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Direttamente dal dipartimento “Il tempo non è il clima, ma il ghiaccio artico neanche” vi diamo conto dell’ultimo aggiornamento disponibile dalle pagine dell’NSIDC (National Snow and Ice Data Center). E’ di nuovo cambiata la musica alle alte latitudini. Dopo la picchiata dei mesi di maggio e giugno, favorita dalle condizioni atmosferiche “compattanti” piuttosto che “liquefacenti”, la circolazione atmosferica ha subito una variazione importante, e il rateo di scioglimento del ghiaccio artico ha subito una brusca frenata, tornando ad incrociare e superare in positivo la “dead line” del 2007.

In pratica la circolazione dei venti, essenzialmente diretti verso il polo, ha favorito la diminuzione dell’estensione conservando la compattezza e dunque la concentrazione del ghiaccio, mentre ora accade esattamente il contrario. L’estensione resiste e la concentrazione è in diminuzione.

Visto che all’epoca della picchiata ci siamo beccati qualche salace commento per presunta omertà, seguiti dai più illuminati e paternali “tsk tsk” di chi di solito non ci commenta ma ci segue, credo sia doveroso dar conto anche di questo. Non ho la più pallida idea se la picchiata ricomincerà o meno, se sì, ne parleremo. L’unica differenza rispetto al passato recente è che la stagione sta entrando nel vivo, cioè stiamo andando incontro alle settimane decisive per quella che sarà l’estensione minima stagionale.

Vedremo.

Il seguito è sin troppo facile, ma alla somma verità della chiosa “c’è chi scende  e c’è chi sale” si dovrebbe aggiungere anche “e c’è chi le aggiusta”. Appena ieri ho ripreso un pezzo di Willis Eschenbach su WUWT che metteva in risalto proprio come, una volta applicata la giusta scala di riferimento, gli allarmi sul rateo di scioglimento del ghiaccio groenlandese sono a dir poco ridicoli. E, in effetti, tutta la faccenda delle oscillazioni della massa glaciale sul pianeta è trattata allo stesso modo.

Gli allarmi si susseguono a raffica, e ognuno applica la propria scala di riferimento, badando bene a tirare l’acqua al mulino del proprio assunto, che la maggior parte delle volte non è quanto scaturisce dalle proprie ricerche, ma piuttosto quanto si è deciso di andare a cercare prima ancora di cominciare. E così, ad esempio, se devo dare notizia del trend di diminuzione del ghiaccio marino artico nel pur brevissimo e climaticamente insignificante periodo per il quale si dispone di misurazioni oggettive, per modellare il risultato delle mie indagini alla mia convinzione -leggi il ghiaccio sta diminuendo a causa del riscaldamento globale antropogenico- sarà sufficiente applicare una scala di riferimento che tenga conto delle variazioni più infinitesimali perché il risultato metta bene in evidenza le mie convinzioni.

Questo è quello che, da un paio di decadi o forse poco più, accade regolarmente anche con le misurazioni della temperatura media superficiale del pianeta, parametro che tutti sono convinti che sia qualcosa di reale e tangibile, ma che in realtà è niente più che un artificio matematico che la natura disconosce, peraltro molto approssimato e lacunosamente calcolato. Fissando poi un periodo di riferimento a piacere, che non si sa per quale ragione si ritiene possa essere usato come termine di paragone, pretendere di dare un significato applicabile ad altri e diversi periodi semplicemente confrontandoli con quello e calcolandone gli scostamenti finisce per essere ancora più approssimativo. Il tutto, come l’amico Fabio Spina ci ha fatto recentemente notare  su queste pagine, spingendo la precisione dei dati molto oltre la capacità strumentale e compiendo un ulteriore passo avanti verso la rappresentazione di una realtà assolutamente inesistente ma che se ben usata, si presta a qualunque interpretazione.

Ma torniamo al ghiaccio. Lo so che i lettori di CM staranno pensando che mi sia venuta la fissazione, ma finché continueremo a sentire allarmi lanciati a sproposito, l’unica cosa che si può fare è puntualizzarne ogni volta l’inconsistenza, fossero anche puntualizzazioni che cadono nel vuoto. E non è solo un discorso di ricerca dell’attenzione dei media, questi allarmi nascondono (o favoriscono a seconda dei casi) quasi sempre un interesse terzo di natura politica, economica o le due cose insieme. E’ il caso ad esempio della assurda criminalizzazione della CO2, bollata come gas venefico ed altamente inquinante, all’unico scopo di sostenere il mercato del carbon trading che tanti profitti porta e poco o nulla ne cale al clima.

Perché dovrebbe essere politicamente o economicamente interessante predire la totale scomparsa del ghiaccio marino dall’area artica ne breve volgere di pochi anni? E perché nonostante la ridicola previsione che questo si sarebbe verificato nel 2008 (anno successivo al minimo storico dell’estensione estiva) non si sia avverata, anzi il ghiaccio sia tornato ad aumentare, reiterare la previsione per il 2013? Semplice, è innanzi tutto spaventevole, ma sarebbe anche enormemente conveniente per lo sfruttamento delle risorse minerarie che giacciono sotto quei fondali e per il traffico commerciale che potrebbe passare per la rotta a nord ovest. Va da sé, quindi, che l’interesse per siffatti vaticini sia altissimo ed il successo mediatico garantito. Altrettanto garantiti saranno quindi i fondi che questo o quel “mecenate” vorrà mettere a disposizione di chi proponesse di implementare dei programmi di ricerca nel settore.

L’unica cosa cui si deve fare attenzione è però non dire mai esattamente le cose come stanno, aspetto che, per quel che riguarda il ghiaccio marino artico è il seguente.

