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É al CERN di Ginevra il bidone dei rifiuti più pulito del mondo. Non é lì perché abbiano una produce di rifiuti particolarmente abbondante, nè é così pulito perché sono maniaci dell’igiene. É lì perché serve per un esperimento di cui abbiamo parlato già molte altre volte su CM.

A parlarne ancora é Jasper Kirby, titolare appunto dell’esperimento CLOUD, in un’intervista rilasciata a Yale Environment 360.

É proprio lui a definire in questo buffo modo la camera sterile costruita appositamente per l’esperimento. Un ambiente che deve necessariamente essere il più possibile asettico per permettere ai ricercatori di conoscere la concentrazione delle sostanze delle quali studiano le interazioni al livello di precisione del milione di milioni di parti per volume.

Interazione di aerosol con i raggi cosmici a eventuale ruolo di questi ultimi nel processo di nucleazione, cioè di formazione delle aggregazioni di molecole di H2O allo stato liquido o solido (in pratica le nubi) e dinamiche di aggregazione di particelle di dimensione infinitesimale che pure finiscono per costituire il 50% dei nuclei di condensazione, sempre per il processo di generazione della nuvolosità.

Per qualche strana ragione, che forse varrebbe la pena di approfondire ma magari lo faremo in altre occasioni, di questo esperimento così importante e per nulla  buon mercato, che ha tra l’altro l’enorme pregio di tentare l’applicazione del metodo sperimentale che potendo si dovrebbe usare sempre ad uno degli aspetti più controversi della scienza del clima e della meteorologia, si sente parlare sempre molto poco. Forse si pensa o si teme che Kirby e i suoi siano degli scettici impenitenti che si ostinano a cercare qualcosa di diverso dalla pietra filosofale di CO2, ma questa intervista chiarisce benissimo i loro scopi: capire, se possibile una volta per tutte, quanto ci sia di vero nelle evidenze storiche che legano l’attività solare e le oscillazioni climatiche. Il tutto allo scopo di definire meglio i confini del ruolo dell’influenza dei gas serra, compreso naturalmente l’aumento della concentrazione di queti ultimi imputabile alle attività umane.

E’ un contributo interessante, ve ne consiglio la lettura.

Solo l’insensata ricerca della rima poteva farmi tirare fuori un titolo così, anche perché non esistono climi belli o brutti se ci riferisce alle loro dinamiche, ne esistono di tali solo riferiti a quali possibilità abbiamo di adattarvi le nostre esigenze. Il termine “indovinello” (dall’inglese conundrum), inoltre, l’ho mutuato dal titolo di un paper che Science Daily ha inserito nella sua newsletter appena ieri:

The aerosol-cloud-climate conundrumJost Heintzenberg

Potrà sembrare irrispettoso, fatto di cui si interroga anche l’autore del paper nella sua introduzione, ma in effetti così non è se si esplora il significato intrinseco della parola:

[info]

“Una domanda o un problema che abbiano solo risposte congetturali, cioè basate su informazioni incomplete, oppure, semplicemente, un problema intricato e difficile”.

[/info]

Tale infatti è lo stato dell’arte della conoscenza scientifica circa la relazione tra il particolato in sospensione, sia esso di origine antropica o naturale, e le nubi, il cui ruolo nelle dinamiche a tutte le scale spaziali e temporali del clima è sostanziale. Finché non avremo risolto questo enigma – sempre con le parole dell’autore – con un livello di comprensione che sia almeno paragonabile a quello dei gas serra, nessuna opera di geoingegneria sarà possibile.

A parte il piccolo particolare che la faccenda dei gas serra è ben lungi dall’essere efficacemente compresa e che dalla geoingegneria Dio ci scampi e liberi, si tratta di una lettura piuttosto interessante. A me ha fatto venire in mente quanto scritto anche da Roy Spencer, nel suo libro così come nei suoi paper, circa il ruolo delle nubi e la possibilità che una modifica in piccolissima percentuale della quantità di copertura nuvolosa possa spiegare una buona parte ove non tutto il trend che la temperatura media superficiale globale ha assunto nelle ultime decadi del secolo scorso.

