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Sembra che anche gli orientamenti della ricerca, o almeno quel che di questa assurge agli onori della cronaca in determinati periodi, dicevo sembra che seguano un po’ la moda. Sarà perché nell’emisfero nord è appena iniziata l’estate, ma non si fa che parlare di mare. E puntualmente arriva una pubblicazione fresca fresca che presenta uno studio sull’innalzamento del livello dei mari.

Climate related sea-level variations over the past two millennia – Kemp at al. 2011

La sede di pubblicazione è il PNAS, tra gli “al.” figura anche Michael Mann, autore noto alle cronache per il famigerato Hockey Stick, cioè per la ricostruzione delle temperature medie superficiali dell’ultimo millennio più discussa e criticata della storia del clima.

Sicché, più o meno tutti i commentatori climatici hanno sin da subito battezzato questa pubblicazione come l’Hockey Stick del mare, dal loro punto di vista immagino che questo non voglia essere esattamente un complimento. Ad ogni modo, l’elemento più significativo della pubblicazione consiste nel fatto che, a detta degli autori, pare che negli ultimi duemila anni il livello dei mari non sia mai cresciuto tanto velocemente quanto è accaduto nel corso dell’ultimo secolo.

A dircelo sono i campioni sedimenti di foraminiferi raccolti in due punti della costa sud-occidentale USA, più precisamente Wilmington e Hampton Roads nel Nord Carolina. In particolare, il livello del mare sarebbe stato più o meno stabile fino all’anno 950 DC, per poi salire con un rateo di circa 0.6mm/anno per circa quattrocento anni e poi tornare alla stabilità o a una legegra diminuzione fino al XIX secolo. Di lì in poi, e fino ai giorni nostri, si sarebbe instaurato un rateo di crescita di 2,6mm/anno.

Questi risultati sono giudicati consistenti con i trend locali più prossimi misurati dai rilevatori di marea e con i trend regionali rilevati dalle sonde satellitari Topex/Poseidon e risultano in accordo – sempre a detta degli autori- con i dati relativi alle temperature medie superficiali.

Scorrendo le pagine in cui questo lavoro è stato analizzato e commentato, si possono riscontrare parecchie perplessità circa i risultati cui gli autori dichiarano di essere giunti (qui per esempio).

La prima è relativa proprio alla consistenza del trend dedotto dai dati di prossimità con le rilevazioni costiere. I due punti presi a a paragone, mostrano infatti un trend l’uno doppio dell’altro, pur entrambi in aumento. Il più basso è simile a quello dei dati di prossimità, mentre l’altro è, come detto parecchio più elevato. In presenza di una tale disparità nelle misure oggettive, come si può giudicare il risultato proveniente dai dati proxy ad esse consistente? Questa differenza, è inoltre indice di una sostanziale instabilità sedimentaria dell’area interessata dallo studio, una istabilità che deriva dalle specifiche caratteristiche di quel tratto di costa che è sede di un delta fluviale. Quali e quante dinamiche diverse da quelle strettamente connesse con le temperature possono aver in qualche modo impresso la loro firma nei dati di prossimità?

Infatti Judith Curry dal suo blog, proprio alla luce della caratteristica strettamente locale dell’analisi condotta in questo studio, dichiara che il suo maggiore elemento di perplessità risiede proprio nell’aver immaginato la semplice relazione che lega le temperature medie superficiali globali al livello medio del mare, sempre a carattere globale.

Questo studio sarà certamente oggetto di accese discussioni nel corso dei prossimi mesi, per cui sarà interessante vedere come andrà a finire. Ma c’è un problema, che si spera che sempre nei prossimi mesi possa essere risolto. Nella pubblicazione e nelle informazioni suppletive pubblicate con essa, non è disponibile tutto quanto sarebbe necessario a replicare lo studio, ovvero a verificarne i procedimenti e analizzarne le assunzioni. Un po’ quello che è già successo ormai parecchi anni fa proprio con l’Hockey Stick.

