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maggio - 2010
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Archivio per maggio, 2010

Niente è come sembra

Scritto da Guido Guidi il 31 - maggio - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Già alcune settimane fa, avevo richiamato l’attenzione sulla rubrica che Steve Goddard sta curando su WUWT, il blog di Antony Watts. Goddard sta via via affrontando con cadenza ormai più che settimanale i molteplici e controversi aspetti dell’universo del ghiaccio marino, uno degli elementi su cui si è scritto e detto di più in ordine a tutta la querelle sul clima.

Il suo ultimo post mi sembra molto interessante, perché fornisce delle spiegazioni plausibili sull’ormai famoso annus horribils del ghiaccio marino artico, il 2007. Secondo lui, il minimo dell’estensione raggiunto nei mesi estivi, non è stato da imputare esclusivamente allo scioglimento o, come già detto molte altre volte, all’allontanamento del ghiaccio dall’area artica, ma ha giocato un ruolo importante anche lo spessore che il ghiaccio ha raggiunto proprio in quella fase di importante seppur stagionale declino.

Dal video pubblicato si vede piuttosto bene come il ghiaccio sia scomparso da molte zone dell’artico in quei mesi, andando ad ammassarsi in una zona prossima all’area soggetta al maggiore scioglimento, ove c’è stato un aumento considerevole dello spessore del pack, in alcuni casi anche del 60% in più. Una riduzione d’area cui si è contrapposto un aumento di spessore. Ne avevate mai sentito parlare? Io sinceramente no.

Goddard chiude poi con un interrogativo interessante. Se nel 2007 i pattern atmosferici e marini hanno generato un tale aumento di spessore partendo da uno strato di ghiaccio spessoda 0,5 a 3 metri, cosa potrà accadere quest’anno che il ghiaccio in quella stessa zona già ne misura da 0,5 a 5?
Vedremo, anche perché quest’anno non sono certo mancate le sorprese, tra aumenti dell’estensione (per qualche giorno prossima o uguale alla media del trentennio) e quello che attualmente sembrerebbe un rapido analogo declino.

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Quando aspettiamo il risultato delle elezioni, siamo abituati mentalmente a dare pesi diversi al fatto che i dati forniti siano “exit poll” o la prima proiezione o le varie successive o i risultati finali. Tutto dipende dalla consistenza del campione utilizzato per effettuare le inferenze statistiche.

Passiamo al calcolo della temperatura media globale, recentemente balzato alla cronache perché il mese di Aprile 2010 è stato “il più caldo mai registrato” con una anomalia preoccupante di 0,76°C.

Calcolare la temperatura “rappresentativa” dello stato di un sistema complesso non è cosa banale, ad esempio per il corpo umano sarebbe forviante mettere numerosi sensori a copertura di tutta l’epidermide e successivamente calcolare la media, molto più indicativo è misurarla in un punto come l’ascella, la bocca o l’ano.

L’analisi del dato è banale come ricorda Massimo Troisi nel filmato qui sotto.

Per il sistema climatico ci si è accontentati di quello che storicamente era disponibile, banalmente rappresentativo del sistema si è ritenuta la temperatura media globale superficiale calcolata partendo da tutte le stazioni “ufficiali” che ricoprono il nostro globo (evitiamo in questa sede la problematica del distinguere tra variabilità fisiologica o patologica della grandezza). Facciamo l’ipotesi irreale che le misure effettuate presso quelle stazioni siano senza errore e tutte di qualità (ne abbiamo discusso quiqui), senza problemi di cambiamento nel tempo,etc. Ma quante e dove sono le stazioni ”ufficiali” attuali? Se si vuole approfondire i dati si può andare sul sito della NOAA dove si potrà trovare tutti i dettagli sulle medie mensili di molte grandezze meteorologiche; per la temperature si deve andare alla sezione “Temperature Rankings and Graphics”. Per leggere dove sono le attuali stazioni di misura c’è il box “Did you know?”, ed in questa c’è una mappa globale con dei punti rossi che serve a darvi l’idea. Si parla dei messaggi meteorologici CLIMAT (qui per i dettagli su questo tipo di messaggi). Alla pagina 11 di questo documento trovate gli errori presunti (esattamente è ”risoluzione”) secondo cui si codifica (che son ben diversi dai reali e comunque almeno un ordine di grandezza maggiore di quello relativo alle cifre con cui si forniscono normalmente i valori medi), inoltre per la temperatura si specifica come è calcolato il valore medio giornaliero utilizzato poi per la media mensile, cioè con 4 o 8 valori, e quindi con campionamento ogni 3 o 6 ore.

Per conoscere la consistenza del campione formato dai CLIMAT che arrivano in banca dati, anche se non è detto poi che questi siano calcolati avendo tutte le misure previste nel mese (esistono spesso lacune), si possono utilizzare appositi prodotti di “climate monitoring“, in particolare a questo link potete produrre quando lo desiderate carte del tipo di quelle qui sotto.

Fig 1 -Percentuale dei climat ricevuti da Aprile 2008 a Marzo 2010

Fig 2 -Percentuale di climat ricevuti per stazione tra Aprile 2009 e Marzo 2010

Fig 3 -Percentuale di climat ricevuti per stazione a Marzo 2010

Periodicamente vengono prodotti anche dei documenti riassuntivi. Per l’Italia rappresentative del suo clima sono cinque e fino a 7-8 anni fa credo fossero differenti (sono passati i tempi in cui Cristofaro Mennella diceva che per l’Italia occoreva parlare di climi e non di clima) ((In particolare 16022 PAGANELLA 46 09N – 11 02E 2,129 ; 16134 MONTE CIMONE 44 11N – 10 42E , 2,173 ; 16224 VIGNA DI VALLE 42 05N 12 – 13E 266 ; 16258 MONTE S. ANGELO 41 42N – 15 57E 848 ; 16550 CAPO BELLAVISTA 39 56N – 09 43E 150)).

La rete del GCOS-WMO (Global Climate Observing System del World Meterological Organization) è molto meno densa per e risulta così più omogenea (info quiqui)

Mappa aggiornata del GSN - http://www.wmo.ch/pages/prog/gcos/documents/GSN_Station_Map_2010.png

Dal sito del GTS (Global Telecomunication System) si può conoscere che il mondo meteorologico è definito nelle seguenti regioni: Region I – Africa , Region II – Asia , Region III – South America , Region IV – North America, Central America and the Caribbean , Region V – South-West Pacific , Region VI – Europe , The Antarctic – Antarctic Data Telecommunication Arrangement. Se riprendiamo la fig.1, ad esempio si potrà evincere che dalla regione I, il continente africano, dei Climat che vi aspettereste (non la copertura dell’intero globo) ne ricevete effettivamente circa il 50% nei due anni in esame. Badate bene che ora siamo nell’epoca più progredita dal punto di vista della tecnologia e telecomunicazioni, un secolo fa probabilmente da quel continente ne ricevevamo sensibilmente di meno. Quindi di una stazione africana, ammesso e non concesso che tutto sia perfetto, mediamente di 365 giorni se ne ricevono i dati di 180. Per i giorni non coperti da misure, con una sofisticata matematica “si ricostruiscono”, come fate per tutte le parti del Mondo dove non ci sono stazioni. La cosa più meravigliosa è che alla fine della ricostruzione tramite modello, vi viene offerto un dato di temperatura media globale con la certezza del millesimo di grado (altrimenti non si sarebbe potuto differenziare tra la temperatura globale dell’oceano di Aprile 2010 con 0.57°C da quella seconda classificata del 1998 con 0.56°C (sempre da qui) che è di ordini di grandezza migliore di quanto potevate fare con una misura diretta della temperatura dell’aria.

Naturalmente stiamo parlando della condizione attuale della disponibilità dei messaggi meteorologici, sicuramente nei decenni scorsi le cose andavano molto peggio in tutte le parti del Mondo.

Sul voto sulla scheda elettorale non c’è possibilità di errore come sulla temperatura dell’aria, nonostante ciò generalmente non c’è politico che ritenga utile commentare gli “exit poll”. Nello studio della serie storica delle temperature globali, si rischia non solo di commentare l’”exit poll” ma di confrontarlo con gli ”exit poll” dei secoli precedenti senza mai far cenno ai possibili errori, basando su questo delle scelte epocali. Occorrerebbe stare attenti all’interpretazione dell’elaborazioni statistiche, altrimenti si rischia che una canzone analoga a quella che segue tra qualche anno potrà essere scritta a sfondo “climatologico”.

Addendum
Per tutti quelli che sono interessati all’argomento temperature, alla loro misura ed al controllo delle serie storiche ricordiamo il progetto Milleannidiclima, all’interno del quale Paolo Mezzasalma sta via via producendo delle analisi delle serie storiche delle stazioni italiane più rappresentative, al fine di definire un dataset di temperature il meno possibile affetto da bias che ci metta in condizione di “leggere” sulle serie dei segnali eventualmente diversi da quelli di origine naturale.Trovate tutto qui. 

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Emergenza Kiwi

Scritto da Guido Guidi il 30 - maggio - 20102 COMMENTI

Calma, la Nuova Zelanda non sta affondando. Si tratta di frutta, e leggo questo lancio d’agenzia:

17:10 - Problemi per le piante di kiwi a causa di clima e batteri
28.05.2010
Roma, 28 mag. (Adnkronos) – Una virosi sta colpendo le coltivazioni di actinidia falcidiando le piante ed i raccolti, ed e’ emergenza kiwi nel Lazio (in particolare nell’agro pontino) a causa di un microrganismo, il Psa (Pseudomonas syringae pv. Actinidiae). L’andamento climatico degli ultimi due anni, caratterizzati da una lunga stagione fredda accompagnata da piogge, ha creato il terreno favorevole alla proliferazione di questo batterio, particolarmente aggressivo. La virosi si sta diffondendo molto rapidamente, creando allarme per una coltivazione di grande valore economico: oltre il 30% della produzione nazionale e’ nel Lazio. ’’Il batterio – evidenzia Confagricoltura – attacca violentemente le piante che prima di morire pare ’grondino sangue’, perche’ hanno essudazioni di colore rosso vivo’’. Confagricoltura avverte che e’ necessario agire prontamente per evitare che il danno si aggravi ulteriormente. Oltre ad attivare un’unita’ di crisi regionale di coordinamento degli interventi va adottato un piano straordinario di prevenzione, controllo e eradicazione della malattia. Vanno anche previste congrue misure di sostegno per gli agricoltori danneggiati. L’Organizzazione degli imprenditori agricoli sta monitorando con attenzione la situazione e mette in evidenza il ruolo fondamentale della ricerca e della collaborazione con le universita’ per individuare validi rimedi per arginare l’infezione. Nella zone di Latina e dei Castelli ad essere piu’ colpita e’ la varieta’ ’’gialla’’. Il grado di infestazione ha una progressione spaventosa, con una perdita del 70% del raccolto – rileva Confagricoltura – oggi un kiwi ogni tre e’ made in Lazio – spiega Confagricoltura – tradotto in cifre, si parla di una produzione di oltre 160.000 tonnellate’’. (neretto aggiunto da me)
Una breve riflessione dopo aver eliso qualche aggettivo colorito utile alla “percezione” dell’emergenza. Vuoi vedere che alle coltivazioni e quindi alla catena alimentare fa più male il freddo del caldo? Sarebbe una scoperta sensazionale, perché sappiamo che negli anni a venire non succederà mai più. Che sollievo.

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Più tecnica e meno finanza

Scritto da Guido Guidi il 30 - maggio - 20101 COMMENTO

Leggo un interessante articolo di Claudio Bettiol su Greenreport.it, un pezzo in cui si sottolinea l’esigenza di tornare ad un approccio molto più tecnico che finanziario alle tematiche di salvaguardia ambientale. Almeno sin qui, confidando di raggiungere gli obbiettivi prefissati -a prescindere dalla necessità dell’intervento, s’intende- facendo esclusivamente leva sugli aspetti economici, non sono stati fatti molti passi avanti. Certamente di soldi ne sono girati e ne girano un sacco attorno al settore clima ambiente e affini, ma è un fatto che tutte queste risorse siano tornate più utili al mondo della finanza che ai loro destinatari, appunto il clima e l’ambiente.