Prendendo a riferimento una macro scala temporale, sappiamo che il pianeta ha già perso tutto il ghiaccio delle zone polari almeno 4 o 5 volte. Non non c’eravamo, e men che meno inquinavamo, però è sucesso. Scendendo a scala millenaria sappiamo che le condizioni ambientali dell’area dovevano essere nettamente più favorevoli (leggi molto meno ghiaccio) durante l’Optimum Climatico Medioevale, coinciso con la colonizzazione della Groenlandia da parte dei Vichinghi, salvo poi tornare ad essere nettamente più difficili (leggi più ghiaccio) durante la Piccola Era Glaciale, ossia quando lo stesso popolo, decimato dalle difficoltà ambientali, ha abbandonato le colonie. Di lì in poi, come tutta la criosfera terrestre, il ghiaccio a ripreso a diminuire, seguendo un’oscillazione ad alta frequenza di recupero dalla PEG, immersa in una generale tendenza alla diminuzione propria del periodo interglaciale. Siamo infine giunti alla scala temporale del riscaldamento globale, ossia poco più di un trentennio (per chi non lo sapesse ancora, è ormai assodato che il problema uomo avrebbe fatto sentire i suoi effetti solo nelle ultime decadi del secolo scorso, non prima), periodo nel quale abbiamo avuto ed abbiamo tutt’ora a disposizione le osservazioni oggettive dei sensori satellitari. E qui vengono i dolori. Quello che segue è il trend misurato negli ultimi trent’anni, con una scala di riferimento spaziale che si potrebbe dire essere stata appositamente scelta per metterne in risalto la pendenza negativa. Dal punto di vista della massa, il rateo di diminuzione del ghiaccio marino artico ad esempio per il mese di aprile è 0,039 mln di km2 all’anno. Steven Goddard e Antony Watts, hanno tirato giù i dati grezzi dal sito dell’NSIDC e li hanno plottati di nuovo tenendo conto del fatto che si sentono previsioni di scomparsa totale dei ghiacci ogni due per tre. Logico dunque mettere lo zero (cioè il valore niente ghiaccio) come base di partenza per la scala di riferimento. Quello che ne viene fuori è molto interessante. Innanzi tutto la linea del trend è molto meno spaventevole (ma questo, si sa è un approccio soggettivo e di pari intento a quello che si vuole criticare, per cui meglio non tenerne conto), secondariamente, dalla proiezione del trend lineare (se qualcuno ha altre idee diverse da quelle dell’evoluzione lineare circa il ghiaccio marino artico ci illumini), si scopre che il mese di aprile non sarà a zero, cioè libero dai ghiacci, prima del 2385.

Eh, ho capito, aprile è il mese che segue il massimo stagionale dell’estensione, così è troppo facile. Giusto, allora diamo uno sguardo in successione ai mesi di maggio, giugno, luglio, agosto e settembre.

Rispettivamente liberi dai ghiacci per gli anni, 2404, 2296, 2151, 2103, 2065. Certo, nei mesi caldi i tempi di questa semplice proiezione lineare sono diversi e anche parecchio più vicini. Resta comunque il fatto che con le uniche informazioni di cui disponiamo e senza tener conto che il ghiaccio sta recuperando nel brevissimo periodo, ma è comunque nel trend del medio periodo, prima di poter parlare di area artica priva di ghiaccio in un mese della stagione estiva passeranno cinquant’anni. Fare previsioni ieri per oggi e oggi per domani è privo di fondamento e per capirlo è stato sufficiente usare la giusta scala di riferimento.

NB: da WUWT.


Con buona pace di quelli del “Dipartimento il tempo non è il clima”, che sono sicuro attribuiranno il touch down dell’estensione dei ghiacci artici con la media del periodo di osservazione ad un semplice fattore meteorologico, registriamo dal sito del Jaxa che l’estensione di questa parte del mese di aprile è comodamente al di sopra di quanto è stato misurato nello stesso periodo dell’anno dal 2002.

Fonte WUWT

L’NSIDC va come sempre un po’ più a rilento, ma anche dalla loro media è visibile il trend di guadagno del ghiaccio rispetto alla norma. Considerato che loro fanno una media mobile su cinque giorni, se il “fattore meteorologico” persisterà , anche lì vedremo segnare un punto.

Fonte NSIDC

Questa informazione di per sé è poca cosa, ma dato che la salute dei ghiacci artici è più controllata di quella di un capo di stato e considerato il fatto che se invece che in aprile fossimo in settembre e stessimo guardando l’estensione più bassa raggiunta negli ultimi otto anni ci scapperebbero le edizioni straordinarie dei telegiornali, direi che valga la pena darle un po’ di risalto.

Se le cose continueranno ad andare così, registreremo il terzo anno consecutivo di recupero rispetto all’annus horribilis del 2007. A questo punto propongo che i profeti di sventura producano numerose altre proiezioni di scomparsa totale dei ghiacci dall’Artico, sembra che questa terapia porti giovamento al malato.

Fonte DMI

Appena poche ore fa, abbiamo pubblicato un post che affronta tra le altre cose il problema dell’informazione sull’estensione dei ghiacci. Con l’enorme interesse che suscitano tra gli esperti e gli appassionati ma non solo le dinamiche del ghiaccio marino in Artico, oggi è piuttosto semplice procurarsi delle informazioni. C’è l’NSIDC1, c’è Cryosphere Today2, c’è il DMI3, tutte realtà che rendono più o meno quotidianamente conto di quella parte della situazione della criosfera che galleggia sugli oceani.

