe essere una causa di deforestazione nel futuro, ma non adesso, quando ci si può permettere di destinare milioni di ettari di terreno agricolo a scopi non alimentari come coltivazioni energetiche, tessili, thè, caffè, cacao o alla produzione di alcolici.

Infatti il WWF dice:

“In Africa, più precisamente in Costa d’Avorio, la foresta tropicale è stata quasi totalmente abbattuta per fare spazio a delle monoculture, principalmente a delle piantagioni di cacao e caffè.”

Addirittura per decenni e fino al 2009 obbligavano gli agricoltori europei al set aside cioè ad un periodo di fermo produttivo del 5-15% dei campi agricoli per evitare la sovraproduzione dei cereali e il crollo dei prezzi, eppure in questi decenni la deforestazione è stata massiccia,ma non era certo dovuta ai fabbisogni di cereali.

La produzione dei terreni destinati alla bioenergia, viene a mancare sul mercato, ma i fabbisogni di cereali, foraggi o soia non cambiano. Quindi per colmare gli ammanchi o si procede alla deforestazione o all’aumento delle produzioni all’ettaro con la meccanizzazione e il doppio raccolto annuale.

Purtroppo queste colture, colza e piantagioni di palma da olio per il biodiesel, pioppelle da cippato per le centrali a biomassa su terreni agricoli dove prima si coltivava riso o mais, cereali come mais orzo e sorgo, per etanolo o biogas (più del 90% dei nuovi impianti di biogas sono ad integrazione cioè grano mischiato ai liquami), spesso determinano una nuova richiesta di terre, perché l’aumento produttivo unitario va a colmare le richieste dovute all’aumento demografico.

I contributi ai biocarburanti in UE furono fortemente voluti dal partito dei verdi tedeschi (sempre per salvare il pianeta), mentre in USA da Al Gore durante l’amministrazione Clinton, salvo pentirsene col senno di poi. Al Gore nel suo libro “La scelta” afferma che i contributi alle bioenergie sono sbagliati perchè hanno causato deforestazione.

Purtroppo il WWF accusa la produzione di carne di essere causa di deforestazione in amazzonia.

“Anche limitare il consumo della carne è un’azione immediata ed efficacie nella salvaguardia delle foreste tropicali: la deforestazione dell’Amazzonia è causata principalmente dal bisogno di far spazio al pascolo dei bovini e per produrre la soia. Quest’ultimo prodotto agricolo è importato in Svizzera per dar da mangiare ai nostri bovini: mangiare meno carne è quindi un ottima iniziativa a favore delle foreste tropicali.”

Sottolineo il fatto che quasi nessuno in Europa produce uova e latte senza soia, però le accuse stranamente sono sempre alla produzione di carne. Ma la produzione di carne in Italia (o in Svizzera) non è aumentata negli ultimi decenni anzi, quindi non può aver causato la richiesta di deforestazione per produrre più soia.

Sempre il WWF dice:

“Lo studio del WWF Brasile, dell’ Amazon Enviromental Research Institute (IPAM) e dell’Università di Minas Gerais (UFMG), supportato dal Woods Hole Research Centre del Massachusetts (USA), quantifica la quantità di carbonio stoccato in tutte le aree protette gestite dall’ARPA e la confronta con la deforestazione stimata di queste aree se non fossero nel programma. I risultati dimostrano che grazie all’ARPA vengono stoccati 4,6 miliardi di tonnellate di carbonio, che rappresentano un decimo del carbonio totale stoccato nella parte rimanente della foresta amazzonica brasiliana. Ciò equivale a 20 volte le emissioni annuali della Germania.”

Dal punto di vista del bilancio del carbonio, ridurre la zootecnia potrebbe diminuire la deforestazione, quindi ci sarebbe più carbonio stoccato nelle foreste, ma verrebbe meno il carbonio stoccato nella lunga filiera zootecnica cioè nelle colture agricole, negli animali zootecnici stessi e nei loro reflui. Il mais capta molto più di un bosco di pioppi in accrescimento, utilizzando un indice indiretto come il fabbisogno di azoto il mais ne richiede circa 3 volte più del pioppo coltivato che cresce più di un bosco naturale. Stornando gli enormi stock temporanei di carbonio contenuti nella filiera zootecnica, che si rinnovano annualmente, i bilanci del carbonio sono molto diversi rispetto ai dati di stima citati dal WWF. Paradossale la regola UE che permette i contributi per energia rinnovabile solo se la biomassa utilizzata è stata prodotta in UE e a una distanza massima di 70 Km dall’utilizzo. Mettiamo che in Lombardia ci siano 10.000 Ha destinati a bioenergia, (secondo me contando il biogas sono molto di più) l’ammanco nella produzione di cerali, sarà colmato da cereali importati proprio dal Brasile, alla faccia dei 70 km. Per aumentare la produzione di cereali purtroppo spesso si procede alla deforestazione quindi i 10.000 ettari lombardi destinati a bioenegia equivalgono a 10.000 Ha di deforestazione in Brasile.

Greepeace invece lancia accuse dirette alle multinazionali di essere causa di deforestazione in Indonesia e Malesia a causa dell’utilizzo di olio di palma.

“Il rapporto di Greenpeace “Come ti friggo il clima” ha dimostrato come, a causa della crescente domanda sul mercato internazionale di un prodotto come l’olio di palma, le più grandi industrie alimentari, cosmetiche e di biocarburanti stanno distruggendo le torbiere e foreste pluviali indonesiane. Tra queste; l’Unilever, la Nestlè e la Procter& Gamble che insieme originano enormi volumi di consumo di olio di palma proveniente prevalentemente da Indonesia e Malesia…”

“Olio di palma: deforestazione e clima in coma. Il sapone Dove e la Nutella tra i responsabili”

In una nota inchiesta chiamata “Amazzonia che macello” Greenpeace accusa direttamente la zootecnia di essere causa di deforestazione in Amazzonia, ma solo per quanto riguarda la carne e i pellami.

“Un paio di scarpe Geox, Nike o Adidas, un divano di pelle Chateaux d’Ax, un pasto a base di carne Simmenthal o Montana possono avere un’impronta devastante sull’ultimo polmone del mondo e sul clima del nostro pianeta”

Stranamente i pellami vengono considerati solo come causa di deforestazione ma non vengono mai stornati dal conteggio delle emissioni zoogeniche.

Molte di queste ditte si sono affrettate a cambiare fornitori per non essere accusate da Greenpeace e quindi considerate dall’opinione pubblica negativamente perchè causa indiretta di deforestazione. Cambiare fornitore però non cambia assolutamente nulla nel mercato globale. Se l’olio di palma, la carne e i pellami anziché importati fossero prodotti in UE, questo aiuterebbe la lotta alla deforestazione? Ma neanche per idea! Confrontiamo la stessa tipologia di allevamento bovino, quindi allevamento intensivo in Brasile cioè bovini in stalla alimentati con insilati, sostituiti con manzi in stalla in Italia. Con cosa dovremmo nutrire i manzi?

Bisogna destinare migliaia di ettari in Italia alla coltivazione di foraggi e insilati, vuol dire che queste superfici non produrranno cereali, che mancheranno al mercato, e che quindi verranno importati dal Brasile con emissioni 10 volte superiori rispetto ad importare mezzene di manzo. Per aumentare la produzione di cereali in Brasile come già detto purtroppo spesso si procede alla deforestazione.

Se invece il confronto è tra allevamento estensivo in Sudamerica e intensivo in Italia (come avviene in realtà perché per l’estensivo in Italia mancano spazi) la differenza è ancora maggiore, 15-20 volte di più, perché verrebbe meno lo sfruttamento dei pascoli del sudamerica altrimenti improduttivi.

La stessa cosa vale per l’olio di palma, se la Ferrero è costretta a non comprare l’olio dall’Indonesia, perché Greenpeace ha deciso che questo salva la foresta e il pianeta dalla catastrofe climatica, per la produzione di Nutella l’olio verrà comprato magari dalla Thailandia, dove si faranno piantagioni di palma da olio in terreni che prima erano destinati magari alla produzione di riso, quindi senza deforestare, e tutti saranno contenti. Ma l’ammanco di riso in Tahilandia da dove sarà colmato? Dall’Indonesia, dove semineranno il riso nei terreni deforestati, e nulla cambierà per le foreste.