Questo breve passaggio sul protocollo di Kyoto è emblematico:

“Anche la storia del Protocollo di Kyoto ha seguito lo stesso destino. Partito da uno spirito ambientalista di tutela del mondo per le generazioni future, il modo in cui è stato strutturato ha lasciato più spazio alla finanza, e al commercio dei titoli finanziari legati all’inquinamento, che alle tecnologie. Se le tecnologie non raggiungevano una propria maturità di mercato, infatti, non venivano prese in considerazione dalla finanza che per sua natura non vuole correre troppi rischi.”

Per rendere perfetta questa riflessione sarebbe necessario aggiungere solamente che privandosi dell’aspetto ingegneristico e prediligendo quelli legislativi, regolamentari ed economici, si è di fatto dichiarato di non desiderare uno strumento di protezione e cooperazione ambientale, quanto piuttosto un volano per l’economia. La riprova di questo è sotto i nostri occhi da qualche mese. L’arrivo della crisi finanziaria ha infatti spazzato via ogni velleità di rinnovo del patto, gettando nel panico chi nel frattempo negli scambi borsistici di gas fittiziamente inquinanti ci aveva messo la camicia, con l’aggravante di averlo dovuto fare per legge.

Quello che non è chiaro è come mai queste pur condivisibili riflessioni arrivino solo ora. Poco più di due anni fa, il WWF emise un comunicato con il quale rigettava senza mezzi termini l’atteggiamento tenuto dall’allora presidente USA Bush che aveva detto più o meno le stesse cose, per di più parlando da capo di stato e non da commentatore. Successivamente gli aveva fatto eco un altro leader, l’ex capo del governo britannico Tony Blair, con queste dichiarazioni:

Il protocollo di Kyoto sulle emissioni di gas serra non può funzionare così come è stato concepito, e in particolare se non vi aderiscono e coinvolge anche paesi come Stati Uniti, Cina e India. Lo ha detto il premier britannico Tony Blair nel vertice G8 energia e ambiente che si è svolto a Londra la settimana scorsa. Saranno la tecnologia e la scienza – ha aggiunto – a fornire parte delle soluzioni al problema del surriscaldamento globale. Blair ha affermato che, mentre accordi vincolanti come il trattato di Kyoto hanno creato divisioni tra varie nazioni, tutti i Paesi del mondo possono impegnarsi ad utilizzare la crescita economica ed il progresso scientifico per fare passi avanti nella protezione dell’ambiente.

 

Che ne dite? Non male per essere considerati i due acerrimi nemici di un certo ambientalismo benpensante.

NB: Grazie a Fabio per la segnalazione.

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E’ tempo di investire nel Litio

Scritto da Guido Guidi il 30 - maggio - 201016 COMMENTI

Appena qualche giorno fa abbiamo pubblicato una breve riflessione sul concetto di risorse “finite” applicate al mondo dell’energia pulita. In sostanza appare chiaro e anche se un po’ paradossale, ma non vedo come potrebbe essere altrimenti, come anche le risorse energetiche cosiddette rinnovabili, debbano sottostare alla stessa legge cui sono soggette le fonti fossili. La differenza, che tuttavia non è banale, consta semplicemente nel fatto che per quel che riguarda le risorse rinnovabili per antonomasia, solare ed eolico, non è la fonte primaria di energia ad essere soggetta a consumo, ma lo sono le materie prime impiegate per trasformare quell’energia in qualcosa di utilizzabile. Minerali spesso rari, per esempio, ma anche materie prime già largamente impiegate.

Bene o male questo è un problema cui si dovrà cercare di far fronte, magari ottimizzandone l’impiego. Difficile però che si possa imporre a stati sovrani come ad esempio la Bolivia, che detiene nel suo sottosuolo circa la metà delle riserve di Litio del pianeta, di esercitare il controllo del mercato, né più né meno come fanno oggi i paesi ricchi di petrolio, gas o carbone. Per esempio, da quando è esplosa la tecnologia degli ioni di Litio per gli accumulatori, le quotazioni delle compagnie che lo estraggono sono salite considerevolmente e non accennano a fermarsi. Una discreta opportunità di investimento certamente, ma anche un chiaro segnale che il gioco si sta soltanto spostando altrove.

In queste pagine estratte dal numero di maggio del mensile Automobile, c’è un simpatico giochino vero-falso, applicato alle auto elettriche. Tra le qualità (ancora piuttosto dubbie) che questi veicoli si pensa possano avere, si scopre anche qualche difetto non banale, sia di ordine pratico che strutturale che economico. Dal punto di vista pratico, se è vero che un’utilitaria elettrica può già avere un centinaio di km di autonomia, è anche vero che prima di farne altri ha bisogno di essere ricaricata. Per cui se il percorso quotidiano è già importante, l’auto poi non sarà più disponibile fino all’indomani, a meno di non avere delle batterie di ricambio sotto il materasso. Ma qui sorge un altro problema, più che altro economico. Le batterie costano oggi 500 Euro a Kwh e sembra possano durare per circa 2000 cicli. Questo significa forse che potranno durare anche cinque d’anni (effetto memoria pur limitato a parte), ma anche che in quel lustro una ricarica non avrà il semplice costo del prelievo dalla rete, ma si dovrà aggiungere il costo del rinnovo delle batterie. Questo per altri versi accade anche oggi con le auto tradizionali e non può essere considerato un limite, ma è comunque un aspetto del quale occorre tener conto.

Mi sembra un po’ strano poi che si possa liquidare il problema del fabbisogno energetico semplicemente dicendo che qualora le auto elettriche dovessero effettivamente prendere piede, questo non salirebbe in modo considerevole, e, come già detto quando abbiamo scherzato un po’ sulla Smart Electric Drive, in tempi di difficoltà nella produzione di energia come quelli attuali non mi sembra una questione da poco. Certo, se dovessero magari aumentare di numero ma restare comunque una nicchia del settore, non avremmo probabilmente problemi, ma così facendo al contempo non avremmo risolto nessuno dei problemi già esistenti.

E’ indubbiamente un mondo ancora tutto da scoprire, con il tempo e con l’arrivo di nuove tecnologie potrà anche diventare interessante, ma oggi e per parecchi anni ancora, ci penserei su prima di pensare di aver risolto una buona parte dei nostri problemi.

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La Natura che gioca

Scritto da Guido Guidi il 29 - maggio - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Un fenomeno raro e bizzarro, fa pensare ad un gigante (quale un vulcano è in effetti) placidamente seduto in poltrona con il suo sigaro. Ci starebbe bene anche un bicchiere di brandy ed un giornale. E così, dal sito Spaceweather.com, ecco le immagini dell’anello di fumo eruttato dal vulcano Eyjafjallajokull il 1° maggio scorso.

Sul web si trovano immagini di eventi analoghi anche per lo Stromboli e per l’Etna. Su quest’ultimo trovate anche un video nella nostra home page recuperato da youtube. Sulla pagina web dei due fotografi che hanno catturato questo momento particolare con i loro obbiettivi, ci sono delle altre spettacolari immagini. Buona visione.

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Voglio anche io la mia green opportunity

Scritto da Guido Guidi il 29 - maggio - 20101 COMMENTO

E’ la dimensione del futuro, è la panacea di tutti i mali, è la green economy. Togliete l’aggettivo e resta quello che è veramente, un fracco di soldi con cui possono divertirsi a giocare tutti quelli che sono abituati a muovercisi a proprio agio. E’ giunto quindi il momento di imparare.

Dopo molte riflessioni, ho maturato la convinzione che le opportunità d’impiego della famigerata rivoluzione verde siano veramente stupefacenti, non me ne vogliano gli amici Claudio Gravina, Fabio Spina e tanti altri che su queste pagine hanno cercato di approfondire la tematica con un po’ di grano salis, che a me, effettivamente, fa difetto.

Il potere più forte di questo nuovo vento sostenibile capace di sostenerci tutti è quello di permettere il ricorso al riciclo, non già degli oggetti, quanto piuttosto degli uomini. Così facendo, si concede appunto una green [second] opportunity.

Siete un ex futuro presidente della nazione più potente del pianeta e vi chiamate incidentalmente Al Gore? Abbracciate la religione verde e la vita vi sorriderà. Siete un ex segretario della Convenzione Quadro dell’ONU per i Cambiamenti Climatici che ha lasciato l’incarico perché i suoi negoziati sono falliti ed incidentalmente vi chiamate Ivo De Boer? Offrite i vostri servigi al settore privato come stratega dell’eco-business, e la vita vi sorriderà. Siete un ex primo ministro inglese costretto a lasciare la politica attiva perché il paese si è stancato di voi ed incidentalmente vi chiamate Tony Blair? Fatevi assumere dal magnate della Sylicon Valley specializzato in tecnologie pulite e la vita vi sorriderà.

Su, basta alzarsi al mattino ed andare a lavorare, diventiamo tutti consiglieri di qualcuno sui cambiamenti climatici, la vita ci sorriderà.

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Economia ed energia nucleare

Scritto da Filippo Turturici il 29 - maggio - 20109 COMMENTI

Il secondo importante problema, per quanto riguarda l’energia nucleare, è a proposito degli investimenti e dei costi da essa richiesti. Partiamo dunque subito con alcuni dati: nella tabella seguente si possono analizzare i contributi indicativi al costo della produzione di energia delle principali fonti termoelettriche:

Nucleare Carbone Olio/Gas
investimento 60* 55 15
esercizio 20 10 5
combustibile 20 35 80
totale % 100 100 100

*incluso il costo di smantellamento attualizzato al 3%

Si può dunque vedere come, fatto 100 il totale, una fonte d’energia come l’olio combustibile dipenda in massima parte dal costo del combustibile, che è tra l’altro spesso variabile (e nell’ultimo decennio in decisa salita). Al contrario l’energia nucleare richiede un elevato investimento iniziale, ed un costo d’esercizio che è comunque superiore alle altre fonti esaminate; ma è molto meno influenzata dal costo del combustibile, relativamente basso.

Andiamo quindi a vedere quanto costa 1kWh per le maggiori fonti energetiche, includendo sia il costo reale sia la proposta Carbon Tax (per circa 15€ a tonnellata di CO2) come misura dell’impatto ambientale:

Costi operativi,

finanziari e

d’ammortamento

(cent. €)

Carbon

Tax

(cent. €)

Totale

(cent. €)

Carbone 5 2 7
Olio 4,5 1,6 6,1
Gas naturale 3,5 0,36 3,9
Eolico 6 0,22 6,2
Idroelettrico 4,5 0,22 4,7
Nucleare 3,5 0,04 3,5

Extern Study of the European Commission, 1999, come da bollettino n°62, 1999, Foratom

Si può vedere chiaramente come l’energia atomica rappresenti la fonte meno costosa di tutte, alla pari col gas naturale; guadagnando però un lieve vantaggio nell’impatto ambientale, anche rispetto a fonti considerate “pulite”. Infatti, possiamo usare le emissioni di CO2 non già come parametro climatico (con tutte le controversie che ciò porterebbe), ma come indice dei prodotti inquinanti (principalmente derivati dalla fabbricazione e combustione del combustibile) emessi nell’atmosfera. Vi è inoltre da precisare che, tra il 1999 (anno dello studio) ed il 2009, il prezzo del barile di petrolio è passato da circa 20$ a circa 40$, toccando però nel 2007 quasi 150$: è evidente a quali rischi sia sottoposto l’attuale produzione energetica, la cui fonte primaria è sia in continua ascesa come prezzo, sia soggetta a tali sbalzi di mercato.

Il rendimento delle centrali nucleari non è elevato, nel range 30-35%. Questo perché, al contrario delle altre centrali termoelettriche, non si utilizzano cicli combinati, né rigenerazione, ed il fluido operativo (vapore d’acqua) entra in turbina ad alte pressioni e basse temperature, indicativamente meno di 70bar e 300°C; nei recipienti in pressione (vessel) il fluido primario è a 155bar e 320-330°C per i PWR (Pressurized Water Reactor), 75bar e 285-290°C per i BWR (Boiling Water Reactor). Si genera però una grande portata di vapore, per cui servono turbine appositamente progettate a 1500 giri al minuto (invece che 3000): l’energia prodotta è dunque elevata per ogni impianto, ed a basso costo, fattori che al momento non giustificano investimenti superiori per il miglioramento del ciclo termodinamico (che è un ciclo Rankine a vapore surriscaldato).

Il combustibile nucleare

A questo proposito gioverà una parentesi sul combustibile nucleare: l’uranio.