Questa deficienza (nel senso di qualcosa che manca) appare quanto mai strana se si pensa alla rivista che ha pubblicato lo studio. Il PNAS infatti è stato recentemente al centro di una accesa discussione circa le procedure di referaggio adottate per un lavoro di Lindzen e Chou, ai quali uno dei revisori ha fatto notare di non disporre di tutto quanto necessario a riprodurre i loro ragionamenti e quindi avallare le loro determinazioni. Sembra che questa volta nessuno abbia notato il problema. Steve McIntyre fa notare che questo è solo immaginabile e non oggettivamente riscontrabile, perché il materiale di revisione non è stato reso disponibile. Ancora una volta, ma questa volta con eccesso di manica larga, gli standard di rigidità delle procedure di sottomissione e accettazione dei lavori non sono stati rispettati.

Ora, la materia di cui trattiamo è già enormemente complessa. Le procedure di revisione paritaria dovrebbero servire a garantire appunto degli standard che mettano tutti i lavoro sullo stesso piano, permettendo di analizzarne i contenuti a prescindere da chi li propone, partendo dal presupposto che ogni analisi è vera fino a che non viene confutata. Se questo meccanismo fallisce, tanto per cambiare, ci sono analisi più vere delle altre e, guarda caso, questo avviene sempre in favore di lavori che direttamente o indirettamente sostengono l’ipotesi del forcing antropico sulle dinamiche del clima.

Possibile che gli ultimi due anni di discussione (quando non proprio liti furibonde), di report e contro-report di terze pari, di pubblicazione di mail private e di pubbliche ammissioni non abbiano insegnato proprio nulla?

Appena ieri l’altro Greenreport si è occupato della stessa notizia che abbiamo coperto anche noi, circa la pubblicazione sul PNAS di uno studio piuttosto discutibile con cui si tenta di “pesare” la credibilità di quanti studiano e operano nel settore del clima in base ad un analitico processo di conta delle pubblicazioni e delle citazioni. Di per sè il concetto non sarebbe sbagliato, al di là della pessima idea di affibbiare delle etichette di credibilità ai propri colleghi, se il sistema delle pubblicazioni scientifiche in materia di clima non fosse stato inquinato dai tentativi di una corrente di pensiero di escludere qualunque altra alternativa, almeno questo è quello che si è capito in base a quanto abbiamo saputo dal climategate.

Di fatto, quella che gli autori dell’articolo chiamano “credibilità” degli esperti, più che essere fondata è stata esportata. Sarà per questo che su Greenreport, dove peraltro la storia è riportata con sobrietà ed equilibrio, senza però fare accenno a quanto sopra, il titolo dell’articolo uscito sul PNAS ha un comico refuso e diventa: Export credibility in climate change.

Chissà, forse Schneider e soci intendevano proprio questo! :-)

Erano tempi duri probabilmente, ma almeno certe cose accadevano alla luce del sole e non mascherate da pratica scientifica. La legge, nella fattispecie quella religiosa ma a quel tempo era un tutt’uno con la politica, era una e una sola. O dentro o fuori, e fuori non significava stare al freddo, ma piuttosto essere bruciati sul rogo. Oggi, che dovremmo essere per così dire più civili, più istruiti, più inclini alla consapevolezza che il prossimo vada convinto con solide argomentazioni e non per mezzo di assunti dogmatici, per arrivare agli stessi risultati di partecipazione al presunto benessere comune, si può approfittare dell’ospitalità di autorevoli riviste scientifiche che, perso ogni buon senso, accettano di buon grado di prender parte al gioco dell’inquisizione.

E così, sul PNAS1, esce uno “studio” tra i cui firmatari compare anche Stephen Schneider, scienziato da anni sulla ribalta del clima. Qualcuno ricorderà che era tra quelli che si dicevano preoccupati degli effetti raffreddanti degli aerosol, salvo poi rivolgere la propria preoccupazione all’azione riscaldante della CO2, diventando un convinto sostenitore/attivista dell’AGW. Tanto convinto dall’aver formulato il famoso concetto degli “scary scenarios”, cioè della necessità di fare affermazioni semplici e drammatiche, facendo attenzione a non mostrare i propri dubbi (è uno scienziato eh?), per catturare l’attenzione dei media e quindi il consenso, cioè le risorse. Tutto questo perché siamo sì scienziati e dobbiamo dire sempre la verità, ma anche uomini – diceva- e vogliamo vivere in un mondo migliore, per cui qualche volta possiamo non farlo2.