La deforestazione è un problema serio, che a mio avviso va affrontato soprattutto con la creazione di aree protette, con un’attenzione particolare nel limitare l’esplosione demografica con una prevenzione sulla gravidanza responsabile, cercando di meccanizzare il più possibile le aree agricole del pianeta per raddoppiare i raccolti unitari, evitando sprechi e abusi alimentari.

Ritengo invece le accuse alle multinazionali una pressione a cambiar fornitori, a cui è difficile sottrarsi, ma che risulta essere assolutamente inefficace nella lotta alla deforestazione, nel contempo però crea danni di immagine e quindi di introiti alle ditte accusate da Greenpeace come causa di deforestazione.

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Buona domenica, si fa per dire.

Scritto da Guido Guidi il 27 - giugno - 20101 COMMENTO

Calma, non sono in procinto di snocciolare una previsione, né di rovinare la gita al mare di nessuno. La ragione per cui questa per chi dovesse proseguire la lettura di questo post potrebbe non essere una buona domenica è nei quesiti che seguono.

La vita vale la pena di essere vissuta? E se sì, è giusto domandarsi quali siano -se esistono- gli standard per cui a chi viene al mondo sia assicurata un’esistenza positiva, eventualmente negandogliela se questi standard non fossero raggiungibili?

Ancora di più. E se nel dubbio, o peggio ancora per evitare sensi di colpa indotti dalla consapevolezza (?) di essere in procinto di assicurare un’esistenza certamente (?) sofferente a quelli che verranno, si decidesse tutti insieme di non dar luogo ad alcuna generazione futura?

Di nuovo calma, non è farina del mio sacco, non ho bevuto né mangiato pesante, ho semplicemente letto questo articolo di Peter Singer sul NYT, un pezzo in cui sono contenute le domande di cui sopra. Partendo dalla filosofia di Schopenhauer, secondo il quale anche la migliore delle vite possibili è una vita in cui il raggiungimento dei propri obbiettivi reca soltanto una felicità passeggera, perché subentrano immediatamente nuovi desideri ed insoddisfazione, e passando per uno dei suoi recenti sostenitori, il filosofo australiano David Benatar, Singer fa una vera e propria provocazione.

Dal momento che molti si dicono preoccupati dei cambiamenti climatici e tenuto conto che quelli che ne soffriranno di più le consegienze devono ancora essere concepiti, perché non procedere ad una sterilizzazione di massa? Così, dice Singer, potremmo liberarci dai sensi di colpa e gozzovigliare serenamente fino al termine dell’esistenza degli esseri senzienti su questo pianeta. Nessun futuro nessun problema, con il valido supporto della teoria di Benatar secondo il quale mettere al mondo un essere umano destinato a soffrire è fargli del male, mentre metterne al mondo uno destinato ad essere felice non è fargli del bene.

Alla faccia della provocazione, direi che più che altro trattasi di una fotografia. Quanti santoni della catastrofe climatica sarebbero disposti a unirsi alla comitiva? Scommettiamo che si compilerebbero subito delle classifiche degli aventi diritto (dovere?) al “trattamento” secondo il possesso dei requisiti d’idoneità e convenienza?

E tutto questo, badate bene, perché qualcuno ha detto che le temperature sono aumentate ma non si sa bene di quanto e che continueranno ad aumentare ma nemmeno su questo c’è un briciolo di certezza. Mah, meglio prenderla con filosofia. A proposito, vi anticipo la conclusione di Singer e, nessuno me ne voglia per questo scatto di presunzione, anche la mia: la vita vale la pena di essere vissuta, che faccia caldo o freddo, che il futuro sia buio o luminoso, perché, a conti fatti, è veramente tutto ciò che abbiamo.

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Il tormentone

Scritto da Guido Guidi il 26 - giugno - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Non so se sia così anche per voi, ma sinceramente credo di essere prossimo alla saturazione. Non passa giorno che qualcuno non tiri fuori un’idea nuova per rimestare nel pentolone dei cambiamenti climatici e dell’ambiente. Stavolta tocca al Direttore Generale della Motorizzazione Civile, il quale ci fa sapere entusiasta che dal prossimo gennaio nelle prove d’esame per conseguire la patente di guida saranno comprese anche delle domande che affrontino il tema della guida ecosostenibile e della salvaguardia ambientale automobilistica.

Immancabile partner dell’iniziativa l’onnipresente Legaambiente, che plaude all’iniziativa comprendente anche l’installazione di non meglio specificate scatole nere sulle auto adibite all’insegnamento, perché si possa soppesare lo stile di guida del malcapitato aspirante autista.

Del resto Legambiente di scatole nere se ne intende. Nera è per esempio l’anima con cui già qualche anno fa decisero di premiare la Citroên per aver sperimentato e implementato l’uso del filtro antiparticolato sui loro modelli, divenuto poi un must per tutte le auto a dispetto del fatto che si tratta della più grande truffa ambientale mai ordita nel settore della mobilità.

Allora nacque un’apposita associazione capitanata proprio da Legambiente cui aderirono vari soggetti industriali interessati a far quattrini nel settore della sostenibilità denominata AIFP (il sito è stato per qualche anno in costruzione, ora è semplicemente blank). Chissà se adesso promuoveranno anche una joint venture per le scatole nere delle auto per i corsi di guida. E magari poi ce le ritroveremo a bordo di tutte le auto per legge queste cosiddette spie ambientali, così il grande fratello verde avrà guadagnato qualche altra posizione. Ma, intendiamoci, se per guida sostenibile si intende riuscire a sostenere con il proprio reddito i costi del carburante, il corso voglio farlo subito, temo però che si tratti di qualcos’altro.

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Un mostro alla UE

Scritto da Maurizio Morabito il 26 - giugno - 20102 COMMENTI

La politica “climatica” della Unione Europea (UE) si è trasformata in un mostro ossessionato dalle emissioni di CO2, privo di senno e senso, che non si preoccupa del clima, delle persone o del pianeta. E adesso ha deciso di sporcarsi le mani con le vite di coloro che si rifiuta di aiutare.

Cosa e’ successo? La CommissioneUE ha appena fatto sapere al mondo che, nonostante siano coinvolte ogni giorno nelle prevenibilissime morti di oltre 4.000 persone, le emissioni di nerofumo (fuliggine, o “black carbon”) non sono una “priorità assoluta” e “non devono distogliere l’attenzione dalla anidride carbonica”.

Poi viene il peggio…

Il motivo per respingere ogni tentativo di limitare le emissioni di nerofumo? È perché occorre che “sia effettuata più ricerca per verificare il suo impatto con maggiore precisione”. Impatto su cosa? Sul riscaldamento _globale_. Sì: perché, secondo Frank Raes, capo dell’Unità per i Cambiamenti Climatici al Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea, il nerofumo è “‘probabile’ che contribuisca al cambiamento climatico”, ma “l’impatto _regionale_ può essere anche più significativo del suo effetto sul riscaldamento globale “(l’enfasi è mia). Inoltre, “l’esistenza di aerosol ’scuri’ e ‘chiari’, con effetti riscaldanti e raffreddanti, rende meno semplice il creare le condizioni per un’azione politica sul nerofumo”.

Ecco dunque un bell’esempio di come si possa sbagliare tutto.

La riduzionedelle emissioni di fuliggine è di gran lunga il modo più semplice, piùchiaro, più veloce per risolvere un bel numero di problemi, in uno scenario dove vincono tutti, dai ghiacciai himalayani ai bambini salvati da morte certa attraverso una legislazione facilmente approvabile:

  1. Il nerofumo ha profondi effetti sulla salute, contribuendoa circa 1.6M di decessi ogni anno. Secondol’OMS, per i bambini al di sotto i 5 anni è un killer più importante della malaria. Anche i politici e funzionari della UE che ne hanno parlato a Bruxelles il 22 giugno hanno detto altrettanto. SecondoEurActiv.com, “le conseguenze dell’inquinamento da particolato sulla salute sono una ragione convincente per affrontare il problema del nerofumo”.
  2. La scienza, anche quella “ufficiale”, è d’accordo: il nerofumo contribuisce al riscaldamento del pianeta. L’IPCC nell’AR4 del 2007 ha valutato laforzante radiativa totale da nerofumo a circa +0.3W/m2, non lontana quindi da quella del metano. E data la sua permanenza in atmosfera relativamente breve, la riduzione delle emissioni di
    nerofumo ridurrebbe il riscaldamento entro alcune settimane. Addirittura, affrontare le emissione di nerofumo può “avereun impatto positivo sul clima in soli 5-10 anni“.
  3. Il nerofumo è un problema che potrebbe essere affrontato immediatamente. Il settanta percento delle emissioni derivano da combustione aperta di biomassa (incendi di foreste e savane), e biocarburanti e carbone c a livello
    residenziale con tecnologie tradizionali. Nel Sud-Est asiatico, la maggior parte delle emissioni di nerofumo sono dovute a biocarburanti usati per cucinare. Non c’è niente di particolarmente difficile che impedisca drastiche riduzioni, e di fatto lenazioni sviluppate emettono almeno cinque volte meno fuliggine oggirispetto al 1950. E a volte, bastauna stufa nuova, e l’accesso a combustibile migliore che sterco divacca essiccato.
  4. Un accordo sul nerofumo puo’ essere un esempio su come futuriaccordi su altri tipi di emissioni possano essere raggiunti.