Esso si presenta in natura al 99,3% come U238, ed allo 0,7% come U235: in tali percentuali è fissile se moderato con acqua pesante (D2O), ma questa tecnologia è utilizzata solo dai reattori della famiglia CANDU (CANadian Deuterium-Uranium). La maggior parte dei reattori, a sua volta divisa in una maggioranza di reattori ad acqua in pressione (PWR) ed una minoranza di reattori ad acqua bollente (BWR), utilizza combustibile debolmente arricchito: la percentuale di U235 nel materiale è cioè portata a circa il 3-4%. 1MWe-anno è prodotto in questi reattori, ipotizzando un fattore di carico pari a 0,8, con circa 170kg di uranio debolmente arricchito. La resa energetica potenziale di 1kg di uranio è pari a circa 12milioni di volte quella di 1kg di petrolio, e 15-18milioni di volte quella di 1kg di carbone. Il processo di arricchimento avviene, principalmente, in 4 modi:

  • diffusione gassosa: in tale maniera l’uranio è sotto forma di UF6 (esafluoruro di uranio), e ne viene separata la parte con l’isotopo U235; tale processo è piuttosto costoso, dato che consuma ben il 4% dell’energia prodotta dall’uranio così selezionato, ed inoltre il materiale scartato non poteva essere riprocessato; è utilizzato dagli USA, dalla Cina e dalla Francia, ma se ne progetta la futura dismissione a vantaggio delle centrifughe;
  • ultra-centrifugazione: la separazione avviene sempre sulla forma gassosa, ma è nettamente più economico del metodo precedente, costando solo lo 0,4% dell’energia poi prodotta, e permettendo il riprocessamento della parte scartata; è usato da Cina, Germania, Giappone, Olanda, Pakistan, Russia e Regno Unito, e recentemente pure dall’Iran;
  • separazione con ugello e separazione con laser: la prima è semplice ma costosa, ed è perciò stata industrialmente abbandonata; la seconda consentirebbe la separazione dell’intera parte di U235, ma anch’essa è stata pressoché abbandonata a causa degli elevati costi.

Il combustibile è quindi reso disponibile generalmente sotto forma di UO2 in pastiglie sinterizzate (pellets). Il costo del ciclo del combustibile era, al 1994, pari a circa 0,00685$ per kWh prodotto. Questo ipotizzando: un fattore di carico pari a 0,7 (oggi è 0,8, nelle centrali di generazione III+ dovrebbe essere 0,9); perdite di lavorazione, come conversione e riconversione 0,5%, come fabbricazione e trattamento 1%; stoccaggio definitivo del combustibile esaurito, senza ritrattamento. L’arricchimento mediante Pu239 (fissile al pari dell’U235) è usato raramente, dato che la sua fonte principale sono le armi nucleari smantellate.

Le risorse di Uranio

Le risorse di uranio sono, come per ogni altro materiale presente sulla Terra, giocoforza finite. Tuttavia, l’allarme sempre presente sulla durata dei giacimenti è largamente esagerato: infatti, causa il relativamente basso costo del materiale, non vi è convenienza economica né a ricercare nuovi giacimenti né a sfruttare intensivamente gli esistenti, al fine di non deprimere il mercato dell’uranio ingenerando un’offerta nettamente superiore alla richiesta.

La stima dell’OECD-NEA (Organization for Economic Cooperation and Development – Nuclear Energy Agency) e dall’IAEA (International Atomic Energety Agency) era la seguente nel 2007:

  • risorse identificate a <80$/kgU: 4.456.000 tonnellate;
  • risorse identificate a <130$/kgU: 5.469.000 tonnellate;
  • risorse ignote pronosticate e speculative a <130$/kgU: 10.500.000 tonnellate.

L’uranio è dunque più abbondante di antimonio, berillio, oro, mercurio, argento e tungsteno; ed è circa abbondante come stagno, arsenico e molibdeno.

Se avessimo 500 reattori da 1GWe ciascuno, con un fattore di carico di 0,8 produrremmo 800MWe-anno per ognuno, pari a (ved. Sez. Il combustibile nucleare) circa 68mila tonnellate annue di consumo. Attualmente nel mondo ci sono quasi 440 reattori, con una potenza installata di circa 370GWe, quasi tutti di II generazione e quindi da sostituire nei prossimi decenni.

Smaltimento dei rifiuti

Il problema delle scorie ha la sua importanza anche economica. Esso infatti si presenta relativamente costoso per quanto riguarda la parte della sicurezza, data l’elevatissima tossicità di alcuni prodotti della fissione; però è anche relativamente economico, dato che il volume delle scorie altamente pericolose è molto limitato. Infatti, circa il 90% del combustibile esaurito contiene appena l’1% della radioattività; il 7%, a medio rischio, prende il 4% della radioattività residua; e solo il 3% delle scorie produce il 95% della radioattività. Infatti, dopo circa 20 anni la radioattività totale del combustibile uscito dal reattore è scesa ad 1/10 del suo valore iniziale; quella dei rifiuti altamente radioattivi passa da 106-107 GBq a 102 Gbq in 106 anni.

Dai dati emessi da Nuclear and Renewable Energies (Roma, Accademia dei Lincei, 2000) e da Radioactive Waste Management in the European Union (Bruxelles, Commissione Europea, 1998) il volume dei rifiuti prodotti nell’Unione Europea ogni anno è il seguente:

  • rifiuti industriali: circa 1miliardo m3;
  • rifiuti industriali tossici: circa 10milioni m3;
  • rifiuti radioattivi: 50mila m3;
  • rifiuti radioattivi ad elevata attività: 500m3.

Diviene dunque evidente la scarsissima quantità di rifiuti radioattivi pericolosi rispetto al totale dei rifiuti prodotti annualmente dall’industria. Lo stoccaggio può avvenire:

  • a ciclo chiuso: che include il ritrattamento del combustibile esaurito, cioè la separazione fra ciò che può essere ancora utile, come ad esempio Pu239 e U235, ma anche U238 che conosciuto come “uranio impoverito” ha bassissima radioattività ed eccellenti proprietà meccaniche come metallo, ed inoltre diversi isotopi utilizzabili in campo radiologico; e ciò che verrà stoccato in maniera indefinita; questo è utilizzato da Francia, Cina, India, Giappone, Russia, Regno Unito;
  • a ciclo aperto: che prevede il semplice stoccaggio, come in Svezia, Finlandia, Canada.

Negli USA finora si è preferito non ritrattare il combustibile esaurito, ma ora si sta seriamente valutando di passare ad un ciclo chiuso. Molti Paesi, come l’Italia, non hanno invece ancora deciso che strada seguire. La soluzione svedese di stoccaggio è molto interessante e detta a “barriere multiple”: il prodotto radioattivo viene incamiciato doppiamente in ferro e rame, quindi incamiciato ancora nella bentonite, ed incluso in un sarcofago di roccia cristallina, per poi essere sepolto ad almeno 500m di profondità in appositi depositi sotterranei.

I costi di smantellamento, incluso il combustibile esaurito, sono accantonati anno per anno dai ricavi della centrale, e dunque non rappresentano un reale costo finanziario per la comunità.

Fattore di carico

Il fattore di carico di una centrale nucleare, più volte citato nei precedenti capitoli, indica quanta parte di tempo, in un anno, tale centrale è realmente produttiva. Ogni impianto, infatti, necessita di pause tecniche dovute ad ispezioni, manutenzione, eventuali sostituzioni, ed al ricambio del combustibile: anche se alcune di queste attività possono essere svolte mentre il reattore è in funzione, le maggiori e le più delicate (compreso ovviamente il ricambio del combustibile) devono essere effettuate a reattore spento e raffreddato.

Nelle centrali attualmente in funzione, di generazione II, il fattore di carico è di solito pari a 0,8: cioè ogni centrale funziona per l’80% delle ore annuali. Nelle nuove centrali di generazione III+, grazie agli accorgimenti adottati in sede di progetto (accessibilità, funzionalità, componenti di maggiore affidabilità e durata ecc.), è previsto l’aumento di tale fattore a 0,9: il che ovviamente significherebbe un sensibile miglioramento sia dal punto di vista economico che energetico del funzionamento delle centrali.

Economia di scala nel nucleare

Il campo nucleare ha finora visto l’economia di scala come una condizione imprescindibile per la realizzazione delle centrali. L’elevatissimo investimento inizialmente richiesto per la costruzione, con un bilancio di cassa in perdita netta fino all’entrata in funzione, ha infatti stimolato la corsa alle grandi potenze: il costo unitario di un singolo grande reattore è minore del costo complessivo di diversi piccoli reattori, che devono duplicare ogni sistema (reattore, sicurezza, circuito del vapore, turbina ecc.) e che hanno un tempo di costruzione pari a quello di un reattore di elevata potenza.

Qualche utile cifra può venire dagli studi del Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano: per una centrale “classica”, ponendo a 0 il tempo in cui viene iniziata la sua costruzione, il costo di edificazione ed attivazione è di quasi 3miliardi € in 5 anni, cioè la perdita netta al 5° anno (fino al completamento non viene prodotta energia); quindi, il flusso di cassa viene invertito al momento dell’entrata in servizio, con un guadagno che passa nel corso degli anni (incrementando) da 150-200milioni € annui ad oltre 200milioni € annui (includendo anche le spese per coprire il costo di costruzione e quello futuro di smantellamento); il pareggio di cassa avviene prima del 15° anno e successivamente vi è solo guadagno che, come abbiamo visto, aumenta progressivamente grazie alla fine dei pagamenti dei prestiti per la costruzione della centrale.

Si è dunque passati in breve tempo dai 150-250MWe delle prime centrali di II generazione (anni ‘60 del XX secolo) a 800-1000MWe per reattore delle ultime centrali di quella stessa generazione (anni ‘80). Inoltre, si è preferito concentrare diversi reattori per impianto, in modo da diminuire ulteriormente i costi legati al sito ed alle strutture ausiliarie. Tali potenze sono state di recente superate dai reattori di generazione III+: come quello americano AP1000 da 1154MWe, e quello francese EPR da circa 1600MWe. La vita operativa delle centrali è stata inoltre portata, per queste ultime, a 60 anni già in progetto (contro i precedenti 20-40 anni, spesso estesi grazie a sostituzione e manutenzione di alcuni componenti).

Interessante a tale proposito il caso del primo reattore: negli anni ‘90 la Westinghouse puntò su di un reattore innovativo da 600MWe, l’AP600; esso si dimostrò valido sotto ogni aspetto, tranne quello economico, dove fu giudicato non sufficientemente vantaggioso; il progetto venne dunque ampliato ed aggiornato per dare vita all’AP1000. Tale impianto dovrebbe inoltre garantire un notevole risparmio rispetto ad altri reattori di pari taglia: infatti, basandosi su tecnologie di sicurezza passive e su di una notevole semplificazione (e quindi efficienza) di progetto, esso richiede il 50% in meno di valvole “safety-grade”, il 35% in meno di pompe, l’80% in meno di tubazioni “safety-grade”, il 45% in meno di volume di edifici anti-sismici, il 70% in meno di cavi (fonte: Westinghouse).

Questo investimento a lungo termine ha però mostrato anche i suoi limiti finanziari: se infatti il guadagno è, da un certo anno in poi, assicurato anche al netto di tutte le spese sostenute e da sostenere, esso è considerato perennemente a rischio per fattori sociali ed ambientali, da cui potrebbero derivare decisioni politiche sfavorevoli (come già successo). Inoltre, fattore non secondario, ogni nuova centrale nucleare richiede una leva finanziaria molto corposa, che attualmente solo gli stati possono garantire.

E’ anche su queste basi che è nato il progetto IRIS, che dovrebbe portare ad un impianto nucleare commerciale dopo il 2015. In esso i principi dell’economia di scala vengono abbandonati in favore della compattezza e della semplicità del progetto, oltre che dalla sua sicurezza molto elevata, che permetterebbero di produrre un reattore competitivo già con la “piccola” taglia di 350MWe.

La reale competitività del progetto non si basa però sul singolo reattore: ma sul fatto di costruire un impianto da 4-5 unità. Ognuna richiederebbe un tempo di costruzione di appena 3 anni, e verrebbe iniziata al completamento della precedente: in questo modo, la cassa della centrale comincerebbe a rientrare delle perdite già al 3° anno; le perdite stesse sarebbero spalmate su di un tempo più lungo, invece che concentrate nei primi 5 anni; ed il guadagno netto totale inizierebbe prima. Tale reattore permetterebbe inoltre di ridurre la zona di sicurezza (evacuazione totale in caso di grave incidente) a solo 1km di raggio (l’attuale normativa americana prevede 10miglia, quella francese 5km).

