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Il mondo è fatto a scale

Il seguito è sin troppo facile, ma alla somma verità della chiosa “c’è chi scende  e c’è chi sale” si dovrebbe aggiungere anche “e c’è chi le aggiusta”. Appena ieri ho ripreso un pezzo di Willis Eschenbach su WUWT che metteva in risalto proprio come, una volta applicata la giusta scala di riferimento, gli allarmi sul rateo di scioglimento del ghiaccio groenlandese sono a dir poco ridicoli. E, in effetti, tutta la faccenda delle oscillazioni della massa glaciale sul pianeta è trattata allo stesso modo.

Gli allarmi si susseguono a raffica, e ognuno applica la propria scala di riferimento, badando bene a tirare l’acqua al mulino del proprio assunto, che la maggior parte delle volte non è quanto scaturisce dalle proprie ricerche, ma piuttosto quanto si è deciso di andare a cercare prima ancora di cominciare. E così, ad esempio, se devo dare notizia del trend di diminuzione del ghiaccio marino artico nel pur brevissimo e climaticamente insignificante periodo per il quale si dispone di misurazioni oggettive, per modellare il risultato delle mie indagini alla mia convinzione -leggi il ghiaccio sta diminuendo a causa del riscaldamento globale antropogenico- sarà sufficiente applicare una scala di riferimento che tenga conto delle variazioni più infinitesimali perché il risultato metta bene in evidenza le mie convinzioni.

Questo è quello che, da un paio di decadi o forse poco più, accade regolarmente anche con le misurazioni della temperatura media superficiale del pianeta, parametro che tutti sono convinti che sia qualcosa di reale e tangibile, ma che in realtà è niente più che un artificio matematico che la natura disconosce, peraltro molto approssimato e lacunosamente calcolato. Fissando poi un periodo di riferimento a piacere, che non si sa per quale ragione si ritiene possa essere usato come termine di paragone, pretendere di dare un significato applicabile ad altri e diversi periodi semplicemente confrontandoli con quello e calcolandone gli scostamenti finisce per essere ancora più approssimativo. Il tutto, come l’amico Fabio Spina ci ha fatto recentemente notare  su queste pagine, spingendo la precisione dei dati molto oltre la capacità strumentale e compiendo un ulteriore passo avanti verso la rappresentazione di una realtà assolutamente inesistente ma che se ben usata, si presta a qualunque interpretazione.

Ma torniamo al ghiaccio. Lo so che i lettori di CM staranno pensando che mi sia venuta la fissazione, ma finché continueremo a sentire allarmi lanciati a sproposito, l’unica cosa che si può fare è puntualizzarne ogni volta l’inconsistenza, fossero anche puntualizzazioni che cadono nel vuoto. E non è solo un discorso di ricerca dell’attenzione dei media, questi allarmi nascondono (o favoriscono a seconda dei casi) quasi sempre un interesse terzo di natura politica, economica o le due cose insieme. E’ il caso ad esempio della assurda criminalizzazione della CO2, bollata come gas venefico ed altamente inquinante, all’unico scopo di sostenere il mercato del carbon trading che tanti profitti porta e poco o nulla ne cale al clima.

Perché dovrebbe essere politicamente o economicamente interessante predire la totale scomparsa del ghiaccio marino dall’area artica ne breve volgere di pochi anni? E perché nonostante la ridicola previsione che questo si sarebbe verificato nel 2008 (anno successivo al minimo storico dell’estensione estiva) non si sia avverata, anzi il ghiaccio sia tornato ad aumentare, reiterare la previsione per il 2013? Semplice, è innanzi tutto spaventevole, ma sarebbe anche enormemente conveniente per lo sfruttamento delle risorse minerarie che giacciono sotto quei fondali e per il traffico commerciale che potrebbe passare per la rotta a nord ovest. Va da sé, quindi, che l’interesse per siffatti vaticini sia altissimo ed il successo mediatico garantito. Altrettanto garantiti saranno quindi i fondi che questo o quel “mecenate” vorrà mettere a disposizione di chi proponesse di implementare dei programmi di ricerca nel settore.

L’unica cosa cui si deve fare attenzione è però non dire mai esattamente le cose come stanno, aspetto che, per quel che riguarda il ghiaccio marino artico è il seguente.