Dal punto di vista politico, la riduzione delle emissioni di nerofumo è estremamente semplice: non c’è nessuno “scettico del nerofumo”, nessun blog dice che “il nerofumo e’ naturale” e nessuna conferenza internazionale verra’ mai organizzata per costruire un “consenso alternativo sul nerofumo”. Nessuna lobby dei combustibili fossili ha mai spinto contro la limitazione delle emissioni di nerofumo, e chiunque puo’ essere facilmente convinto come ci sia qualcosa di molto
sbagliato nel liberare nell’atmosfera particelle notoriamente insalubri.

Il nerofumo dovrebbe essere quindi la materia piu’ ovvia per un intervento serio ed efficace di politica ambientale, e la legislazione in materia, l’organizzazione degli aiuti relativi alla riduzione delle emissioni di nerofumo e la loro distribuzione potrebbero essere messe in atto in poche settimane ..

Un video in inglese e’ molto chiaro (da qui):

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Eppure…visto che il nerofumo può contribuire al riscaldamento _regionale_ piu’ che a quello _globale_ (come se a qualcuno importasse la differenza), e visto che potrebbe o non potrebbe avere effetti anche di raffreddamento in forma di “aerosol chiari”, allora l’Ufficio del Commissario UE per l’”Azione per il clima” semplicemente non vuole che “la discussione sul nerofumo distragga l’attenzione della UE in materia diriduzione delle emissioni di CO2“.

In altre parole: la politica attuale dell’UE è quella di ridurre le emissioni di CO2, non fare qualcosa per il clima, e/o per il benessere di chicchessia su questo pianeta.

Il mostro della ossessione per il riscaldamento globale da CO2 è ormai pienamente in azione.

PS: Si dice, l’Unione europea “sta già affrontando il problema nella sua legislazione sulla qualità dell’aria”? E bravi allora, e chi se ne importa del _pianeta_…inoltre, qualcuno dovrebbe essere piu’ consapevole di quanto il nerofumo possa andare lontano dal luogo dell’emissione…

PPS: c’e’ un cambioclimatista che voglia davvero arguire che le emissioni di nerofumo potrebbero essere una buona cosa, visto il loro effetto di raffreddamento, e chi se ne importa che stiano morendo cosi’ tanti bambini?

PPP Bastardi!

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Secondo me vedevano i draghi

Scritto da Guido Guidi il 25 - giugno - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Lo ammetto, anzi, ne sono orgoglioso, sulla musica sono decisamente antiquato. Deve essere per questo che leggendo un breve post dell’amico Piero Vietti mi è subito venuto in mente Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles. Poi sono passato a Yellow Submarine, inevitabilmente.

Sapete a cosa si dice facessero riferimento questi classici del pop? Su che non è difficile, basta fare 2+2, ricordate di che anni stiamo parlando, date un’occhiata alle iniziali e ci arrivate facilmente.

Già, proprio quello. Ah, quanta bella musica però.

Purtroppo suppongo che non si siano mai ripresi più di tanto, altrimenti non dovremmo subire le perle di saggezza dispensate dal baronetto Paul McCartney, il quale serenamente asserisce che non credere al global warming è come non credere all’olocausto.

Et voilà, Lucy In the Sky with Diamonds in a Yellow Submarine.

NB: da Cambi di Stagione.

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Spesa ed emissioni: “Analisi del carrello virtuale”

Scritto da Claudio Costa il 24 - giugno - 20102 COMMENTI

Il WWF in collaborazione con i professori S. Castaldi, R. Valentini e M. Moresi ha creato un sistema per valutare le emissioni di ogni prodotto della nostra spesa cioè il “carrello della spesa virtuale”. Quelli che seguono sono i dati per una persona di sesso maschile.


Bovino 500gr 3,09 kg CO2 eq.

Ovino 500 gr 0,88 kg CO2 eq.

Pollo 500 gr 0,93 kg CO2 eq.

Maiale 500 gr 1,15 kg CO2 eq.

Salumi 100 gr 0,44 kg CO2 eq.Ortaggi 500 gr congelati 1,39 kg CO2 eq

Pesce allevato 500 gr 0,9 kg CO2 eq.

Pesce pescato 500 gr 0,61 kg CO2 eq

Latte locale 1 lt 0,17 kg CO2 eq

Latte non locale 1 lt 0,27 kg CO2 eq

Parmigiano locale 200 gr 0,53 kg CO2 eq

Parmigiano non locale 200 gr 2,21 kg CO2 eq

Mozzarella locale 125 gr 0,09 kg CO2 eq

Mozzarella non locale 125 gr 0,1 kg CO2 eq

Uova n 6 0,05 kg CO2 eq

Riso 500 gr 0,23 kg CO2 eq

Farina di Mais 500gr 1,95 kg CO2 eq

Pasta 500 gr 0,91 kg CO2 eq

Pane 500 gr 0,44 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Non locali, non stagionali, non bio 1,37 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Bio non locale non stagionale 1,08 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Locale-bio-stagionale 0,7 kg CO2 eq

Per alcuni alimenti come le verdure ci sono varie opzioni: locale, biologica e stagionale. Per latte e derivati c’è solo l’opzione locale, per le carni non ci sono opzioni.

Il dato del latte cioè 0,17 kg di CO2 eq. per ogni litro è circa 14 volte inferiore al dato della FAO 2010 “Emissions from the Dairy Sector: A Life Cycle Assessment” che è di 1,8 – 3 kg di CO2 eq come media 2,4 kg. Ma anche la stessa analisi della Fao presenta punti di criticità perché infatti non tiene conto di vari fattori:

  • Il metano zoogenico non altera la concentrazione di metano atmosferico e nemmeno del carbonio atmosferico se il numero di animali non cambia come già spiegato più volte.
  • Il mangime sostitutivo da fornire ai vitelli che non poppano.
  • Il ciclo che porta la vitella a vacca da latte è molto più lungo rispetto al ciclo che porta il vitello a manzo, e che quindi richiede più foraggi e più mangimi.
  • Le rese in carne delle razze bovine da carne sono di molto inferiori rispetto alle razze da latte e gli accrescimenti a parità di unità foraggere possono essere addirittura la metà. La rimonta delle vacche da latte è bassa, 30-40% quindi il 60%-70% dei nati da vacche da latte cioè tutti i maschi e le femmine di scarto dovranno essere indirizzati alla produzione di carne, ma un manzo di frisona cresce pochissimo rispetto ad esempio ad un manzo di piemontese; non è una cosa da poco conto.
  • I prodotti non edibili come i pellami (questo per stessa ammissione degli autori del rapporto FAO).

Se poi si pensa che per i vegetariani la carne delle vacche a fine carriera e dei vitelli maschi non dovrebbe essere consumata come qualcuno male informato pensa succeda in India, le emissioni della produzione di latte si gonfierebbero in modo esponenziale. In India non si possono abbandonare nelle campagne le vacche e i buoi a fine carriera, perché esiste una specie di anagrafe bovina che lo vieta e poi non conviene economicamente. In realtà questi capi sono raccolti e venduti all’estero oppure agli stati regione all’interno dell’India a maggioranza musulmana dove esistono macelli di bovini altrimenti vietati nelle regioni a prevalenza indù. Anche l’utilizzo dei buoi (cioè i manzi castrati) per i lavori agricoli è una pratica in abbandono, sostituita dalla meccanizzazione.

Secondo il carrello della spesa virtuale la produzione di latte e derivati a parità di calorie comporta una minore emissione rispetto alla carne bovina, questo non è credibile, infatti con i dati della FAO è esattamente il contrario.
La differenza è ancora maggiore nei confronti della carne suina e di pollo che comporta a parità di calorie delle emissioni di molto inferiori rispetto al latte e ai derivati.

