Ci sono alcuni aspetti degli avvenimenti degli ultimi mesi che meritano forse un po’ di approfondimento. Quello appena trascorso è stato un inverno piuttosto piovoso, spesso nevoso e moderatamente freddo, almeno per le terre emerse dell’emisfero nord, come abbiamo già discusso qui.
Per cui non è particolarmente sorprendente scoprire che il ghiaccio marino artico -scomodato ogni volta che si descrivono le “evidenze” del riscaldamento globale- si accinga a segnare il terzo anno consecutivo in recupero rispetto alla media delle misurazioni.

Fonte NSIDC
Dicevo che la cosa non sorprende perché si sa già da tempo che il comportamento della criosfera (e quindi anche del ghiaccio marino) segue lo stato termico del pianeta, ma non le temperature osservate e riportate con le attuali metodologie di rappresentazione, che prediligono al valore assoluto il calcolo delle anomalie rispetto ad uno specifico punto di riferimento.
L’anomalia, di per sé, è un fattore utile a spiegare molte cose, ma ha il difetto di essere condizionata dalla scelta del periodo di confronto e dalle modalità di calcolo, specie con riferimento alle procedure impiegate per colmare i vuoti lasciati dalla disomogeneità spaziale delle osservazioni, altro fattore che nel tempo è mutato parecchio. Infatti, se per alcune zone è sorto il problema dello spostamento dei sensori o della diversa densità dei dati, per altre semplicemente di dati non ce ne sono né ce ne sono mai stati. Il risultato è spesso un confronto tra ciò che non c’era ma è stato stimato e quindi assunto per reale, con ciò che si sa un po’ meglio ma è comunque approssimato. Come si possa pretendere di scendere al centesimo di grado (quando non millesimo), con queste premesse, resta comunque un mistero ottimamente risolto dalle unità di calcolo ma che ha scarsissime probabilità di trovar posto nel mondo reale.
Proviamo ad esempio a dare un’occhiata  alla distribuzione delle anomalie di temperatura del periodo invernale appena conclusosi. Sono sì evidenti degli scostamenti negativi importanti sull’Eurasia, ma l’immagine è dominata dagli scostamenti positivi della zona artica. Sommando gli uni agli altri, scopriamo che il risultato netto è largamente positivo. A questo punto sorge spontanea una domanda, come si pongono anche Joe bastardi di Accuweather e Antony Watts di Wattsupwiththat: come mai il ghiaccio ha continuato ad aumentare nonostante l’evidente spot positivo che le anomalie di temperatura presentano proprio in quella zona?

Fonte GISS
Dal mondo reale sappiamo che l’anomalia negativa ha ucciso milioni di capi di bestiame e messo a dura prova la popolazione della Mongolia, mentre quella positiva ha visto crescere il ghiaccio. Appunto. Cerchiamo di rispondere alla domanda. Le ragioni di questo evidente paradosso sono tre, e presentano tutte ampi margini di approfondimento.
Innanzi tutto si deve tener conto dei pattern stagionali, ovvero della particolare e persistente natura della circolazione atmosferica dei mesi scorsi, che ha visto prevalere a più riprese la componente meridiana e da cui è scaturita una configurazione barica negli strati prossimi al suolo che ha favorito la persistenza di venti diretti verso l’Artico e di circolazioni oceaniche che hanno sfavorito l’allontanamento dei ghiacci dal circolo polare premiandone piuttosto l’accumulo. Di questo si sono accorti anche i media, scoprendo d’un tratto che la smoking gun del riscaldamento globale almeno per questo inverno ha avuto le polveri bagnate, anzi, direi gelate.
Poi si deve comprendere che il concetto di anomalia non dice nulla sul valore assoluto della temperatura. Infatti, quest’anno, le temperature saranno anche state parecchi gradi sopra la media scelta a riferimento, che per il dataset del GISS è il periodo 1951-1980, ma, comunque, è difficile che lassù siano mai salite sopra la temperatura di scioglimento. Cioè, per quanto lo si voglia colorare di rosso il ghiaccio con temperature sotto zero non si scioglie, si forma, e non consiglierei di andare in bermuda a controllare se le cose vanno in effetti così.
E infine il terzo problema. Da quanto detto sin qui, è evidente che la temperatura media superficiale osservata dalle stazioni terrestri (entro certi limiti che siamo bel lungi dal superare) dice poco o nulla sul clima, ovvero sulle dinamiche che lo caratterizzano. Se poi è rappresentata come anomalia, da inservibile diviene fuorviante e genera le legittime domande di cui sopra. Per carità , una sua utilità la conserva. Ad esempio, mentre tutta Europa era sotto la neve, gli esperti del dipartimento il tempo non è il clima ci spiegavano che comunque in Artico faceva caldo, appena prima che qualche decina di navi restasse intrappolata nel Mar Baltico, causa ghiaccio troppo spesso ed abbondante.
Questa inservibilità , discende non solo dal fatto che il singolo parametro temperatura non rende affatto giustizia alla complessità del sistema -l’esempio dei ghiacci artici è lampante- ma anche perché, proprio sulla temperatura, quello che sappiamo è troppo poco o comunque non sufficiente a chiarirci le idee. Le operazioni di interpolazione e di aggiustamento con cui vengono costruite queste serie saranno anche necessarie, ma sono troppo invadenti e generano dei messaggi distorti. Dalla mappa delle stazioni usate dal GISS scopriamo che tanto l’Artico, quanto (appena un po’ meno) l’Antartico, sono quasi del tutto privi di punti di osservazione.

Fonte GHCN
Eppure il dato è rappresentato. La griglia impiegata per le mappe di anomalia di cui sopra è di 1200km, se se ne riduce il passo, portandolo a 250km, non solo si indebolisce il segnale, ma compaiono anche parecchi buchi e qualche autentica voragine. In quelle zone l’informazione è “importata” dai box più vicini, in questo caso, come è evidente, piuttosto lontani e, soprattutto, per quel che riguarda l’Artico, parecchio più a sud.

Fonte GISS
Sicché l’anno è stato caldo, nella speciale classifica che piace tanto ai media e a chi grida al disastro climatico quando vede rosso sulle mappe di anomalia di temperatura. Però gli umani, sia quelli che vivono in nord America che quelli che vivono in Europa, ma soprattutto quelli che vivono nell’est europeo, hanno avuto freddo. Un bel mistero.
Forse il clima di questi anni, che sembra aver cambiato segno rispetto alle ultime decadi del secolo scorso, potranno descrivercelo meglio l’avanzata latitudinale del limite delle nevicate più che la temperatura media superficiale, con buona pace dei patiti delle mappe colorate, facilmente prevarrà il bianco. Per carità , si scherza eh?
Aggiornamento
Si scherza ma non troppo, nell’immagine sotto la top ten della copertura nevosa. l’inverno 2009/2010 è secondo solo 1l 1978/1979. Sarebbe interessante capire quale conseguenza questo potrebbe avere sull’albedo planetario.

Fonte Rutger’s snowlab