Nell’immagine seguente possiamo vedere un confronto fra un reattore “classico” ed una serie di 4 reattori IRIS:

Il problema del “first-of-a-kind” e la modularità dei reattori

Terminiamo con un problema che può essere causa di perdite finanziarie e di tempo nella costruzione di una centrale: il cosiddetto first-of-a-kind.

Nei decenni passati, spesso ogni impianto nucleare faceva storia a sé: pur su di una base comune, a seconda del modello di reattore adottato, ogni centrale era progettata ad-hoc. Questo implicava spesso che, a fronte di piccole differenze nelle normative nazionali o nelle richieste dei committenti, vi fossero ogni volta lievi variazioni all’impianto rispetto al progetto originario, che per essere adeguatamente implementate richiedevano tempo e denaro in misura superiore a quanto inizialmente prospettato.

I reattori di generazione III+, come AP1000, EPR ed IRIS, sono invece progettati per una costruzione modulare: sia i componenti dell’impianto, che il layout dell’impianto stesso, sono previsti uguali per tutte le centrali in costruzione nel mondo, salvo miglioramenti che possono sempre essere apportati. Questo riduce i tempi e la spesa di costruzione dei reattori successivi, grazie all’esperienza acquisita.

Abbiamo scritto “reattori successivi”: rimane il problema annunciato del first-of-a-kind, cioè del primo impianto di quel tipo in costruzione. Esso è un problema comune a tutti i campi tecnici ed industriali: il passaggio dal progetto su carta alla sua realizzazione fisica, dove possono venire fuori tutte le cose trascurate o semplicemente non perfettamente previste nella fase progettuale. Esse sono in genere di piccola entità, e comunque non relative alla parte più delicata della centrale (il nocciolo con il suo contenitore in pressione o vessel), ma richiedono pur sempre modifiche, riprogettazioni e verifiche in corso d’opera: cose che, come abbiamo già detto riguardo al problema della sicurezza, non possono essere affrontate con fretta e sufficienza. E’ dunque pressoché sicuro che la prima centrale di un nuovo tipo di reattore risenta di questi problemi, con conseguente aumento del tempo e dei costi di costruzione: evento che però non si ripeterà successivamente.

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Il mondo è fatto a scale

Scritto da Guido Guidi il 28 - maggio - 20102 COMMENTI

Il seguito è sin troppo facile, ma alla somma verità della chiosa “c’è chi scende  e c’è chi sale” si dovrebbe aggiungere anche “e c’è chi le aggiusta”. Appena ieri ho ripreso un pezzo di Willis Eschenbach su WUWT che metteva in risalto proprio come, una volta applicata la giusta scala di riferimento, gli allarmi sul rateo di scioglimento del ghiaccio groenlandese sono a dir poco ridicoli. E, in effetti, tutta la faccenda delle oscillazioni della massa glaciale sul pianeta è trattata allo stesso modo.

Gli allarmi si susseguono a raffica, e ognuno applica la propria scala di riferimento, badando bene a tirare l’acqua al mulino del proprio assunto, che la maggior parte delle volte non è quanto scaturisce dalle proprie ricerche, ma piuttosto quanto si è deciso di andare a cercare prima ancora di cominciare. E così, ad esempio, se devo dare notizia del trend di diminuzione del ghiaccio marino artico nel pur brevissimo e climaticamente insignificante periodo per il quale si dispone di misurazioni oggettive, per modellare il risultato delle mie indagini alla mia convinzione -leggi il ghiaccio sta diminuendo a causa del riscaldamento globale antropogenico- sarà sufficiente applicare una scala di riferimento che tenga conto delle variazioni più infinitesimali perché il risultato metta bene in evidenza le mie convinzioni.

Questo è quello che, da un paio di decadi o forse poco più, accade regolarmente anche con le misurazioni della temperatura media superficiale del pianeta, parametro che tutti sono convinti che sia qualcosa di reale e tangibile, ma che in realtà è niente più che un artificio matematico che la natura disconosce, peraltro molto approssimato e lacunosamente calcolato. Fissando poi un periodo di riferimento a piacere, che non si sa per quale ragione si ritiene possa essere usato come termine di paragone, pretendere di dare un significato applicabile ad altri e diversi periodi semplicemente confrontandoli con quello e calcolandone gli scostamenti finisce per essere ancora più approssimativo. Il tutto, come l’amico Fabio Spina ci ha fatto recentemente notare  su queste pagine, spingendo la precisione dei dati molto oltre la capacità strumentale e compiendo un ulteriore passo avanti verso la rappresentazione di una realtà assolutamente inesistente ma che se ben usata, si presta a qualunque interpretazione.

Ma torniamo al ghiaccio. Lo so che i lettori di CM staranno pensando che mi sia venuta la fissazione, ma finché continueremo a sentire allarmi lanciati a sproposito, l’unica cosa che si può fare è puntualizzarne ogni volta l’inconsistenza, fossero anche puntualizzazioni che cadono nel vuoto. E non è solo un discorso di ricerca dell’attenzione dei media, questi allarmi nascondono (o favoriscono a seconda dei casi) quasi sempre un interesse terzo di natura politica, economica o le due cose insieme. E’ il caso ad esempio della assurda criminalizzazione della CO2, bollata come gas venefico ed altamente inquinante, all’unico scopo di sostenere il mercato del carbon trading che tanti profitti porta e poco o nulla ne cale al clima.

Perché dovrebbe essere politicamente o economicamente interessante predire la totale scomparsa del ghiaccio marino dall’area artica ne breve volgere di pochi anni? E perché nonostante la ridicola previsione che questo si sarebbe verificato nel 2008 (anno successivo al minimo storico dell’estensione estiva) non si sia avverata, anzi il ghiaccio sia tornato ad aumentare, reiterare la previsione per il 2013? Semplice, è innanzi tutto spaventevole, ma sarebbe anche enormemente conveniente per lo sfruttamento delle risorse minerarie che giacciono sotto quei fondali e per il traffico commerciale che potrebbe passare per la rotta a nord ovest. Va da sé, quindi, che l’interesse per siffatti vaticini sia altissimo ed il successo mediatico garantito. Altrettanto garantiti saranno quindi i fondi che questo o quel “mecenate” vorrà mettere a disposizione di chi proponesse di implementare dei programmi di ricerca nel settore.

L’unica cosa cui si deve fare attenzione è però non dire mai esattamente le cose come stanno, aspetto che, per quel che riguarda il ghiaccio marino artico è il seguente.

Prendendo a riferimento una macro scala temporale, sappiamo che il pianeta ha già perso tutto il ghiaccio delle zone polari almeno 4 o 5 volte. Non non c’eravamo, e men che meno inquinavamo, però è sucesso. Scendendo a scala millenaria sappiamo che le condizioni ambientali dell’area dovevano essere nettamente più favorevoli (leggi molto meno ghiaccio) durante l’Optimum Climatico Medioevale, coinciso con la colonizzazione della Groenlandia da parte dei Vichinghi, salvo poi tornare ad essere nettamente più difficili (leggi più ghiaccio) durante la Piccola Era Glaciale, ossia quando lo stesso popolo, decimato dalle difficoltà ambientali, ha abbandonato le colonie. Di lì in poi, come tutta la criosfera terrestre, il ghiaccio a ripreso a diminuire, seguendo un’oscillazione ad alta frequenza di recupero dalla PEG, immersa in una generale tendenza alla diminuzione propria del periodo interglaciale. Siamo infine giunti alla scala temporale del riscaldamento globale, ossia poco più di un trentennio (per chi non lo sapesse ancora, è ormai assodato che il problema uomo avrebbe fatto sentire i suoi effetti solo nelle ultime decadi del secolo scorso, non prima), periodo nel quale abbiamo avuto ed abbiamo tutt’ora a disposizione le osservazioni oggettive dei sensori satellitari. E qui vengono i dolori. Quello che segue è il trend misurato negli ultimi trent’anni, con una scala di riferimento spaziale che si potrebbe dire essere stata appositamente scelta per metterne in risalto la pendenza negativa. Dal punto di vista della massa, il rateo di diminuzione del ghiaccio marino artico ad esempio per il mese di aprile è 0,039 mln di km2 all’anno. Steven Goddard e Antony Watts, hanno tirato giù i dati grezzi dal sito dell’NSIDC e li hanno plottati di nuovo tenendo conto del fatto che si sentono previsioni di scomparsa totale dei ghiacci ogni due per tre. Logico dunque mettere lo zero (cioè il valore niente ghiaccio) come base di partenza per la scala di riferimento. Quello che ne viene fuori è molto interessante. Innanzi tutto la linea del trend è molto meno spaventevole (ma questo, si sa è un approccio soggettivo e di pari intento a quello che si vuole criticare, per cui meglio non tenerne conto), secondariamente, dalla proiezione del trend lineare (se qualcuno ha altre idee diverse da quelle dell’evoluzione lineare circa il ghiaccio marino artico ci illumini), si scopre che il mese di aprile non sarà a zero, cioè libero dai ghiacci, prima del 2385.

Eh, ho capito, aprile è il mese che segue il massimo stagionale dell’estensione, così è troppo facile. Giusto, allora diamo uno sguardo in successione ai mesi di maggio, giugno, luglio, agosto e settembre.

Rispettivamente liberi dai ghiacci per gli anni, 2404, 2296, 2151, 2103, 2065. Certo, nei mesi caldi i tempi di questa semplice proiezione lineare sono diversi e anche parecchio più vicini. Resta comunque il fatto che con le uniche informazioni di cui disponiamo e senza tener conto che il ghiaccio sta recuperando nel brevissimo periodo, ma è comunque nel trend del medio periodo, prima di poter parlare di area artica priva di ghiaccio in un mese della stagione estiva passeranno cinquant’anni. Fare previsioni ieri per oggi e oggi per domani è privo di fondamento e per capirlo è stato sufficiente usare la giusta scala di riferimento.

NB: da WUWT.


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Uragani: la NOAA si aspetta una stagione molto intensa

Scritto da Guido Guidi il 28 - maggio - 20101 COMMENTO

In una conferenza stampa tenuta questa mattina, la NOAA ha rese note le sue previsioni sulla prossima stagione degli uragani nell’area dell’Atlantico. Nominalmente il semestre attivo va dal 1° giugno al 30 novembre. Per quest’anno il National Hurricane Center si attende una stagione con l’85% di probabilità sarà sopra la media, mentre solo un 10% è lasciato alla probabilità che sia nella media ed un ancora inferiore 5% alla possibilità che sia inferiore alla media.

I fattori climatici che avrebbero condotto a questa previsione sono essenzialmente tre:

  • Il Tropical multi-decadal signal, un indice calcolato sulla base delle temperature superficiali delle acque tropicali e dell’intensità del monsone in Africa nord-occidentale e nella zona amazzonica, continua ad avere le stesse caratteristiche riscontrate dal 1995, risultate essere importanti per l’attività degli uragani.
  • Le temperature superficiali delle acque dell’Atlantico tropicale e del Mar dei Caraibi sono in forte anomalia positiva ed previsto che tali resteranno nei prossimi mesi.
  • L’indice ENSO, attualmente in fase neutra, potrebbe invece virare verso lo sviluppo de La Niña, ancora una volta fornendo un contributo positivo alla frequenza di questi eventi.

Naturalmente, una stagione più attiva fa aumentare anche le possibilità che le tempeste raggiungano la terraferma, tuttavia la NOAA non fa ovviamente previsioni sulla reale probabilità che questo avvenga.

Quella che segue è l’immagine che racchiude schematicamente le condizioni climatiche sopracitate con riferimento alla prossima stagione.

Fonte NOAA

Qui potete leggere il comunicato per intero.

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E la stampa ci ripensa

Scritto da Guido Guidi il 27 - maggio - 20106 COMMENTI

Complice la crisi, di questa ritirata è protagonista anche il potere politico, sia dove parecchie remore ci sono sempre state -leggi Cina e India ma anche USA ad esempio- sia dove sugli improbabili provvedimenti salvaclima si erano puntate tutte le fiches, ovvero in Europa. E’ solo di ieri infatti la notizia che Francia e Germania hanno ritirato il loro appoggio alla Commissione UE che proponeva di alzare dal 20 al 30% il target di riduzione delle emissioni di gas serra, mentre da più parti si sente dire che è alquanto improbabile che i prossimi vertici mondiali possano portare a casa qualcosa di più del nulla di fatto di CO2penhagen.