The great global warming blunder

A 39-Year Survey of Cloud Changes from Land Stations Worldwide 1971-2009: Long-Term Trends, Relation to Aerosols, and Expansion of the Tropical Belt

Aerosol e nubi, nubi e radiazione solare, radiazione solare e clima. Heintzenberg nel suo paper cerca di esplorare in termini di conoscenza scientifica e relativa possibilità di riproduzione con i modelli di simulazione climatica tutte le relazioni note ed i feedback ad esse collegati. Risultato. siamo lontani dalla meta, anzi, forse, non si può neanche dire se e quando ci arriveremo.

Da tenere a mente la prossima volta che qualcuno dirà che la scienza è “settled” e che ormai si discute dui dettagli.

Generalmente quando si parla di meteorologia o di clima, per nubi basse si intende specificatamente quella nuvolosità che si forma negli strati più bassi dell’atmosfera e normalmente ricca di vapore acqueo. Nel contesto dell’articolo appena pubblicato su GRL, invece, per basse si intende con un top più basso in generale, qualunque sia lo strato nel quale si formano.

L’altezza che le nubi raggiungono in atmosfera è collegata al bilancio radiativo. Più le nubi vanno in alto, più sono fredde, minore è la quantità di calore che irradiano verso lo spazio, maggiore è il calore che resta in basso in atmosfera.

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La lettura di questo post richiede pazienza, perché ci sara’ da girare parecchio per il web. Cercherò comunque di riassumere la storia per chi non avesse tempo o voglia di approfondire.

Appena un mese fa abbiamo pubblicato il nostro commento ad un lavoro di Spencer e Braswell di recentissima pubblicazione. Si trattava di una analisi comparativa tra le osservazioni satellitari più recenti (e più affidabili) e le previsioni di una selezione di modelli climatici. Scopo del lavoro esplorare ancora una volta il ruolo della nuvolosità per assegnare ad essa eventualmente il ruolo di forcing o di feedback, ovvero arrivare a determinare in questo modo una sensibilità climatica (aumento della temperatura causato da un raddoppio della CO2) il più possibile prossima alla realtà.

Il lavoro era anche di fatto una aperta critica ad un altro analogo tentativo compiuto l’anno scorso da Dessler et al. nel 2010:

A Determination of the CloudFeedback from Climate Variationsover the Past Decade

Di fatto, anche questo studio giungeva a sua volta in risposta ad un altro lavoro di S&B:

On the diagnosis of radiative feedback in the presence of unknown radiative forcing

Con dei tempi di reazione degni di record, Dessler e soci hanno sottomesso e quindi ottenuto la pubblicazione di un rebuttal di S&B 2011 sul GRL:

Cloud variations and the Earth’s energy budget

Appena diciannove giorni per portare a termine il referaggio. Ricevuto l’11 agosto, il lavoro è stato accettato il 29. Un lodevole esempio di efficienza e prontezza che l’editore deve aver caldeggiato considerando di primaria importanza riparare ai danni compiuti da S&B con la loro pubblicazione.

Danni? Beh, si direbbe di sì, dal momento che uno dei titoli che i media e la blogosfera avevano adottato per commentare l’ultimo sforzo di S&B era:

New NASA Data Blow Gaping Hole In Global Warming Alarmism

Addirittura la NASA! Per non parlare poi del comunicato stampa con cui l’università dell’Alabama aveva lanciato la pubblicazione.