In possesso di cotanto biglietto da visita, Scnheider ha dunque pensato bene di fornire il suo prezioso contributo a questo nuovo lavoro, il cui titolo è illuminante: La credibilità degli esperti nel cambiamento climatico. La premessa è già tutto un programma. Nell’abstract infatti non compare il vocabolo “consensus”, ormai trito e ritrito, quanto piuttosto la parola “tenet”, che sta per “principio o credenza”, normalmente utilizzato nelle argomentazioni di carattere religioso. Quale lo scopo di questa pubblicazione? Semplice, si tratta di pesare una volta per tutte la credibilità di quanti si dicono convinti del principio (appunto) cui è giunto l’IPCC con il proprio lavoro, e cioè che la maggior parte del riscaldamento occorso nella seconda metà del secolo scorso sia di origine antropica, e di quanti invece si dichiarano al riguardo scettici, contrari o…negazionisti (ebbene sì, questo odioso, fazioso, vomitevole e dichiaratamente violento appellativo è stato sdoganato su una rivista scientifica).

Il metodo è analitico e pure scontato. Una volta generato un database -leggi lista di proscrizione- di quanti stanno da una o dall’altra parte, si procede alla conta delle pubblicazioni e delle citazioni, ovviamente nel contesto del sistema di revisione paritaria. Sì, proprio quello che il climategate ha rivelato essere stato manipolato e piegato agli interessi degli “scary scenarios”, con il tentativo di assumere il controllo del flusso delle pubblicazioni.

E così, dopo aver goduto per decenni (ma ora non è diverso) di valanghe di finanziamenti per investigare e supportare l’ipotesi dell’AGW con le quali è stato possibile produrre tonnellate di pubblicazioni, ora i buoni contano quelle per darsi ragione e il cerchio è chiuso. Una lista che a conti fatti potrà tornare utile, tra qualche anno si potrà magari confrontarla con l’allocazione dei fondi messi a disposizione per la ricerca per avere un’idea dell’obbiettività e della libertà intellettuale di chi li riceve, chissà che non ne possa scaturire qualcosa di interessante.

Per ora i risultati sono chiari, anzi, schiaccianti. Le percentuali di quanti in base a questi principi possono essere ritenuti credibili sono bulgare a beneficio dei sostenitori dell’AGW, che nella ricerca sono la squadra furtissimi dei CE, Convinced by the Evidence, mentre i cattivi sono gli UE, ovvero unconvinced by the evidence. Anche qui la terminologia non è delle più fortunate. Innanzi tutto perché non è dato sapere come si possa essere convinti o meno di un’evidenza che non c’è, dato che tutto quello che viene sempre portato ad esempio come prova incontrovertibile del contributo antropico al riscaldamento globale è solo prova del riscaldamento, non delle sue origini. E poi perché si parla di convinzione, non di conoscenza. Perché uno studioso degli anelli di accrescimento degli alberi e della loro relazione con le temperature dovrebbe conoscere anche l’origine delle eventuali variazioni rilevate? E perché uno studioso delle dinamiche glaciali dovrebbe sapere che l’oggetto dei suoi studi tende a diventare liquido a causa della CO2? E perché uno zoologo dovrebbe sapere che le pecore scozzesi che osserva si sono rimpicciolite a causa delle variazioni di temperatura e che quelle variazioni sono causate dall’uomo? Non c’è un perché, infatti non lo sa, ne è convinto, e non è la stessa cosa, con buona pace delle schiaccianti percentuali che gli assicurano il posto nella squadra dei buoni.