Le informazioni che questi centri diffondono ovviamente coincidono, ma ci sono alcune piccole differenze nel modo di misurare, mediare e presentare alcuni parametri. Tra questi, i più significativo è senz’altro quello dell’estensione dei ghiacci e del suo andamento stagionale. Ad esempio l’NSIDC compone la rappresentazione grafica dell’estensione del ghiaccio con una media mobile degli ultimi cinque giorni di misurazione. In questo modo le variazioni prima di essere visibili devono essere consolidate. Infatti, ad esempio, oggi il ghiaccio è andato sopra la media del periodo di misurazione, ma dovrà restarci qualche giorno perché questo sia visibile dalle loro immagini. Al DMI è possibile vedere l’evoluzione degli eventi con maggiore dettaglio, però la curva è graficamente meno gradevole. Tra l’altro nella loro rappresentazione i danesi mettono in fila gli ultimi sei anni, ponendo in evidenza come, a partire dal minimo della stagione del 2007, il ghiaccio abbia seguito un trend di recupero, ma anche come sia stato importante il declino degli anni precedenti.

A partire da ieri, è stata resa disponibile una nuova fonte d’informazione sul blog di Antony Watts, sarà settimanale e raccoglierà gli avvenimenti salienti degli ultimi giorni. Il post che presenta l’iniziativa lo trovate qui e, a mio parere, già nelle prime cose che vi si leggono ci sono degli spunti interessanti. Cercheremo quindi di tenervi aggiornati anche su questo.

  1. National Snow and Ice Data Center []
  2. Polar Research Group – University of Illinois []
  3. Danmarks Meteorologiske Institut []

Così si apre il comunicato stampa dell’NSIDC al termine (per ora e secondo loro) della stagione di accrescimento: “un’ondata di freddo ha causato un ritardo della stagione di scioglimento.” E poi via con una serie di interessanti spiegazioni. Prima gli highlights. Quest’anno il declino stagionale (per ora e secondo loro) dell’estensione dei ghiacci artici è iniziato tardi come mai prima, ovvero da quando si tiene memoria di questi dati (1979). Pare ci sia stato un ghiacciamento superiore alla norma nel Mare di Berings e nel Mar Baltico -le navi imprigionate ringraziano- e inferiore alla norma su buona parte del versante atlantico dell’area Artica. Su tutto il resto della superficie normalmente interessata dal ghiacciamento invernale, l’estensione è stata nella norma.

Il risultato è che attualmente, il grasso accumulato per il letargo è tanto quanto ce ne vuole per una stagione media. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta il ghiaccio è attualmente abbondantemente dentro una deviazione standard, per cui è in media. Però, ci fanno sapere dall’NSIDC, una buona parte di quello che si è formato quest’anno è ghiaccio giovane, con non più di 2/3 anni di età (un modo interessante per dire che sono tre anni che il ghiaccio aumenta invece di diminuire), per cui la sua resistenza alla stagione calda dipenderà in gran parte dalle condizioni atmosferiche, leggi ventilazione e correnti marine conseguenti, né più né meno come da queste e non dalle bizze della temperatura, sono dipese l’abbondanza di quest’anno e la penuria degli anni scorsi.

Saranno dunque remi o ramponi per l’orda di glaciofili con le lenti d’ingrandimento che assalterà ilpassaggio a Nord-Ovest quest’anno? Vedremo, nel frattempo godiamoci il video pubblicato dalla NASA sulla stagione di ghiacciamento 2009/2010.

Eravamo tutti lì ad aspettare, sembrava proprio che l’estensione dei ghiacci artici avrebbe raggiunto finalmente la linea che rappresenta la media del periodo 1979-2000. C’è stata anche parecchia suspence perché i dati dell’NSIDC non sono proprio in tempo reale, può capitare che vengano aggiornati anche con più di un giorno di ritardo.

E invece con l’aggiornamento di ieri, che fissa la misurazione all’altro ieri, 3 aprile, è comparsa una inversione di tendenza e l’estensione è tornata a scendere, pur lambendo molto da vicino la famosa linea. La forma che la curva sta assumendo è peraltro simile a quanto accaduto all’inizio di marzo, appena prima che ricominciasse, un po’ a sorpresa, quest’ultima fase di accrescimento.

Animazione 5gg dati NSIDC fonte WUWT

I dati sono confermati anche da almeno un altro sistema di misura, per il quale è impiegato un altro satellite, perciò è probabile che siano veritieri. Naturalmente non è dato sapere cosa ci attenda nell’immediato futuro, anche se ci sono parecchie probabilità che questa sia l’inversione di tendenza che segna l’inizio della stagione di scioglimento, ormai parecchio in ritardo. Vero anche che i prossimi giorni vedranno lo sviluppo di un nuovo promontorio sul vicino Atlantico, che dovrebbe spingersi fin oltre il circolo polare artico e successivamente isolare un anticiclone sul Mare del Nord, riproducendo le condizioni bariche e circolatorie che hanno caratterizzato la stagione invernale. La ventilazione nei bassi strati che ne deriverà potrebbe forzare ancora il ghiaccio alla alte latitudini, per cui non è escluso che si possa vedere il fatidico incrociarsi delle due linee, l’attuale e la media.

Vada come vada, il ghiaccio sull’area polare settentrionale è piuttosto abbondante, tra pochi giorni uscirà -normalmente accade ai primi di aprile- il punto di situazione dell’NSIDC sull’età del ghiaccio, così sapremo se all’incremento ormai innegabile dell’estensione rispetto al recente passato, corrisponde anche un aumento del ghiaccio con più di un anno di vita, cioè potenzialmente più resitente alla fase di scioglimento estiva. Se così dovesse essere, è probabile che anche l’estate prossima faccia segnare un trend positivo rispetto al minimo storico del 2007. Questo non cambierà molto sul trend di lungo periodo, ma, a furia di sommarsi, questi anni positivi potrebbero cominciare a vedersi anche sulla linea di tendenza e più di qualcuno dovrebbe rimettersi a studiare per spiegarci come mai dovremo rinunciare alle crociere attraverso il passaggio a nord-ovest già prenotate.