Tuttavia, anche negli articoli con cui abbiamo aperto, una strizzata d’occhio alla catastrofe c’è sempre. Per il Corriere, è affidata alla chiosa di Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF, secondo il quale sarebbe in atto una pesante azione di lobby per gettare fango sui più illustri centri di ricerca nel tentativo di smentire una realtà ambientale (attenzione, non c’è scritto climatica) che è sotto gli occhi di tutti: i ghiacciai che si sciolgono e la desertificazione che avanza (nel fango) non sono un’opinione.

Su La Stampa la strizzata d’occhio è di segno completamente opposto e per molti aspetti sorprendente. L’articolo infatti riprende i contenuti della presentazione di Habibullo Abdussamatov, astrofisico russo, che alla conferenza sui cambiamenti climatici di Chicago conclusasi il 17 maggio ha dichiarato di attendersi l’inizio di una prossima glaciazione per il 2014. Nei suoi studi egli avrebbe infatti individuato nel comportamento del Sole, ovvero nella quantità di energia da esso irradiata, attualmente in una prolungata fase minimale, il fattore scatenante di un potente raffreddamento che riporterebbe il clima del pianeta alla Piccola Era Glaciale di qualche secolo fa. Una cosa è certa, la sua previsione sarà facilmente verificabile, diversamente da quelle che presagiscono un pianeta arrostito sì, ma tra cent’anni.

Ci sarà tempo per rivedere queste ipotesi e confrontarle magari con quelle di molti altri studiosi alquanto scettici sul riscaldamento globale antropogenico, che pur non avendo suggerito date (prudentemente e saggiamente), hanno più volte detto di attendersi comunque qualcosa del genere.

Intanto registriamo la presenza di opinioni diverse dal mainstream sulla stampa nazionale (che è sempre un bene) e possiamo anche dare uno sguardo alla presentazione di Abdussamatov su Youtube.

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Primi nodi al pettine

Scritto da Guido Guidi il 27 - maggio - 201037 COMMENTI

Che non tutto ciò che è green possa essere attaccato al sostantivo economy lo abbiamo detto già parecchie altre volte in particolare facendo riferimento proprio all’oggetto di questo breve post, che ora arrivo  a spiegarvi. Il settore dei biocarburanti è nel nostro paese in seria difficoltà. Questo in realtà dovrebbe farci piacere, perché è arcinoto che quella dei biocarburanti è una soluzione inservibile o addidirittura dannosa dal punto di vista ambientale.

Infatti, almeno fino a quando non saranno disponibili delle specie vegetali capaci di crescere con scarso consumo di risorse idriche e su prozioni di territorio non idonee alla coltivazione di generi alimentari e si saranno implementate delle filiere produttive realmente e non fittiziamente ecologiche, è quasi certo che coltivare i cosiddetti cereali da autotrazione fa molti più danni che guadagni.

Questi problemi, erano tuttavia noti già molto prima che si decidesse di fare di questo settore uno dei pilastri della cosiddetta green economy, sul quale, per esempio, si fondano (o dovremmo dire fondavano) buona parte delle speranze di parecchi paesi UE -Italia compresa- di raggiungere l’ormai famoso target 20-20-20. Nonostante ciò, il settore ha conosciuto un vero e proprio boom, a dimostrazione del fatto che molto più che le problematiche ambientali, a muovere queste cose sono gli interessi economici, rappresentati dagli investimenti faraonici e delle politiche incentivanti di cui ha goduto.

Ora, venuto meno il doping delle politiche incentivanti il meccanismo si è inceppato, chi ha investito ha seri rischi di esposizione, i posti di lavoro (ricordate? Green job opportunities) vengono meno e il mercato è in balia dell’aggressività delle economie asiatiche e sudamericane, che senza andare troppo per il sottile se ne infischiano del fatto che il ricorso ai carburanti bio sia uno specchietto per le allodole dal punto di vista ambientale.

E così, posto che nella pianificazione di cui sopra per il 20-20-20, i biocarburanti ci sono comunque, non solo l’ambiente ne subirà gravi conseguenze, ma, tanto per cambiare, anche l’aspetto economico sarà in passivo. Proprio una bella economy questa green.

NB: per qualche approfondimento leggete qui.

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Sulle ali dell’arcangelo

Scritto da Paolo Mezzasalma il 27 - maggio - 20102 COMMENTI

Secondo la tradizione, l’arcangelo Michele apparve in una grotta sui contrafforti meridionali del Gargano che, divenuta zona di culto, diventerà il nucleo di un centro abitato all’origine di quello che oggi è Monte Sant’Angelo. Il luogo gode di una vista così spettacolare che anche l’allora Regia Aeronautica vi stabilì nel 1939 un osservatorio per l’assistenza alla navigazione.

Monte Sant’Angelo è il quarto sito di cui ci occupiamo per il nostro progetto per una rete di riferimento per la climatologia dell’Italia.

La stazione è posta su di uno stretto sperone calcareo, ad 830 metri d’altezza, che scivola bruscamente verso il golfo di Manfredonia sul lato meridionale e verso una profonda valle, che lo separa dal massiccio montuoso principale, sul lato a settentrione.

Per indagare le caratteristiche del sito, si possono consultare le immagini satellitari messe a disposizione da Bing, da Pagine Gialle e, soprattutto, da Google Maps, di cui si suggerisce di attivare la funzionalità “street view” per avere un incontro ravvicinato con l’osservatorio meteorologico. Potete anche consultare questo album fotografico che mostra la stazione, la capannina, il contesto ambientale in cui è situata e la vista di cui si gode dai suoi pressi.

La storia della stazione di Monte Sant’Angelo è descritta in un articolo sulla rivista di Meteorologia Aeronautica.

Seguendo la classificazione adoperata dalla NOAA per stimare i possibili errori nella misura delle temperature, poiché la capannina è posta sull’edificio che ospita l’osservatorio, Monte Sant’Angelo sarebbe classificata come CRN 5.

Per quanto riguarda la nostra classificazione, volta a valutare le modifiche nel tempo, la posizione elevata della stazione su di un crinale montuoso, al di fuori del centro urbano, ha garantito una buona conservazione ambientale del sito. L’eccezione è rappresentata dalla costruzione sul lato orientale di una pista di decollo per elicotteri, pur sempre a quota inferiore. Le fotografie incluse nell’articolo su Meteorologia Aeronautica mostrano chiaramente che l’edificio ha subito l’elevazione di un piano in un qualche periodo del passato. Per questi motivi, si propone d’incasellare il sito nella classe 4, quella che contempla modifiche importanti dell’edificio. La discussione, in ogni caso, è aperta.

Passiamo adesso ai dati, mostrati nella seguente figura che riporta il grafico delle medie annuali dal 1952 al 2009 per la temperatura minima, Tn, la massima, Tx, la temperatura media, Tmean, e il DTR (Diurnal Temperature Range), cioè lo scarto tra massima e minima (Tx – Tn).

Innanzitutto si nota un’interruzione delle acquisizioni all’inizio del 1961; inoltre i dati hanno numerose mancanze dal 1952 al 1966, tra le quali spicca la mancanza ripetuta dell’ultimo giorno dei vari mesi.

Presi i dati così come sono, il DTR (curva lilla) mostra una prima variazione proprio in coincidenza con l’interruzione del ‘61. Un’altra variazione potrebbe essersi verificata prima del 1970, magari in coincidenza con l’elevazione del terzo piano; segue un altro scalino nel ‘90 ed un altro ancora verso il 2000. Queste ultime due variazioni indicano che tra gli anni ‘80 ed il 2000 la temperatura massima (linea sottile rossa, più media mobile su 5 anni – linea spessa) è aumentata molto più quella minima (linea blu), pari a circa tre gradi per la prima e ad un grado abbondante per la seconda.

Non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, ma le temperature troposferiche (dati da Climate Explorer) non riflettono assolutamente l’andamento della temperatura misurata dalla capannina. L’anno più caldo a Monte Sant’Angelo è il 1994 per il satellite e per i valori delle minime, mentre è un sorprendente 2000 per i valori massimi e medi; il 1976 sarebbe l’anno più freddo.

Con dati così inspiegabili, potrebbe aver poco senso andare a guardare i dettagli stagionali e mensili. Ad ogni modo, la variazione maggiore si è avuta per le temperature massime dell’estate e della primavera e per i mesi di maggio e giugno in modo particolare. I valori delle minime autunnali e invernali sembrerebbero quelli con variazioni ridotte o poco significative negli ultimi quarant’anni. Luglio, agosto e marzo avrebbero avuto un aumento principalmente verso la fine degli anni ‘80, mentre maggio e giugno qualche anno più tardi.

Il distacco crescente nel tempo tra temperature massime e minime, dovuto ad un aumento rilevante dei valori del giorno, non riesce a trovare una spiegazione di natura meteorologica nei miei ragionamenti. Una stazione in quota, su di uno stretto crinale montuoso, senza, immagino, inversioni notturne, non dovrebbe presentare un comportamento così divergente. Qualcuno ha dei suggerimenti in proposito?

Sul sito di Mille anni di clima trovate la scheda completa di Monte Sant’Angelo, i valori climatici e gli estremi, i dati giornalieri, i grafici e la discussione.

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Alla pesa del ghiaccio

Scritto da Guido Guidi il 26 - maggio - 20104 COMMENTI

Un tizio con il viso simpatico e qualche chiletto in più, è Scott Luthcke, colui che si occupa di estrarre ed interpretare i dati che arrivano dalla coppia di satelliti GRACE (Gravity Recovery And Climate Experiment), lanciati dalla NASA sei anni fa per compiere delle misure gravitazionali. Grist ci ha appena fatto su un nuovo articoletto leggero leggero, di quelli che aiutano a prendere sonno ben consapevoli di essere parte attiva nella distruzione di questo nostro fantastico pianeta.

Il sistema GRACE consta di due satelliti che viaggiano in formazione e misurano costantemente la distanza che li separa con uno strumento in grado di arrivare ad una precisione del centesimo di micron. Quando volano sopra territori con massa considerevole, sono soggetti a delle impercettibili variazioni di velocità, prima uno e poi l’altro. Dopo un certo numero di sorvoli, si può capire se quella massa è in qualche modo variata. L’ideale per tenere sotto controllo la massa glaciale delle Groenlandia, per esempio.

E così, da sei anni, ogni dieci giorni, sappiamo quanto “pesa” il ghiaccio su quel lembo di terra. Neanche a farlo apposta, i risultati di queste misurazioni sono spaventevoli. la Groenlandia sta perdendo massa glaciale a ritmi vertiginosi. Il fatto che non si sappia assolutamente un accidente di quale fosse il rateo di diminuzione della massa glaciale sei anni e un giorno fa è puramente accessorio. Il fatto che in un’interglaciale (attuale periodo climatico) sia assolutamente normale che il ghiaccio regredisca sul pianeta lo è altrettanto.

Nonostante quanto appena accennato, sono tutti convinti e ci vorrebbero convincere che questa sia la più evidente delle evidenze del clima che cambia, naturalmente per colpa nostra. Gli strumenti oratori sono sempre gli stessi. Regola numero uno fornire un numero molto grande che possibilmente sia difficile da visualizzare. Regola numero due, spiegarne le dimensioni, con un bel paragone ad effetto che fa impressione ma non significa proprio niente (stile distacco di iceberg grandi come Manhattan, per esempio).

Nella fattispecie la massa che la Groenlandia starebbe perdendo ogni anno è pari a 200 chilometri cubici, e il paragone arriva con il lago Erie (uno dei cinque maggiori laghi della zona dei Grandi Laghi in America settentrionale - Wikipedia), ma potrebbe essere anche 550 volte il peso di tutti gli umani sul pianeta, piuttosto che 31.000 volte il peso delle piramidi egizie.

Eh, ma allora è proprio tanto! Sì, tantissimo, circa lo 0,007% della massa totale del ghiaccio groenlandese. Sette millesimi di un punto percentuale. Ciò significa che se questo terrificante rateo di scioglimento dovesse continuare imperterrito, vedremmo scomparire tutto il ghiaccio esattamente tra……15.000 anni, cioè in linea con la scala temporale millenaria delle naturali variazioni climatiche.

Orsù, non strappatevi i capelli, per quella data l’interglaciale sarà finito e saremo alle porte o già dentro una nuova glaciazione. Cioè, sarete, perché io nel frattempo sarò morto dalle risate.