Sicchè da quando esistono il riscaldamento globale e le sue origini antropiche, la scienza si fa a peso, e di questo, parola di Schneider e soci nelle loro conclusioni, dovrebbero essere ben consapevoli gli interlocutori principali, i media ed i policy makers, perché troppo spesso a quanto pare, sembra siano usi dare ugual peso alle opinioni, commettendo così l’esecrabile errore di ascoltare ogni tanto la voce di chi dissente dal mainstream.

Tutto questo forse avrebbe un senso se in questa grande messe di pubblicazioni  ci fosse stato in effetti il tentativo di investigare delle ipotesi alternative a quella dell’AGW, il peso delle variazioni climatiche di origine naturale per dirne una, scoprendo magari che questo peso è trascurabile. Ma tutto questo non c’è, c’è l’assunto che l’origine sia antropica e poi ci sono intere foreste di carta usata per dire come andrà, cosa succederà, etc etc, destino dei ghiacci e dimensioni delle pecore compresi.

Però, guarda caso, il focus del dibattito, lo zoccolo duro dello scetticismo è proprio questo, è sulle origini, non sulle conseguenze, anche se quelle, una volta alleggerito il contributo del fattore antropico cessano inevitabilmente di essere disastrose e spaventevoli. Dibattito? Sì, alla faccia (e probabilmente all’insaputa) di Schneider e soci, quella pratica che persino il presidente dell’IPCC Rajendra Pachauri ha deciso di rispolverare. E ora che faranno? Passerà anche lui al vaglio della santa inquisizione del clima?

  1. Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America []
  2. On the one hand, as scientists we are ethically bound to the scientific method, in effect promising to tell the truth, the whole truth, and nothing but — which means that we must include all the doubts, the caveats, the ifs, ands, and buts. On the other hand, we are not just scientists but human beings as well. And like most people we’d like to see the world a better place, which in this context translates into our working to reduce the risk of potentially disastrous climatic change. To do that we need to get some broadbased support, to capture the public’s imagination. That, of course, entails getting loads of media coverage. So we have to offer up scary scenarios, make simplified, dramatic statements, and make little mention of any doubts we might have. This ‘double ethical bind’ we frequently find ourselves in cannot be solved by any formula. Each of us has to decide what the right balance is between being effective and being honest. I hope that means being bothFonte Wikipedia []

Forse si dovrebbe aggiungere anche quel che deve. Negli ultimi anni con un tempismo degno delle più spettacolari applicazioni della legge di Murpy, il trend delle temperature medie superficiali ha subito una battuta d’arresto. Tutto ciò è accaduto tra lo sconcerto dei sostenitori delle origini antropiche di tale riscaldamento, più che altro perchè una tale oscillazione non era esattamente nelle previsioni. Paradossalmente, ma non stupisce più di tanto, i sostenitori dell’AGW hanno invece premuto sull’acceleratore, impegnandosi in una campagna mediatica senza precedenti. E’ solo variabilità naturale di breve periodo, ci hanno detto, non appena cesserà, il riscaldamento globale tornerà più cattivo di prima.

Così, a prima vista, verrebbe da chiedersi realmente dove sia il problema. Se la variabilità naturale è in grado di arrestare il trend teoricamente indotto dai forcing antropici, vuol dire che è di un ordine di grandezza superiore e non si capisce perchè si dovrebbero temere sfracelli climatici. Oppure vuol dire che ci sono ancora parecchie cose da capire nelle dinamiche dell’evoluzione del clima e, dato che i predetti sfracelli sono tutti frutto di proiezioni e non di osservazioni, può darsi che tali proiezioni, rivelatesi sin qui incapaci di seguire questa variablità, abbiano bisogno di essere perfezionate. Se così fosse, non sarebbe opportuno fare alcun genere di scelta politica o economica seguendone le indicazioni, perchè si rischierebbe seriamente di far più male che bene. Quest’ultimo concetto è stato espresso, insieme a molti altri per la verità, anche dal Prof. Prodi appena qualche giorno fa in una interessante intervista apparsa su Il Tempo.