Mentre Dessler e soci lavoravano alacremente ad una risposta, il dibattito prendeva forma nella blogosfera a suon di botta e risposta tra Spencer, Dessler stesso e il Team di RealClimate. Oggetto della discussione non già gli aspetti scientifici del lavoro di S&B, quanto piuttosto l’opportunità della pubblicazione, il valore della rivista su cui è stato pubblicato etc etc. Insomma, la risposta immediata e piccata del mondo dell’AGW è stata sin da subito un evidente “Come osate!” e, soprattutto, chi vi credete di essere andando a pubblicare su un giornaletto di geografia questioni di clima.

E infatti, diversamente da quello che avrebbe richiesto l’avvio di un normale dibattito scientifico, la risposta di Dessler et al., non è giunta in forma di commento sulla stessa rivista, procedura che permetterebbe poi a S&B di rispondere in via definitiva e avere nella loro qualità di autori l’ultima parola sull’argomento, quanto piuttosto su altra e ben più blasonata rivista, appunto il GRL. Quest’ultima, ahimè, non accetta commenti. S&B quindi, se vorranno rispondere, e state pur certi che lo faranno, dovranno sottomettere un lavoro ex-novo e passare attraverso il referaggio. Potete star certi che ci vorranno almeno un paio d’anni. Tanti ad esempio ce ne sono voluti per Lindzen e Chou per ottenere la pubblicazione del loro ultimo lavoro.

Ad ogni modo, al di là della solita solfa dei due pesi e due misure che il mondo della scienza del clima adotta a seconda che abbia a che fare con chi sostiene o avversa l’ipotesi AGW, e al di là dei tempi record della risposta del nocciolo duro dell’AGW stesso, quello in corso è comunque un dibattito scientifico. Quindi non può che fare del bene al progresso della conoscenza, anche perché se S&B 2011 si concludeva sottolineando che con i dati a disposizione che pure lasciano immaginare una sensibilità climatica molto meno accentuata di quanto la si stimi nelle simulazioni, la diatriba sulle nubi come forcing o come feedback, non è ancora risolta, anche in Dessler et al. 2011, non sono contenute risposte risolutive.

Però, evidentemente colpito da amnesia circa i fatti del climategate, il wonder team dell’AGW non è contento, e quindi spinge sull’acceleratore per ottenere a suo dire la gogna per S&B, mettendoci dentro anche John Christy, altro scienziato del clima colpevole di essere fondamentalmente scettico.

Accade così che su The Daily Climate, Kevin Trenberth, John Abraham, and Peter Gleick, pubblichino un post d’opinione attaccando personalmente Spencer e Christy. La frase più cordiale e meno arrogante del pezzo è:

[...] Nel corso degli anni, Spencer e Christy hanno acquisito la reputazione di commettere errori seriali che altri scienziati sono stati costretti e scoprire [...]

Davvero un eccellente segno di apertura al dibattito tra pari, da parte di una prima firma, Trenberth, che occupa una posizione istituzionale, è lead author dell’IPCC e siede nel progetto GEWEX. Proprio questa ultima partecipazione sembra però fornire la chiave di lettura di questo inutile post d’opinione. Dentro GEWEX c’è anche Wolfgang Wagner, editore di Remote Sensing, la rivista su cui è stato pubblicato S&B 2011, il quale con un mirabile atto di contrizione applaudito a scena aperta dal Team dell’AGW, ha rassegnato le dimissioni scusandosi per aver accettato la pubblicazione del lavoro.

Nell’editoriale con cui comunica agli amici di aver compreso i suoi errori, Wagner difende comunque il lavoro di referaggio compiuto su S&B 2011, ma lamenta di non aver prestato attenzione al fatto che tra i revisori ci fossero dei soggetti potenzialmente “scettici”, e quindi di non aver in effetti fatto buona guardia.