NB: Leggi tutto su WUWT.

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Convertitevi fratelli, l’Apocalisse è vicina!Ricordatevi che dobbiamo tutti morire!

Fino a pochi giorni fa la possibilità di salvarsi era alla nostra portata, sembrava di sentire il predicatore medioevale:«Abbiate fede ne lo cavalcone! Isso è forte!» (il monaco Zenone nell’Armata Brancaleone) , dove per “lo cavalcone”potete leggere la green-economy, l’unica in grado di salvare noi ed il pianeta dalla terribile anidride carbonica. Ma il paradiso può attendere e purtroppo sembra che anche la crescita della green-economy sarà messa a rischio dalla carenza di alcune materie prime ed in particolare di alcuni metalli. Stiamo parlando di litio, neodimio, gallio, indio, palladio, silicio, nomi fondamentali per l’industria elettronica e per lo sviluppo della cosiddetta green economy. I pannelli fotovoltaici, le batterie per le auto elettriche, le lampade a risparmio energetico e molte altre tecnologie verdi racchiudono delle quantità di queste materie, spesso non sostituibili. Diventa essenziale una forte spinta al riciclo, altrimenti potrebbero esserci delle carenze nell’approvvigionamento già nel prossimo ventennio capaci di penalizzare, o addirittura arrestare, la crescita di settori cruciali per l’economia a bassa concentrazione di carbonio.

L’allarme arriva da due report dell’Unep (Organizzazione delle Nazioni Unite per la Protezione dell’Ambiente) nei documenti che trovate qui e qui.

Incredibile! Il petrolio sembrerebbe dalle ultime notizie durare altri 70 anni mentre la favolosa epoca della green-economy potrebbe finire entro i prossimi 20 anni, sempre secondo i soliti propinatori di profezie.

Ripercorriamo la storia recente. Non è una novità che qualcuno ci ricordi che è tempo di assumere scelte radicali per quanto riguarda il mutamento dei nostri modelli di produzione e consumo. Finora però davamo per scontato che si trattasse dei combustibili fossili, delle materie prime tradizionali, per capirci quelle che, secondo quanto previsto dal “Club di Roma” nel testo “i limiti dello sviluppo”, dovevano essere finite già da un bel pezzo. Secondo i loro studi le riserve di oro sarebbero terminate entro il 1981, quelle di zinco entro il 1990, il petrolio entro il 1992, il piombo, il rame e il metano entro il 1993, etc. Non è mai stato chiesto scusa per gli errori, ma di volta in volta le previsioni sono state aggiornate, infatti, secondo quanto afferma Giovanni Sartori (Corriere della Sera 8 Agosto 2007) “nelle previsioni bisogna distinguere tra prevedere un trend, una linea di tendenza, e prevedere una scadenza. Le previsioni sbagliate sono quasi sempre le seconde [..] Invece la previsione di un trend è raramente sbagliata. Perché in questo caso non anticipiamo il «quando» di un evento, ma che avverrà. E il punto è che lo sbaglio cronologico (di date) non scredita la credibilità di un andamento”. Quindi la prossima volta che leggete delle previsioni meteorologiche non vi aspettate che vi si preveda il giorno della precipitazione, ma siate soddisfatti che vi si legga ”dopo il sereno arriva la pioggia”, infatti il trend prima o poi sarà confermato garantendo l’esattezza della previsione. Quelli che nel 2008 prevedevano il prezzo del petrolio entro pochi mesi a 200 dollari al barile non hanno sbagliato, infatti nel prossimo millennio prima o poi il trend sarà quello previsto.

Se questa è la logica di taluni importanti personaggi e/o organizzazioni, non sorprende che già si gridi all’allarme per la fine delle risorse indispensabili alla green-economy, il nuovo Mondo che doveva nascere per risolvere i vecchi problemi rischia di morire per mancanza di risorse prima di quello “vecchio”. Preoccupano la scarsità dei metalli rari essenziali per la costruzione dei pannelli fotovoltaici, di componenti per le turbine eoliche, delle batterie per le auto elettriche, delle lampade ad alta efficienza. L’80% del totale di questi elementi in circolazione è stato estratto negli ultimi 30 anni e spesso le risorse disponibili sono concentrate in piccole aree. Per il 2020 si prevede ci saranno circa 2,7 milioni di auto con batterie al litio, la domanda che non fa dormire è se ci sarà abbastanza minerale?

Il futuro dell’auto elettrica sarà a rischi per la carenza di litio? Nello scenario più probabile, al 2012 per le batterie servirà una quantità di litio in più pari al 6,5% di quello che si produce ogni anno, abbastanza da fare aumentare significativamente i prezzi, ma nello scenario più spinto la domanda crescerebbe del 42%: tanto da non poter essere soddisfatta, a meno che nei prossimi 3 anni ci siano esplorazioni minerarie mai viste prima, e con un aumento dei prezzi tale da mettere in dubbio la convenienza di batterie di questo tipo oltre che ai danni ambientali conseguenti. Inoltre nel caso del litio metà delle cui riserve mondiali è concentrata in Bolivia, con tutti i problemi relativi. “Bisogna agire urgentemente per gestire in maniera sostenibile l’approvvigionamento e il flusso di questi metalli che hanno un ruolo cruciale per la salute, la crescita e la competitività di un moderna ed efficiente green-economy“, dice il direttore dell’UNEP Achim Steiner.

Indispensabile per il futuro sarà, ad esempio, potenziare il riciclo che purtroppo non si sta facendo: in media solo l’1% di questi materiali al momento viene recuperato, il restante 99% va perso. Dell’Indio, indispensabile per i semiconduttori e lampade Led, occorrerà una quantità doppia entro i prossimi 10 anni, ma attualmente se ne ricicla meno dell’1%. Del Palladio attualmente si riesce a recuperarne solo il 5-10%.

Sembra ormai certo che siamo destinati a vivere in un’epoca ove quando appena è finito un allarme (esempio piogge acide, piombo nella benzina, etc) subito ne esplode un altro, il Mondo sembra destinato a vivere angosciato dagli scenari creati al computer. Come sempre l’uomo troverà una soluzione, mentre per molti l’imminente carestia sarà occasione per dare la solita soluzione alla Giovanni Sartori: “Provo ogni tanto a ricordare che all’origine di tutti i nostri mali, ivi incluso il disastro ecologico, sta l’esplosione demografica. [...] Ma è un predicare al vento. Sul punto si è creato un blocco mentale».

Un modo di pensare alle future generazione è cercare di non farli vivere in un’epoca senza speranza e piena d’angosce, una battaglia da Brancaleone da Norcia:

Oh, gioveni! Quando vi dico “sequitemi miei pugnaci”, dovete sequire et pugnare! Poche conte! Se no qui stemo a prenderci per le natiche

E’ il caso di dire che “stemo” va aggiornato con “stanno”.

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Non solo mare

Scritto da Guido Guidi il 25 - maggio - 20102 COMMENTI

Mettiamola così, prima o poi l’estate arriverà e con lei la voglia di andare al mare. I più arditi avranno già fatto il primo tentativo, ma l’orda affamata di sabbia e salsedine aspetterà il primo solleone. Allora sarà tutto un coro di lamentele: ma non le pulisce nessuno le spiagge? Non so, forse qualcuno dovrebbe, forse non è giusto attendere che siano frequentate per ripulire magari autonomamente solo il tratto affidato alla propria concessione, fatto sta che innanzi tutto si dovrebbe evitare di sporcarle. Cioè, oltre alla gran quantità di rifiuti che purtroppo arriva dal mare -ed è già un bel problema- si potrebbe evitare di trasformarle in discariche ad esempio alla fine di ogni week-end.

Su questi temi, e con l’intento di sensibilizzare il pubblico su tematiche ambientali di gran lunga più reali e serie di quelle pseudoclimatiche che ci vengono normalmente propinate, si basa l’iniziativa di cui ho avuto notizia appena qualche giorno fa. Pur con l’inevitabile strizzata d’occhio al marketing della comunicazione, l’idea di realizzare un hotel a Roma fatto interamente di spazzatura raccolta sulle spiagge è originale e certamente penetrante.

Spiagge a parte, sono curioso di vedere questo hotel (visitabile dal 5 giugno prossimo a Roma), perché con l’abbondanza di “materia prima” che c’è ad esempio dalle parti di Malagrotta (la discarica più grande del territorio della capitale), ci sta che ci possa scappare un grattacielo. Vuoi vedere che avremmo qualcosa di più importante di cui preoccuparci oggi che non del clima che farà tra cento anni?

Qui sotto il comunicato stampa dell’iniziativa.

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L’efficacia delle tasse ambientali

Scritto da Claudio Gravina il 25 - maggio - 20101 COMMENTO

Fortunatamente le tecnologie odierne ci consentono di porre rimedio ai forzati silenzi, dovuti agli impegni di lavoro. E così in questi giorni, se non altro, sono rimasto in contatto con molti lettori di CM via email o direttamente su Facebook (amore-odio). Nelle ultime settimane mi è stata posta più volte la medesima domanda, sull’efficacia delle tasse ambientali.

Ovviamente la gamma dell’approfondimento richiesto è molto varia: si va dal lettore attento, al tesista di economia ambientale. Come al solito, lo sforzo principale sarà scrivere in modo interessante e leggibile per tutti. Innanzitutto parliamo di tasse ambientali, argomento in ogni caso molto discusso e ormai molto studiato anche in Economia. Sicuramente è molto conosciuto.

Se la teoria è ormai consolidata, ci si chiede, allora, se vi siano dei riscontri sull’efficacia di queste tasse. Ovvero, più semplicemente: funzionano? Qualche centinaio di articoli fa, qui su CM abbiamo diffusamente parlato della teoria economica che risiede dietro i concetti di Carbon Tax e di Emission Trading.

Sull’efficacia, tuttavia, cosa possiamo dire? Seguendo le parole del Prof. Kalle Määttä , :

[...] in a large number of cases there is no empirical evidence about the environmental effectiveness and other properties of the taxes [...]

Ovvero, in molti casi non vi è alcuna evidenza empirica dell’efficacia delle tasse ambientali. In realtà disponiamo solo di alcune stime grezze, e negli ultimi anni gli studi in tal senso stanno aumentando: sicuramente è un campo che, vista la centralità della sua importanza, merita di essere ulteriormente approfondito. Per verificare l’efficacia di una tassa bisogna seguirne gli effetti nel tempo (follow-up) in modo sistematico e questo, per le tasse ambientali, non è avvenuto. Abbiamo solo valutazioni sommarie, ma non sistematiche. Vi è poi un fattore, estremamente attuale, che rende ancora più difficile tali considerazioni: l’andamento generale dell’economia. In presenza di fluttuazioni del sistema economico è infatti molto complessa l’operazione di individuazione ed estrapolazione degli effetti delle singole tasse ambientali. Lo stesso prof. Määttä affronta tale argomento dal punto di vista teorico, per quanto articolato.

Perchè le tasse, o un apparato di tassazione in ambito ambientale siano così importanti è chiaro: al crescere delle preoccupazioni circa il riscaldamento globale antropico, cresce anche la necessità di trovare strumenti per contrastarlo. Qui ovviamente parliamo di strumenti economici e politici. Una tassazione ambientale ci aiuta a ridurre l’inquinamento? E ancora, risulta in qualche modo efficace nel modificare le abitudini di consumo dell’energia a nostra disposizione?

Un recente studio condotto dal Prof. Morley, presso l’Università di Bath tenta di dare una risposta, questa volta utilizzando un approccio empirico e, in questo modo, differenziandosi dall’approccio di Määttä.

In generale, la maggior parte degli studi condotti è concorde sugli effetti benefici che una tassa ambientale possa esercitare sull’ambiente, si veda ad esempio Baranzini .