Nel frattempo registriamo un’altra inversione di tendenza. Uno dei massimi esperti di queste dinamiche, ora fa sapere dalle pagine del Sunday Times che il clamore suscitato dal minimo del 2007 è stato eccessivo, e non è corretto farsi condizionare dal singolo episodio. Frase che tornerà buona -giustamente- anche per ”gelare” i facili entusiasmi sull’attuale fase di recupero. Sembra proprio che la ”spirale di morte” dei ghiacci artici sia di là da venire.

La realtà è che anche in questo campo pare che non ci si sia capito un gran che. La facile equazione + caldo – ghiaccio ormai è stata superata da quanto accaduto di recente e da parecchi approfondimenti sulle riviste specializzate, con interventi autorevoli anche degli esperti della NASA. Ora, vorrei far notare che sempre alla NASA il massimo esperto di attività solare ha recentemente ammesso di dove ricominciare tutto da capo, perché il Sole sta smentendo ogni genere di previsioni. Certo, sul Sole non si è costruito un circo mediascientifico come sul clima e sui ghiacci, però sarebbe bello che anche gli altri facessero altrettanto. In fondo quello che interessa è capire, o no?

Ci sono alcuni aspetti degli avvenimenti degli ultimi mesi che meritano forse un po’ di approfondimento. Quello appena trascorso è stato un inverno piuttosto piovoso, spesso nevoso e moderatamente freddo, almeno per le terre emerse dell’emisfero nord, come abbiamo già discusso qui.

Per cui non è particolarmente sorprendente scoprire che il ghiaccio marino artico -scomodato ogni volta che si descrivono le “evidenze” del riscaldamento globale- si accinga a segnare il terzo anno consecutivo in recupero rispetto alla media delle misurazioni.

Fonte NSIDC

Dicevo che la cosa non sorprende perché si sa già da tempo che il comportamento della criosfera (e quindi anche del ghiaccio marino) segue lo stato termico del pianeta, ma non le temperature osservate e riportate con le attuali metodologie di rappresentazione, che prediligono al valore assoluto il calcolo delle anomalie rispetto ad uno specifico punto di riferimento.

L’anomalia, di per sé, è un fattore utile a spiegare molte cose, ma ha il difetto di essere condizionata dalla scelta del periodo di confronto e dalle modalità di calcolo, specie con riferimento alle procedure impiegate per colmare i vuoti lasciati dalla disomogeneità spaziale delle osservazioni, altro fattore che nel tempo è mutato parecchio. Infatti, se per alcune zone è sorto il problema dello spostamento dei sensori o della diversa densità dei dati, per altre semplicemente di dati non ce ne sono né ce ne sono mai stati. Il risultato è spesso un confronto tra ciò che non c’era ma è stato stimato e quindi assunto per reale, con ciò che si sa un po’ meglio ma è comunque approssimato. Come si possa pretendere di scendere al centesimo di grado (quando non millesimo), con queste premesse, resta comunque un mistero ottimamente risolto dalle unità di calcolo ma che ha scarsissime probabilità di trovar posto nel mondo reale.

Proviamo ad esempio a dare un’occhiata  alla distribuzione delle anomalie di temperatura del periodo invernale appena conclusosi. Sono sì evidenti degli scostamenti negativi importanti sull’Eurasia, ma l’immagine è dominata dagli scostamenti positivi della zona artica. Sommando gli uni agli altri, scopriamo che il risultato netto è largamente positivo. A questo punto sorge spontanea una domanda, come si pongono anche Joe bastardi di Accuweather e Antony Watts di Wattsupwiththat: come mai il ghiaccio ha continuato ad aumentare nonostante l’evidente spot positivo che le anomalie di temperatura presentano proprio in quella zona?

Fonte GISS

Dal mondo reale sappiamo che l’anomalia negativa ha ucciso milioni di capi di bestiame e messo a dura prova la popolazione della Mongolia, mentre quella positiva ha visto crescere il ghiaccio. Appunto. Cerchiamo di rispondere alla domanda. Le ragioni di questo evidente paradosso sono tre, e presentano tutte ampi margini di approfondimento.

Innanzi tutto si deve tener conto dei pattern stagionali, ovvero della particolare e persistente natura della circolazione atmosferica dei mesi scorsi, che ha visto prevalere a più riprese la componente meridiana e da cui è scaturita una configurazione barica negli strati prossimi al suolo che ha favorito la persistenza di venti diretti verso l’Artico e di circolazioni oceaniche che hanno sfavorito l’allontanamento dei ghiacci dal circolo polare premiandone piuttosto l’accumulo. Di questo si sono accorti anche i media, scoprendo d’un tratto che la smoking gun del riscaldamento globale almeno per questo inverno ha avuto le polveri bagnate, anzi, direi gelate.

Poi si deve comprendere che il concetto di anomalia non dice nulla sul valore assoluto della temperatura. Infatti, quest’anno, le temperature saranno anche state parecchi gradi sopra la media scelta a riferimento, che per il dataset del GISS è il periodo 1951-1980, ma, comunque, è difficile che lassù siano mai salite sopra la temperatura di scioglimento. Cioè, per quanto lo si voglia colorare di rosso il ghiaccio con temperature sotto zero non si scioglie, si forma, e non consiglierei di andare in bermuda a controllare se le cose vanno in effetti così.

E infine il terzo problema. Da quanto detto sin qui, è evidente che la temperatura media superficiale osservata dalle stazioni terrestri (entro certi limiti che siamo bel lungi dal superare) dice poco o nulla sul clima, ovvero sulle dinamiche che lo caratterizzano. Se poi è rappresentata come anomalia, da inservibile diviene fuorviante e genera le legittime domande di cui sopra. Per carità, una sua utilità la conserva. Ad esempio, mentre tutta Europa era sotto la neve, gli esperti del dipartimento il tempo non è il clima ci spiegavano che comunque in Artico faceva caldo, appena prima che qualche decina di navi restasse intrappolata nel Mar Baltico, causa ghiaccio troppo spesso ed abbondante.