Le dinamiche naturali non sarebbero però in grado di spiegare sino in fondo quanto accaduto nel corso delle ultime decadi, almeno non con la conoscenza che ne abbiamo, sin qui ancora troppo approssimativa. In questo contesto si inserisce, con approccio ovviamente scientifico, un articolo1 uscito sul PNAS2 che si prefigge di separare il segnale della variabilità naturale da quello di origine antropica, al fine di definire l’ampiezza di entrambi. Di fatto una sfida decisiva per comprendere il peso reale del forcing esogeno cui si attribuiscono tutti i rischi di una presunta deriva incontrollata del clima.

Partendo dal presupposto che la variabilità naturale di lungo periodo sia dominata dal comportamento degli oceani, per effetto del loro ruolo primario nel processo di immagazzinamento e redistribuzione del calore, il team di ricercatori fa ampio ricorso ai modelli di simulazione del clima (GCM) avendo necessità di analizzare periodi molto lunghi, cui la disponibilità di dati osservativi non può sopperire. Le simulazioni sono poi comparate alle serie osservate di SST3, non tanto per testarne la validità, quanto piuttosto per esaminarne l’eventuale risposta lineare nel lungo periodo.

La regressione lineare di queste simulazioni evidenzia delle oscillazioni ascrivibili alla variabilità di lungo periodo ma non risulta essere sovrapponibile all’andamento delle temperature medie superficiali. Una volta sottratto il segnale naturale infatti, il trend delle temperature superficiali assume un segno positivo monotonico, pur conservando delle oscillazioni piuttosto marcate. Tali oscillazioni rivelano che una parte consistente del riscaldamento del secolo scorso è ascrivibile alla variabilità naturale collegata alle dinamiche oceaniche, ma la crescita in valore assoluto delle temperature deve necessariamente aver risposto a forcing di diversa natura.

Per gli autori la scelta è obbligata, il forcing esogeno è certamente di origine antropica. Questo, del resto, unitamente alla dominanza del comportamento degli oceani sulle temperature superficiali è l’assunto di questo lavoro, che pur si distingue per un’analisi molto interessante della correlazione esistente tra le dinamiche del trasporto del calore negli oceani e lo stato termico dello strato superficiale. Non solo, la presenza di una accentuata variabilità interdecadale delle temperature globali, non evidenziabile nelle oscillazioni di lungo periodo, sarebbe indice di una sensibilità climatica molto accentuata, ovvero propria di un sistema cui possono essere imposte facilmente delle oscillazioni molto accentuate. Questo accrescerebbe il potenziale di rischio che scaturisce dall’imporre un forcing esterno così significativo quale quello operato dalle emissioni di gas serra. Al tempo stesso, evidenzia però la necessità di disporre di modelli che simulino più fedelmente il comportamento del sistema, proprio per intercettare il comportamento di questa elevata sensibilità climatica.

Nelle conclusioni leggiamo anche che l’occultamento temporaneo dell’ampiezza del forcing antropico operato dalla variabilità naturale, causa della stasi e forse anche della diminuzione delle temperature occorse negli ultimi anni, può fornire ostacoli empirici all’implementazione delle azioni di mitigazione volte a ridurre la concentrazione dei gas serra.

Questo è vero, molti si stanno chiedendo a cosa possa servire condurre una battaglia contro anidride carbonica et similia se l’effetto sulle temperature non è evidente. Il punto è che forse ci si dovrebbe anche chiedere perchè le cose stiano così. In questo articolo, si assume che il sistema possegga una variabilità intrinseca, largamente dominata dagli oceani, ma non si fa alcun accenno ad eventuali forcing che agiscano su questi. Che cosa si intende per variabilità naturale di lungo periodo? Direi che i fattori astronomici possono essere esclusi, perchè quelli agiscono sul lunghissimo periodo, e qui si sta esaminando poco più di un secolo di dati. Il forcing antropico poi sembrerebbe aver agito in modo pressochè uniforme, pur accelerando verso la fine del secolo, quando è palese che l’effetto della concentrazione dei gas serra non può essere stato lo stesso nell’intero periodo, dal momento che tale concentrazione è aumentata in modo molto più significativo a partire dalla metà del ’900, cioè circa a metà del periodo in esame.