Esiste un legame tra il Prodotto Interno Lordo (PIL) e il livello di inquinamento? Questo aspetto è molto importante ed è altrettanto discusso. Da un punto di vista meramente empirico sembrerebbe esistere una relazione lineare che leghi questi due fattori. In altre parole, al crescere del PIL pro capite assistiamo ad una riduzione dell’inquinamento. Non per tutte le forme di inquinamento però questa osservazione è vera, la cosiddetta curva di Kuznet è stata osservata, per esempio, per l’anidride solforosa, gli ossidi di azoto e il particolato. Non così per altri fattori inquinanti. Possiamo quindi affermare che la curva di Kuznet non sia una legge universale, ma sicuramente trova un concreto riscontro nella realtà (nasce da una osservazione empirica). Vale la pena sottolineare che molti fenomeni sono legati da una relazione con andamento monotono, piuttosto che parabolico.
Ad ogni modo, lo studio del Prof. Morley mira a costruire un modello che riesca a tenere conto delle tasse, del livello di inquinamento (nel senso espresso sopra) e del consumo di energia. In sintesi ecco il modello riassunto nella seguente equazione :

pcpoll_it = alpha_0 + alpha_1 pcy_it + alpha_2 {pcy_it}^2 + alpha_3 pck_it + alpha_4 tax_it + u_it

Dove:

pcpoll = inquinamento pro capite
pcy = è il PIL reale pro capite
pck = è la formazione del capitale, pro capite
tax = l’insieme delle tasse ambientali

Senza soffermarci troppo sull’aspetto matematico, possiamo sintetizzare in poche parole, dicendo che le tasse ambientali hanno sicuramente un effetto negativo sull’inquinamento totale pro capite.

Utilizzando un approccio dinamico, la possiamo risolvere nella seguente forma:

pcpoll_it - pcpoll_{it-1} = lambda (pcpoll_it * pcpoll_{it-1})

Va detto, altresì, che tale effetto negativo (di riduzione quindi), è seriamente inficiato da eventuali deroghe concesse ad alcuni settori industriali (ad elevato consumo di energia e con elevati tassi inquinanti). Questa situazione è tutto fuorchè remota, si pensi a quanti sussidi vengano distribuiti (anche in seno ad un sistema di emission trading). Se andiamo indietro con la memoria, possiamo ricordarci del grande dibattito intorno proprio alla distribuzione “gratuita” di titoli di emissione all’industria americana, in previsione del nascente mercato delle emissioni. In Europa invece è già realtà.

Questa serie di deroghe, dal punto di vista economico, non fa altro che andare a ripartire le tasse ambientali o i costi di transazione sui prodotti/beni a basso consumo energetico e basso inquinamento.

L’equazione presentata sopra è molto efficace, in quanto è possibile risolverla a partire da livelli prefissati di inquinamento, ovvero pcpoll (per esempio inserendo livelli indicati dal protocollo di Kyoto & similia).

I risultati di questo studio, ottenuto inserendo i dati reali all’interno del modello, sono estremamente interessanti. Il primo punto fermo è che una tassa ambientale porta ad una riduzione dell’inquinamento, ma non ad una riduzione dell’utilizzo di energia. Questo significa che il minor inquinamento è ottenuto tramite nuove tecnologie meno inquinanti e non per via di una riduzione nell’utilizzo di petrolio e derivati. Tutto ciò è assolutamente logico e in perfetto accordo con quanto detto prima circa le deroghe concesse ad alcuni settori della produzione industriali. Tali deroghe e concessioni, a conti fatti, non fanno altro che ridurre considerevolmente l’efficacia delle tasse ambientali.

E’ comunque da tenere in considerazione la necessità di erogare tali sussidi, in quanto la stessa struttura manifatturiera potrebbe decidere di muoversi verso paesi con legislazione ambientale meno stringente, ottenendo un doppio effetto negativo: da un lato la perdita di capitale e di lavoro, dall’altro un aumento complessivo dell’inquinamento. A fronte di questo duplice rischio, si accettano, e anzi si rendono necessari, i sussidi all’industria più inquinante.

Tutti i modelli utilizzati nello studio portano allo stesso risultato: le tasse ambientali hanno risultati efficaci solo sulla riduzione dell’inquinamento ma non sull’utilizzo dell’energia e in particolare degli idrocarburi.

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Rinnovabile d’annata

Scritto da Guido Guidi il 24 - maggio - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Il titolo di questo breve post può essere letto in due modi. Il primo è facilmente riferibile al fatto che le fonti rinnovabili che vanno per la maggiore, solare ed eolico, hanno un rendimento molto variabile in funzioni delle condizioni atmosferiche. Un anno piovoso è infatti deleterio per la produzione di energia solare, mentre un altro anno ventoso è certamente favorevole all’eolico. Qualcosa mi dice che in futuro dovremo imparare più che mai a fare i conti con le bizze del tempo.

Il secondo è invece meno intuibile ma molto più attuale. Sono infatti incappato in una serie di articoli che sollevano il problema della rapida variazione di destinazione d’uso che sta subendo il territorio per effetto della corsa alla realizzazione di impianti per la produzione di energia, sia solare che eolica.

E così, se da un lato ci sono grandi gruppi industriali che stringono sodalizi un tempo impensabili al fine di accaparrarsi l’uso di infrastrutture ormai improduttive, dall’altra pianori e colline, una volta destinati alla coltivazione, si preparano ad accogliere file di pannelli solari e schiere di torri eoliche.

Già, perché sembra che la terra malgrado tutto continui ad essere bassa, e quindi faticosa e difficile da coltivare, mentre i profitti che questo genere di impianti possono garantire sono decisamente alti, naturalmente grazie ai generosi incentivi concessi al settore. Il tutto con una legislazione all’acqua di rose, che considera queste installazioni di pubblica utilità e assicura loro la precedenza, senza distinzioni di merito tra un impianto installato con funzione di servitù per le attività agricole, o uno realizzato al posto delle stesse. Del resto, 500 Euro l’anno di rendita per ettaro, sono decisamente peggio dei 5.000 che si possono ottenere affittando lo stesso ettaro ad un imprenditore che voglia realizzare un parco solare o eolico.

Certo, l’energia serve, ma serve anche il territorio. Ma tutto questo non lo facevamo per l’ambiente?

Per saperne di più leggete quiquiquiqui.

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Rinnovabili con le polveri bagnate

Scritto da Guido Guidi il 24 - maggio - 20107 COMMENTI

Avrei voluto aggiungere nel titolo “per fortuna”, ma poi sarebbe stato troppo lungo oltre che facilmente fraintendibile. Degli affanni che il settore sta avendo abbiamo parlato più e più volte, e non ci tornerò su in questa sede. Del resto si sa che c’è chi la pensa molto diversamente, come ad esempio Pierluigi Adami (Ecologisti Democratici), che con un intervento su Il Riformista di alcuni giorni fa, si diceva preoccupato che il rinnovato interesse per l’energia nucleare possa sottrarre risorse allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Queste, sempre secondo Adami avrebbero avuto un incremento negli ultimi due anni pari a quello che si sarebbe ottenuto costruendo due centrali nucleari.

Tralasciamo i conti, perché non è chiaro se si parli di potenza installata o di effettiva produzione, a prima vista potrebbe trattarsi del primo caso, ma non è detto. Questo sarebbe già sufficiente a invalidare il paragone, visto che, a parità di potenza, il rendimento della produzione dall’atomo e dalle rinnovabili più diffuse è molto diverso, naturalmente in favore del primo. Ma c’è un altro elemento di incertezza, che Adami forse tralascia per dimenticanza, e che invece ha sottolineato Chicco Testa rispondendogli direttamente con un altro breve intervento sullo stesso quotidiano e specificando che trattasi di produzione e non installazione.

Il saldo positivo di energia ottenuta da fonti rinnovabili di oltre 10Twh è stato possibile per ben il 75% dalle ottime performances dell’idroelettrico (di gran lunga la fonte rinnovabile più redditizia), che ha beneficiato delle piogge davvero generose degli ultimi due anni, e da quanto ottenuto con le biomasse, che disgraziatamente non si può certo dire che incontrino il favore di una certa parte dell’ambiente ecologista.

Una cosa è certa, ad oggi non si può rinunciare alle fonti fossili, non si può rinunciare allo sviluppo di quelle rinnovabili, cercando di risolvere insieme i problemi di stoccaggio e distribuzione che il loro impiego comporta, e men che meno si può rinunciare al nucleare. L’unica soluzione è il mix energetico, e mettere in contrapposizione queste alternative non avvicina di certo la soluzione del problema.

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La fisica dell’atmosfera e la……psichiatria

Scritto da Tore Cocco il 24 - maggio - 20103 COMMENTI

Se vi dicessi che dei fisici per studiare l’atmosfera si sono rivolti alla guida “sapiente” di uno psichiatra mi credereste? Beh, è andata proprio così! Joseph Peer e Alexander Kendl dell’università di Innsbruck si sono avvalsi della preziosa consulenza del dr. Thomas Kammer del dipartimento di psichiatria dell’università di Ulm, per dare un piccolo “rivoluzionario” contributo alla fisica dell’atmosfera.

All’inizio quando ho letto l’articolo sul Corriere della Sera sembrava che degli outsider si fossero preoccupati di dire la loro su fenomeni al di fuori del loro settore disciplinare, invece poi leggendo l’articolo originale e facendo alcune veloci indagini ho scoperto che erano dei veri fisici ad aver fatto la frittata. In pratica i nostri eroi hanno risolto a modo loro l’antico e affascinante enigma dei fulmini globulari e delle sfere di luce in generale; costoro sostengono che in realtà tali fenomeni fisici sono semplicemente delle allucinazioni, causate dall’interazione dei campi magnetici con la nostra retina.

Peccato che questi grandi scienziati nella fretta e nella smania di apparire sui giornali si siano dimenticati che l’enigma in questione non era sull’esistenza dei fenomeni, ma solamente sui meccanismi di formazione, anzi a dire il vero anche in questo senso si son fatti dei grossi passi in avanti, come ad esempio si può leggere qui.

Il fenomeno come dice quest’ultimo articolo e tutti i buoni libri di meteorologia, è conosciuto dalla notte dei tempi ed è stato visto da innumerevoli persone nelle condizioni meteorologiche più varie (compreso dal sottoscritto in una serena notte d’agosto di tanti anni fa, ed in compagnia di altri).

La cosa che più mi sconvolge in questa storia è che delle persone che dovrebbero essere degli scienziati, possano interpretare come visioni dei fenomeni che son stati visti da comitive di persone (il meccanismo proposto non prevede allucinazioni di massa), fotografati e persino filmati innumerevoli volte (cercate “Ball ligthning” su internet), ed infine replicati in laboratorio. Com’è possibile che si metta in dubbio l’esistenza di fenomeni assolutamente verificati secondo i canoni del vero metodo scientifico? E com’è possibile che riviste prestigiose supportino questi lavori e che dei dipartimenti spendano soldi in questi filoni d’indagine?…poi ovviamente chiedono più soldi per la ricerca…

Forse l’idea agli autori è venuta dalla storia dei Red Sprites e dei Blue Jets, avvistati da sempre dai piloti d’aerei ed a lungo ritenuti allucinazioni, finché non son stati fotografati e studiati, entrando nel novero della vera scienza; magari gli autori da veri scienziati pazzi quali sono con un colpo di genio hanno pensato di percorrere la strada opposta, cercando di far diventare allucinazione un fenomeno reale…già proprio scienziati pazzi, forse poco scienziati e molto pazzi…in effetti potrebbero aver azzeccato in pieno il dipartimento al quale chiedere consulenza, magari hanno solo sbagliato sul tipo di consulenza, trovando per loro fortuna tutta una catena di persone come loro che li ha portati a pubblicare.

Alla fine anche loro tramite assurdità di alcuna rilevanza (il fenomeno delle allucinazioni indotte da campi magnetici era noto da tempo in campo medico) sono riusciti a balzare agli onori della cronaca nel campo delle scienze dell’atmosfera, campo che ormai è invaso da anni da ogni genere di ciarlatani e predicatori, che riescono magicamente a relegare in secondo piano i veri scienziati, recando cosi un enorme danno all’intero corpo della scienza.

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Ah, i bei tempi andati in cui valevano i proverbi. Quanti di voi addetti e non al settore meteorologico sanno che se il cielo al tramonto si colora di rosso il tempo all’indomani sarà bello? Praticamente tutti credo. Beh, ora, neanche a farlo apposta quando si va verso la stagione dei tramonti doc, quel rosso sarà ancora più intenso. Speriamo che non diventi truffaldino.

A dircelo è un ricercatore del CNR, sentito da Franco Foresta Martin in questo articolo sul Corriere della Sera. Il particolato in sospensione in troposfera sembra accentui l’effetto ottico di propagazione della frequenza del rosso, chissà che questo non significhi che sarà visibile qualche green flash in più sulle coste del Tirreno.