Questa inservibilità, discende non solo dal fatto che il singolo parametro temperatura non rende affatto giustizia alla complessità del sistema -l’esempio dei ghiacci artici è lampante- ma anche perché, proprio sulla temperatura, quello che sappiamo è troppo poco o comunque non sufficiente a chiarirci le idee. Le operazioni di interpolazione e di aggiustamento con cui vengono costruite queste serie saranno anche necessarie, ma sono troppo invadenti e generano dei messaggi distorti. Dalla mappa delle stazioni usate dal GISS scopriamo che tanto l’Artico, quanto (appena un po’ meno) l’Antartico, sono quasi del tutto privi di punti di osservazione.

Fonte GHCN

Eppure il dato è rappresentato. La griglia impiegata per le mappe di anomalia di cui sopra è di 1200km, se se ne riduce il passo, portandolo a 250km, non solo si indebolisce il segnale, ma compaiono anche parecchi buchi e qualche autentica voragine. In quelle zone l’informazione è “importata” dai box più vicini, in questo caso, come è evidente, piuttosto lontani e, soprattutto, per quel che riguarda l’Artico, parecchio più a sud.

Fonte GISS

Sicché l’anno è stato caldo, nella speciale classifica che piace tanto ai media e a chi grida al disastro climatico quando vede rosso sulle mappe di anomalia di temperatura. Però gli umani, sia quelli che vivono in nord America che quelli che vivono in Europa, ma soprattutto quelli che vivono nell’est europeo, hanno avuto freddo. Un bel mistero.

Forse il clima di questi anni, che sembra aver cambiato segno rispetto alle ultime decadi del secolo scorso, potranno descrivercelo meglio l’avanzata latitudinale del limite delle nevicate più che la temperatura media superficiale, con buona pace dei patiti delle mappe colorate, facilmente prevarrà il bianco. Per carità, si scherza eh?

Aggiornamento

Si scherza ma non troppo, nell’immagine sotto la top ten della copertura nevosa. l’inverno 2009/2010 è secondo solo 1l 1978/1979. Sarebbe interessante capire quale conseguenza questo potrebbe avere sull’albedo planetario.

Fonte Rutger’s snowlab

Cerchiamo di riordinare le idee. Le temperature hanno smesso di aumentare da più o meno dieci anni, la stagione degli uragani in Atlantico è piuttosto debole e probabilmente si chiuderà senza acuti. Praticamente restano solo le vicissitudini del ghiaccio artico come argomento topico per tenere viva la fiamma del riscadamento globale.

Peccato che anche lì si riscontri scarsa collaborazione. Già, perchè la stagione calda nell’emisfero nord si è chiusa con un’estensione dei ghiacci artici superiore a quella dell’anno scorso, a sua volta superiore a quella del famoso minimo dell’anno 2007. Non è ancora possibile parlare di inversione di tendenza ma ci manca poco. Nel frattempo il ghiaccio marino antartico continua ad aumentare di anno in anno, con l’unica esclusione del settore occidentale del continente, dove invece la superficie ghiacciata si sta riducendo. Un bel puzzle.

Cerchiamo di riordinarlo appunto. Qualche giorno fa Luigi Mariani è intervenuto sia qui su CM  che su Svipop  per segnalare che la firma del riscadamento globale è tutt’altro che evidente se si esaminano i fatti nel loro complesso. Sempre qualche giorno fa e sempre l’amico Mariani, ha postato poi un breve commento segnalandoci una Letter recentemente pubblicata su Nature1 circa una campagna di misurazione dello spessore dei ghiacci, le cui illustrazioni sono riportate qui.

Anche da questo punto di vista il quadro generale è davvero intricatissimo. La calotta groenlandese cresce all’interno e si assottiglia sulle coste, ma in modo tutt’altro che uniforme. Lo stesso dicasi per l’Antartide, che presenta zone di accrescimento dello spessore del ghiaccio e zone di riduzione, sempre con pattern poco omogeneo. La Brtitish Anctartic Survey (BAS) ha rilasciato anche un comunicato stampa  per rendere pubblica la notizia. Questo il titolo:”I Laser dallo spazio mostrano un assottigliamento delle calotte glaciali in Groenlandia ed in Antartide”. Da segnalare che nelle immagini il blu indica lo spessore in crescita ed il rosso quello in diminuzione. Non si capisce perchè l’highlight di questo comunicato stampa debba per forza essere una tendenza negativa. Questione di punti di vista evidentemente.