Prendendo a riferimento una macro scala temporale, sappiamo che il pianeta ha già perso tutto il ghiaccio delle zone polari almeno 4 o 5 volte. Non non c’eravamo, e men che meno inquinavamo, però è sucesso. Scendendo a scala millenaria sappiamo che le condizioni ambientali dell’area dovevano essere nettamente più favorevoli (leggi molto meno ghiaccio) durante l’Optimum Climatico Medioevale, coinciso con la colonizzazione della Groenlandia da parte dei Vichinghi, salvo poi tornare ad essere nettamente più difficili (leggi più ghiaccio) durante la Piccola Era Glaciale, ossia quando lo stesso popolo, decimato dalle difficoltà ambientali, ha abbandonato le colonie. Di lì in poi, come tutta la criosfera terrestre, il ghiaccio a ripreso a diminuire, seguendo un’oscillazione ad alta frequenza di recupero dalla PEG, immersa in una generale tendenza alla diminuzione propria del periodo interglaciale. Siamo infine giunti alla scala temporale del riscaldamento globale, ossia poco più di un trentennio (per chi non lo sapesse ancora, è ormai assodato che il problema uomo avrebbe fatto sentire i suoi effetti solo nelle ultime decadi del secolo scorso, non prima), periodo nel quale abbiamo avuto ed abbiamo tutt’ora a disposizione le osservazioni oggettive dei sensori satellitari. E qui vengono i dolori. Quello che segue è il trend misurato negli ultimi trent’anni, con una scala di riferimento spaziale che si potrebbe dire essere stata appositamente scelta per metterne in risalto la pendenza negativa. Dal punto di vista della massa, il rateo di diminuzione del ghiaccio marino artico ad esempio per il mese di aprile è 0,039 mln di km2 all’anno. Steven Goddard e Antony Watts, hanno tirato giù i dati grezzi dal sito dell’NSIDC e li hanno plottati di nuovo tenendo conto del fatto che si sentono previsioni di scomparsa totale dei ghiacci ogni due per tre. Logico dunque mettere lo zero (cioè il valore niente ghiaccio) come base di partenza per la scala di riferimento. Quello che ne viene fuori è molto interessante. Innanzi tutto la linea del trend è molto meno spaventevole (ma questo, si sa è un approccio soggettivo e di pari intento a quello che si vuole criticare, per cui meglio non tenerne conto), secondariamente, dalla proiezione del trend lineare (se qualcuno ha altre idee diverse da quelle dell’evoluzione lineare circa il ghiaccio marino artico ci illumini), si scopre che il mese di aprile non sarà a zero, cioè libero dai ghiacci, prima del 2385.

Eh, ho capito, aprile è il mese che segue il massimo stagionale dell’estensione, così è troppo facile. Giusto, allora diamo uno sguardo in successione ai mesi di maggio, giugno, luglio, agosto e settembre.

Rispettivamente liberi dai ghiacci per gli anni, 2404, 2296, 2151, 2103, 2065. Certo, nei mesi caldi i tempi di questa semplice proiezione lineare sono diversi e anche parecchio più vicini. Resta comunque il fatto che con le uniche informazioni di cui disponiamo e senza tener conto che il ghiaccio sta recuperando nel brevissimo periodo, ma è comunque nel trend del medio periodo, prima di poter parlare di area artica priva di ghiaccio in un mese della stagione estiva passeranno cinquant’anni. Fare previsioni ieri per oggi e oggi per domani è privo di fondamento e per capirlo è stato sufficiente usare la giusta scala di riferimento.

NB: da WUWT.


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Published inAttualitàNews

2 Comments

  1. Dal Corriere:

    http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_maggio_23/oceani-meno-acqua_137d0e6a-666e-11df-b272-00144f02aabe.shtml

    FONDALI SONO PIù ACCIDENTATI DEL PREVISTO
    Negli oceani c’è meno acqua di quanto si pensasse finora
    Ricalcolati il volume e la profondità marine grazie ai satelliti.
    E ora c’è la mappa di un «nuovo mondo»
    Qui il riferimento allo studio.
    http://www.tos.org/oceanography/issues/issue_archive/issue_pdfs/23_2/23-2_charette.pdf

    Anche questo articolo tradisce un po’ l’intento.
    Non solo contiene il classico errore di trascrizione dei dati (mantiene il punto decimale anglosassone moltiplicando così per mille i km-cubi del volume oceanico, rendendolo circa pari al volume dell’intera Terra!),ma annuncia che: “Il nuovo valore è più basso dello 0,3 per cento rispetto alle valutazioni fatte 30 anni fa. All’appello manca dunque una quantità d’acqua pari a cinque volte quella del Golfo del Messico, ovvero 500 volte quella dei Grandi laghi dell’America settentrionale.”
    Concludendo infine:
    «Probabilmente un tempo si pensava che conoscere con esattezza la profondità e il volume degli oceani non avesse nessuna utilità pratica – oggi invece questi dati possono risultare importantissimi sia per l’individuazione e la stima della quantità di sale nell’acqua di mare, che per i modelli climatici e in generale per l’osservazione dell’oceano»

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