Un altro dato da analizzare è la differenza tra le emissioni degli ovini (0,88 CO2 eq) e quelle dei bovini, che risultano essere maggiori di 4 volte (3,09 CO2 eq). Anche questo è poco credibile. Non bisogna considerare le emissioni ad animale, è logico che il bovino essendo 10 volte un ovino emetta di più, le emissioni vanno confrontate a Kg carne come nel carrello della spesa, anche se sarebbe molto più corretto a kg di peso vivo più il non edibile come lana, pellami e letami. E gli ovini al pascolo non possono avere 4 volte in meno di emissioni rispetto ai manzi al pascolo che rappresentato il 60-70 % della carne venduta in Italia. E’ impossibile sono entrambi ruminanti, inoltre i manzi hanno una resa in carne molto più alta degli ovini!

Se ci basiamo sui dati dell’IPCC contenuti nelle linee guida, nel capitolo 10 del volume 4, i bovini da kg 600 di peso emettono kg 66 di metano anno nel west europa (pg 38) mentre gli ovini da kg 65 di peso emettono kg 8 di metano capo anno, (pg 28) ci sono poi differenze a seconda della taglia e della temperatura ambientale, ma mediamente, gli ovini ogni 600 kg di peso vivo emettono 74 kg di metano meno dei bovini di peso uguale!

La differenza che tra bovini e ovini evidenziata nel carrello della spesa virtuale è dovuta probabilmente al confronto tra bovini in stalla (con razioni alla Pimentel cioè all’americana) e ovini al pascolo, considerando che mangimi e foraggi per i bovini si ottengano con concimi minerali e non con gli effluenti come in UE. E’ un confronto discutibile, in UE se i manzi in stalla sono nutriti a insilati ottenuti con doppio raccolto richiedono sen’altro più energia, ma determinano una riduzione di un fattore 10 delle superfici di terra necessarie, rispetto al pascolo, inoltre la gran parte della carne bovina venduta in UE proviene da allevamenti al pascolo.

Nella valutazione sulle emissioni spiccano altre due differenze enormi, quelle tra la carne bovina e il latte e quella suina e avicola le cui emissioni sono circa 3 volte meno, questo è dovuto quasi certamente alla valutazione del metano di ruminazione, che però è molto discutibile.

Il legumi che invece dovrebbero sostituire la carne sono considerati solo in busta, immagino freschi perchè c’è l’opzione “di stagione”, e non inscatolati e cotti come li si consuma preferibilmente. Interessante il dato degli ortaggi surgelati da cui si evince che 500 gr di piselli surgelati che hanno circa 500 kcal e 33 gr di proteina vegetale comportano 1,39 kg di CO2 eq emissioni, molto più della carne di suino e di pollo.

Inoltre 500 gr di carne di manzo sono circa 860 kcal ma ben 85 gr di proteina animale quindi in equipollenza proteica le proteine animali vanno moltiplicate per 1,4 (Pimentel 2004), quindi 119 gr (85 x 1,4) di proteina contro 33 gr dei piselli, il che vuol dire 3,6 volte meno. Se moltiplichiamo le emissioni della produzione dei piselli surgelati per 3,6 cioè 1,39 x 3,6 = 5 kg di CO2 eq che è molto più della carne bovina che è 3,09 kg di CO2 eq.

Nel caso invece che i legumi siano locali, biologici e stagionali emettono 0,7 kg di CO2 eq per 500 gr sempre per 500 Kcal Nel confronto con la carne suina bastano 170 gr, 295 kcal etto medio, per fare 500 kcal quindi solo 0,4 kg di CO2 eq di emissioni (1,15 kg CO2 di emissioni per ogni 500 gr su 170 gr sono 0,4) mentre per il pollo, 210 kcal etto medio, ne bastano 230 gr quindi solo 0,43 kg di CO2 eq (0,95/5 x 2,3), quasi la metà dei legumi.

Nel carrello della spesa virtuale come già analizzato qui sul biologicoqui non c’è nulla che torna.

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Sotto coi pinguini!

Scritto da Guido Guidi il 23 - giugno - 20103 COMMENTI

Alcuni giorni fa è circolata (poco per la verità) una notizia circa una strana moria di pinguini in Sudafrica, causata, pare, da condizioni climatiche troppo rigide. Potrà sembrare strano ma non lo è, perché i pinguini sudafricani sono abituati a condizioni climatiche miti, per certi versi simili alle nostre, per cui anche loro possono patire il freddo.

Quello che invece i loro simili che popolano la Penisola Antartica proprio non reggono è il caldo. Già, perché da quelle parti dovrebbe fare piuttosto freddo, mentre si sa che mentre le temperature in Antartide sono stabili o addirittura scese negli ultimi decenni, la punta occidentale del continente si è invece scaldata, con conseguente abbondante di massa glaciale e pericolosa variazione dell’ecosistema ideale per gli animali che la popolano.

Qualcosa mi dice che questa sarà la nuova frontiera della catastrofe climatica, il nuovo flagello su cui si sposterà l’attenzione di quanti presagiscono l’imminente cataclisma, con la stagione calda dell’emisfero settentrionale che non collabora e con quella fredda che ricorderemo per le abbondanti nevicate. L’assalto è già iniziato, e come sempre si mandano avanti le truppe migliori. Esce su Science una nuova ricerca che affronta proprio il problema dei pinguini della Penisola Antartica e, siccome non ne so assolutamente nulla, semplicemente, mi fido.

Ma, un momento, sembra che le difficoltà siano sorte a causa di un riscaldamento dell’area in questione addirittura pari a 6°C e sembra anche che queste temperature tropicali siano state essenzialmente causate dal riscaldamento del mare che circonda la penisola. Un’enormità, addirittura cinque volte quanto è accaduto per le temperature medie superficiali globali. Possibile? No, si tratta della solita esagerazione che farà di questo articolo un ghiotto boccone per i media, come ci spiega bene Willis Eschenbach su WUWT, in un’analisi che vi riassumo.

La Penisola Antartica, essendo la parte più accessibile del continente, ha una buona copertura di stazioni di osservazione. Naturalmente  però il termine accessibile deve essere preso con le pinze, perché comunque nella stagione invernale ci sono pochissimi insediamenti presidiati, sicché le trenta stazioni di osservazione disponibili, hanno una copertura molto disomogenea. Quasi nessuna serie copre l’intero cinquantennio cui fanno riferimento gli autori della ricerca, tutte hanno delle oscillazioni molto accentuate e molto sospette, molte hanno una distribuzione temporale così malmessa da impedirne l’inserimento in un dataset che possa chiarire la situazione.

Nonostante ciò, inevitabilmente, tutti i maggiori dataset di temperature globali hanno in qualche modo tentato di risolvere il problema, stiracchiando, interplando, trattando i dati in qualche modo pur di tirar fuori una copertura di quella zona. Un lavoro non facile e per nulla scontato nei risultati, visto che la tanto decantata “similarità” tra i dataset, che dovrebbe essere di conforto quando ci si interroga sulla consistenza reale del riscaldamento del pianeta, quando si arriva da quelle parti cessa platealmente di esistere. Però, per quanto si voglia prendere questo o quel dataset a riferimento, non c’è verso di tirar fuori un riscaldamento di 6°C. Il massimo che si può avere, dopo aver rilevato che ci sono differenze anche di 1°C tra un dataset e l’altro proprio nel periodo dell’anno in cui sarebbe massimo il riscaldamento, sono 4°C, stimati dal DB della East Anglia.

Ma pare che il riscaldamento arrivi dal mare, per cui si può provare a controllare cosa sia accaduto sull’acqua. Niente da fare, anche quando si includono le SST, la musica non cambia. Le differenze tra i dataset aumentano e il riscaldamento è comunque inferiore (circa del 50%) a quanto affermato nell’articolo.

Ma la parte interessante arriva quando si prende a riferimento un periodo più breve e si fa il confronto anche con le serie di temperatura provenienti dalle sonde satellitari, le quali, pur tra i mille problemi che hanno specie a quelle latitudini, di sicuro non soffrono dei problemi di trattamento dati cui sono soggette delle serie terrestri di fatto impossibili da trattare. E così viene fuori che vista dal satellite la temperatura della Penisola Antartica nel pur breve periodo di riferimento ha un trend assolutamente piatto, la differenza tra questo e gli altri dataset è ovviamente molto ampia e il mese che si è scaldato di più non è più agosto ma è maggio.