L’oggetto di studio di questa campagna di misura è il cosiddetto Dynamic Thinning, definito nella Letter come “perdita di ghiaccio causata dall’accelerazione del flusso dei ghiacciai”. La tecnica messa a punto è innovativa e, a detta di questo gruppo di scienziati, offre molte possibilità di approfondire la conoscenza di queste dinamiche di quanto non fosse possibile fare in precedenza. Nonostante ciò, proprio il fenomeno di Dynamic Thinning appare essere così poco compreso che il suo contributo alle variazioni del livello dei mari nel XXI secolo resta impredicibile. Il progresso tuttavia è evidente, perchè aumenta moltissimo la definizione tridimensionale dell’osservazione e vengono superati molti dei limiti imposti dalla radar altimetria. Tra questi, l’impossibilità di cogliere i cambiamenti cui sono soggetti i ghiacciai che si muovono a velocità elevate, dell’ordine di più di 100mt all’anno. Bene, la campagna di misurazione è durata circa 4 anni, durante i quali si è potuto constatare che i dati provenienti dal programma ICEsat  coincidono a larga scala con quelli prodotti dalla radar altimetria. Per quel che riguarda l’indagine più approfondita, ovvero l’assottigliamento o inspessimento dei ghiacciai veloci che avviene a scala spaziale molto più piccola, dov’è il termine di paragone? Cosa spinge a pensare che non sia proprio la velocità di avanzamento ad indurre delle dinamiche di sciogliemento diverse? Il volume di queste lingue di ghiaccio diminuisce man mano che queste vengono spinte nell’acqua dalla massa che esercita pressione dalla terraferma. Ma se così non fosse, non avremmo mai visto un iceberg, cioè enormi masse di ghiaccio staccatesi appunto dai ghiacciai che vanno alla deriva nei bacini polari. Quattro anni di osservazione, in assenza di informazioni sul passato non sono troppo pochi per giudicare anomale queste dinamiche di assottigliamento? Ancora, il fattore causale principale è individuato nella forzante oceanica, perchè questo fenomeno prende origine dalla zona di contatto dei ghiacciai con le acque degli oceani. Nel testo della Letter, comprendendo le informazioni supplementari, non sono riuscito a trovare dei riferimenti alle serie delle SST (Sea Surface Temperature), al contenuto di calore dello strato superficiale o alle dinamiche delle correnti marine che dovrebbero comporre questo forcing. Come e quanto sono cambiati questi parametri per poter loro attribuire un’accelerazione delle fasi di scioglimento? E, soprattutto, accelerazione rispetto a quale velocità? Un bilancio di massa negativo non è normale in un periodo di riscaldamento? La misurazione poi si è conclusa nel 2007, sarebbe interessante sapere cosa è accaduto dopo, visto che proprio a partire da quell’anno la situazione in Artico sembra piuttosto diversa. E questo non riguarda soltanto la timorosa fase di accrescimento del ghiaccio marino, quanto piuttosto le precondizioni che l’hanno generata, ovvero le dinamiche bariche e anemologiche che giocano un ruolo determinante per le oscillazioni climatiche alle latitudini polari ma non solo.

 

Già che ci siamo approfondiamo un po’ il discorso anche sul ghiaccio marino, per registrare ancora una volta lo sconcerto dei tecnici dell’NSIDC (National Snow and Ice Data Center) i quali, pur giudicando “nice” il fatto che il ghiaccio marino quest’anno sia stato più abbondante dell’anno scorso, a sua volta più abbondante di quello dell’anno prima (ovvero del minimo record del 2007), sono comunque dell’idea che nel breve volgere di qualche anno assisteremo a stagioni estive completamente prive di ghiaccio nell’Artico. Ad alimentare questo timore sarebbe proprio lo spessore del ghiaccio, per il quale è importantissima l’età di formazione. Mi spiego. Il ghiaccio scioltosi la scorsa estate, ora tornerà a formarsi, ma la prossima estate avrà solo un anno per cui sarà piuttosto debole e potrà sciogliersi di nuovo. Se invece resisterà, arriverà alla stagione calda successiva con due anni di vita, e con maggiori probabilità di non sciogliersi. Così via anno dopo anno, qualora dovesse continuare il trend (sin qui brevissimo) di recupero.

Però i tecnici dell’NSIDC, si dicono pessimisti circa l’eventualità che si possa tornare alle condizioni degli anni ’70, ovvero all’epoca dell’inizio delle misurazioni via satellite. Posto che non sia dato sapere per quale ragione la superficie coperta dai ghiacci nei “favolosi anni ’70″ debba rappresentare l’optimum, se non per un filosofico tentativo di mantenere uno statu quo che il clima non conosce, è importante sottolineare che nelle serie storiche di queste misurazioni quella decade sia rappresentata da un solo anno, l’ultimo, per cui più o meno tutto quello che si dice riguardo a quel periodo è puramente speculativo.

Ma dicevamo che più o meno tutti devono arrendersi all’evidenza che quest’anno ci sia stato più ghiaccio del previsto. Come è successo? Secondo l’università di Washington, le temperature nella zona artica sono state un po’ meno superiori alla media del solito (lo so che è contorto, in pratica ha fatto più fresco), sfavorendo lo scioglimento. Questo sarebbe avvenuto a causa della presenza di una copertura nuvolosa più abbondante. E su questo, ma loro non lo dicono, cala lo spettro dell’attività solare al minimo e dei raggi cosmici al massimo, che causerebbero appunto più copertura nuvolosa raffreddando il clima.

Alla fine come stanno le cose? Perchè gli esperti giudicano la situazione ancora “very worrysome“? Difficile capirlo, perchè a fronte di una percentuale del 49% di ghiaccio con un solo anno di vita, cioè più debole, la percentuale di second year ice, ossia il ghiaccio che è sopravvissuto alla prima estate, ghiaccio con due o più anni di vita è passata dal 9% del 2007 al 21% del 2008 al 32% del 20092. Cioè il ghiaccio sta invecchiando e sta guadagnando sempre più chances di resistere alla stagione calda. Allora, l’estensione sembra aver ripreso a crescere, l’età del ghiaccio pure, le calotte in alcune parti si assottigliano ed in altre si inspessiscono e non è dato sapere cosa facessero prima. Io non sono riuscito a capire di cosa ci dovremmo preoccupare, voi invece?

 

 NB: il commento alla posizione assunta dall’NSIDC è tratto da questo post  sul blog di Antony Watts.

 

Aggiornamento

 

 

In questo guest-post  di Bob Tisdale sempre su WUWT, una bella serie di immagini sull’heat content degli oceani. Tra queste spicca quella del bacino artico, dove è evidente l’inversione di tendenza del contenuto di calore. Da quando è iniziata il ghiaccio ha cominciato ad aumentare. Sembra evidente che si stia assistendo ad un periodo di calo generalizzato dell’energia termica disponibile, in coincidenza dell’inversione di tendenza degli indici multidecadali oceanici e dell’attività solare al minimo. Dove diavolo sono andati i gas serra?