Insomma, la tecnica impiegata da questo team, permette di isolare la variabilità naturale interna al sistema, ma non risolve il dubbio sulle origini di quella esterna. Cosa impedisce di pensare che abbia agito un forcing naturale ma esterno, uno a caso, il sole? Dal basso della mia profonda ignoranza, mi sovviene un altro quesito. Ma è possibile che questa variabilità naturale che risponderebbe solo a leggi interne, sia intervenuta a nascondere e mitigare gli effetti del forcing antropico proprio ora che si registra un calo evidente dell’attività solare nel suo complesso e abbia fatto lo stesso tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso, svelando invece la presenza del forcing antropico solo quando contestualmente l’attività solare era in temporanea attenuazione? Sono perfettamente cosciente di non padroneggiare affatto le tecniche di analisi impiegate in questo studio, così come so che non si conoscono affatto le dinamiche di amplificazione di cui tale forcing avrebbe bisogno per essere così significativo, ma questo vale anche per la forzante antropica. Queste coincidenze mi sembrano più simili ad evidenze di quanto non lo sia la relazione tra l’eccesso di gas serra e la temperatura. Cosa ci dice che questo segnale monotonico di riscaldamento non possa essere anche parte di una tendenza del sistema ad evolvere verso uno stato termico differente? E’ già accaduto, questo è certo.

Domande difficili a cui rispondere, lo ammetto. Ma perchè non provare a porsele ogni tanto?

 

NB: Grazie a Giovanni per averci segnalato questo lavoro.

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  1. Long-term natural variability and 2oth  century climate change – Swanson et al. 2009 []
  2. Proceeding of the National Academy of  Science []
  3. Sea Surface Temperatures []

Già  co-chairman del working group 1 dell’IPCC, ora in forza alla NOAA, avevamo conosciuto Susan Solomon in occasione della presentazione del celebre quarto rapporto del panel delle Nazioni Unite. In quell’occasione fu dispensatrice di presagi di sventura, ma forse sarebbe stato ancora più interessante assistere allo US Climate Science Workshop, allorquando, in qualità  di relatrice dichiarò che avremmo avuto più pioggia e più siccità  (la frase, come riportato da chi vi ha assistito è stata: wet get wetter, the dry get drier“. Questa la chiamerei comunicazione scientifica di alto livello.

Ad ogni buon conto, questo genere di vaticini hanno spesso una matrice di indirizzo politico, specialmente se pronunciati assolvendo ad incarichi direttivi in organi politici quali le agenzie ONU. Sarà  per questo che con una puntualità  più svizzera che nord-americana, il giorno precedente alle dichiarazioni d’intenti in materia energetica del neo presidente degli Stati Uniti, è uscito un comunicato stampa che rivela altre mirabolanti scoperte.

Cambiamenti climatici irreversibili a causa delle emissioni di anidride carbonica. Questo è il titolo del nuovo studio pubblicato sul Procedeings of the National Academy of Science (PNAS). Secondo quanto riportato, per ora il calore in eccesso, che ci assicurano c’è ma non si vede, sarebbe immagazzinato in larga misura dai mari. I quali a loro volta devono avere un sistema di stoccaggio molto all’avanguardia perché, per quanto ci risulta, (l’immagine allegata a questo post è eloquente) negli ultimi anni le temperature dell’acqua non sono aumentate. Però prima o poi cominceranno a tirarlo fuori e saranno dolori. Se tutto va bene, il mare salirà  di soli 0.6-1.0 metri per CO2 attorno a 450-600ppm, 0.6-1.9 metri per picchi di CO2 sulle 1000ppm e poi, splash, arriveremo a “parecchi” metri di innalzamento del livello del mare per scioglimento dei ghiacci. Tutto questo, durerà  per un millennio o più.

Vorrei rivolgere una domanda alla Dott.ssa Solomon: che dice, domani pioverà ?

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