Sicché è ora chiaro che quella contenuta nell’articolo è un’esagerazione, e visto che su Science si pubblica dopo il processo di revisione paritaria, sarebbe interessante sapere se qualcuno è andato a controllare su quali basi fosse fondata. E’ anche chiaro che i dataset di temperatura non sono affatto omogenei, per cui se anche globalmente giungono a risultati simili, differenze così importanti in zone chiave come quella antartica fanno pensare molto più al caso che a una reale rappresentatività. Infine, sia per prendersi cura dei pinguini, sia per definire le politiche energetiche mondiali o sia per salvare il mondo dalla catastrofe climatica, sarebbe forse opportuno concentrare gli sforzi per costruire un sistema di osservazione e un dataset di temperature che chiarisca veramente qual’è lo stato termico del pianeta prima di fare proclami assurdi e prima ancora di fare qualsiasi altra cosa.

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Disastro ambientale o manna dal cielo?

Scritto da Guido Guidi il 22 - giugno - 20101 COMMENTO

I lettori di CM mi perdoneranno la provocazione, ma quando mi capita di leggere cose come quella che sto per proporvi mi viene sempre in mente la stessa cosa. Ma perché qualcuno, tanto tempo fa, decise di stampare la carta moneta dando al verde un ruolo predominante?

Mi sono imbattuto in un’analisi piuttosto dettagliata delle dinamiche finanziarie che hanno preceduto l’incidente della Deep Water Horizon e delle prese di posizione di quelli che più o meno loro malgrado si trovano ora ad essere protagonisti di questa brutta faccenda.

Come quasi sempre accade, si scopre che per alcuni, i soliti noti tra l’altro, la faccenda così tanto brutta non è, a patto naturalmente di avere un buon palmo di pelo sullo stomaco, caratteristica somatica che peraltro in certi ambienti non manca davvero.

Non possiedo gli strumenti per capire se quella che ci viene data sia una tesi plausibile o meno, di sicuro è però una lettura interessante, forse un po’ OT rispetto a quello che facciamo di solito, ma se ci pensate bene neanche così tanto.

Ecco qua: Il business nascosto sotto la macchia di petrolio di Bp, da ilsussidiario.net.

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Intergovernmental Panel on Climate Cookies

Scritto da Guido Guidi il 22 - giugno - 201014 COMMENTI

Nel nostro modo di vedere il mondo, raggiungere una decisione all’unanimità rende normalmente quella decisione inappellabile da chi la subisce. Questo devono aver pensato gli esperti di comunicazione della scienza del clima, perseguendo per anni lo scopo di costruire un solido muro di protezione attorno ad una ipotesi che in quanto tale non potrebbe altrimenti essere così largamente condivisa, almeno fino a che non dovesse assurgere al rango di teoria scientifica.

Eppure il consenso sull’AGW è enorme, o almeno così ci viene detto ogni volta. Ma volete scherzare? Come possono essere tutti in errore ben 2500 scienziati riunitisi in sessione plenaria per concorrere armonicamente alla stesura dell’ultimo rapporto dell’IPCC? Ehm…ma ci sono dentro avvocati, economisti, sociologi, psicologi, che ne sanno di fisica dell’atmosfera? Nulla, però consentono, e tanto basta. Questa la litania, almeno fino a pochi giorni fa.

Poi esce fuori una vocina, quella di Mike Hulme, insider convinto, già autore del libro “Why we disagree about climate  change” con il quale aveva sollevato più di qualche perplessità circa la dimensione globale del problema dei cambiamenti climatici, che sembra volerci dire che forse forse tutto questo consenso non c’era e non c’è, per la semplice ragione, ripetuta migliaia di volte ma inascoltata, che ognuno “consente” al proprio specifico campo di applicazione, il cui collegamento con l’affermazione finale che la maggior parte del riscaldamento occorso negli ultimi anni sia originato dalle attività umane può essere estremamente labile oppure del tutto inesistente.

Eppure la storia dei 2500 non ce la siamo di sicuro inventata noi. Sarà forse stata frutto di incomprensione? Forse sì, se si pensa che anche l’ultimo lavoro di Hulme, che verte proprio sul tema del consenso, è stato oggetto di libere interpretazioni piuttosto fuorvianti, tanto da richiedere una sua precisazione chiarificatrice. Bene, alla fine, nella foresta di link e dichiarazioni varie, abbiamo stabilito finalmente che il consenso riguarda uno sparuto numero di scienziati (10/20 persone) che si sono occupati di dirimere gli aspetti di detection e attribution del riscaldamento globale. Argomenti chiave su cui però, facilmente, gli altri 2480 che hanno fornito il loro supporto al lavoro facilmente non consentono o non sanno. Però dicono, come quel ricercatore consenziente che ha serenamente attribuito una riduzione di “stazza” del 5% delle pecore di un’isoletta scozzese al riscaldamento globale.

E allora? Non sono scettici, non fanno della Voodoo Science, come ebbe a dire il Dott. Pachauri, ottimo rettore dell’IPCC, circa quanti sollevarono a suo tempo dei legittimi dubbi sullo scioglimento dei ghiacci dell’Himalaya. Non sono sostenitori della Teoria della Terra Piatta, come sempre lo stesso leader amò definire chi non consentiva. E non sono tra quelli che, sempre secondo Pachauri, dovrebbero cospargersi il viso di amianto, essendo tali e quali a quanti negano che esso sia pericolosissimo per la salute.

Ma, a quanto pare, quelle dichiarazioni sono evidentemente acqua passata. Ora è giunto il momento della riconciliazione, delle revisioni di quanto è stato fatto in passato e della correzione degli errori, della rinascita del dibattito, che per anni ci hanno raccontato che era finito. E volete sapere perché? Perché sempre Pachauri, sempre quello della Voodoo Science, della Terra Piatta e dell’amianto, ora ci fa sapere di non essere affatto sordo alle ragioni di quanti non sono d’accordo con le origini antropogeniche del riscaldamento globale, e che l’IPCC e la comunità scientifica dovrebbero accogliere con favore un “vigoroso dibattito” sulla scienza del cambiamento climatico.

Un bel dietrofront, non c’è che dire! E ora chi lo dice a quelli di RealClimate o della versione italica Climalteranti. Chi lo dice al National Geographic, a Nature, a Science, ai quotidiani, ai policy makers che in nome del consenso continuano a incontrarsi in esotiche località per porre rimedio al problema del clima che cambia? E, soprattutto, chi lo dice ad Al Gore?

Sarà, ma con il 5° Report IPCC da preparare, con le risorse che scarseggiano, con l’opinione pubblica arcistufa di proclami catastrofici, e soprattutto con un clima ed un riscaldamento globale che non collaborano mica più tanto, questa apertura mi sa tanto di biscotto, coockies, appunto.

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Tutto questo caos per soli $146 ?

Scritto da Claudio Gravina il 21 - giugno - 20104 COMMENTI

Finalmente, per gli americani, è uscito il tanto atteso studio di fattibilità sull’American Power Act (APA) di Kerry e Lieberman. I risultati sono quantomeno sconcertanti. In buona sostanza direi che potrebbero stravolgere completamente le nostre idee e da domani trasformarci tutti quanti nei più verdi sostenitori del Climate Bill.

Lo studio della EPA, sull’APA (gioco di parole sicuramente voluto), ci dice che con la modesta cifra di 146$ per famiglia, da qui al 2050, potremo (potranno) ridurre le emissioni americane e sconfiggere il Global Warming antropico, se non altro nella componente a stelle e strisce. I sostenitori del Climate Bill ce lo dicono senza mezzi termini: una modesta cifra per evitare la catastrofe. Prima erano 99 mesi per salvare il mondo, ora sono 146$ per evitare la catastrofe. Lo studio di fattibilità ha concluso che il Power Act risulti essere pienamente sostenibile per la (zoppicante) economia americana, più che altro per i (malandati) bilanci familiari americani.

Alla efficace domanda: “Salveresti il mondo per 146$ (all’anno)?”, voi cosa rispondereste? Soprattutto se addirittura vi facessero i seguenti paragoni, 146$ l’anno equivalgono a:

  • 2 SMS al giorno;
  • 24 confezioni di Coca-Cola al mese;
  • consumo medio di carta igienica annuale di una famiglia;
  • un film al mese al cinema (più pop-corn).