Aggiornamento #2

La correzione in rosso mi è stata suggerita nei commenti. Grazie a Giovanni Pellegrini per il contributo.

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  1. Pritchard, H.D., Arthern, R.J., Vaghan, D.G., and Edwards, L.A., 2009, September 23. Extensive dynamic thinning on the margins of the Greenland and Antarctic ice sheets . Nature, doi.10.1038/nature08471 []
  2. L’immagine è tratta da: http://www.eurekalert.org/multimedia/pub/17240.php?from=146062 []

L’11 settembre scorso sono stato all’Ecofest di Frascati, la fiera di energia e ambiente patrocinata dalla Regione Lazio. Non è mia intenzione darvi conto per intero del dibattito cui ho partecipato perchè non credo sia il caso, dirò solo che ho avuto il piacere di discutere con Franco Battaglia, Stefano Caserini e Sylvie Coyaud. Tutti e quattro moderati dall’ottimo Antonello Piroso, direttore del TG la7. Tra le altre cose, si è parlato anche di ghiacci artici ed antartici. Per gli ultimi, in particolare, sembra abbia fatto scandalo il fatto che in un post pubblicato il mese scorso, abbia sottolineato che la rianalisi delle temperature globali nota come Hockey Stick1 e la recente ricostruzione delle temperature antartiche2 abbiano in comune delle tecniche statistiche piuttosto originali.

Di lì lo spunto per quanto sto per raccontarvi.

Alcuni mesi fa un quotidiano australiano ha pubblicato una pagina con questo titolo: Vendete la casa al mare: l’Antartide si sta sciogliendo. Neanche a dirlo, l’articolo parlava della ricostruzione di Steig, dalla quale, senza che sia stato possibile analizzare nuovi dati, abbiamo scoperto che il continente bianco invece di raffreddarsi come era noto ai più, starebbe subendo anch’esso un processo di riscaldamento. In verità Steig stesso asseriva nell’articolo che la situazione è molto più complessa di quanto si possa immaginare, però non credo che avesse in mente il genere di complessità che sembra venir fuori da questo breve intervento di un ricercatore impegnato nella base antartica di McMurdo. In questo pazzo mondo che va arrosto, sembra andare tutto al contrario. Le temperature crescono ed il ghiaccio laggiù invece di diminuire aumenta, espandendosi di latitudine ben al di sopra di quanto difficilmente potrà mai accadere per il ghiaccio dell’area artica, con tutte le conseguenze del caso sul bilancio globale dell’albedo del pianeta. Ma, se è possibile dimostrare che le temperature invece di scendere salgono, sarà pur possibile mettere in evidenza che il ghiaccio invece di aumentare diminuisce. E’ questione di punti di vista o, se preferite, di metodi statistici.

Dagli stessi punti di vista è scaturita la continuazione del simpatico dibattito di cui sopra, più che altro ospitata sul blog della Sig.ra Coyaud (qui e qui per gli interessati). Da detto seguito ho scoperto di aver commesso un errore non banale, sono -anzi sarei- incappato in un falso amico, cioè in una traduzione poco felice del termine “dramatically” che starebbe per platealmente, visibilmente, piuttosto che per drammaticamente come da me interpretato. Questo cambia -o cambierebbe- il senso del comunicato dell’NSIDC da me citato che si spogliava così del pathos, diventando semplice, chiaro e per nulla condito di atmosfere catastrofiche. Il problema è che sull’orrido web se si fa una ricerchina si scopre che è molto più comune l’interpretazione di questo termine in senso drammatico piuttosto che altro. Però questi sono tecnicismi che lascio volentieri a chi ne sa più di me, perchè ha fatto delle traduzioni il suo mestiere, come la mia gentile interlocutrice.

Mi interessa di più capire se ci sono i margini perchè possa accadere di nuovo non tanto il mio errore che è matematicamente sicuro, quanto piuttosto che trapeli dalle pagine dell’ente di ricerca sulla criosfera una linea editoriale -come dire- un pò pessimistica ed incline all’interpretazione in chiave aiuto il clima cambia e siamo nei guai. Già, perchè forse trattandosi di un ente nazionale, non dovrebbe avere delle linee editoriali ma si dovrebbe limitare a dire le cose come stanno. Questi però sono problemi dei contribuenti americani, non nostri, per cui mi limiterò a dare uno sguardo alla loro interpretazione dei fatti più recenti.

Arctic minimum

Ghiaccio marino artico, terzo anno (per fortuna ma non per caso) di soglia minima della superficie ghiacciata che aumenta. Al culmine della stagione di scioglimento ci troviamo con valori superiori a quelli dell’anno scorso, a loro volta superiori a quelli dell’anno prima. Questo è un recupero, breve ma tale. Visto che la media di riferimento è ventennale, potremmo dire che questo brevissimo ma continuo trend ha già occupato uno spazio di tempo che va dal 10 al 20% del tempo medio di osservazione. Questo invece il comunicato dell’NSIDC che ora vi riassumo. Il ghiaccio ha raggiunto il minimo stagionale facendo segnare il terzo valore più basso mai misurato, ancora ben al di sotto della media di riferimento e ben al di fuori della variabilità naturale; la circolazione atmosferica ha aiutato a prevenire uno scioglimento ancora maggiore, il ghiaccio presente è debole e sottile e quello che manca all’appello è paragonabile ad un’area delle dimesioni dell’Alaska; queste la ragioni per cui gli scienziati dell’NSIDC dichiarano di “vedere ancora un trend in discesa che sembra andare nella direzione di estati libere dai ghiacci per l’Artico” (sic!). 

Perseverare è diabolico. Direi che il tutto può essere ulteriormente riassunto con una sola parola: drammaticamente. In italiano suona meglio ed è più chiaro.