Il problema quindi non è che nel lavoro di S&B potessero esserci degli errori, questo Dessler e quanti altri vorranno devono ancora dimostrarlo dal momento che la contesa è appena iniziata e si svolge secondo i normali canoni del dibattito scientifico, quanto piuttosto che nella altamente ideologicizzata e politicizzata scienza del clima, devono essere rispettate sempre e comunque le minoranze. E’ tutta da ridere. Sarà per questo che i lavori degli “scettici” impiegano anni ad essere accettati. I loro punti di vista sono così fortemente difesi in sede di referaggio che la battaglia diviene interminabile. Sarebbe interessante sapere quante “minoranze” sono state interpellate per compiere il processo di revisione lampo di Dessler et al. 2011. Se si dovesse scoprire che erano tutti sostenitori dell’AGW magari ci potrebbero scappare le dimissioni dell’editore del GRL, hai visto mai.

Lesa maestà, questo è l’atteggiamento di Trenberth e soci, che per litigare e letteralmente insultare il prossimo devono firmare in tre un post d’opinione, secondo la logica sempiterna del collettivo. Una logica cui per fortuna sfuggono tutti gli altri commentatori dell’altra parte della barricata, che hanno ovviamente coperto ampiamente il problema.

E’ proprio a loro quindi che vi rimando per approfondire ulteriormente, ad iniziare da Judith Curry (ben tre post qui, qui e qui), per seguire con Steve McIntyre (qui), con Roger Pielke Sr (qui) e con WUWT, che di fatto raccoglie tutti questi interventi.

Da notare che più o meno tutti sono concordi nel dire che il lavoro di S&B era (ed è) passibile di critica, ma che il post d’opinione di Trenberth è di fatto un autogol, perché non farà altro che alzare i toni dello scontro, mettendo da parte l’obbiettivo finale, ovvero quello di capirci di più sul ruolo della nuvolosità nel bilancio radiativo del Pianeta.

Insomma, l’ennesima storia di difesa dei bastioni del castello, di pressione sulle linee editoriali delle riviste, di utilizzo del proprio ruolo per indirizzare le scelte editoriali e demonizzare gli interlocutori non allineati. In una parola, all’epoca sinistra, oggi quanto mai azzeccata, il climategate, ovvero tutto quello che non avremmo mai voluto vedere nel settore della scienza del clima.

Aggiornamento

Roy Spencer ha pubblicato una risposta preliminare al paper di Dessler. La trovate qui.

Tra qualche mese comincerà la fase cruciale di un esperimento molto interessante al CERN di Ginevra. Si tratta del CLOUD Esperiment (Cosmics Leaving OUtdoor Droplets), con il quale ci si propone di approfondire la conoscenza su uno degli aspetti più controversi della scienza del clima.

Ad oggi il fattore limitante più incisivo sull’attendibilità delle simulazioni climatiche è il comportamento delle nubi, con riferimento alla loro formazione alla loro tipologia e, ovviamente contenuto di vapore. In questi processi si pensa che i raggi cosmici, cioè quelle particelle cariche che bombardano la Terra proveniendo dallo spazio, possano avere un ruolo molto importante ma, sin qui, le verifiche sperimentali non hanno fatto molta chiarezza. Riunendo studiosi da ben diciotto istituti di ricerca di nove diverse nazioni si tenterà di fornire delle risposte a molti degli interrogativi su questo argomento.

Sfruttando le potenzialità del nuovo acceleratore sarà inviato un fascio di particelle in  una camera di reazione per studiarne gli effetti sugli aerosol, ovvero su quei piccoli nuclei di materia indispensabili per la formazione delle goccioline in condizioni di saturazione del vapore acqueo. Questo dovrebbe fornire molte informazioni sulla microfisica delle nubi, di cui in effetti si sa ancora molto poco.

A questo link è possibile vedere un filmato molto interessante strutturato in due parti e realizzato da Jasper Kirby che illustra i contenuti dell’esperimento e mette in evidenza quanto ancora ci sia da scoprire sull’influenza che lo spazio esterno -sole compreso- ha sulle dinamiche del nostro pianeta. Qui invece trovate il documento che spiega quali siano gli intendimenti di questo progetto di ricerca.

Buona visione e buona lettura.