Chiaramente l’altra campana, quella un po’ più scettica, composta anche da economisti e non solo da blogger (…), sostiene che la stima sia sottostimata e che nasconda una serie di costi che si espliciteranno nei prossimi anni, facendo lievitare enormemente quei 146$. In fondo si sa, come per i preventivi per la ristrutturazione delle nostre case, ogni conto finale è destinato ad aumentare. Sarà anche questo il caso? Per quanto riguarda i dettagli tecnici su carbon tax e cap and trade, vi rimando ai numerosi articoli già pubblicati su CM.

Nel frattempo, voi paghereste 146$ all’anno per salvare il mondo (in Europa, e in Italia probabilmente ne stiamo già pagando anche di più)?

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Teorie, ipotesi…e vuvuzelas.

Scritto da Tore Cocco il 21 - giugno - 20109 COMMENTI

Qualche giorno fa mi è stato fatto leggere un articolo che si scagliava contro l’uso smodato della matematica nella scienza moderna, uso che a parer dell’autore è diventato sempre più fine a se stesso, contribuendo in tal modo ad allontanare la scienza dalla realtà della natura. Ebbene, non posso essere di opinione più contraria, quel che mi pare di ravvisare nella scienza moderna, e per moderna intendo degli ultimi anni, è un allontanamento sempre più evidente dal rigore fisico-matematico dei due secoli passati, rigore che ha consentito lo stupefacente sviluppo scientifico e tecnologico del genere umano. La distinzione profonda tra l’approccio rigoroso alla scienza e quello per cosi dire “annacquato” sta nella distinzione tra teorie ed ipotesi. Il problema dal mio punto di vista è che si fanno sempre più ipotesi e sempre meno teorie.

Esistono in bibliografia molteplici definizioni per i concetti di teoria ed ipotesi, ma in sostanza quel che differenzia le due è che la teoria è un’ipotesi supportata da un rigoroso edificio fisico-matematico, mentre l’ipotesi è semplicemente un’idea plausibile sul funzionamento della natura. Una teoria propriamente detta, in virtù del suo rigore fisico-matematico, consente non solo di fare calcoli precisi per quantificare il fenomeno indagato, ma cosa ancora più importante consente di fare previsioni su fenomeni non ancora osservati, e questo a sua volta consente, mediante l’esperimento, di verificare la correttezza o meno della teoria in questione. Per usare il termine corretto permette di falsificare la teoria. Le ipotesi al contrario sono solo intuizioni non supportate da nessun rigore metodologico, sono soltanto idee plausibili di una realtà tutta da scoprire. Le ipotesi non possono essere realmente falsificate, in quanto da esse è impossibile fare rigorose previsioni.

Un esempio sull’enorme divario qualitativo tra i due concetti chiarirà meglio il tutto. L’uomo è capace di realizzare degli edifici sin dalla notte dei tempi, e sin da allora i nostri antenati ebbero delle intuizioni (ipotesi) su come si dovessero assemblare tronchi e rami per realizzare le palafitte; col tempo divennero bravi nel costruire, ma mancava una vera comprensione fisico-matematica dei principi a capo della scienza delle costruzioni, mancava una teoria. In definitiva la differenza che c’è tra ipotesi e teorie è la differenza che c’è tra piccole palafitte in legno e imponenti grattacieli in vetro e acciaio; il salto di qualità è enorme. Tale è la differenza tra teorie ed ipotesi che appellare un’ipotesi come teoria (com’è sempre più in uso) è quasi un sacrilegio.

Ebbene l’AGW è un’ipotesi e non una teoria, non c’è un edificio fisico-matematico dietro essa. Qualcuno potrebbe aver da ridire su ciò citando i tanti modelli matematici adoperati in climatologia, ebbene tali modelli funzionano anch’essi sulla base di molteplici ipotesi (che inficiano la presenza delle leggi base della fisica); si ipotizzano artificiosamente gli scambi di vapore tra superficie marina e atmosfera (non esistono ancora delle teorie risolutive sulla questione), si ipotizzano i meccanismi delle nubi, le dinamiche glaciali, la sensitivity, l’influenza solare e tanto altro ancora. Insomma non v’è nulla di rigoroso alla base dell’ipotesi dell’AGW, e ancor meno v’è dietro alle previsioni catastrofiche elaborate tramite i modelli.

Andando alle fondamenta dell’ipotesi  agw possiamo rilevare due punti chiave:

  1. La correlazione statistica tra andamento della CO2 e temperature superficiali.
  2. Andamento della CO2 ricostruito tramite i carotaggi e correlazione con lo sviluppo industriale.

Per quel che concerne l’uso delle statistica, talvolta definita “la scienza della non conoscenza”, è bene sottolineare che in fisica essa viene usata solo quando ogni altro approccio più rigoroso ha fallito, per questo Maxwell la usò come ultima carta per lo studio dei gas, e tuttavia egli utilizzo la parte più nobile dell’approccio statistico, mentre le correlazioni statistiche, sono la parte meno rigorosa di tutta la branca della statistica…. il che è tutto dire….

La correlazione statistica, ultima carta dell’ultimo approccio della scienza. Vediamola meglio. Consideriamo la popolazione umana, e in particolare le differenze di forma fisica tra adulti sposati e non sposati. Ebbene con tutta probabilità se facessimo una correlazione statistica su queste tematiche, troveremmo una forte correlazione tra la presenza dell’anello d’oro all’anulare sinistro, la comparsa della pancetta negli uomini e la cellulite nelle donne, quindi se non sapessimo nulla sulle abitudini di vita del genere umano, tramite i potenti mezzi della statistica e in virtù della forte correlazione osservata, potremmo inferire che l’anello d’oro al dito fa crescere la pancia agli uomini e la cellulite alle donne, una tragedia! E allora via alle più svariate discussioni, alcuni proporrebbero lo spostamento dell’anello ad altro dito, con relativi esperimenti sulla popolazione, altri proporrebbero di passare all’argento o al legno, o di non mettere proprio nulla all’anulare, tutto nel tentativo di risolvere il problema. D’altronde la correlazione statistica è chiara, è scienza, non si scappa! Tutto ciò risulta ovviamente assurdo, sappiamo che i single fanno un genere di vita meno rilassato, e tendono a tenersi mediamente più in forma per piacere agli altri, in pratica nonostante quel che dice la statistica, l’anello e la pancetta sono solo coincidenze.

Ora forse apparirà più chiaro cosa significa avere una correlazione statistica tra C02 e temperature, il rigore scientifico è esattamente lo stesso dell’esempio precedente; vogliamo affidare le nostre economie ed il nostro futuro a questo?

Veniamo al punto 2 dell’ipotesi AGW. I carotaggi parlano chiaro, la CO2 è cresciuta da valori bassi agli attuali per colpa dell’uomo! In realtà non è affatto vero! Ci sono moltissimi dubbi sulle analisi effettuate sulle carote di ghiaccio, ci sono una miriade di problemi in tali procedure, molti dei quali non hanno mai trovato seria risposta. Ad esempio nel grosso lavoro di  Jaworowski ne troverete alcuni.

In ultima analisi non sappiamo con sicurezza quali siano state le concentrazioni di CO2 nelle varie epoche, e in base alle correlazioni statistiche tra questo dato incerto e le temperature (incerte anch’esse), si vogliono mettere mille lacci all’economia che ci serve per poter andare avanti. Ecco tutto questo in estrema sintesi è l’ipotesi AGW, e su questi presupposti, una miriade di “scienziati”, indovini e pappagalli, tacciano gli scettici di condotta scorretta ed antiscientifica….siamo al paradosso (o alla truffa fate voi)…costoro che tanto faticano per criticare chi incarna il giusto spirito della scienza (lo scetticismo) contribuiscono al sereno dibattito scientifico e alle relative decisioni politiche nel merito come le “amate” vuvuzelas contribuiscono al sereno svolgimento dei campionati di calcio.

Chiudo con un appello ai suonatori di vuvuzelas della scienza. Se volete che le vostre malsane idee assolutiste basate sull’ipotesi AGW siano trattate alla stregua di una vera teoria, allora indicate quale esperimento o in questo caso quali osservazioni potranno falsificare la teoria, altrimenti, il tempo finirà per dare in ogni caso ragione alla corretta e rigorosa classe degli scienziati, quella del giusto approccio, quella degli scettici! E non venga in mente di dire: “fra 50 anni sapremo se la “teoria” è giusta,  perché come la storia della scienza insegna, la risposta sarebbe: “Allora fra 50 anni la prenderemo in considerazione!”

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BP, Beyond Petroleum, oltre il petrolio il nulla?