Ma vediamo perchè. Innanzitutto chi ha scritto il comunicato fa le osservazioni e le fa da trent’anni o giù di lì, ma questo non basta per dire che quanto accaduto in queste tre decadi sia ascrivibile alla variabilità naturale, visto che la Natura forse ha qualche anno in più sulle spalle. Secondariamente i pattern atmosferici ed oceanici non aiutano, bensì regolano la quantità di ghiaccio presente. Chi fa le osservazioni lo sa, come sa bene che i gas serra (dimenticavo, sono anch’essi nel comunicato stampa) non c’entrano un bel niente con queste dinamiche, altrimenti non vedremmo, con pari concentrazione di GHG, il ghiaccio antartico in aumento. E infine, magari avrebbero pouto dirci che nel frattempo, appunto, il ghiaccio antartico ha guadagnato in un solo anno (senza aver mai smesso di fare altrettanto negli anni precedenti) circa la metà dei km2 che separano i ghiacci artici dalla media di riferimento. Ma forse questo non rientra nella linea editoriale degli esperti dell’NSIDC.

Antarctic Maximum

Direi che invece c’entrano senza dubbio le previsioni circa l’estensione di questo minimo che parecchi esperti si sono affannati a fare nel mese di agosto, quando mancavano poche settimane al culmine della stagione di scioglimento. Vale la pena dar loro un’occhiata perchè l’estate libera dai ghiacci è a tutti gli effetti una previsione in attesa di validazione. Per queste cose il blog di Antony Watts è una miniera inesauribile. Diamogli un’occhiata.

search_sea_ice_forecast

Niente da fare, neanche nel breve termine i più bravi di tutti sono riusciti a prevedere cosa sarebbe accaduto. Invece, avvalendosi della semplice tecnica della persistenza e tenendo nel giusto conto il fatto che una buona parte del ghiaccio presente quest’anno ha già due anni di vita e quindi aveva più probabilità di resistere alla stagione calda, un largo numero di non esperti chiamati a raccolta quasi per gioco da Antony Watts ha colto nel segno, arrivando a prevedere l’estensione che il ghiaccio avrebbe avuto in questi giorni. Un gioco? Senz’altro, ma anche la dimostrazione che qualche volta più che la fiducia nei complessi sistemi di previsione e nel parere degli esperti si dovrebbe guardare un pò di più alla realtà di quello che accade. Quello che sta accadendo ora è che il ghiaccio antartico continua ad aumentare e quello artico sta lentamente invertendo il trend di diminuzione. Piaccia o no a quanti fanno di tutto per dimostrare il contrario.

Quello che accadrà domani lo sapremo appunto domani, perchè a quanto pare, le previsioni su queste cose non le sappiamo ancora fare.

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  1. Northern Hemisphere mean temperature changes over the past millennium – Mann et al 1999 []
  2. Warming of the Antarctic ice-sheet surface since the 1957 International Geophysical Year – Steig et al 2008 []

Sembra che si sia verificato addirittura un rallentamento della consueta fase di scioglimento, a causa di un cambiamento nel movimento dei ghiacci, a sua volta originato da pattern atmosferici che lo hanno compresso nella sua sede naturale piuttosto che favorirne la migrazione verso latitudini più basse e più calde. Nessuna menzione del fatto che da anni fior di studiosi della materia si sgolano a cercare di spiegare che il declino dell’estensione dei ghiacci artici è da imputare molto più a questi fenomeni che ad un generico aumento delle temperature. Che poi questi pattern siano in qualche modo legati anche allo stato termico dell’atmosfera questo è fuor di dubbio, solo che non si ha la più pallida idea di come possa funzionare questo legame.

Loro scelgono dunque di buttarla lì tout court, come fosse una notizia di poco conto, affogata tra le altre che, se lette con attenzione, sono solo belle notizie. Quest’anno c’è più ghiaccio dell’anno scorso e molto più di quello ancora prima, il rateo di scioglimento è dimezzato rispetto al famoso minimo del 2007 e ridotto di un terzo rispetto al 2008 etc etc. Però, non ce la fanno proprio a darci la lieta novella. Sull’home page delle news del centro campeggia il te deum del declino drammatico del ghiaccio nell’ultimo trentennio (decreased drammatically, sic), poi nel citare i numeri favorevoli di quest’anno, concludono che l’8 agosto l’estensione del ghiaccio è scesa sotto la media di riferimento con ancora un mese di scioglimento da trascorrere.

Un patos degno della commedia greca. Del resto si sa che le notizie devono creare emozioni, sensazioni, non possono essere solo notizie, devono anche orientare chi ascolta alla decisione (ma non era comprensione?). Chi lo dice? Uno che la sa lunga, nientemeno che il leader uscente di Green Peace, il quale sempre parlando di ghiaccio rilascia un’interessante dichiarazione riguardo il fatto che si debbano rendere gli argomenti emozionanti (emotionalize issues, sic) per catturare l’attenzione di chi ascolta. Il suo interlocutore, un mastino della BBC, preferisce parlare di strategia della paura (scare tactics, sic) e gli chiede espressamente se considera un errore l’aver dichiarato che tutto il ghiaccio artico si sarebbe sciolto entro il 2030. Udite udite, la risposta è sì, probabilmente è stato un errore (there might have been a mistake, sic).

Secondo voi è suscitare emozioni e coinvolgimento o è mentire per portare l’opinione di chi ascolta alla propria causa, cioè fare mistificazione? In una parola, da queste tattiche di comunicazione, che in molti casi portano anche denaro sonante nelle tasche delle organizzazioni coinvolte, vi sentite emozionati o presi in giro?

NB: Grazie a Piero Vietti per aver fatto circolare la notizia in Italia.

  1. National Snow and Ice Data Center []