A dirla tutta però non è questo il succo dell’articolo, che in verità è piuttosto polemico, probabilmente con ragione. Nei primi giorni dell’eruzione del vulcano in terra d’Islanda, l’intero sistema del traffico aereo europeo è andato in tilt, a causa del timore -inizialmente fondato- che le ceneri in sospensione potessero rappresentare un problema se ingerite dai motori dei jet. Il problema, come abbiamo avuto modo di sottolineare, oltre che nella propagazione di queste ceneri, strettamente legata alla circolazione atmosferica, è anche e soprattutto nella loro concentrazione.

Ora, se il primo fattore può essere in qualche modo desunto e pronosticato con l’aiuto delle simulazioni numeriche, il secondo può essere conosciuto soltanto con delle misurazioni mirate (nonostante i tentativi di simularlo), siano esse effettuate da aeromobili appositamente equipaggiati o da stazioni a terra attrezzate con idonea strumentazione. Dopo aver sofferto per qualche giorno seguendo diligentemente quanto indicato dagli ouput del modello in uso presso il VAAC (Volcanic Ash Advisory Centre) di Londra, ci si è resi conto che le misurazioni oggettive non destavano molta preoccupazione, in quanto -con specifico riferimento al nostro paese, altrove non so- il particolato in sospensione era veramente di scarsissima entità, meno ancora di quanto se ne misura normalmente dopo una sciroccata (sabbia desertica) o anche meno di quanto se ne trovi a volte in seguito a qualche sbuffo un po’ più potente dell’eterno pennacchio di fumo dell’Etna.

Oggi, con la rinnovata fase eruttiva del vulcano, secondo quanto riportato dal ricercatore del CNR, la cenere vulcanica in sospensione nei nostri cieli sarebbe -perché non credergli- addirittura dieci volte superiore a quella osservata un mese fa. Nonostante ciò, per quel che attiene al traffico aereo, tutto tace. E non è un caso. Infatti, se andiamo a vedere le previsioni prodotte dal VAAC di Londra destinate alle autorità del traffico aereo, scopriamo che nei cielo europei, secondo il modello di simulazione di cenere non ce n’è affatto.

http://www.metoffice.gov.uk/aviation/vaac/data/VAG_1274547891.png

Fonte VAAC - Londra

Insomma, nella prima fase eruttiva abbiamo scoperto che l’unica cosa che si aveva a disposizione era un modello di simulazione peraltro non dedicato a questi scopi ma alla propagazione della eventuale ricaduta radioattiva. E sia, nell’emergenza, si deve usare quanto disponibile. Nonostante le misurazioni fossero tuttavia tranquillizzanti, il traffico ha continuato ad andare a singhiozzo. Ora le misurazioni dicono che di cenere ce n’é di più, ma il modello no, per cui tutto funziona regolarmente. Sembrerebbe proprio che l’immaginazione sia definitivamente riuscita a superare la realtà.

Forse ha ragione il ricercatore del CNR a sospettare che dei dati che loro producono si faccia carta straccia. Non lo so, sembra però piuttosto chiaro che non se ne tenga affatto conto in fase di simulazione, cioè, saremmo alle prese con l’ennesimo modello che “simula” la realtà infischiandosene della stessa. E’ sicuramente una mia lacuna, ma in questa filosofia c’è qualcosa che mi sfugge.

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Addendum

E, almeno per ora, sembra che il problema sia cessato. L’Ansa ha appena battuto questa notizia:

Vulcano d’Islanda: esperto, non erutta più.

(ANSA) – RAYKJAVIK,23 MAG -Il vulcano islandese,le cui ceneri hanno bloccato nelle ultime settimane il traffico aereo, non e’ piu’ in eruzione. Lo dice un esperto. ‘Ciò che posso confermare è che l’attività del cratere è cessata, non c’e’ più magma che sale ed esce solo fumo’, ha dichiarato il geofisico Magnus Gudmundsson dell’Università dell’Islanda. ‘Il vulcano non erutta piu’ cenere, emette solo vapore’, ha confermato Omar Ragnarsson, pilota, giornalista ed ambientalista, che stamani ha sorvolato i crateri.

In compenso sembra sia aumentata l’attività sismica dell’area del suo fratello maggiore, il Katla. E così un altro esperto, il capo della Croce Rossa Islandese, si affretta a farci sapere che “Se scoppia sarà una vera e propria tragedia…verrebbe inondata l’isola e potrebbe esserci un cambio climatico catastrofico“. Dal che capiamo che più che di vulcani costui è esperto di vaticini. Non tanto per l’eruzione, che in verità molti si aspettano, quanto per tutto il resto, specialmente il famigerato “cambio climatico”. Ma che gusto ci prova la gente a fare così? Mah, per me resta un mistero.

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Cercasi catastrofe disperatamente

Scritto da Guido Guidi il 23 - maggio - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Qualche settimana fa abbiamo parlato di un intervento di Bret Stephens circa la necessità di ricorrere al più presto ad una nuova forma di paura globale, immancabile strumento di intrattenimento delle masse, sollazzo dei media e utensileria politica. Oggi vi segnalo un articolo di Pier Luigi Battista uscito sul magazine settimanale del Corriere della Sera che parte più o meno dalle stesse assunzioni, ma si spinge anche un po’ oltre, puntando il dito sulle spericolatezze di una certa parte del mondo scientifico, usa emettere vaticini catastrofici che puntualmente -per fortuna- non si avverano.

Come direbbe il Trap, “sono completamente daccordo a metà”.  Se da un lato infatti è innegabile che spingere la propria immaginazione oltre il consentito fidando nella disponibilità di chi ascolta grazie al proprio status di “studioso”, è ormai diventata una moda perché apre le porte della notorietà, è pur vero che spesso a fare il danno più che gli studiosi sono i loro interlocutori mediatici, che spesso, più dei loro antenati strilloni, hanno solo la fortuna di poter usare la posta elettronica ed i contenuti multimediali.

Non di meno, oserei dire, sono responsabili quelli che queste panzane se le bevono, senza perdere neanche un minuto a cercare di approfondire, magari approfittando proprio degli innumerevoli strumenti d’indagine personale oggi disponibili.

Ad ogni buon conto, è un fatto che quello di cavar fuori dal cilindro emergenze globali a ritmo serrato è ormai un modus operandi. Ben venga la penna di Battista a ricordarcelo, la cui chiosa è decisamente imperdibile. Tra le mille catastrofi annunciate e mai arrivate, l’unica che resiste è la fine delle mezze stagioni. Una perla.

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Il Santo Graal della sensibilità climatica

Scritto da Claudio Costa il 23 - maggio - 2010AGGIUNGI UN COMMENTO

Segnalo quest’articolo del professor Roy Spencer sulla sensibilità climatica. Tra parentesi i miei commenti.

Global Warming

Il termine “Global warming” (riscaldamento globale) si riferisce all’aumento globale della temperatura media che è stato osservato negli ultimi 100 anni o più. Ma per molti politici e per il pubblico il termine implica che l’umanità sarebbe responsabile di quel riscaldamento.

Questo sito web (quello di Spencer) del mio gruppo di ricerca finanziato dal governo, fornisce le prove che suggeriscono che il riscaldamento globale è in massima parte naturale e che il sistema climatico è piuttosto insensibile alle emissioni umane di gas serra  e all’inquinamento da aerosol. Che ci crediate o no, poca ricerca è stata  finanziata per ricercare meccanismi naturali di riscaldamento… si è semplicemente supposto che il riscaldamento globale sia opera dell’uomo. Quest’assunzione è molto facile da farsi per gli scienziati, perché non abbiamo dati globali abbastanza accurati per un lungo periodo di tempo, che mostrino se ci siano in gioco meccanismi naturali di riscaldamento.

L’IPCC asserisce che il solo modo con cui è possibile far riprodurre ai loro modelli climatici il riscaldamento osservato, sia quello di tener conto dell’inquinamento antropogenico. Ma non troveranno nessun altro modo se non lo cercano.

Più di uno scienziato mi ha chiesto: “Che altro POTREBBE essere ?” Bene, la risposta a questo richiede di andare un po’ a fondo… e come vi mostro non si deve andare molto lontano.

Ma per prima cosa esaminiamo le basi del perché così tanti scienziati pensano che il riscaldamento globale sia causato dall’uomo. L’atmosfera della Terra contiene gas serra naturali, in massima parte vapore acqueo, CO2 e metano, che agiscono in modo da mantenere gli strati più bassi dell’atmosfera più caldi di quanto sarebbero altrimenti. I gas serra intrappolano la radiazione infrarossa, cioè l’energia di calore radiante che la Terra emette naturalmente verso lo spazio esterno in risposta al riscaldamento solare.

La combustione di origine umana dei combustibili fossili, massimamente carbone, petrolio, e gas naturale, rilascia diossido di carbonio (CO2) nell’atmosfera e questo si pensa che faccia aumentare l’effetto serra naturale della Terra. Nel 2008, la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era circa del 40-45% più alta di quella all’inizio della rivoluzione industriale nel XIX secolo. E’ interessante notare che, anche se il diossido di carbonio è necessario perché esista vita sulla Terra, ce n’è solo una piccola preziosa quantità nell’atmosfera terrestre.  Nel 2008, solo 39 molecole d’aria su ogni 100 mila erano molecole di CO2,  e ci vorranno altri 5 anni di emissioni antropiche  per aumentare quel numero di 1, e passare da 39 a 40, (sempre su 100mila)

Il “Santo Graal”: la sensibilità climatica!

La stima di  quanta parte del passato riscaldamento sia dovuta alle attività umane, e quanto ancora ce ne possiamo aspettare in futuro, dipende da qualcosa chiamato “sensibilità climatica”. Questa è la risposta della Terra, quindi della sua temperatura, ad un dato ammontare di “forzante radiativa”, e può essere di due tipi:

  • o nell’ammontare della luce solare assorbita dalla Terra
  • o nell’energia ad infrarosso che la Terra emette  verso lo spazio esterno.

C’è un consenso diffuso (il famoso consenso della comunità  scientifica) circa il fatto che la sensibilità climatica della Terra sia piuttosto alta, e così ci si aspetta un riscaldamento da circa 0,25 a 0,5°C ogni 10 anni,  finché l’umanità continuerà ad usare combustibili fossili come fonte primaria di energia.

James Hansen, della NASA, è convinto che la sensibilità climatica sia molto alta e che abbiamo immesso già troppo CO2 nell’atmosfera. Presumibilmente è per questo che lui e Al Gore, stanno facendo una campagna per la moratoria sulla costruzione di ulteriori centrali a carbone negli USA (J. Hansen è stato arrestato per aver fatto ostruzionismo alla costruzione di una centrale a carbone pulito negli USA).

Pensereste che ormai dovremmo conoscere la “sensibilità climatica” della Terra, ma questa è sorprendentemente difficile da determinare. Il modo in cui i processi atmosferici come le nuvole e i sistemi delle precipitazioni rispondano al riscaldamento è ancora dibattuto, in quanto essi o amplificano il riscaldamento o lo riducono.

Questo sito web, al momento, si concentra sulle risposte delle nuvole al riscaldamento, una questione che, ne sono ora convinto, la comunità scientifica ha totalmente frainteso con riferimento alle fluttuazioni naturali interannuali nel sistema climatico. Come risultato di quella confusione, la comunità scientifica ha l’errata convinzione che la sensibilità climatica sia alta, mentre in effetti l’evidenza satellitare suggerisce che la sensibilità climatica sia bassa.

Le cause del cambiamento climatico naturale.

In questo sito presento anche un’analisi dell’Oscillazione Decadale del Pacifico (PDO) che mostra che la massima parte del cambiamento climatico può essere il risultato del…sistema climatico stesso !

Perché fluttuazioni piccole e caotiche nei sistemi di circolazione atmosferica ed oceanica possono causare piccoli cambiamenti nella nuvolosità media globale e questo è tutto quello che basta  per causare un cambiamento climatico. Non c’è bisogno della variazione solare o di  qualsiasi altra influenza “esterna” sebbene queste siano anche possibili…ma per ora lascerò che ci lavorino altri.

E’ semplicemente quello che fa il sistema climatico. Questo è realmente molto facile da credere per i meteorologi, perché capiscono come siano complessi i processi atmosferici. Il meteorologo della vostra tv locale è probabilmente in segreto uno “scettico” sull’influenza dell’uomo sul clima.

Il clima cambia,  succede, con, o senza il nostro aiuto!

Tradotto da Guido Botteri (duepassi)

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