Scritto da Guido Guidi il 20 - giugno - 20101 COMMENTO

Una provocazione, non meno intrigante di quella che ha spinto a suo tempo la multinazionale delle multinazionali a cambiare il proprio nome per essere (apparire?) più politically correct, più al passo con i tempi, più pronta per l’economia del futuro, divenuta del passato prima ancora di cominciare.

Una provocazione dicevo, che come spesso accade si avvicina forse alla realtà. La trovate in un articolo di Carlo Stagnaro su Il Foglio, dal quale, se si ritiene che la sua tesi sia plausibile, si impara la lezione che non basta una mano di verde per cambiare, mentre basta poco per perdere di vista la propria mission d’impresa.

Nel frattempo il mondo, che piaccia o no di questa mission non può ancora fare a meno, si ritrova con un disastro ambientale senza precedenti e una chiara incapacità di farvi fronte.

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Troppa economia verde è all’origine della marea nera di Bp
Il gruppo petrolifero per anni si è voluto mostrare a tutti i costi “amico dell’ambiente”, dimenticando il suo mestiere

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Verde marcio

Scritto da Guido Guidi il 20 - giugno - 20103 COMMENTI

Innumerevoli sfumature dello stesso colore. Verde smeraldo, verde speranza, verde brillante e…verde marcio. Così lo vedono oggi gli operatori finanziari alle prese con il mercato delle energie rinnovabili, ovvero con quella parte di questo mercato che opera con i certificati verdi, cioè crediti maturati da chi opera nel campo dell’energia pulita e comprati da chi ha invece l’anima nera perché ha un’attività produttiva ad alta intensità di carbonio e così facendo può cambiare la tonalità del proprio verde.

Ora pare che con una decisione politica che non starò qui a discutere perché non possiedo le basi per farlo, ma che credo abbia la stessa valenza di quella di segno opposto che ha dato il via a questo mercato, il meccanismo di scambio di questi certificati sta per essere interrotto. Oltre alla nota situazione contingente, che si potrebbe riassumere semplicemente dicendo che è finito il periodo delle vacche grasse, tale decisione sembra prenda origine dalla volontà di arginare la crescita di una pericolosa bolla speculativa che, fondandosi sulle elevatissime e sin qui tecnicamente immotivate rendite che garantiscono gli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, rischierebbe nel prossimo futuro di dar luogo ad una forzosa contrazione del mercato sul genere di quanto sta accadendo ad esempio in paesi come la Spagna che su questi meccanismi hanno avuto la mano ancora più generosa.

Gli operatori del settore naturalmente inorridiscono, magari dimentichi del fatto che il cittadino generico medio per mantenere in piedi questo meccanismo ha visto crescere e avrebbe visto crescere a dismisura il proprio personale contributo a questo circo direttamente sulla bolletta energetica. Nel frattempo, chi si è buttato sul mercato ha potuto contare su rendite da capogiro, decisamente superiori a quelle garantite (si fa per dire visti i tempi che corrono) da qualsiasi altro settore di investimento. Il buco della ciambella rinnovabile pare possa aggirarsi intorno a cinque miliardi di Euro, a tanto ammonterebbe l’esposizione degli istituti di credito coinvolti in questo giro di affari.

Ora, non vi è dubbio alcuno che debbano essere ascoltate le ragioni di tutti, specie se chi ha agito lo ha fatto seguendo le regole, ma è un fatto che questi meccanismi non hanno alcuna ragione finanziaria valida per esistere, ma piuttosto poggiano su basi molto differenti dalle regole di mercato. Di queste ultime si può discutere quanto si vuole, ma è difficile dar loro una valenza economica. Quel che conta sono invece quei pezzi di carta di un verde che piace a tutti, ma che la storia recente ha insegnato che devono avere una contropartita reale adeguata, altrimenti il sistema salta in aria.

Tecnicamente oggi lo sfruttamento delle risorse rinnovabili non è neanche lontanamente adeguato alle rendite che garantisce e quindi agli investimenti che ne hanno decretato un’autentica recente esplosione. Quello che mancava è arrivato attraverso gli incentivi, per cui se questi vengono meno, il Re è meno che nudo, è addirittura spellato. Qualora ce ne fosse bisogno, questa è la riprova che drogare un settore senza tener conto delle reali possibilità di quest’ultimo di stare sul mercato solo grazie alla qualità ed alla convenienza di ciò che produce, provoca come tutte le droghe dapprima assuefazione, poi astinenza e poi, solo poi e solo per pochi purtroppo, guarigione.

Nel frattempo speriamo che qualcuno ci dica dove dovremo attaccare la spina dell’auto elettrica, potrebbe essere un’informazione utile.

Andate qui per tutta la storia.

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Geoingegneria climatico-intestinale

Scritto da Guido Guidi il 19 - giugno - 20101 COMMENTO

Appena qualche giorno fa Claudio Costa ci ha deliziati con la notiziola uscita sul National Geografic circa il presunto effetto antropico preistorico, che i nostri antenati avrebbero generato facendo una colossale indigestione di Mammuth ed eliminando così il loro prezioso contributo all’effetto serra che allora, guarda un po’, il pianeta necessitava invece di temere. La curiosità, al di là dell’aspetto puramente congetturale di questa ipotesi, è piuttosto quella che vede l’autorevole rivista (?) abbandonarsi a considerazioni piuttosto ilari circa la provenienza anteriore o posteriore delle famigerate emissioni dei progenitori pelosi di Dumbo.

Devo però ammettere che pare proprio che questo approccio abbia fatto tendenza, perché appena ieri l’altro, leggiamo su La Stampa un altra “introspezione” a sfondo climatico, stavolta non già sulla paleo-terraferma, ma negli attuali oceani dell’emisfero meridionale. Ecco qua, le feci dei capodogli sarebbero un potente strumento di mitigazione dei cambiamenti climatici. Proprio così siore e siori, il ferro che pare abbondi nelle deiezioni dei cetacei, sarebbe, anzi, è, un potente fertilizzante, in grado di far proliferare le alghe di superficie a loro volta grandi catturatrici di CO2.

Nell’articolo, a mio parere faticando a trattenere il riso, si definiscono “eroici” i calcoli degli studiosi di turno, che avrebbero calcolato prima l’esatto ammontare della “produzione” di fertilizzante (posso immaginare l’eroismo di certe misure), poi i benefici per le alghe e infine la quantità di CO2 catturata, che risulterebbe doppia rispetto a quanto prodotto dagli stessi animali respirando. Il risparmio, ovvero il netto positivo, sarebbe (e qui scatta il paragone ad effetto come insegnano sul manuale del piccolo reporter) pari a quanto emesso da 40.000 auto.

Una piccola considerazione. Continuare a studiare il mondo animale è fondamentale, nel passato ed al presente. In fondo non sappiamo davvero granché sull’estinzione dei Mammuth e probabilmente ci sono tantissime cose da imparare ancora sui capodogli. Ma perché ci devono sempre mettere di mezzo il clima? Sarà mica perché così le ricerche passano più agevolmente la revisione e finiscono anche sui giornali? Voglio dare una mano anch’io, propongo di puntare alla clonazione dei Mammuth e di somministrare massicce dosi di lassativi alle balene per riottenerne i benefici climatici. Il tutto, naturalmente, si inquadra perfettamente nella geoingegneria climatico-intestinale, la nuova frontiera della scienza.

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Testimonianze storiche al workshop di Pesaro

Scritto da Luigi Iafrate il 19 - giugno - 20106 COMMENTI

L’Italia vanta fonti archivistiche ricche di annotazioni meteorologiche di sommo interesse per la Storia del Clima. Una loro analisi storiografica rigorosa ci permetterebbe di seguire le variazioni climatiche italiane di mese in mese, se non di giorno in giorno, per almeno l’ultimo millennio. La Storia del Clima di una data località, nell’accezione di studio del clima “trascorso” attraverso le sole evidenze documentarie, quali, in particolare, gli atti, le scritture ed i documenti di interesse storico conservati negli archivi (parrocchiali, diocesani, comunali, ecc.), muove dal presupposto metodologico di “scavare” nelle vicende umane di tutti i giorni, anche le più minute, al fine di ricavare tutti i possibili nessi di causa – effetto utili alla ricostruzione delle fluttuazioni continue del sistema climatico stesso. Ciò sull’esempio della tradizione francese della Scuola delle “Annales”, fondata dallo storico Fernand Braudel (1902-1985) ed ispirata ad originali lavori del geografo e glaciologo valdostano Umberto Monterin (1887-1940). Così intesa, la Storia climatica di un luogo, stante la sua inestricabile connessione con la storia umana, contribuisce per di più a chiarire alcuni passaggi controversi di quest’ultima: dalle carestie, epidemie e morti di età medievale e dei primi secoli dell’era moderna alla Rivoluzione Francese e successive disfatte militari napoleoniche in Russia.

Esemplare, nei paesi anglosassoni, appare l’utilizzo dei dati d’archivio nella ricostruzione delle variazioni climatiche dal Basso Medioevo in poi. Diversamente, i paesi latini, pur disponendo di un patrimonio documentario quali/quantitativamente considerevole, non mostrano invece un grande interesse per questo genere di ricerche.

Lo scopo del lavoro presentato in quel di Pesaro è triplice: dar conto, attraverso le “memorie” del pievano di Popiglio (Pistoia) Girolamo Magni, del momento iniziale del periodo climatico freddo che, tra il 1550 ed il 1850 circa, interessò l’Italia ed il resto del continente europeo, coinvolgendo l’intero ciclo stagionale (Piccola Età Glaciale); dare visibilità alla parte dei dati meteorologici, soprattutto non strumentali, rilevati dai monaci benedettini presso l’antico “osservatorio” meteorologico dell’Abbazia di Vallombrosa (seconda metà del 1600), proprio durante la fase clou della piccola glaciazione; presentare alcune annotazioni meteorologiche inedite, di cui talune indirette, rinvenute a Belvedere Ostrense e Fiumesino, nelle Marche, ed a Passignano sul Trasimeno, in Umbria, anch’esse atte a documentare eventi atmosferici estremi e la stessa recrudescenza della fase climatica fredda dianzi menzionata.

Seguono le slide sull’argomento, presentate da chi scrive al Workshop di Pesaro “La rete degli osservatori meteorologici storici: valorizzazione del loro patrimonio culturale e scientifico” (21 maggio 2010 – Sala del Consiglio Comunale).

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Because it’s friday

Scritto da Claudio Gravina il 18 - giugno - 20101 COMMENTO

Contrariamente a venerdì scorso, oggi vi offro un unico link, in quanto mi sembra interessante poterlo commentare insieme. Vi propongo un outlook della FAO circa i prezzi delle materie prime alimentari. Sappiamo bene, ormai, che i prezzi all’ingrosso abbiano raggiunto valori estremamente elevati un paio di anni fa, durante il momento più buio dell’attuale crisi. Oggi conosciamo anche le cause di tale incremento: una dose di speculazione e, l’abbiamo già detto su CM, la coltivazione di specie vegetali per la produzione di Biofuel.

Attualmente i prezzi all’ingrosso dei cereali e di altre materie prime vegetali sono scesi, allentando la morsa dei prezzi sul consumatore finale, tuttavia questo outlook della FAO prevede un incremento dei prezzi di ben il 40% nei prossimi 10 anni. Sempre a causa dei biofuel, oltre alla accresciuta domanda di alimenti. La nota positiva, e direi di speranza, è la soluzione individuata dal report FAO : incentivare la coltivazione di nuove terre, o incrementare la resa di quelle attualmente coltivate. Insomma, una volta tanto una proposta positiva, che non allude a sterilizzazioni di massa, denatalità o decrescite più o meno infelici.

Ovviamente i principali problemi li avranno i paesi in via di sviluppo ma, ci dice la FAO, alla fine dei conti saranno essi stessi la soluzione al loro problema (si pensi che si prevede un aumento del 40% nella produzione agricola nel solo Brasile). Nota dolente? Ovviamente la richiesta di materie prime per la produzione di biofuel, nel tentativo (vano, aggiungo io) di raggiungere i target di riduzione dei vari governi (quelli sicuramente più ricchi).

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Sessant’anni di temperatura a Verona Villafranca

Scritto da Paolo Mezzasalma il 18 - giugno - 201017 COMMENTI

Le osservazioni meteorologiche per il sito di Verona/Villafranca sono disponibili almeno dal 1951. L’aeroporto su cui insiste la Stazione Meteorologica è situato nella pianura a sud-ovest della città ad un’altezza di 67 metri sopra il livello del mare, tra i territori di Sommacampagna e Villafranca. Questa stazione è la quinta di cui ci occupiamo per il nostro progetto per una rete di riferimento per la climatologia dell’Italia.

Per decidere se questo è un sito da includere nella nostra rete di riferimento, diamo un’occhiata alle immagini satellitari messe a disposizione da Google Maps e da Pagine Gialle. Inoltre, alcune foto del sito, della capannina e dei dintorni sono disponibili in questo album.

L’aeroporto di Villafranca, pur essendo di militare, ha certamente un traffico civile di prim’ordine. L’ampia aerostazione a servizio dei passeggeri, come si può vedere dalle immagini del satellite, è stata costruita sull’estremità nord-orientale della pista, vicino al grande snodo tra l’autostrada del Brennero e la Torino-Trieste. L’osservatorio, invece, è situato all’altro estremo, almeno attualmente, in un contesto prevalentemente agricolo, oltre che militare.

In ogni caso, seguendo la classificazione adoperata dalla NOAA per stimare i possibili errori nella misura delle temperature, poiché la capannina è posta a meno di 10 metri da edifici o camminamenti, Verona/Villafranca sarebbe classificata come CRN 4. Per quanto riguarda la nostra classificazione, volta a valutare le modifiche nel tempo, l’area dell’osservatorio meteorologico dell’aeroporto militare di Villafranca sembra essere la zona che ha subito meno cambiamenti recenti. Nonostante questo, il notevole incremento di traffico aereo nella vicina pista suggerisce di inquadrare il sito pienamente nella categoria degli aeroporti civili e, per questo motivo, si propone di assegnarlo alla classe 4. La discussione è aperta.

Veniamo adesso ai dati mostrati nella seguente figura che riporta il grafico delle medie annuali dal 1951 al 2009 per la temperatura minima, Tn, la massima, Tx, la temperatura media, Tmean, e il DTR (Diurnal Temperature Range), cioè lo scarto tra massima e minima (Tx – Tn).

Osservando il DTR (curva lilla), si vede che nel corso dei decenni esso oscilla all’incirca tra 9 e 10 gradi, con una certa tendenza all’aumento. Si distinguono i primi anni della serie, fin verso il 1954, quando la distanza tra massime e minime è leggermente superiore rispetto al periodo che segue. Da lì in poi, le minime si attestano generalmente sugli 8°, con alcuni anni più freddi, e le massime oscillano attorno al valore di 17.5°. Nel 1989 e fino al ‘94, il DTR s’incrementa in maniera brusca di oltre un grado, molto probabilmente per delle minime che sembrano un po’ troppo fredde; notare a tal proposito che anche i valori del satellite (dati da Climate Explorer) aumentano così come fanno le massime. Nel 2002 i valori delle temperature minime hanno un vistoso e sospetto aumento mentre, subito dopo, le massime aumentano sensibilmente, discostandosi così dai valori stimati dal satellite, riferiti a tutta la colonna della media e bassa troposfera, e spingendo il DTR verso gli 11°. Considerando tutto il periodo della serie storica, la media mobile su 5 anni calcolata sulle minime (linea blu grossa) suggerisce un aumento di circa un grado, mentre sulle massime l’incremento è del doppio. Sia il satellite sia le temperature massime mostrano il cambiamento avvenuto intorno al 1987 e di cui ci siamo già occupati quando abbiamo analizzato i dati della Paganella, non molto lontana da Verona.

L’anno più caldo a Villafranca è il 1994 per il satellite, mentre l’anno più freddo sarebbe il 1956. Per quanto riguarda le stagioni e i mesi, il riscaldamento verso la fine degli anni ‘80 è ben visibile sui valori massimi dell’inverno e della primavera e, in parte, anche dell’estate che mostra un aumento significativo pure nell’ultimo decennio, valori minimi compresi. Occorre aggiungere, però, che l’aumento delle minime durante le altre tre stagioni è più blando e mascherato dalle oscillazioni pluri-decennali. Le temperature mensili appaiono molto rumorose ed è difficile estrarre ad occhio un segnale chiaro; spicca l’aumento che si avuto nel mese di marzo alla fine degli anni ottanta sui valori massimi. Giugno, invece, mostra la maggior parte dell’aumento nell’ultimo periodo sia per le massime sia per le minime.

Sul sito di Mille anni di clima trovate la scheda completa di Verona/Villafranca, i valori climatici e gli estremi, i dati giornalieri, i grafici e la discussione.

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